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Ascesa e caduta del nuovo secolo “americano”

Potremo approfittarne? Sapremo approfittarne?

di Giancarlo Paciello

d6bc2c2bc75d604002cc0cfeda8c7e0ePremessa

Come si dice? Molta acqua è passata sotto i ponti (e a Roma è riuscita a farlo nonostante la scarsa attenzione riservata al biondo Tevere dai suoi amministratori, di destra e di sinistra!), e, dopo la caduta dell’U.R.S.S. anche la situazione internazionale è cambiata radicalmente, se si pensa che dal 1991 ad oggi ci sono state: due guerre del Golfo, seguite da un embargo micidiale per la popolazione irachena, la guerra (e la relativa distruzione) della Jugoslavia, il crollo delle torri gemelle, la guerra in Afganistan, la guerra in Iraq e, last but not least, l’attuale crisi economica mondiale. L’intento di questo articolo e quello di provare a fornire un quadro sintetico della situazione attuale (e scusate se è póco! direbbe un comico pugliese), con specifico riferimento alla crisi degli U,S.A. cui sembrava toccasse un secolo, il ventunesimo, tutto intero e che forse dovranno accontentarsi di “spartirlo” , fin da subito, con altre potenze in lotta per l’egemonia mondiale. Per non parlare dell’opinione di quell’esperto cinese di relazioni internazionali all’università Fudan che ha dichiarato di recente: “il nostro problema, nell’immediato, è come impedire che il declino dell’America avvenga troppo presto”.

 

Introduzione

In uno scritto del 1998, riassumevo così la situazione:

Il “Nuovo evo”, inaugurato dall’implosione dell’Unione Sovietica e simbolicamente rappresentato dalla caduta del “muro di Berlino”, si caratterizza per un’ingerenza, sempre più “sfacciata”, della superpotenza americana, negli affari mondiali. Non basta più, agli U.S.A., potersi proclamare paladino del diritto internazionale e, per questa ragione, fare la guerra all’Iraq, con la complicità dell’O.N.U. e con la subordinazione dell’Europa, consentendo anche alle migliori (?) intelligenze nostrane (Bobbio docet!), di spaccare in quattro il capello dell’argomentazione speciosa, per potersi schierare a favore della guerra del Golfo (la prima). Con le tragiche conseguenze per la popolazione irachena e per i diritti umani, soprattutto di decine di migliaia di bambini inermi, affamati e senza poter essere curati, dato l’embargo anche sui medicinali essenziali!

Non basta più.

Nel dicembre del 1998, dopo che per sette anni i funzionari dell’O.N.U. avevano provveduto alla distruzione di armi chimiche irachene, è bastato che un gaglioffo australiano (sicuramente incoraggiato da Clinton), ignorasse le più elementari regole della deontologia diplomatica (e del diritto internazionale) e che, scavalcando le istituzioni di appartenenza, si facesse dito per la potenza imperialista, perché questa, dietro questo dito, tentasse di nascondere la sua volontà di dominio. Alla base di tutto questo, la decisione di scatenare la seconda guerra del Golfo, che ancora continua e che ha assunto l’andamento di ‘bombardamenti a gogò’.

Con l’autonomia che l’ha sempre contraddistinta, quando ci sono di mezzo gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, a guida laburista (?!), si è entusiasticamente accodata, partecipando ai bombardamenti. E l’O.N.U.? Ahimè, gli U.S.A. sono stanchi di spendere soldi (di fare debiti per la precisione), per un’istituzione che li costringe spesso a far ricorso al veto, o a votare troppo spesso in splendida solitudine, se si eccettua il voto solidale di Israele e, talvolta, della Micronesia. E poi tanti paesi arabi, troppi paesi africani. È meglio, per tutti, che si sappia una buona volta chi comanda! Al massimo si può far entrare qualche paese in più nella NATO. Quanto alla ricorrente accusa all’Europa che si subordina, non scherziamo. Nella NATO, si è sempre subordinata. E dunque non deve fare altro che restare fedele all’Alleanza".

E citavo Chomsky (Il Potere):

“[…] Mentre bombe e missili piovevano su Baghdad e i soldati di leva iracheni si nascondevano nel deserto, George Bush annunciò orgogliosamente lo slogan del Nuovo Ordine Mondiale, in quattro semplici parole: ‘What We Say Goes’, ossia ‘Si fa quello che diciamo noi’. ‘Quello che diciamo noi’ fu presto esplicitato con non minore chiarezza quando le armi tacquero, e Bush tornò alla vecchia prassi di prestare aiuto e sostegno a Saddam Hussein, mentre quest’ultimo impietosamente soffocava le rivolte sciite e curde, sotto gli occhi delle vittoriose forze alleate, che non si degnarono di alzare anche un solo dito. Il sostegno a Saddam era così estremo che il comando degli Stati Uniti non fu disposto nemmeno a concedere ai generali iracheni ribelli di impiegare gli armamenti sequestrati per difendere la popolazione dalla carneficina del dittatore. Un piano saudita per sostenere la rivolta degli indigeni sciiti fu rapidamente soffocato dall’amministrazione Bush […]”.

Fine dell’autocitazione. A raccontarle oggi queste cose, c’è il rischio di essere considerato pazzo (oppure un bugiardo matricolato)!

Chiedo scusa per l’autocitazione, ma tornava troppo utile al mio discorso perché potessi rinunciarvi. A parte i contenuti (comunque assai importanti, se si pensa agli anni successivi al 1998), è significativa per l’anno cui si riferisce, il 1998 che vedremo essere un anno cerniera per il passaggio, (o comunque propedeutico al passaggio) da una situazione monocentrica ad una situazione policentrica come direbbe il mio amico Gianfranco La Grassa, che da tempo “immemorabile” si batte, con argomentazioni rispettabilissime ma pressoché inascoltato, per cercare di definirne e spiegarne l’avvento, ancorché più o meno lontano nel tempo. Ma su questo punto sarò sicuramente più preciso nell’Intermezzo.

Di fatto il 1998 costituisce un anno di svolta, rispetto all’andamento assunto dal nuovo secolo, il “secolo americano”, con il linguaggio di Francis Fukuyama, anche se non definitivo, come sostengono tutti coloro che, invece di coltivare studi seri e fare analisi con il maggior rigore possibile, hanno scelto il “mestiere” di profeti e che, quando ammantano le loro profezie con “considerazioni marxiste”, si muovono nel determinismo più assoluto, passando con estrema facilità dal secolo al declino americano!

Per definire il quadro storico-politico degli ultimi venti anni, in stretta relazione con la dissoluzione dell’URSS, mi servirò di uno splendido libro, uno studio abbastanza recente, “Le nouveau XXI siècle” con un sottotitolo accattivante (Du siècle “amèricaine” au retour des nations) di Jacques Sapir (marzo 2008), di cui ho utilizzato più volte alla lettera, e senza uso di virgolette, il secondo ed il terzo capitolo, ma in ogni caso, con la debita autonomia.

In una prima parte cercherò di delineare il “lavoro” fatto dagli Stati Uniti per poter esercitare la propria egemonia, negli anni che precedono l’implosione dell’U.R.S.S. In un intermezzo riprenderò gli elementi fondanti delle tesi di Gianfranco La Grassa sull’Imperialismo di Lenin, corroborati dalla visione di Putin sulle relazioni internazionali, espressa in un discorso del febbraio 2007. In una seconda parte analizzerò la crisi 1997-1999, che ha radicalmente mutato le prospettive mondiali del 1991. Le conclusioni, (che dovrebbero costituire la parte più corposa e, purtroppo, sono invece quella più minuta), saranno costituite da due brevi paragrafi (Potremo approfittarne? Sapremo approfittarne?) che, con la più grande modestia possibile, faranno riferimento a cosa forse si potrà fare in una condizione policentrica (o tendenzialmente policentrica), per andare oltre le posizioni di pura e semplice resistenza (nel migliore dei casi!), e soprattutto alla necessità di definire in un quadro sociologico ancora (dal momento che quello pratico, nel momento attuale, è decisamente tendente a zero!), il NOI, usato in potremo e sapremo. Un’analisi di classe si sarebbe detto non molto tempo fa, anche se sembra sia passato, da allora, più di un secolo!)

 

 

Parte prima

 

Gli U.S.A. e le istituzioni internazionali

Quando i presidenti delle repubbliche federate sovietiche di Russia, Ucraina e Bielorussia, nel dicembre 1991, decisero di dissolvere l’Unione Sovietica, tutto lasciava credere che era iniziato il “secolo americano”. Per la prima volta nella storia, gli Stati Uniti si trovavano senza un avversario strategico. Erano i soli a disporre sia della persuasione della forza sia della forza della persuasione. Potevano infatti, dopo la dimostrazione della supremazia militare nella guerra del 1991 contro l’Iraq, privilegiare anche l’influenza al dominio diretto. E in questo mondo, che doveva costituire la “fine della storia”, per dirla ancora con Fukuyama, Washington poteva “regnare” sia con l’uso di strumenti economici e culturali, in particolare tramite le istituzioni internazionali (atte a produrre un “diritto” mondiale ad immagine e somiglianza del diritto americano!), sia con l’uso della forza militare.

Ma qualcosa tra il 1997 e il 1999 ha costituito un discrimine rispetto al fluire del neonato secolo americano. In questo paragrafo, riporterò abbastanza diffusamente la sintesi di Sapir sulla trasformazione delle istituzioni internazionali, in particolare negli ultimi vent’anni. Affronterò più avanti il qualcosa che, a suo parere, ha determinato le condizioni che hanno reso praticamente impossibile (sempre senza alcuna certezza di tipo scientifico!) l’infanzia del secolo americano.

L’intento di questo paragrafo consiste dunque nel configurare il quadro generale in cui si è venuto a trovare il mondo alla fine del 1991 e le relative modificazioni delle istituzioni internazionali, dedicando un po’ di spazio a quella globalizzazione che tanto ha riempito i media (e le teste) come soluzione di ogni problema da parte del neo-liberismo trionfante.

L’operazione “Tempesta del deserto” del 1991, unitamente alla dissoluzione dell’URSS, avvenuta, come abbiamo visto, qualche mese più tardi, sono i due momenti emblematici che caratterizzano la fine della guerra fredda. Con Desert Storm, gli Stati Uniti avevano dimostrato non solo una superiorità militare totale, ma anche la capacità di creare un “alleanza”, la cui legittimità non veniva contestata, nemmeno dai paesi che avevano rifiutato di farne parte, come l’URSS in fin di vita e la Cina. La superiorità militare veniva così potenziata da una superiorità politica e diplomatica a sostegno di una strategia planetaria. Paradossalmente era stata proprio questa strategia planetaria che aveva imposto agli USA di limitare gli obiettivi della guerra del 1991.

Attenendosi ai limiti del diritto internazionale, e dunque al mandato dell’ONU, consistente nel cacciare le forze irachene dal Kuwait occupato e a distruggere l’armamento iracheno tanto da impedire una successiva ripresa delle ostilità, Washington aveva creato le condizioni della sua egemonia politica. La legittimità della guerra agli occhi della maggioranza delle altre potenze derivava proprio dalla limitazione degli obiettivi. Come si dice in inglese, l’esercizio dell’hard power si piegava ai vincoli del soft power.

In seguito alla guerra del Golfo del 1991, la crisi indotta dalla disintegrazione della Jugos1avia permise agli Stati Uniti di strumentalizzare di nuovo la sua superiorità militare. La trasformazione della NATO in strumento del progetto politico americano nei Balcani, tramite il mandato affidato dall’ONU nel quadro della crisi in Bosnia e nel Kossovo, e il ruolo di Washington negli accordi di Dayton sono elementi illuminanti in questo senso. Esaltando le loro competenze militari, gli Stati Uniti si trasformarono nell’attore decisivo nella crisi dei Balcani, esautorando di fatto l’Europa, ridotta al rango di supplente.

