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Gaza, il diritto sotto assedio e la macchina della delegittimazione

di Giuseppe Gagliano

gaza 3.pngQuando il bersaglio non è una persona ma la verità dei fatti

L’articolo di Francesca Albanese non va letto come una semplice autodifesa. È piuttosto la ricostruzione di un meccanismo politico e mediatico che oggi colpisce chiunque tenti di nominare, con gli strumenti del diritto internazionale, ciò che accade in Palestina. Il punto di partenza è netto: le campagne contro la relatrice speciale delle Nazioni Unite non nascono da un confronto serio sui fatti, ma dalla volontà di alterarne il senso, di amplificarli o ridurli a seconda delle convenienze, di deformare dichiarazioni pubbliche fino a farne materia di delegittimazione personale. In questo senso il bersaglio non è solo Albanese. Il bersaglio è il diritto stesso di descrivere la realtà senza passare per il filtro degli interessi strategici occidentali.

Nel testo, Albanese osserva che da tempo, dentro il dibattito alle Nazioni Unite e ancor più nella sua eco mediatica, si è consolidata una narrazione diffamatoria: quella secondo cui le sue parole avrebbero giustificato le atrocità del 7 ottobre 2023, negato o minimizzato le violenze sessuali, attenuato il dramma degli ostaggi o, addirittura, espresso una forma di ostilità pregiudiziale contro Israele. La sua replica è dura perché è documentata. Ricorda di avere condannato senza esitazione i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità compiuti contro i civili israeliani, di aver parlato con chiarezza delle violenze sessuali commesse contro le vittime israeliane sulla base della documentazione raccolta dagli organismi dell’ONU, e di aver sempre collocato quei crimini dentro il quadro del diritto internazionale, non dentro una contabilità morale selettiva. Questa precisazione è essenziale: per Albanese la giustizia non è un riflesso emotivo, né un’arma da agitare contro il nemico di turno. È una qualificazione giuridica dei fatti, che implica responsabilità individuali, prove, procedure e rispetto del giusto processo.

 

Il 7 ottobre e la trappola della selezione morale

Proprio qui emerge uno dei nuclei più forti dell’articolo.

Albanese sostiene che la sua condanna del 7 ottobre sia stata volutamente rimossa o deformata da chi aveva bisogno di costruire un’accusa morale contro di lei. La ragione è chiara: se si ammette che la relatrice ha condannato i crimini di Hamas, allora cade la grande impalcatura propagandistica che la dipinge come una militante mascherata da giurista. Diventa allora necessario ricorrere a una seconda operazione: confondere la critica a Israele con l’ostilità verso gli ebrei, e fare dell’accusa di antisemitismo il grimaldello capace di chiudere ogni discussione sul merito.

È un passaggio di enorme importanza politica. Albanese non nega affatto l’esistenza dell’antisemitismo, né minimizza il suo peso nella storia europea e contemporanea. Al contrario, avverte che proprio l’uso improprio di quell’accusa rischia di svuotarla, di trasformarla in un’arma contingente e di alimentare una lettura deformata della violenza, che anziché prevenire nuovi cicli di odio finisce per aggravare il pericolo tanto per i palestinesi quanto per gli israeliani. È un’affermazione scomoda, perché tocca un tabù occidentale: il fatto che la memoria della Shoah, se strumentalizzata, può diventare non più un argine alla barbarie ma una copertura morale per sospendere il giudizio sui crimini del presente.

Nel testo si coglie inoltre una seconda accusa, meno appariscente ma ancora più grave: la selezione delle vittime. La sofferenza israeliana, giustamente nominata e condannata, viene riconosciuta come dolore pienamente umano; quella palestinese viene invece spesso subordinata, relativizzata, resa sospetta, collocata in una zona grigia dove il lutto non produce diritto ma soltanto pietà intermittente. Albanese rifiuta questo doppio standard e lo rifiuta non in nome dell’ideologia ma della grammatica elementare del diritto internazionale.

 

Un panopticon a cielo aperto

L’articolo fotografa poi la struttura dell’occupazione con un lessico che richiama apertamente la critica del potere contemporaneo. La Palestina occupata, e in forme estreme Gaza, viene descritta come uno spazio di sorveglianza permanente, di frammentazione del territorio, di restrizione della mobilità, di demolizione materiale e simbolica della vita collettiva. È qui che entra il riferimento al panopticon: non un’immagine ornamentale, ma la definizione di un regime in cui l’intera popolazione vive sotto osservazione, separata, sezionata, disciplinata, esposta a un controllo che non è soltanto militare ma amministrativo, economico, urbanistico, psicologico.

Check-point, incursioni, arresti, demolizioni di case, barriere, isolamento di Gaza, restrizioni al lavoro, alla sanità, all’istruzione, agli spostamenti: tutto questo, nella lettura di Albanese, non costituisce una somma di episodi ma un sistema coerente. Un sistema in cui il dominio non si limita a occupare lo spazio ma tende a ristrutturare il tempo della vita quotidiana. Il potere decide chi può passare, chi può restare, chi può ricostruire, chi può studiare, chi può curarsi, chi può semplicemente continuare a vivere in modo riconoscibile. La guerra, in questa cornice, non è solo la fase acuta della violenza. È l’estensione estrema di una logica di governo già sedimentata.