Dunque, nel 1991, il dominio degli Stati Uniti anche nell’ambito del soft power era incontestabile. Oltre alla loro potenza economica e finanziaria, gli Stati Uniti avevano costruito un quadro egemonico sia istituzionale che culturale. La trasformazione progressiva delle istituzioni finanziarie uscite da Bretton Woods (la Banca mondiale e il Fondo Monetario Internazionale) in strumenti della politica americana nel corso degli anni 1980 è stata uno dei segni di questa egemonia. Sicuramente la posizione americana era sempre stata importante in queste due istituzioni, sia per il peso del contributo finanziario degli Stati Uniti, sia per le regole vigenti, in particolare nel FMI, che garantivano di fatto a Washington un vero diritto di veto. Ma, tra il 1970 e il 1990, il peso degli Stati Uniti crebbe considerevolmente anche in queste istituzioni e, dal 1991, queste sono diventate, in larga misura, strumenti della politica americana.

Una trasformazione che sarà il risultato di una combinazione di fattori, alcuni dei quali esogeni, come la “crisi del debito” che colpì molti paesi in via di sviluppo all’inizio degli anni 1980. La dimensione finanziaria di questa crisi portò il FMI, dove il peso degli Stati Uniti era sempre stato dominante, a prevalere sempre più sulla Banca mondiale. Poiché, per gli USA, era necessario stabilizzare la situazione finanziaria perché la crisi non si propagasse al sistema bancario americano.

La stabilizzazione finanziaria, comunque di competenza del FMI, diventò un preliminare alla politica di sviluppo tanto da fissare un ordine del giorno globale, noto come “consenso di Washington (Washington consensus)”. E così, i paesi indebitati dovettero sottomettersi ad una logica che anteponeva l’equilibrio finanziario a breve termine allo sviluppo. Nello stesso tempo, poiché i debiti messi in discussione erano calcolati in dollari, il ruolo del Tesoro americano e della Banca centrale americana, la FED, divennero sempre più importanti. La crisi del debito comportò perciò un’evoluzione in due tempi, con una preminenza del FMI sulla Banca mondiale, e, in seno al FMI, una preminenza degli obiettivi dettati da Washington, visto che la politica del FMI, per essere efficace, necessitava di un impegno sempre più importante del Tesoro americano.

Il coinvolgimento delle organizzazioni internazionali nella transizione in Russia mostra del resto assai bene come si stabiliva la gerarchia delle responsabilità. Le prime squadre di consiglieri americani non arrivarono a Mosca alla fine del 1991 con un mandato del FMI ma su accreditamento del Tesoro americano. Si chiese successivamente al FMI di adottare la loro politica, e l’intervento della Banca mondiale fu poi subordinato al quadro così determinatosi. Questa gerarchia delle responsabilità poteva essere riattivata senza violare troppo apertamente gli statuti di entrambe le istituzioni, a causa della grandissima “endogamia” politica e intellettuale dei responsabili.

Il dominio americano sulle istituzioni finanziarie internazionali ha coronato così la trasformazione (e lo snaturamento) di istituzioni nate per garantire una regolazione mondiale pluralistica dopo la Seconda guerra mondiale in strumenti assoggettati ad una politica nazionale. Questa egemonia politico-culturale esercitata dagli Stati Uniti in ambito economico è il fenomeno principale degli anni 1980 e 1990. Ed era su di essa che si fondava, in larga misura, l’analisi dell’avvento di un “secolo americano”. Questa egemonia si è tradotta in un triplice movimento che si è svolto, per il più importante di essi, nel periodo che ha preceduto gli anni 1990. Si è trattato della messa sotto controllo delle istituzioni uscite da Bretton Woods (il FMI e la Banca mondiale) appena descritto, ma anche della messa da parte delle organizzazioni uscite dalle Nazioni Unite come il WHO, World Health Organization, l’Organizzazione mondiale della Sanità, il CNUCED (Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo) o l’UNESCO (United Nations Educational Scientific and Cultural Organization), che non svolgono ormai che un ruolo marginale nella gestione dei problemi economici e sociali a livello mondiale, e infine della trasformazione del GATT (General Agreement on Tariffe and Trade) in WTO (World Trade Organization, Organizzazione mondiale per il Commercio, OMC) nel 1995.

 

La globalizzazione

Questa egemonia è evidente all’inizio del processo che tutti chiamano globalizzazione. Lo prova la presenza degli Stati Uniti all’interno della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, nata per finanziare alcune trasformazioni strutturali della globalizzazione. E per questo motivo, la loro influenza si fa sentire anche su coloro i cui interessi divergono da quelli degli USA.

In realtà la globalizzazione è la combinazione di due processi. Il primo, costituito dall’estensione mondiale del capitalismo nella sua forma industriale nelle regioni che non aveva ancora toccato. Il secondo, in larghissima misura applicazione della politica americana, costituito da una politica volontaristica di apertura finanziaria e commerciale. E una buona parte della confusione esistente deriva proprio dal confondere i due processi.

La prima globalizzazione, quella che va dalla metà dell’Ottocento (con l’accordo franco- britannico che va sotto il nome di Cobden-Chevalier sotto il secondo Impero) alla guerra del 1914-1918, venne realizzata essenzialmente mediante politiche pubbliche. Dunque, la globalizzazione non costituisce dunque una novità (e non è fenomeno soltanto degli ultimi venti anni), l’esistenza di correnti commerciali su grande scala e su grandi distanze. Il fatto che alcuni paesi si sviluppassero economicamente dopo di altri è anch’esso un fenomeno ad un tempo vecchio e ben noto. Da questo punto di vista, “rivoluzione industriale sino-indiana” descriverebbe assai meglio la situazione attuale di quanto lo faccia il termine globalizzazione, per quanto riguarda il primo processo. Ciò che c’è di nuovo tuttavia, è sicuramente la combinazione della liberalizzazione finanziaria e dello smantellamento doganale generalizzato, accompagnato da una politica deliberata degli Stati Uniti, intesa a subordinare alcune organizzazioni internazionali, e a indebolirne altre.

Si tratta di una politica che corrisponde rigorosamente alla nozione di “porta aperta” (agli interessi commerciali e finanziari), che è alla base della visione americana delle relazioni internazionali. L’azione delle navi da guerra americane del commodoro Perry per “aprire” il Giappone nella seconda metà del XIX secolo lo attestano. Una politica, quella della “porta aperta”, caratterizzata dal progressivo indebolimento delle politiche nazionali, esclusa quella statunitense.

Il periodo che va dal 1985 al 1995 corrisponde all’apogeo di questa visione americana, perché vede sprofondare le barriere ai movimenti di capitali (ad eccezione della Cina, che conserva un quadro restrittivo e controlla così il corso della sua moneta) e la centralità del libero scambio viene inserita nelle istituzioni internazionali come l’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio, in inglese WTO). Va aggiunto che la capacità della Cina, fino ad oggi, nel rifiutare le regole di ordine finanziario americano (in particolare per quanto concerne le regole di cambio dello yuan) ha determinato il successo della sua strategia economica, che, pur utilizzando i vantaggi di una caduta mondiale dei diritti di dogana, resta nella sostanza una strategia nazionale e di sviluppo, basata su di una politica fortemente interventista delle autorità pubbliche. In questo senso, la strategia dello sviluppo cinese è assai simile, nelle finalità come nelle logiche, a quella attuata in Corea o a Taiwan negli anni 1960 e 1970.

Essa conferma ampiamente le analisi che mostrano che lo sviluppo comporta molto spesso la messa in piedi di un approccio strategico, possibile soltanto se ci si appoggia allo Stato e in un quadro di protezioni doganali. Ciò che caratterizza meglio la vittoria ideologica degli Stati Uniti durante gli anni (1985-1998) è proprio il fatto di essere stati capaci di presentare la liberalizzazione finanziaria come un possibile bene pubblico, mentre in realtà non era altro che una politica al servizio dei propri interessi particolari. Ma questa vittoria, per consolidarsi, comportava la conversione e la subordinazione del nemico di ieri. La Russia doveva essere americanizzata per disarmare durevolmente le opposizioni a questa politica, e prima che la Cina avviasse il suo sviluppo.

Dunque, la trasformazione sistemica in corso in URSS prima e in Russia poi assumeva per gli Stati Uniti la dimensione di una posta in gioco strategica centrale. Era necessario per loro di riuscire a far pesare tutti i possibili mezzi di condizionamento. Che gli Stati Uniti disponessero in realtà dei mezzi per una simile politica è retrospettivamente dubbio. Sarebbe stato necessario un livello di comprensione delle interazioni messe in discussione e un’omogeneità nella classe dirigente lungi dall’essere presenti tra il 1988 e il 1995. Sarebbe stato anche necessario che i responsabili americani fossero capaci di distinguere gli interessi di breve termine dalle sfide a lungo termine di un’effettiva strategia imperiale. Ma il grado di collusione esistente tra interessi privati ed interessi pubblici che caratterizza la classe politica americana, se ha il vantaggio di permettere alla politica statale di appoggiarsi su attività private, ha anche l’inconveniente grossissimo di spingere alla subordinazione degli interessi a lungo termine a favore degli obiettivi di breve termine.

 

La “transizione” russa

In ogni caso, l’egemonia politica USA, si misura in maniera particolarmente netta per l’influenza nel processo di transizione post-sovietico. La posta in gioco russa era politicamente (e simbolicamente) centrale per gli Stati Uniti per l’avvento di un ventunesimo secolo americano. Occorreva perciò una politica specifica nei confronti della Russia, le cui conseguenze si fanno sentire ancora oggi.

Come abbiano già accennato, i consiglieri americani non arrivarono a Mosca, alla fine del 1991, su mandato del FMI (anche se lo si sente dire spesso), ma nel quadro di un’assistenza tecnica americana, finanziata dall’USAID, (una ONG in odore di CIA) e attuata dall’Harvard Institute for International Development (HIlD). Il suo responsabile, Jeffrey Sachs partecipò a numerose riunioni con gli esperti di Eltsin dal 1991 al 1993, rendendo conto della sua attività soltanto alle autorità americane. La capacità del potere americano di presentare questa operazione come derivante dall’assistenza tecnica internazionale, mentre era nella sostanza soltanto bilaterale, indica come l’egemonia funziona nei fatti. L’HIID ricevette, dal 1992 al 1996, 57,7 milioni di dollari dal governo americano, e tutto questo senza “giustificativi”, salvo che per 17,7 milioni, cosa estremamente rara nelle procedure americane.