Non è casuale che Albanese richiami gli studi sull’infanzia palestinese e sulla progressiva sottrazione dell’infanzia stessa. Nel mondo dell’occupazione, il bambino palestinese non è più percepito come soggetto da proteggere, ma come corpo sospetto da schedare, contenere, disciplinare. È un passaggio decisivo, perché dice che la disumanizzazione non avviene soltanto con le bombe ma anche con il linguaggio, con le procedure, con le categorie amministrative. Un popolo privato del futuro è prima di tutto un popolo a cui viene sottratta l’immagine stessa dei propri figli come esseri innocenti.

 

Dalla guerra all’economia del genocidio

Uno degli aspetti più notevoli del testo è il legame che Albanese stabilisce tra occupazione, colonizzazione e struttura economica della devastazione. La sua argomentazione non si ferma infatti al piano militare o umanitario. Va oltre e mostra come l’occupazione abbia prodotto nel tempo una vera economia della dipendenza, che oggi, nella distruzione di Gaza, si è ulteriormente trasformata in una economia del collasso programmato. Distruggere abitazioni, reti idriche, elettricità, ospedali, scuole, attività produttive, vie di rifornimento e strutture civili non significa solo infliggere sofferenza. Significa impedire la riproduzione materiale della società.

In questo senso il discorso di Albanese è profondamente geoeconomico. Un territorio devastato e frammentato è un territorio che non può sviluppare autonomia. Dipende da corridoi umanitari, autorizzazioni, deroghe, aiuti internazionali, aperture intermittenti. E chi controlla quegli accessi controlla anche la sopravvivenza. La questione, allora, non riguarda unicamente il numero dei morti o il volume delle distruzioni, pur immensi. Riguarda la trasformazione di un’intera collettività in una popolazione sospesa, priva di continuità economica, costretta a vivere sotto il ricatto permanente dell’assistenza e dell’interdizione.

Albanese richiama in questo quadro i suoi rapporti precedenti e l’evoluzione del suo lavoro: dal regime di occupazione come architettura dei diritti negati fino all’analisi di quella che definisce, sempre più apertamente, una dinamica genocidaria. Non lo fa per inflazione polemica del lessico, ma perché ritiene che i fatti abbiano raggiunto una soglia oltre la quale le categorie tradizionali di abuso, sproporzione o eccesso non bastano più. Quando la distruzione delle condizioni di vita di una popolazione diventa sistematica, protratta, intenzionalmente devastante, la discussione non può più restare confinata dentro la formula rassicurante degli “effetti collaterali”.

 

La parola genocidio e il terrore delle parole esatte

Il cuore più delicato dell’articolo è proprio qui. Albanese insiste sul fatto che il diritto internazionale non funziona sulla base dell’indignazione selettiva né della convenienza diplomatica. Funziona attraverso la qualificazione giuridica dei fatti. Per questo ricorda che termini come crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio non possono essere riservati agli avversari dell’Occidente e negati agli alleati. Se il diritto è universale, deve valere anche quando incrina equilibri politici consolidati.

L’autrice ricorda inoltre che l’ipotesi del genocidio non nasce da un’ossessione personale né da un gesto isolato. Essa si è progressivamente consolidata nel lavoro di relatori speciali, organismi indipendenti, studiosi del genocidio, organizzazioni per i diritti umani, giuristi e persino in prese di posizione provenienti da ambienti non sospettabili di militanza antioccidentale. Il riferimento a figure come Raz Segal, Amos Goldberg, Omer Bartov e ad associazioni come Genocide Watch non serve a costruire un tribunale mediatico. Serve a mostrare che esiste ormai una massa critica di documentazione e analisi che rende impossibile liquidare il problema come propaganda.

Albanese non dice che la sola parola genocidio esaurisca l’intera realtà della Palestina. Dice piuttosto che, a un certo punto, sottrarsi a quella parola diventa una forma di complicità semantica. Perché il potere tollera molte cose, ma teme le parole esatte. Le teme perché una parola giuridicamente fondata apre la strada alla responsabilità. E la responsabilità, per definizione, non è mai soltanto morale: è politica, penale, diplomatica, economica.

 

Criminalizzare la solidarietà

Un altro asse fondamentale del testo riguarda la repressione di chi denuncia. Albanese descrive una campagna organizzata per intimidire non soltanto lei ma l’intero spazio della solidarietà con i palestinesi. Le accuse personali, le pressioni istituzionali, le richieste di rimozione, i tentativi di dipingerla come incompatibile con il mandato ONU vengono interpretati come parte di una strategia più ampia: trasformare la denuncia dell’ingiustizia in un comportamento sospetto. Si tratta, in fondo, di criminalizzare la solidarietà.