In realtà, il direttore dell’HIID del momento, Andrei Schleifer (che sostituì Jeffrey Sachs in Russia a partire dal 1994), era direttamente legato a Lawrence Summers fin dall’università. Summers era chiaramente il “direttore d’orchestra” dell’influenza americana in Russia. Dopo essere stato responsabile come economista della Banca mondiale dal 1991 al 1993, entrò quello stesso anno al Dipartimento del Tesoro americano come sottosegretario e successe a Robert Rubin come segretario al Tesoro dal 1999 al 2001. In seguito, Schleifer e l’HIID furono direttamente implicati nella parte più discutibile e più illegale delle privatizzazioni in Russia. Non c’è alcun dubbio: le collusioni e le connivenze personali appoggiano e consolidano i meccanismi ideologici! (Vedi appendice)

La forza rea1e dell’egemonia risiede nella sua capacità nel mascherarsi. Così, nel quadro delle attività del FMI (che entra realmente sul terreno russo nel 1993) o della Banca mondiale, l’egemonia americana dell’epoca non si realizza tramite un’onnipresenza di consiglieri americani (che pure sono numerosi), ma tramite la capacità di Washington nell’imporre i suoi ordini del giorno alle istanze internazionali e a escludere i punti di vista alternativi. Così, alla fine del 1994, un certo numero di esperti giapponesi della Banca mondiale, fecero circolare un documento estremamente critico nei confronti delle opzioni di politica economica adottate in Russia con l’accordo del FMI. Questo testo non fu mai reso ufficiale per il rifiuto degli altri paesi a voler entrare in conflitto con le opzioni fissate da Washington. La squadra mista russo-americana scelta da Schleifer e dall’HIID ricevette così nel 1996 somme importanti dalla BERS (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo), proprio quando anche le istituzioni contabili americane (il GAO) cominciavano a preoccuparsi delle pratiche finanziarie dell’HIID in Russia.

All’interno del progetto egemonico americano, la centralità della posta in gioco russa è ad un tempo un fatto evidente e un pomo della discordia. Dal 1992, gli obiettivi americani rispetto alla Russia possono riassumersi in due grandi idee: impedire ad ogni costo la ricostituzione dell’URSS e integrare, per quanto possibile, la Russia nel “gioco” americano. Peccato che i due obiettivi non fossero compatibili!

Del resto le due idee non potevano risultare del tutto espresse se non dopo che si fosse avviata la dissoluzione dell’URSS! Nel 1991, le autorità americane erano molto resistenti di fronte alle prime velleità ucraine d’indipendenza. Nell’estate 1991, rappresentanti delle autorità ucraine sovietiche si misero a sognare l’indipendenza e si misero in contatto con le autorità americane. Non trovarono all’inizio alcun sostegno da parte dell’amministrazione di George Bush (padre), a causa del rischio che un’indipendenza dell’Ucraina avrebbe comportato, dal momento che su quel territorio si trovavano numerose armi nucleari, almeno dal punto di vista americano.

La stabilità del duopolio nucleare Stati Uniti-URSS, nel settembre del 1991, costituiva ancora un punto fermo. Ma, dal momento in cui le autorità americane considereranno un fatto acquisito la dissoluzione dell’URSS, non smetteranno più di cercare di impedire qualsiasi ricostituzione di legami privilegiati tra la Russia e le altre repubbliche sovietiche.

Nello stesso tempo, l’idea che un’integrazione della Russia nel “gioco” americano fosse possibile, si fece strada tra il 1992 e il 1994. L’amministrazione Clinton cercò di sviluppare legami politici e istituzionali adatti a legare la Russia alla prospettiva americana. La commissione russo- americana copresieduta da Victor Chernomyrdin e da Al Gore svolgerà a questo proposito un ruolo importante. L’integrazione della Russia rappresentava un obiettivo strategico perché Wash- ington potesse disporre di una totale libertà d’azione sia in Asia di fronte alla Cina, sia in Medio Oriente, sia in Europa. Numerosi responsabili del Dipartimento di Stato erano convinti che la fine dell’antagonismo russo-americano dovesse permettere la messa al passo della “potenza turbolenta” d’Europa, vale a dire la Francia.

Gli Stati Uniti non risparmieranno i loro sforzi per realizzare questa integrazione politica della Russia. Il sostegno assoluto che l’amministrazione Clinton fornirà a Boris Eltsin, dal suo attacco al Parlamento russo del 1993 fino alla sua rielezione carica di dubbi del 1996 (il suo avversario, il comunista Ghennadi Ziuganov, vide scomparire 2 milioni dei suoi voti dal conteggio al secondo turno), lo prova. Oggi, si dimentica troppo facilmente, che lo scatenamento della guerra in Cecenia nel dicembre 1994 fu, anch’essa, ampiamente approvata dal governo americano.

Occorre anche ricordare, a tutti quelli che sono tanto pronti a criticare l’evoluzione politica russa, che proprio sotto la presidenza Eltsin, e con il sostegno dei principali paesi occidentali, si è bloccato il processo di democratizzazione in Russia. Ci sono tre date che lo confermano in modo decisivo: le pressioni esercitate nel 1993 per giungere alla dissoluzione con la forza del Parlamento russo (la Duma eletta regolarmente nel 1990), lo scatenamento della guerra in Cecenia alla fine del 1994 e i brogli elettorali che portarono alla rielezione di Boris Eltsin nel 1996. Tra queste tre date, ci sono sicuramente l’ascesa potente del sistema oligarchico e le pressioni sulla stampa, con la moltiplicazione di assassini di giornalisti. Ecco quale fu la realtà della “democrazia” russa che si vuole oggi contrapporre alla pratica del potere di Vladimir Putin.

E’ altrettanto vero che quest’ultimo, che gode di una popolarità tra la popolazione assai diversa da quella di Eltsin, ha commesso agli occhi degli americani un crimine irreparabile, e cioè quello di voler difendere gli interessi nazionali della Russia.

La politica di Eltsin aveva trovato un’eco tra i liberali russi. L’influenza americana non avrebbe mai potuto avere il peso che ha avuto realmente, se non ci fossero stati ampi settori dell’élite politica post-sovietica completamente disponibili ad un’americanizzazione ideologica e politica. Tenuto conto dell’indebolimento già percepibile del paese dal 1990 e della crisi che la transizione comportava, il riavvicinamento con gli Stati Uniti poteva anche essere percepito come la sola politica che potesse garantire alla Russia la conservazione del suo statuto internazionale. L’idea di fare del nemico di ieri l’alleato di domani non era né senza logica né senza fondamento, e la politica di Washington che puntava ad integrare la Russia poteva anche sembrare un approccio di comune utilità.

Ma, dal 1994-1995, apparve evidente che simile politica non era compatibile con la volontà americana di evitare ad ogni costo tutto ciò che potesse essere assimilato ad un rafforzamento della Russia nella zona ex-sovietica. Così, la volontà americana di affermare la sua presenza in Asia centrale e nel Caucaso si scontrò frontalmente con gli interessi della Russia. Gli stessi responsabili russi che potevano trovarsi ideologicamente d’accordo con il discorso portato avanti dai mezzi di comunicazione di massa americani, constatarono sul terreno che i loro interessi specifici (e talvolta anche i loro interessi finanziari) entravano in contrasto con le azioni dell’amministrazione americana. Aldilà della cerchia dei liberali convinti in Russia, i responsabili degli affari esteri cominciarono anche loro ad avere dei dubbi. Se l’idea di un’alleanza, o, per i più ottimisti, di un condominio russo- americano non dispiaceva affatto a molti responsabili a Mosca, la volontà americana di tenere in piedi la NATO non poteva che apparire come doppiezza pericolosa.

Nel momento in cui si prende atto della fine della guerra fredda, l’esistenza della NATO diventa discutibile. Si potrebbe pensare che questa organizzazione si trasformi in una struttura mondiale di sicurezza e di cooperazione. In questo caso, bisognerebbe ammetterci la Russia a pieno titolo. L’istituzione di associazioni come il Partnerariato per la pace (PFP) non cambiano sostanzialmente la natura della NATO che è un tipico prodotto della guerra fredda. Tenere in piedi la NATO ed escluderne la Russia non poteva essere percepito a Mosca se non come un segnale di malafede. Anche i responsabili russi meglio disposti nei confronti degli Stati uniti se ne sono resi conto.

 

La subordinazione europea

Gli Stati Uniti potevano contare del resto di altre risorse. La loro prevalenza ideologica, in Russia come altrove, sembrava poterli dispensare da scegliere tra le varie priorità. Divenuto paese di riferimento, hanno ritenuto per diversi anni che il movimento spontaneo delle élite degli altri paesi avrebbe spinto i dirigenti russi ad entrare nell’orbita americana.

Del resto, gli elementi della forza culturale americana, erano evidenti. Si pensi al fatto che la catena televisiva CNN sia stato il medium di riferimento, durante la guerra del 1991. Si dovrà aspettare la fine del decennio per vedere contestata questa supremazia. La nascita di Al-Jazeera e poi di altre emittenti specializzate nell’informazione in diretta a vocazione internazionale lo testimoniano.

La diffusione delle concezioni americane dominanti in materia di regole economiche, di relazione tra mercato e azione politica democratica, si coglie anche per la diffusione, nel linguaggio corrente di alcuni vocaboli che assumono un senso soltanto in un certo universo ideologico. Due in particolare, “economia di mercato” (market economy) e “governance”. Utilizzata in maniera quasi naturale oggi sia dagli esperti sia dai giornalisti, l’espressione “economia di mercato” si comprende se confrontata con “libero mercato” (free market) in opposizione dunque all’economia pianificata centralmente, ossia nella logica dello scontro bipolare della guerra fredda. In realtà, quest’espressione ha soltanto un significato ideologico. Le economie capitalistiche, mettono insieme, di fatto, mercati che costituiscono realtà molto differenti le une dalle altre.

Del resto anche l’espressione “economia pianificata centralmente” rappresenta una pura costruzione ideologica, perché le forme di coordinamento esistenti nell’economia sovietica facevano riferimento sia al mercato sia alla pianificazione centralizzata. Inoltre, se quest’ultima avesse rappresentato il modo dominante o esclusivo, non si comprenderebbe l’esistenza giuridicamente separata delle imprese di Stato. Sarebbero stati sufficienti dei semplici dipartimenti ministeriali. La proliferazione delle imprese e dei ministeri incaricati di controllarle mostra a sufficienza che il sistema era decentralizzato, nel senso di un’economia in cui la separazione tra produttori e utilizzatori era radicale.

Si può fare lo stesso commento per il termine “governance”, che riduce il problema del potere e della decisione alla combinazione del rispetto delle regole della proprietà privata e del diritto. Si è qui in presenza di un termine che non costituisce né una descrizione né uno strumento euristico ma un puro prodotto del vocabolario ideologico, costruito per eludere completamente il problema centrale della politica, ossia la presenza di interessi divergenti ed opposti e le forme di conflitto che queste divergenze generano.

Nel mondo che nasceva nel 1991, e nella misura in cui gli Stati Uniti conservavano la supremazia dell’hard power, non sembrava possibile che ci fosse uno spazio adatto per l’esercizio del soft power, sia pure soltanto all’interno delle regole stabilite dalla superpotenza. I principali paesi europei ne trassero in una certa maniera le conseguenze. La quasi-concomitanza del trattato di Maastricht e della capitolazione politica europea di fronte agli Stati Uniti nella crisi jugoslava contribuiscono ad evidenziarlo. Nel momento stesso in cui l’Unione europea punta ad affermarsi come progetto centrale, essa abdica alle sue responsabilità in relazione alla sicurezza di una parte dell’Europa e si rimette di fatto agli Stati Uniti.

Allo stesso modo, la scelta dell’allargamento dell’Unione europea al di fuori di qualsiasi riflessione sulle potenziali frontiere e del senso del’Unione (semplice mercato o futuro Stato federale, portatore di una cultura politica unificata e specifica) diventa allora perfettamente comprensibile. Di fronte alla nuova situazione creata dal ripiegamento, poi dalla disintegrazione dell’URSS, era necessario trovare con urgenza una soluzione all’organizzazione del continente europeo.

Ma, visto che la supremazia globale degli Stati Uniti sembrava non lasciar posto ad un nucleo europeo che cercasse di costituirsi come potenza autonoma, accettare la dissoluzione dell’URSS nell’Europa allargata poteva essere concepito come il male minore. L’atteggiamento di paesi come la Francia o la Germania, disposti sia a svendere i loro principi rispetto alla costruzione europea, sia a svolgere un ruolo supplente della politica americana in Russia, si capisce meglio (ma non per questo si giustifica) proprio se si considera che le élite politiche erano tutte convinte della nascita del “secolo americano”. Lo spirito di capitolazione fu tanto più forte in Francia dal momento che i responsabili politici si erano rifiutati, tra il 1988 e il 1992, di considerare l’ampiezza dei cambiamenti in URSS e in Russia.

Il fatto che alcuni paesi dell’Unione europea si precipitarono verso la creazione dell’euro senza preliminarmente affrontare il problema della costruzione di una sovranità politica comune liberamente assunta, è testimone di questo “scivolone” culturale e politico. In un mondo sottomesso all’egemonia dell’iperpotenza, o comunque percepita come tale, un conflitto aperto contro quest’ultima, non poteva che essere perduto in partenza. In queste condizioni, la costruzione degli elementi di un soft power europeo, che avrebbe evitato il conflitto ma anche il dibattito pubblico in Europa sul senso e le implicazioni di una politica di potenza, poteva sembrare una risposta realistica alle sfide del secolo che si annunciava, sempre che si scegliesse di far parte significativa del “mondo americano”.

L’accettazione del quadro giuridico dell’OMC, con la conseguente sottomissione degli interessi economici ad una regola di diritto in realtà inesistente e che non si fondava su alcun corpo politico internazionale, significò l’accettazione de facto del trasferimento della nozione americana di gover- nance a livello mondiale. I conflitti d’interesse con gli Stati Uniti, quando non potevano essere negati, dovevano poter trovare una soluzione all’interno delle regole, la cui logica era stata fissata da Washington. Tentando di presentarsi come i migliori giocatori del gioco fissato dall’iperpotenza, ognuno sperava di limitarne la potenza dall’interno.

Allo stesso modo, invece di cercare margini di difesa rispetto alle regole dell’OMC, l’Unione europea si transformò in strumento di accettazione di quest’ultima e di diffusione delle sue regole e dei suoi vincoli. Il discorso che presentava l’Europa come protettrice di fronte alla globalizzazione era perciò falso, perché l’Unione europea fu il più efficace vettore della globalizzazione, per quello che ha di più negativo, in Europa. Prova ne sia il passaggio indolore di Pascal Lamy dalla direzione generale Commerce della Commissione europea alla presidenza dell’OMC, nel maggio 2005. Questa nomina verrà addirittura presentata come un successo di grande rilievo per l’Europa!

Tutte le condizioni perché emergesse un secolo americano sembravano dunque esistere nella prima metà degli anni 1990. Le élite europee ne avevano preso atto e si collocarono deliberatamente all’interno del quadro ideologico sviluppato dall’iperpotenza. Tuttavia, in pochi anni, questo secolo andrà disfacendosi. Dal 1997 al discorso tenuto da Vladimir Putin alla conferenza di Monaco sulla sicurezza internazionale il 10 febbraio 2007, appare chiaro che si assiste al fallimento di quanto, nel 1991, sembrava dovesse logicamente succedere.

 

 

Intermezzo, tra il teorico e il politico

 

Nell’introduzione, ho accennato al lavoro trentennale di Gianfranco La Grassa e, oltre a rimandarvi al mio lavoro, di recente presentato sul sito “ripensaremarx”, sulla sua interpretazione dell’Imperialismo di Lenin. ritengo importante riprenderne anche qui, veramente nell’essenziale, l’argomentazione.

Una breve premessa: il punto essenziale della concezione marxiana del modo di produzione capitalistico, è rappresentato dall’importanza capitale che Marx attribuisce al fatto che, nel capitalismo, lavori privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’al- tro, si socializzino solo indirettamente, tramite il mercato. La produzione capitalistica è dunque produzione di merci, avviene di fatto in unità separate e autonome, ognuna delle quali porta avanti i suoi propri interessi, in conflitto con altre unità, con altre imprese, dello stesso genere.

Se tra queste imprese si creano alleanze e collegamenti secondo le molte forme giuridiche esistenti per farlo, o se addirittura alcune di esse sono fagocitate da altre che le battono nella concorrenza, tutto ciò avviene per poter accrescere le capacità competitive delle imprese. Dal momento che il capitalismo è, produzione di beni e servizi in forma di merce, se ne deve necessariamente concludere che il conflitto interimprenditoriale è generale e permanente, mentre l’accordo, la fusione, il collegamento, l’inglobamento e l’incorporazione, tra imprese sono particolari e transitorie.

E’ questo l’assunto sostanziale che allontana La Grassa da Marx.

Infatti, l’elemento fondamentale, “essenziale”, del modo di produzione capitalistico non sarebbe dunque, come sostiene Marx, la proprietà privata dei mezzi di produzione, cui si contrappone quella della forza o capacità lavorativa di coloro che sono pagati mediante salario e cioè il conflitto capitale-lavoro, ma il conflitto interimprenditoriale. E le forme proprietarie rappresentano i mezzi utilizzati dalle imprese per realizzare le condizioni migliori nelle quali collocarsi in vista del reciproco conflitto prima di tutto per la supremazia mercantile.

E’ ovvio che il conflitto - sia che si consideri un solo settore produttivo o il sistema nel suo complesso; sia che si guardi ad un sistema “nazionale” o al complesso della formazione sociale capitalistica - termina, ad un certo punto, con la vittoria, però mai definitiva, di una data impresa o gruppo di imprese, di un dato sistema “nazionale” o di gruppi collegati di questi, ecc. Si configura così una struttura piramidale d’in- sieme, con gruppi di imprese o di sistemi “nazionali” delle stesse (o uno solo di questi sistemi) al suo vertice.

Non per questo il conflitto cessa. Esso continua nella forma della “guerra di posizione”, che sostituisce quella “di movimento” condotta fino a quel momento. Nel frattempo, altri gruppi di imprese vengono via via costituendosi e/o rafforzandosi, nelle viscere del sistema controllato dal vertice della piramide (il “centro” del sistema stesso), avvalendosi di forme giuridico-finanziarie, di varie manovre attinenti allla diversa modalità dei mezzi di controllo imprenditoriale (ponendo al centro la proprietà azionaria o invece l’assegnazione ai manager del potere supremo), ma si sviluppano soprattutto attraverso i processi di innovazione e con il coinvolgimento nel conflitto della sfera politica e della sfera ideologica. Fino a quando il precedente ordine relativamente piramidale non viene completamente sconvolto e rimesso pienamente in discussione tramite lo scatenamento di una nuova guerra di movimento che dovrà, alla fine di un lungo periodo, riassegnare la vittoria, cioè la supremazia, a “qualcuno”.

Posta così la questione, appare evidente che non ha senso immaginare una tendenza lineare alla centralizzazione monopolistica dei capitali. Non bisogna mai confondere il gigantismo imprenditoriale, che tendenzialmente appare sempre in crescita, con l’effettivo potere di monopolio di un’impresa o di un gruppo delle stesse o addirittura di un sistema “nazionale” nell’ambito della formazione sociale capitalistica mondiale. La relativa prevalenza monopolistica si ha nelle epoche, che La Grassa denomina per questo monocentriche, con struttura grosso modo piramidale, e presenza di un conflitto sordo manifestantesi come guerra di posizione, ecc. E’ chiaro che tale conflitto, in continua evoluzione, rimette sempre in discussione la supremazia esercitata in quella data epoca, con lo scardinamento della situazione monopolistica e con l’esplosione della guerra di movimento, caratterizzata da innovazioni, soprattutto di prodotto e da un ampio coinvolgimento del potere politico-ideologico.

Nelle epoche monocentriche è probabile che la relativa tranquillità (monopolistica) favorisca l’ascesa di gruppi manageriali - senza (o con scarsa) proprietà azionaria - alla direzione strategica delle imprese. Nelle epoche policentriche, che fanno saltare la situazione monopolistica, i vari gruppi di agenti strategico-imprenditoriali in reciproco conflitto hanno bisogno di proteggersi più adeguatamente dagli avversari, e dunque di “blindare” la proprietà può essere a volte un buon mezzo di difesa, così come il lanciare operazioni di acquisto azionario quanto meno coadiuva l’offensiva e l’aggressività. Attività che sono molto appariscenti sul davanti della scena, ma decisamente più importanti risultano i processi innovativi e, forse ancora di più, i coinvolgimenti politici, ecc.

Per concludere su questo punto, risulta perciò evidente che la centralizzazione monopolistica non è uno stadio dello sviluppo capitalistico - non è né irreversibile né supremo o ultimo - ma più semplicemente una caratteristica delle situazioni monocentriche, di momentanea vittoria di una impresa o gruppo di imprese (in uno o più settori produttivi) o di interi sistemi “nazionali” nell’ambito dell’insieme della società capitalistica. Ed è proprio in questo secondo caso, che si può parlare di epoca monocentrica. Nelle situazioni (o meglio ancora nelle epoche policentriche), malgrado il gigantismo delle imprese, si verifica precisamente la rimessa in discussione della struttura monopolistica.

Nel contesto teorico così delineato, assume ancor più grande importanza politica il discorso del presidente russo, Vladimir Putin alla conferenza sulla sicurezza di Monaco, (6-8 febbraio 2007). Esso costituisce una definizione precisa di come Putin si rappresenti le relazioni internazionali. In particolare, dal discorso si evidenziano due punti.

Il primo punto riguarda la constatazione del fallimento del mondo unipolare (o monocentrico) e la condanna del tentativo di sottomettere il diritto internazionale al diritto anglo-americano. Diamo la parola a Putin:

Io penso che il modello unipolare non sia soltanto inammissibile per il mondo contemporaneo, ma che sia completamente impossibile. Non soltanto perché, nelle condizioni di un leader unico, il mondo contemporaneo (ci tengo a sottolinearlo: contemporaneo) non disporrebbe di risorse militari-politiche ed economiche. Ma, è questo è ancora più importante, questo modello è inefficace, perché non può in alcun caso fondarsi su una base morale ed etica della civiltà contemporanea”.

Un’argomentazione sul piano del realismo, la prima. Anche il paese più potente e più ricco (gli Stati Uniti), non può, da solo, garantire la stabilità del mondo. Il progetto americano va oltre le forze di cui dispongono gli americani.

Un’argomentazione che si colloca sul piano dei principi del diritto, la seconda. Non ci sono regole su cui fondare l’unipolarità. Attenzione, questo non vuol dire che i diversi paesi non possano definire degli interessi comuni. C’è però la sottolineatura che l’esercizio del potere, politico o economico, deve essere definito anche in base agli interessi. C’è dunque l’aperto rifiuto della tesi di una spoliticizzazione delle relazioni internazionali, che dovrebbero finire, secondo lo spirito di coloro che la sostengono, ai diritti dell’uomo o alle “leggi” dell’economia. Le relazioni internazionali non sono una “tecnica” (la semplice attuazione di norme comuni), ma una “politica” (la gestione di interessi differenti e potenzialmente conflittuali). Qualsiasi apirazione all’egemonia è immorale!

Il secondo punto, si trova più avanti nel discorso:

Noi siamo testimoni di un disprezzo sempre più grande dei principi fondamentali del diritto internazionale. Di più, alcune norme e, di fatto, quasi tutto il sistema del diritto di un solo Stato, in primo luogo ovviamente, gli Stati Uniti, è fuoriuscito dalle sue frontiere nazionali in tutti gli ambiti, nell’economia, nella politica e nella sfera umanitaria, e viene imposto ad altri Stati”.