Qui l’articolo diventa anche una riflessione sull’Occidente. Se nelle università, nei media, nei parlamenti e perfino nei tribunali il sostegno ai diritti palestinesi viene continuamente posto sotto sorveglianza morale, mentre i responsabili politici e militari della devastazione godono di protezioni, silenzi o cautele infinite, allora il problema non è più soltanto il Medio Oriente. Il problema è il degrado della democrazia occidentale. Un sistema che si proclama custode dei diritti ma tollera soltanto le cause che non disturbano gli assetti di potere smette di essere universale. Diventa partigiano pur continuando a parlare il linguaggio dell’universalismo.

Albanese nota anche la sproporzione tra l’energia impiegata per screditare lei e il silenzio o la debolezza mostrati di fronte ai crimini in corso a Gaza e alla mancata esecuzione di mandati d’arresto internazionali. Il paradosso è evidente: si mobilita un intero dispositivo politico-mediatico contro chi denuncia, mentre resta assai più fiacca la volontà di perseguire chi bombarda, assedia, devasta, espelle, distrugge. È la fotografia di un ordine internazionale che si muove con prontezza solo quando deve difendere i forti da un eccesso di verità.

 

La Francia, l’Europa e la patria smarrita dei diritti umani

Una parte molto significativa dell’articolo investe la Francia e, per estensione, l’Europa. Albanese ricorda il riconoscimento francese dello Stato di Palestina come un gesto accolto favorevolmente, ma insieme insufficiente e ambiguo se non accompagnato da una pressione concreta sull’occupante. Il riconoscimento simbolico, da solo, rischia di essere la classica moneta morale con cui l’Europa compra una parvenza di coerenza senza modificare davvero i rapporti di forza.

La domanda “Patria dei diritti umani?” assume allora un tono quasi accusatorio. I dirigenti politici che si prestano alla delegittimazione di chi applica il diritto internazionale, osserva Albanese, non sacrificano soltanto una persona. Sacrificano il diritto stesso, ne accelerano lo smantellamento, normalizzano l’eccezione, trasformano l’universalismo in ornamento. E soprattutto fanno questo in un momento storico in cui la discussione sulle istituzioni internazionali e sul loro svuotamento è già avanzatissima.

Il passaggio è cruciale perché tocca il nervo scoperto dell’Europa contemporanea. Da una parte l’Europa continua a presentarsi come spazio normativo, culla del diritto, laboratorio della memoria e della tutela dei civili. Dall’altra, davanti a Gaza, esita, rinvia, calibra, attenua, distingue fino allo sfinimento. Il risultato è che il suo linguaggio perde peso, la sua autorità morale si consuma e il Sud globale vede confermata l’idea di un universalismo selettivo. Albanese non dice soltanto che l’Europa fallisce i palestinesi. Dice che, così facendo, fallisce sé stessa.

 

Un mutamento è cominciato

E tuttavia l’articolo non è solo denuncia. In controluce contiene anche una constatazione importante: qualcosa è cambiato. Albanese vede emergere un movimento diffuso, trasversale, che attraversa campus universitari, reti sociali, piazze, tribunali, opinione pubblica, ricerca accademica, giornalismo indipendente. È il segnale che la questione palestinese non può più essere contenuta nella vecchia gabbia della marginalità morale. La distruzione di Gaza, scrive in sostanza, ha scosso troppe coscienze perché tutto torni come prima.

Questo mutamento, naturalmente, non garantisce la giustizia. Ma ne riapre la possibilità. Perché rimette al centro due verità semplici e radicali: che nessun crimine ne giustifica un altro e che nessuna ragione di Stato può legittimare la distruzione di un popolo. Da questo punto di vista il lavoro della relatrice speciale si colloca in continuità con quello dei suoi predecessori, da John Dugard a Richard Falk fino a Michael Lynk, ma assume oggi un carattere più drammatico: non si tratta più soltanto di descrivere un’occupazione illegale, bensì di affrontare la possibilità che quella stessa occupazione, portata all’estremo, si sia trasformata in un progetto di cancellazione.

 

La vera posta in gioco

La forza dell’articolo di Albanese sta nel fatto che la Palestina non vi appare come una questione settoriale o regionale. Appare come il luogo in cui si misura il valore residuo del diritto internazionale. Se la legge vale solo per alcuni, allora non vale più come legge ma come strumento geopolitico. Se i diritti umani vengono difesi solo contro i nemici e sospesi davanti agli alleati, allora la loro universalità si dissolve. Se la solidarietà viene criminalizzata e la denuncia ridotta a scandalo, allora la barbarie ha già compiuto un passo decisivo: non solo uccide, ma detta il linguaggio con cui si può parlare della morte.

Per questo il testo è tanto più importante quanto più lo si è voluto ridurre a controversia personale. In realtà esso dice una cosa molto semplice e molto grave: Gaza non è soltanto una tragedia palestinese. È il banco di prova di un sistema internazionale che rischia di sopravvivere formalmente mentre si svuota dall’interno. Ed è anche il punto in cui l’Europa deve scegliere se restare una geografia di principi o trasformarsi definitivamente in una geografia di eccezioni.


Fonte: Francesca Albanese, “Risposta ai miei detrattori”, Le Monde diplomatique / il manifesto, 18 marzo 2026.
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