Esso riprende quanto detto in precedenza, ribadendo che, in mancanza di una base etica e morale che permetta di far scomparire la politica dalle relazioni internazionali, è soltanto il principio fondamentale del diritto internazionale che può gestirle, in sostanza la regola dell’unanimità e del rispetto delle sovranità nazionali. Dunque, fintanto che lo spazio delle relazioni è determinato dalla politica (e non dalla tecnica o dall’etica), nessuno può imporre il suo diritto agli altri e il solo diritto comune possibile è quello che rispetta la sovranità dell’altro. Un diritto di cordinazione e non un diritto di subordinazione. Là dove c’è la politica, ci sono interessi e rappresentazioni divergenti, e là deve esserci la sovranità. Ogni tentativo di scavalcarla si qualifica come aggressione e giustifica la resistenza. E’ chiaro che Putin volesse mettere in guardia gli Stati Uniti contro un’avventura militare in Iran, ma questo suo discorso va ben oltre la contingenza, ed esprime il senso delle relazioni internazionali in un’epoca policentrica!

 

 

Parte seconda

 

Le cause del fallimento del secolo “americano”

Il fallimento del secolo “americano” cui abbiamo assistito tra il 1991 e il 2007, costituisce un processo cruciale per capire quello che potrà essere il XXI secolo. Questo fallimento si è consumato tra l’inizio della crisi finanziaria del 1997 e il patente fallimento dell’intervento americano in Iraq nel 2005. Otto anni assolutamente decisivi. Le conseguenze politiche, economiche, ma anche culturali e intellettuali sono considerevoli, anche se non se ne vedranno tutti gli effetti immediatamente.

Le cause di questo fallimento sono molteplici e spesso concatenate tra loro e meritano perciò una particolare attenzione. Ne abbiamo individuate cinque, che riassumiamo qui di seguito:

1. Innanzitutto il fallimento del controllo americano sull’economia mondiale come era stata organizzata da Washington durante la crisi finanziaria (1997-1999). Gli Stati Uniti non sono stati capaci di cogliere l’estensione di questa crisi, il crollo delle opzioni liberali in Russia nell’estate del 1998 e la contaminazione dell’America latina, con la svalutazione brasiliana del 1999 e la crisi argentina del 2001. La crisi finanziaria ha profondamente delegittimato l’egemonia americana e ha indotto numerosi Stati a strategie reattive che hanno portato ad un approfondimento della messa in discussione dell’ordine politico-economico che gli Stati Uniti avevano tentato di creare dopo la fine degli anni 1980.

2. Da questo primo fallimento ne è derivato un secondo, la crisi del dominio ideologico nato alla fine degli anni 1980. La crisi finanziaria (1997-1999) ha generato une contestazione dell’ordine economico mondiale imposto da Washington. Questa rimessa in discussione si è materializzata nella ribellione evidenziata dalle proteste contro l’OMC alle conferenze di Seattle e di Genova e dall’insabbiamento del “ciclo di Doha”, la nuova tappa dei negoziati dell’OMC che avrebbe dovuto portare alla liberalizzazione dei servizi e dell’agricoltura.

3. Di fronte a questo fallimento gli Stati Uniti hanno tentato di riaffermare la loro egemonia con una nuova manifestazione delle loro capacità, mobilitando la potenza militare, l’hard power, di cui avevano dato nel 1991 una clamorosa dimostrazione. La rimilitarizzazione della politica americana va dal Kosovo nel 1999 all’Iraq nel 2003, e non rappresenta perciò un semplice prodotto dell’ideologia neoconservatrice dei circoli intorno al presidente George W. Bush. Ma questo ritorno è stato un ritorno perdente, ad un tempo per ragioni politiche e militari. Ha lasciato gli Stati Uniti in una posizione di grandissimo indebolimento militare e di isolamento politico dal quale non è sicuro che possano uscire facilmente.

4. Nello stesso tempo, e in seguito alla crisi finanziaria del 1998, Gli Stati Uniti non sono riusciti nel loro doppio progetto di integrare e di indebolire la Russia. Il ritorno, questa volta vincente, della Russia come potenza sovrana, che difende una politica indipendente, ha cambiato in profondità il contesto delle relazioni internazionali.

5. Il fallimento del progetto americano rispetto alla Russia lascia gli Stati Uniti relativamente indifesi di fronte alla crescita della potenza cinese, acceleratasi dal 1998. Lo smarrimento determinato da questo evento ha costituito anch’esso un elemento importante nella decisione di rimilitarizzare la politica americana e di impegnarsi nell’avventura rappresentata dall’invasione dell’Iraq nel 2003. L’intento principale di Washington è stato chiaramente quello di assumere il controllo di importanti riserve di idrocarburi, per disporre di uno strumento di condizionamento nei confronti della Cina la cui crescita ha un evidente bisogno di energia.

Questo fiasco del secolo americano evidenzia un’evoluzione più profonda del semplice intervento in Iraq e delle sue disastrose conseguenze. Non si tratta soltanto del risultato della squadra neoconservatrice al potere dopo il 2000. Se George W. Bush e i suoi consiglieri hanno radicalizzato questa evoluzione, e hanno provocato con le loro azioni delle reazioni nel mondo probabilmente irreversibili, non sono però loro all’origine di questa evoluzione. E’ importante capire questo punto se non si vuole conservare l’illusione che basterà aspettare la politica del nuovo presidente Barak Obama perché il corso della politica mondiale torni alle sue dinamiche del 1991.

 

L’egemonia americana di fronte alle crisi finanziarie

L’egemonia americana aveva fatto della liberalizzazione finanziaria il suo cavallo di battaglia. E’ su questo terreno che ha subito la prima disfatta. La crisi finanziaria mondiale che va dalla svalutazione del baht thailandese il 2 luglio 1997 alla svalutazione del real brasiliano all’inizio del 1999, nonostante un aiuto massiccio del FMI, va ben oltre il semplice avvenimento economica.

Si tratta invece di una svolta politica importante, che va oltre, per le sue implicazioni, le sole dimensioni economiche e finanziarie, che pure furono in ogni caso considerevoli. Essa evidenzia che gli Stati Uniti e le istituzioni finanziarie internazionali sotto il loro controllo diretto o indiretto sono incapaci di padroneggiare l’universo finanziario da loro stessi creato.

Le cause di questa crisi, in Asia come in Russia e in America latina, vanno ricercate nelle trasformazioni dei sistemi economici e bancari indotte dalle politiche di liberalizzazione messe in atto con il condizionamento degli Stati Uniti, in particolare in ambito finanziario. La liberalizzazione della finanza e dei flussi di capitali a livello internazionale ha profondamente modificato il rapporto tra attività produttive e attività speculative anche all’interno dei sistemi economici nazionali. Il risultato: una fragilizzazione delle strutture finanziarie, ma anche – attraverso l’attivazione di nuovi contesti e di una nuova logica di ripartizione delle ricchezze – una modifica importante dei comportamenti degli attori. La perdita di quelle informazioni rendono possibili progetti a medio o lungo termine, ha portato ad una focalizzazione delle preferenze degli individui su elementi di breve o brevissimo termine. Il cambiamento istituzionale, prodotto di una chiara volontà politica, genera a questo punto una moltitudine di microcambiamenti, che sembrano all’inizio autorafforzarsi ma finiscono per produrre nuovi comportamenti che rendono le trasformazioni istituzionali iniziali completamente distruttrici.

Questo è un punto che va sottolineato: sono le politiche americane o ispirate dagli Stati Uniti che sono all’origine dell’estrema volatilità speculativa dei mercati finanziari dopo gli anni 1990. Questa crisi ha rappresentato un momento storico per diverse ragioni. Non solo ha assistito al crollo del modello dei fondi speculativi con il fallimento del LTCM (Long-Term Capital Management) nell’agosto 1998, ma anche a rotture simboliche e politiche forti, come quando la Malesia ha deciso di ristabilire il controllo dei cambi nel settembre 1998 o in Russia c’è stata la nomina a Primo ministro di Evgeni Primakov in seguito al krach finanziario del 17 agosto 1998.

Le sommosse del dicembre 2001 in Argentina, che provocarono la cacciata del presidente della Repubblica Fernando de la Rua e del suo ministro delle finanze Domingo Cavallo, furono anch’esse conseguenza della crisi finanziaria e dei capovolgimenti politici da essa indotti. Non si potrebbero capire oggi né il successo di Chavez in Venezuela o di Evo Morales in Bolivia (e le altre vittorie di quelle forze che mettevano insieme un discorso sociale e di sovranità nazionale in America latina, come in Argentina e in Equador), né l’evoluzione della Russia sotto la presidenza Putin, se non si tenesse conto della dimensione politica di questa crisi. La crisi finanziaria del 1997-1998 costituisce perciò un momento importante nella crisi del “secolo americano” che sembrava essere già nato. Aldilà dei guasti economici e sociali che ha provocato, essa ha dimostrato 1’incapacità di Washington di controllare proprio quelle strutture attivate sotto la sua diretta spinta, inducendo così una crisi di credibilità rispetto al suo progetto egemonico.

Nonostante l’attività dei dirigenti americani con i loro strumenti finanziari di fronte ai disordini indotti dalla svalutazione thai1andese, la crisi si è propagata ed estesa, a dispetto dell’azione delle autorità americane e delle istituzioni finanziarie internazionali, e senza dubbio, in alcuni casi, proprio a causa di questa azione. L’intervento del Tesoro americano, è vero, ha salvato la Corea del Sud da una catastrofe dalle conseguenze incalcolabili, ma si è trattato dell’unico successo. Così, anche coordinando i mezzi del FMI e della Banca mondiale, cosa che ha permesso di mettere a disposizione più di 20 miliardi di dollari per aiutare la Russia nel luglio 1998 e più di 41 miliardi per aiutare il Brasile nell’autunno, i risultati furono scadenti, nonostante che l’azione risoluta della FED abbia permesso di contenere gli effetti della crisi per quanto riguardava Wall Street.

Questi importi erano storicamente eccezionali. Eppure non furono sufficienti per impedire la crisi finanziaria in questi due paesi. D’altronde, l’azione del FMI in Indonesia contribuì ad aggravare le cose, portando il paese sull’orlo della guerra civile.

Nessun osservatore poteva perciò, nella primavera del 1999, sfuggire alla più importante lezione della crisi: anche mobilitando i mezzi del potente Tesoro americano, nelle mani di Lawrence Summers dal 1999 al 2001, la logica della crisi sfuggiva a tutte le pretese di controllo del sistema creato. La creatura aveva divorato il suo creatore.

Si poteva trarre anche un’altra lezione da questi avvenimenti. Due paesi riuscirono ad attraversare la tormenta senza perdersi, la Malesia e il Cile. Entrambi devono questa riuscita a misure di controllo sui capitali. Oltre all’incapacità nel bloccare la crisi una volta avviata, sia il governo americano sia le istituzioni finanziarie internazionali sotto il suo controllo (il FMI e la Banca mondiale), si sono soprattutto rivelati incapaci di prevedere e di reagire in maniera efficace alla crisi del sistema mondiale da loro creato.

La storia di questa crisi evidenzia una paralisi decisionale dovuta in parte ad un accecamento dottrinale (essendo questo sistema il migliore possibile, non può essere seriamente in crisi!) e in parte al comportamento degli attori in seno allo stesso sistema americano, che hanno fatto passare in primo piano i loro interessi rispetto a quelli dell’impero.

L’incapacità nella gestione della crisi non ha sollevato soltanto il problema dei mezzi impiegati e della pertinenza delle istituzioni e dei relativi dirigenti nel processo. Quest’incapacità ha anche posto il problema delle finalità. Se gli Stati Uniti sono stati capaci di investire a fondo perduto più di 60 miliardi di dollari per tentare di contenere una crisi finanziaria, e questo senza riuscirci, non sarebbe stato più giudizioso investire la stessa somma in attività di sviluppo e in investimenti nelle infrastrutture pubbliche e sociali? La contestazione del1’ideologia liberale che si sviluppa dopo il 1999 è il prodotto diretto e immediato dell’incapacità degli Stati Uniti nel gestire la crisi.

La crisi di credibilità che colpisce con forza la politica americana è duplice. Se la credibilità degli Stati Uniti a svolgere il loro ruolo sull’organizzazione dell’economia mondiale viene messa in discussione per la loro incapacità a bloccare l’estensione della crisi finanziaria, il confronto, inevitabile, tra l’ampiezza dei mezzi impegnati e la debolezza dei risultati ottenuti, suscita un interrogativo ancor più sconvolgente, relativo in questo caso alla fondatezza dei principi stessi di questa politica.

E la crisi finanziaria del 1997-1999 rappresentò soltanto l’inizio di una serie di insuccessi finanziari, che contribuirono, uno dopo l’altro ad offuscare l’immagine del “modello americano” e della sua brama di potere.

La crisi del NASDAQ e l’esplosione della “bolla Internet” nel 2000 servirà a demolire il mito della “nuova economia”. Gli scandali Enron et Worldcom espressero rapidamente i limiti del “modello di governance” predicato dagli Stati Uniti.

Di fatto, la situazione economica degli Stati Uniti si era già degradata a partire dalla fine degli anni 1990, anche se un incredibile indebitamento delle famiglie aveva permesso di mascherare per un certo tempo il deterioramento degli indicatori più importanti. La caduta del tasso di risparmio (1,2% du PIB nel 2004 per le famiglie e 13,7 % per l’intera società) ma anche l’esplosione del deficit commerciale, passato da 136 miliardi di dollari nel 1997 a 725 miliardi nel 2005, rappresentano il segno di questo deterioramento.

Questa crisi provocò anche l’apertura di un dibattito pubblico sulla fondatezza della liberalizzazione finanziaria voluta dagli Stati Uniti. E l’egemonia intellettuale e ideologica, di cui si è parlato in precedenza proprio per indicare quanto fosse importante per una potenza poter combinare l’hard e il soft power, é brutalmente crollata. Va riconosciuto il ruolo positivo di Joseph Stiglitz, a quei tempi economista capo della Banca mondiale, per una presa di coscienza all’interno stesso del sistema di dominio americano, costretto per questo a dimettersi dal Segretario del Tesoro USA, Lawrence Summers.

Il caso della Malesia, paese le cui autorità monetarie non avevano nascosto le loro critiche rispetto alla visione americana del sistema finanziario all’inizio della crisi asiatica, è assai sintomatico. La decisione delle autorità di Kuala Lumpur di reintrodurre il controllo dei cambi è stato a lungo discusso e aveva suscitato, allora, critiche virulente da parte delle autorità américane e del FMI. Tuttavia, questa decisione, che è risultata giustificata e ha permesso alla Malesia di attraversare con costi bassissimi la crisi finanziaria, ha avviato un dibattito importante sulla fondatezza stessa della liberalizzazione finanziaria, in particolare per i flussi di capitali a breve termine. Dibattito che non siè più arrestato.

Esso è al centro di una possibile riconfigurazione dei rapporti di forza in seno all’economia mondiale. Infatti, il dibattito sul controllo dei cambi, e più specificatamente sul controllo dei capitali a breve e a brevissimo termine, evidenzia immediatamente 1’esistenza di un conflitto tra la politica degli Stati Uniti e la sovranità degli altri Stati.

Qualsiasi politica che finisca con il tenere a freno i comportamenti speculativi e che pesi sul rapporto tra i profitti della finanza e quelli della produzione, crea nell’ambito di un sistema economico nazionale un rapporto di forze che favorisce i produttori a danno degli strati sociali legati ai servizi finanziari mondializzati. In parole povere, l’imprenditore, radicato in un tessuto economico locale, può, se la sua strategia di sviluppo è indovinata, ottenere redditi come l’impiegato di una istituzione finanziaria impegnata in operazioni speculative sui mercati finanziari mondiali. Rovesciando i termini dell’evoluzione che gli Stati Uniti hanno cercato di imporre all’economia mondiale, una politica che colpisca deliberatamente la finanza speculativa reintroduce un principio di solidarietà tra gli agenti economici impegnati all’interno di una economia nazionale, a danno della solidarietà transnazionale degli speculatori. Questo cambiamento permette perciò di affermare la legittimità di una strategia nazionale di sviluppo economico e sociale che si orienta su progetti, tra i quali alcuni possono rappresentare delle alternative a quelli sviluppati dagli Stati Uniti.

In modo molto diretto, il dibattito sulla regolamentazione della circolazione dei capitali a breve, attacca il cuore del dispositivo della “globalizzazione” in quanto progetto politico globale sostenuto dagli Stati Uniti.

 

La globalizzazione di fronte alle conseguenze dell’imperizia americana nel 1997-1999

La crisi del 1997-1999 non ha soltanto corroso la credibilità americana. Ha anche generato un capovolgimento delle strategie economiche dei nuovi paesi industrializzati dell’Asia, le cui conseguenze continuano ancora. Prendendo atto dell’incapacità degli Stati Uniti a controllare lo spazio finanziario mondiale, questi paesi hanno cercato di ridurre drasticamente il loro debito per ridurre il più possibile la loro esposizione al rischio finanziario internazionale. Per far questo, hanno compresso il consumo interno e messo in atto politiche commerciali estremamente aggressive. Si può parlare di una “svolta predatrice” nel commercio internazionale a far data dal 1999/2000.

L’aggettivo predatrice rinvia ad una constatazione e non ad un giudizio di valore. Il commercio internazionale può svilupparsi in situazioni di scambio liberalizzato soltanto se i partecipanti fanno in maniera coordinata delle politiche ragionevolmente espansive dei loro consumi interni. Se un partecipante limita deliberatamente il suo consumo, può svilupparsi soltanto accrescendo la sua quota sui mercati degli altri paesi. Se più partecipanti fanno lo stesso ragionamento, gli effetti cumulativi delle loro politiche si traducono in una deflazione e in una distruzione di posti di lavoro nei paesi che non li imitano.

La decisione delle potenze asiatiche ma anche dei paesi latinoamericani di sganciarsi da una dipendenza finanziaria internazionale si capisce perfettamente a fronte della crisi del 1997-1999. Tuttavia, simili politiche sono insostenibili a medio termine se si generalizzanoin un quadro di libero- scambio. Se tutti vogliono crescere, anche soltanto temporaneamente, a danno dei propri vicini,gli effetti di queste politiche si annullano o si manifestano sotto la forma di un depredamento brutale degli uni sugli altri.

Si misura in questo un effetto delle contraddizioni della politica americana. Facendo uso di tutti i suoi mezzi, politici, economici, ideologici ma anche militari, Washington ha progressivamente imposto il principio della “porta aperta” in maniera generalizzata. La liberalizzazione finanziaria internazionale è venuta a coronare il movimento. Ma ha posto però agli Stati Uniti il seguente dilemma: o si affermavano come la potenza regolatrice del sistema che avevano imposto, e allora dovevano rinunziare a qualsiasi strumentalizzazione della loro politica monetaria per obiettivi di politica economica interna, o preferivano continuare ad utilizzare la loro politica monetaria come strumento di politica economica, e in qusto caso non potevano pretendere di costituire l’istanza di regolazione del sistema. Il dilemma si riassume così: o gli Stati Uniti danno la priorità alla guida del sistema mondiale da loro voluto e la loro politica monetaria diventa la variabile d’aggiustamento, o essi vogliono conservare l’autonomia della loro politica monetaria e sarà il sistema mondiale a diventare la variabile d’aggiustamento. La contraddizione finisce con il concentrarsi sugli Stati Uniti, dal momento che nessuna soluzione di ricambio può emergere spontaneamente, e questo per diverse ragioni.

Teoricamente si potrebbe sperare che ciascun partecipante al sistema mondiale si renda conto dell’inanità di una reazione predatrice se questa si generalizza. Il problema è che, se un paese sceglie di essere virtuoso mentre il suo vicino non lo è, è sicuro di soffrirne. Tanto vale allora precederlo. Potrà succedere di essere seguito, a ruota, nella politica predatrice, ma in questo caso, si troverà almeno in una situazione meno svantaggiosa che se si fosse fatto anticipare. Nel caso in cui non venisse seguito, allora questa politica risulterà del tutto profittevole.

Il dramma deriva dal fatto che una politica globalmente insostenibile può apparire, a livello di ciascun paese, come una soluzione possibile. Il ruolo dell’OMC era in teoria in grado di prevenire simili situazioni con regole internazionali. Ma, in mancanza di una legittimità politica incontestabile di questa istituzione (cosa che esigerebbe l’esistenza di uno spazio politico mondiale dove le rappresentanze politiche fossero unificate), le regole che l’OMC può promulgare, aldilà della loro pertinenza spesso assai discutibile, sono percepite dalle popolazioni come illegittime. L’economia politica della regolazione a livello mondiale, si scontra qui con una insanabile contraddizione.

E’possibile che elementi del commercio e dell’economia mondiale, come la libertà degli scambi o l’accesso all’energia, possano apparire astrattamente come “beni pubblici mondiali”. Ma, per esistere nel mondo concreto degli interessi e delle rappresentanze collettive contestualmente collocate, questi “beni pubblici mondiali” sono condannati alla strumentalizzazione da parte delle istituzioni che le privatizzazno e le utilizzano a favore di un interesse particolare. In queste condizioni, ciò che prevale non è più la natura astratta e teorica del bene ma il suo significato storico e contestuale. Sono le stesse istituzioni della gestione potenziale di questi “beni pubblici”, in ragione della confusione che esse inducono tra ciò che deriva dal politico e dal tecnico e quanto invece deriva dal dominio americano al loro interno, che ne modificano la natura specifica rendendo l’avvio di una regolazione mondiale illegittima.

Se la soluzione non può essere trovata nell’organizzazione del commercio, si potrebbe immaginare di trovarla nell’organizzazione monetaria mondiale. Ma qui i vincoli sono altrettanto importanti. Gli Stati Uniti hanno rifiutato e continueranno a rifiutare a lungo qualsiasi riforma del FMI che potrebbe farne un’istanza regolatrice legittima, collegandolo, ad esempio, al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ciò mette in luce il paradosso di un Dominique Strauss-Kahn che faceva propaganda nell’estate 2007 per diventare direttore del FMI in nome di una riforma di questa istituzione, ma che doveva elemosinare il sostegno degli Stati Uniti per essere giudicato adatto per quel posto.

D’altronde, il FMI non può intervenire che per la concessione del Tesoro americano. Un sistema con diverse divise chiave (dollaro, yen, euro) potrebbe in teoria permettere di indebolire gli elementi vincolanti del sistema attuale. Una tesi cara a Michel Aglietta.

Una simile soluzione implica tuttavia che i paesi della zona euro abbiano una visione strategica comune e che siano pronti a difenderla nello spazio internazionale. Chi conosce il funzionamento reale delle istanze europee e della zona euro sa bene che non è il caso. La soluzione è perciò teoricamente elegante ma sprovvista di basi materiali.

Allo stesso modo, c’è da meravigliarsi che, sempre Aglietta, abbia fatto degli appelli affinché la Cina si orienti verso una politica di sviluppo meno dipendente dal suo assalto ai mercati esteri, e più determinata dall’espansione del suo mercato interno. Perché mai i dirigenti cinesi dovrebbero cambiare politica quando questa risulta così profittevole ed essi non incontrano alcuna ritorsione? L’ipotesi dell’altruismo non trova posto in un’analisi realistica dell’economia politica delle relazioni internazionali.

Di fatto, sono le contestazioni al FMI che potrebbero in breve essere portatrici di un sistema più efficace. La decisione congiunta della Bolivia, del Nicaragua e del Venezuela del 30 aprile 2007 di costituire una Banca di sviluppo dell’America latina (Banco del Sur) potrebbe costituire l’avvio di una svolta importante. Essa ha attirato l’attenzione di altri paesi, come l’Argentina, l’Equador ma anche il Brasile, la cui politica economica è tuttavia assai più liberale di quella degli ideatori del progetto.

Il Giappone era stato in realtà il precursore di questa idea quando, davanti all’imperizia americana rispetto alla crisi asiatica e al pericolo delle ricette del FMI, aveva proposto la creazione di un Fondo monetario asiatico. Il governo americano aveva in quella occasione fatto valere tutto il suo peso politico per soffocare l’idea. Oggi, si vede che si trattava di un’idea ad un tempo innovatrice ed idonea.

La contestazione dell’egemonia di Washington in America latina potrebbe sicuramente far si che veda la luce un’istituzione finanziaria regionale. Nella stessa direzione va letta con attenzione l’analisi fatta dal ministro delle Finanze russo, Alexei Kudrin, all’atto dell’elezione di Dominique Strauss-Kahn alla presidenza del FMI.

Pur non avendo sostenuto questa candidatura, Kudrin non formula critiche particolari contro Strauss-Kahn, ma presenta un’analisi che va oltre i problemi personali. L’efficacia delle istituzioni finanziarie internazionali si fonda - scrive Kudrin - sulla fiducia. Ora, questa dipende oggi non dalla competenza tecnica del direttore e dei suoi collaboratori ma dalle condizioni di funzionamento dell’istituzione, che danno la garanzia che non possa essere catturata e strumentalizzata da un paese, vedi gli Stati Uniti. “Non è difficile capire che, se una di queste strutture [Kudrin si riferisce sia al FMI che alla Banca mondiale] è percepita da una parte significativa del mondo come adatta a garantire il dominio di un paese o di un gruppo di paesi, essa perderà la sua legittimità. Cesserà così di essere uno strumento efficace”.

Su questo, Alexei Kudrin ha ragioni da vendere, e bisogna dargliene atto. Non fa che esprimere ciò che abbiamo appena spiegato relativamente alla contraddizione, attualmente insanabile, della regolazione internazionale. Un interesse comune non può essere messo in opera da un’istituzione o da un’organizzazione che può essere sospettata di agire soltanto per un interesse particolare.

Soltanto un cambiamento radicale dello statuto del FMI, che assicuri la fine del dominio degli Stati Uniti su questa organizzazione, potrebbe restituirle vita ed utilità. Può darsi che sia la sincera intenzione di Dominique Strauss-Kahn di andare in questa direzione, ma le condizioni che hanno determinato il suo arrivo alla testa del FMI rendono poco probabili e poco credibili le sue chance di successo. Da questo punto di vista, la nuova Bretton Woods di cui l’economia mondiale ha bisogno potrebbe senza dubbio assumere la forma di una frammentazione del sistema attuale, seguito dall’emergenza di sistemi regionali.

 

 

Conclusioni

 

Potremo approfittarne?

Abbiamo visto perché questo XXI secolo “americano”, il cui avvento sembrava del tutto evidente agli inizi degli anni ‘90, sia abortito tra il 1998 e il 2007. E questo fatto ha modificato radicalmente la situazione, cambiando i rapporti tra le forze in campo. Il ritorno della Russia, iniziato in realtà con la reazione di questo paese alla crisi finanziaria del 1998 e assolutamente chiaro dal 2004, è diventato un fatto di cui dover tener conto e sul quale nuove strategie, a livello mondiale, possono contare.

L’indebolimento della potenza americana non è stato soltanto il risultato dei suoi errori politico- militari. E’ la sua credibilità che è venuta meno. E così i suoi valori (non esiste un impero senza un’ideologia imperiale!), sono ora contestati in modo diretto. La ricomparsa di un’opposizione radicale al modello americano in America latina esprime e conferma una tendenza di cui si possono rintracciare molteplici segni nel contesto internazionale.

A questo punto, occorre sottolineare l’importanza di una chiara comprensione della situazione per non avviarsi verso inutili fantasie. E’ dunque necessario capire che gli avvenimenti hanno trasformato il nostro universo e devono orientarci nel ripensare l’insieme dell’azione politica, in Italia, in Europa e nel resto del mondo. Come con l’implosione dell’URSS, nel 1992, il più gran pericolo che ci minaccia viene dalla tentazione, per abitudine o per interesse, di voler negare il cambiamento, di voler pensare questo XXI secolo ormai ben avviato nei termini descritti da Fukujama. Tuttavia, qualche elemento in più per orientarci ce l’abbiamo.

Sembrava, nel 1992, che l’iperpotenza americana potesse estendere la sua impresa imperiale con la combinazione, che teoricamente poteva apparire ottimale, della violenza militare e della forza economica e culturale, ovverosia dell’hard power e del soft power. Oggi, l’iperpotenza si trova intrappolata in Iraq ma anche in Afghanistan. Di fatto si è ridotta all’uso del solo hard power, in una situazione che vede la sua potenza economica e la sua egemonia culturale sempre più contestate.

Ma, il suo intrappolamento produce un fenomeno nuovo. Apre uno spazio ad una riconfigurazione delle relazioni internazionali e fornisce la possibilità, a nuovi paesi, di diventare attori a parte intera (Cina, India, ecc.). La relazione tra potenza economica e potenza politica, in un momento storico in cui tutto cambia, torna ad essere un problema di fondo. L’economia diventa strumento di progetti politici e strategici, e i mercati mondiali spazi di confronto-scontro e non di armonizzazione.

Questo intrappolamento americano ha anche conseguenze spiacevoli e drammatiche nel quadro delle rappresentazioni. Per aver strumentalizzato, per diversi decenni, dei valori universali, sinteticamente i “diritti dell’uomo”, l’iperpotenza americana sta per trascinarseli nel suo declino. Non c’è niente di più distruttivo per concetti come democrazia, libertà o diritti dell’individuo di volerli imporre con le bombe a frammentazione e con il napalm. Non si può certo convincere una popolazione del principio di uguaglianza tra uomini e donne con la tortura, gli arresti arbitrari e le esecuzioni sommarie.

Possiamo dispiacercene, ma una parte del discorso a vocazione universalista, dovuto al pensiero nato dall’Illuminismo è oggi in crisi. Il suo rigetto in regioni sempre più numerose del globo non costituisce un semplice fenomeno di reazione culturale o di resistenza delle dittature. Questo discorso è oggi, per buona parte, screditato e invalidato. Certamente lo si deve alla sua strumentalizzazione per fini politicisti e imperiali. Ma lo si deve anche, e bisogna avere il coraggio di rendersene conto, ai limiti intrinseci di questo discorso, che sono emersi proprio nel processo di strumentalizzazione.

Sarà sempre più difficile difendere i diritti dell’uomo sotto la forma assegnata loro in questi ultimi trent’anni. Noi dovremo sia denunciarne la strumentalizzazione, sia, se ci teniamo realmente a difendere dei principi universalistici, ripensarne i fondamenti. Diciamocelo, è il secondo termine di questa alternativa che compete a chi è riuscito a resistere alle generalmente condivise (e non per questo meno assurde) posizioni dell’imperialismo americano.

I prossimi decenni, lungi dall’essere quelli di un ordine imperiale unipolare, o di una coabitazione apparentemente multipolare ma felicemente organizzata e ordinata da un pallido dominante intorno ai suoi valori, saranno senza dubbio quelli del disordine e della moltiplicazione dei conflitti. Ma saranno anche quelli del recupero della nozione di nazione, e con essa quella di sovranità nazionale, come elemento fondamentale dell’azione collettiva e democratica.

In una simile situazione, il rapporto tra hard power e soft power penderà in maniera significativa in favore del primo e a scapito del secondo. La capacità a realizzare consensi internazionali ne sarà continuamente coinvolta, e la logica delle alleanze tra nazioni sovrane potrebbe ritrovare tutta la sua importanza. Le conseguenze sia su progetti transnazionali, come la costruzione europea o le istanze di regolamentazione internazionale come l’OMC, sia sui progetti nazionali potrebbero essere considerevoli.

Sapremo approfittarne?

Riassumendo per punti:

1) E’ importante muoversi in un’ottica policentrica

2) E’ importante il recupero del concetto di sovranità nazionale

3) E’ necessario riaffermare i diritti delle nazioni a fronte della strumentalizzazione dei diritti umani. Condizione necessaria ma non sufficiente

In particolare, sarà necessario battersi in un quadro geopolitico di conflittualità controllate e non nel fantasioso e mefitico quadro “scontro di civiltà”. Sarà allo stesso modo necessario battersi per una collocazione dell’Iran in un corretto spazio politico-diplomatico senza alcun cedimento verso il sionismo. E questo, sia ben chiaro, senza mai essere tifosi di nessuno! All’interno, cresce la possibilità di concepire una politica per il proprio Stato e dunque di esplicitare nel concreto l’inconsistenza (e l’insussistenza) di una dialettica “destra-sinistra” e di accennare ad una prospettiva politica che possa interessare le nuove generazioni (non mi piace proprio la categoria “i giovani”!), uscendo fuori da pastoie con elementi residuali di un settarismo storico e affrontando con coraggio un dibattito sulla democrazia, troppo spesso liquidata, con la complicità dell’aggettivo “borghese”, per favorire fughe in avanti, senza mai tener conto della situazione specifica, verso il sole dell’avvenire!

Per quanto mi riguarda, il mio orizzonte strategico resta il comunismo, inteso come abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Se è risultata falsificata la positivistica prospettiva marxiana della nascita del general intellect (con la relativa teoria del crollo, a mio parere non marxiana, ma posso sbagliarmi!), non è per questo tramontata l’ipotesi del superamento del capitalismo e dell’imperialismo. Mica si può volere tutto e subito!

A parte l’ironia sullo slogan sessantottino, è assolutamente necessario dare un aspetto meno vago alla categoria “i dominati”. Anche se mi colloco fra questi, so bene che non farò parte della bellissima avventura del proprio riscatto sociale, ma penso che bisognerebbe conoscerne un po’ di più sul piano quantitativo e anche, perché no, sul piano psicologico. Ad oggi, in tutta onestà, parlo come un individuo, con un passato e una cultura di un certo tipo, diciamo entrambi anticapitalistici, che ha sempre nella testa l’affermazione di Mao: “chi non fa inchieste, non ha diritto di parola!”. Scusatemi perciò, miei cari lettori, per aver fatto uso della prima persona plurale, nei due paragrafi finali. Spero che questa mia conclusione non irriti più di tanto i miei “amici internettiani”. Sapete da tempo cosa io pensi di questa “comunità in rete”! Scarsa (se non nulla) possibilità di programmare alcunché, scarsa (se non nulla) possibilità di conoscere i programmi di ricerca degli internauti, più propensi a dimostrare di saperne una di più sulle malefatte statunitensi (e su tutto il resto), che a fasare la valanga di informazioni almeno in un quadro organico di conoscenze, un mare di e-mail con titoli spesso ad effetto, su i più svariati argomenti. Ma lo sanno di costituire nella realtà un’infima minoranza, destinata, forse anche se si organizza, a non contare nulla su qualsiasi piano abbiano scelto di misurarsi? Figuriamoci se non si fa nulla per inter-agire con gli altri. Non ho mai avuto molta simpatia per i movimenti, sia reali che virtuali! Io ho bisogno di guardare la gente negli occhi quando si confrontano delle idee, delle tesi. E ho bisogno anche di una pratica (anche quella teorica) fatta di ipotesi, di verifiche, e anche di momenti di vita organizzata, associata. Altrimenti, tanto vale affrontare il mondo, senza rete.

 

 

Appendice

 

Quello che segue è il testo dall’articolo, a firma Mark Ames, apparso su The Nation, il 10/11/2008, dal titolo “Summers Conundrum”, in sostanza, una biografia di Summers, tra- dotto da Taxclala. Sbalorditivo. Non datemi però dell’antisemita per il suggerimento!

Larry Summers, una scelta suicida

Sappiamo tutti, in un angolo della nostra mente, che l’incredibile vittoria di Barack Obama sarà inevitabilmente seguita dalla delusione. Ma deve arrivare così presto, e in modo così doloroso? La risposta sarà sì, se Lawrence Summers verrà nominato segretario del tesoro nel gabinetto del nuovo presidente, come ritengono alcuni osservatori.

Summers è stato uno dei principali architetti della nostra crisi finanziaria: metterlo a ri- solvere i problemi economici è tanto sensato quanto incaricare Paul Wolfowitz di sovrinten- dere al ritiro dall’Iraq. E se si osserva la scia di disastri economici che Summers si è lasciato alle spalle in altri paesi colpiti dalla crisi che si sono fidati delle sue consulenze in passato, più che di “delusione” dovremmo parlare di “terrore”.

È opinione diffusa che Summers sia la scelta “centrista”: Fareed Zakaria (“Penso che Summers sia un uomo straordinariamente brillante”) e David Gergen (“Larry Summers farebbe un la- voro superbo”), due titani del centrismo, domenica al programma di Stephanopoulos sono entrambi intervenuti a favore di Summers. E tuttavia finora le discussioni su Summers si sono limitate a soli due momenti vergognosi della sua carriera: la nota interna della Banca Mondiale del 1991 in cui definiva l’Africa “sotto-inquinata” e le sue più recenti dichiarazio- ni, quando era presidente ad Harvard, sull’inferiorità genetica delle donne nella matematica e nelle scienze. Di per sé questi due incidenti potrebbero essere accantonati come provoca- zioni di un eccentrico, come affermano molti suoi sostenitori; ma a giudicare dai trascorsi di Summers, che lo hanno visto presiedere alla distruzione di intere economie e insabbiare rapporti clientelari e casi di corruzione, la sua nota sull’Africa e le sue dichiarazioni sessiste non sono eccezioni ma fanno invece parte di uno schema inquietante.

Fin dall’inizio Summers si è trovato dalla parte sbagliata dei sostenitori di Obama. Nel 1982, quando ancora era laureando ad Harvard, Summers fu portato a Washington dal suo relatore Martin Feldstein, economista della politica dell’offerta, per entrare nel Council of Economic Advisers di Reagan. Quei primi anni dell’amministrazione Reagan furono fonda- mentali nella guerra della destra contro i residui del New Deal nella regolamentazione del sistema bancario e dei mercati finanziari: quella guerra fu vinta dalla squadra di Reagan, e oggi ne stiamo tutti facendo le spese. Anche se Summers finì poi per identificarsi con il Partito Democratico – benché con l’ala destra del partito – come scrisse Peter T. Kilborn del New York Times nel 1988:

Ha lavorato per 10 mesi come top analyst nel Council of Economic Advisers del Presidente Reagan quando lo dirigeva il suo mentore, Martin S. Feldstein, e i suoi colleghi non ricorda- no di avergli sentito esprimere alcuna eresia anti-Reagan all’epoca...

“Una delle ironie di questo mestiere è che le idee economiche di Summers sono molto vicine a quelle di Feldstein”, ha detto William A. Niskanen, che faceva parte del consiglio diretto da Feldstein.

Ironico, se ci si aspetta che Summers sia un liberale democratico, ma normale se si consi- derano i veri trascorsi di Summers. Una quindicina d’anni dopo il lavoro nella war room della politica economica reaganiana, Summers riappare come uno dei cattivi che mandarono all’aria i tentativi di regolamentazione di Brooksley Born, la presidente della Commodity Futures Trading Commission che stava cercando di richiamare l’attenzione sui pericoli dei derivati non regolati, come i credit default swap, che oggi sono considerati la chiave dell’at- tuale crisi economica.

Ma torniamo al curriculum di Summers. Dopo aver lavorato nella squadra di economisti reaganiani fece ritorno ad Harvard come uno dei professori più giovani di quell’università. Nel 1988 divenne il principale consigliere economico di Michael Dukakis, ma quando la cam- pagna Dukakis non si rivelò utile alla sua ascesa si volse al più grande rivale dell’America, l’ex Unione Sovietica, per cimentarsi nei suoi esperimenti economici. Nel 1990 la Lituania, riottosa repubblica sovietica con aspirazioni indipendentiste, assunse Summers perché for- nisse le sue consulenze sulla trasformazione economica del paese. La povera Lituania non sapeva in cosa si era cacciata. Per Summers fu la prima occasione per intervenire su un paese in crisi economica e mettere in pratica le sue teorie da bambino prodigio. I risultati furono, letteralmente, un suicidio: nel 1990, quando arrivò Summers, il tasso di suicidi della Lituania era 26,1 per 100.000 abitanti, in calo. Solo cinque anni dopo che Summers aveva messo le mani sull’economia del paese la vita era diventata così insopportabile sotto la transizione economica che il tasso di suicidi giunse quasi a raddoppiare, salendo a 45,6 per 100.000: peggio di qualsiasi altra ex repubblica sovietica in transizione. Di fatto, si trattò del più alto tasso di suicidi al mondo, e suggerì una transizione economica particolarmente dura e brutale rispetto agli altri paesi, dove peraltro la sofferenza e il dolore erano comuni. Le cose peggiorarono così tanto che nel 1992, dopo solo due anni di politica economica sum- mersiana, i traumatizzati lituani fecero tornare al potere il partito comunista, prima nazione dell’Europa Orientale a fare una cosa del genere nonostante solo un anno prima dei lituani fossero morti proprio combattendo il comunismo.

Fresco del suo successo in Lituania, Summers si spostò alla Banca Mondiale, dove fu nomi- nato capo economista nel 1991, l’anno del famoso promemoria “dai, inquiniamo l’Africa”. Fu anche l’anno in cui Summers e il suo protetto di Harvard Andrei Schleifer (che aveva lavorato con lui alla trasformazione economica della Lituania), avviarono il catastrofico “salvataggio” dell’economia disastrata della Russia. È, questa, una complicata storia di cor- ruzione, clientelismo e distruzione economica. Ma alla fine degli anni Novanta il PIL della Russia era crollato di più del 60%, la sua popolazione pativa il peggiore rapporto morti/ nascite di qualsiasi altro paese industrializzato nel ventesimo secolo, e i mercati finanziari che Summers e Schleifer avevano contribuito a creare crollarono in quello che fu allora il più grande default del debito mai visto. Il risultato fu l’ascesa di Vladimir Putin e un’av- versione nazionale nei confronti dei liberi mercati e tutto ciò che sia associato al liberismo occidentale.

Ma non è tutto. Summers, attraverso Schleifer, si macchiò anche di corruzione, come risultò da una causa del Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti contro Schleifer e altri. Mentre negli anni Novanta Schleifer veniva pagato dai contribuenti statunitensi per consigliare i rus- si sui mercati dei capitali, sua moglie, Nancy Zimmerman, comprava e vendeva equity per un fondo speculativo di Boston da lei diretto: usavano perfino gli uffici di Schleifer, pagati dai contribuenti americani, per condurre le operazioni speculative di Zimmerman a Mosca. Quanto erano vicini, Larry Summers e Andrei Schleifer? Secondo l’ex corrispondente eco- nomico del Boston Globe David Warsh, Summers “era tra i migliori amici” di Schleifer e viceversa; Summers era stato professore di Schleifer e “lo aveva mandato al MIT per il dottorato, lo aveva portato con sé in una missione di consulenza in Lituania nel 1990, e nel 1991 promosse il suo ritorno come professore ordinario a Harvard, dove fu considerato, dopo Martin Feldstein e Summers stesso, il leader della nuova generazione”.

Nel 2000 il Dipartimento della Giustizia chiese 102 milioni di dollari di danni a Schleifer, uno degli associati a Harvard di Schleifer e all’Università di Harvard in una causa sul con- flitto di interessi emerso dal ruolo di Schleifer come principale consulente statunitense per le riforme economiche della Russia: si metteva in discussione il modo in cui Schleifer e sua moglie avevano tratto vantaggio dalla sua posizione. La squadra di Schleifer a Mosca era finanziata da USAID (United States Agency for International Development) in base a un contratto diretto e senza appalto, e godette del sostegno di Summers quando questi passò al Dipartimento del Tesoro nel 1993. Dunque Schleifer trasse vantaggio due volte dal rapporto con Summers: la prima, procurandosi un buon contratto come uomo del governo degli Stati Uniti a Mosca negli anni Novanta, quando Summers ricopriva una posizione di potere nel governo degli Stati Uniti, situazione da cui trasse benefici il fondo speculativo di sua moglie (quest’anno Portfolio ha scritto che i fondi speculativi degli Schleifers potrebbero averli resi miliardari); la seconda, quando Schleifer ritornò ad Harvard per affrontare la causa, e Summers – ora presidente di Harvard – presiedette a un controverso accomodamento che tirò fuori dai guai il suo protetto. Grazie alle pressioni di Summers Schleifer conservò la poltrona ad Harvard, dove insegna ancora oggi.

L’altro beniamino di Summers in Russia era Anatolij Čubais, che è costantemente in vetta alla classifica degli uomini più odiati in Russia. Čubais fu l’esecutore del programma di privatizzazione del governo russo, in cui compagnie dello stato del valore di decine di mi- liardi di dollari furono svendute a soggetti interni per una frazione del loro valore in aste palesemente truccate. Summers definiva Čubais un “semidio” e chiamava lui e la sua banda di liberisti “il dream team”. Nel settembre del 1998, dopo che i mercati dei capitali della Russia crollarono, e con loro miliardi di prestiti finanziati con i soldi dei contribuenti ameri- cani, Čubais si vantò con un giornale russo: “Li abbiamo truffati”. Si riferiva alle istituzioni occidentali e americane che finanziavano le sue riforme.

Alla luce di tutta la corruzione, il clientelismo e la devastazione che hanno caratterizzato la sua carriera, le dichiarazioni di Summers sull’Africa “sottoinquinata” e l’inferiorità in- tellettuale delle donne non sembrano più eccentriche provocazioni ma parte integrante del pacchetto Summers. E ora si dice che il Presidente Obama potrebbe consegnargli le chiavi del tesoro nazionale, il che significa che sarebbe responsabile di un salvataggio da mille miliardi di dollari dell’industria finanziaria, un processo già viziato da conflitti di interessi, clientelismo e corruzione, come ben spiegato da Naomi Klein.

Il salvataggio, così come è stato concepito, minaccia di devastare l’economia americana come furono devastate quella russa e quella lituana. L’idea che questo possa essere il posto e il momento giusto per affidare a Larry Summers il futuro della nostra economia è così spa- ventosa che fa sembrare quasi pittoresca la candidatura di Sarah Palin alla vicepresidenza. Non ci resta che sperare che le voci si sbaglino.

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