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La filosofia magmatica di Biagio de Giovanni

di Roberto Paura

La scomparsa di Biagio de Giovanni, il filosofo partenopeo della finis Europae (Napoli, 21 dicembre 1931 – Napoli, 22 aprile 2026)

mep 4th parliamentary termUn pomeriggio di una ventina d’anni fa, un ragazzo allora poco più che ventenne si affacciò in un’aula di Palazzo Giusso, la storica sede dell’Università Orientale di Napoli: quattro studenti un po’ smarriti attendevano l’inizio della lezione. Il professore, nell’intravedere un quinto discente, s’illuminò e con grandi gesti invitò a prendere poste nella prima fila. Il ragazzo per la verità stava cercando un altro corso, ma gli parve brutto farlo notare e si sedette. Il professore iniziò la sua lezione, servendosi di appunti e leggendo ampie citazioni da libri sulla scrivania. Man mano che la lezione proseguiva, il tono si fece più concitato: si capiva che il docente non stava semplicemente insegnando, ma ponendo problemi intorno ai quali da tempo doveva starsi interrogando, pronunciandoli ad alta voce nella speranza di trovare le risposte. Gli studenti, inizialmente perplessi, iniziarono anche loro a scaldarsi, a prendere appunti concitati, ad annuire convintamente negli snodi più drammatici della prolusione. Lo sguardo febbrile del professore passava in rassegna i grandi temi della filosofia europea, li collegava alle vicende politiche del presente e tracciava piste d’indagine per l’avvenire. Un termine, in particolare, colpì il ragazzo capitato lì per caso, e gli rimase impresso, perché il professore lo citava spesso: “Magmatico”.

Al di sotto della filosofia olimpica dei grandi nomi dell’Occidente, il professore accennava all’esistenza di un magma vivo che in ogni momento rischiava di emergere e sommergere il precario edificio della Ragione. Magmatico appariva il pensiero stesso di quel professore, che come tutti i figli di Parthenope portava nel sangue il principio della precarietà dell’esistenza di chi vive tra i vulcani. Il ragazzo decise di cambiare il suo piano di studi per poter continuare a seguire le lezioni, ansioso di scoprire come sarebbe finita quella storia. Avrebbe poi scoperto che quella storia non finisce mai, perché, come avrebbe ricordato il professore citando una frase di Benedetto Croce:

“la Verità è sempre cinta di mistero, ossia è un’ascensione ad altezze sempre crescenti, che non hanno giammai il loro culmine, come non l’ha la Vita”

(Croce, 1997).

 

“La politica deve contribuire a far vivere l’uomo secondo verità”

La vita, quella con la “v” minuscola, di Biagio de Giovanni – questo il nome del professore – è finita alla bella età di 94 anni dopo una lunga malattia. All’epoca di quelle lezioni era già in pensione, ma nel pieno della sua vita interiore. Dell’Università Orientale era stato rettore per meno di tre anni, interrompendo il mandato per l’elezione al Parlamento europeo nel 1989. Come altri intellettuali suoi conterranei – Aldo Masullo, Giuseppe Galasso e naturalmente, una generazione prima, lo stesso Croce – anche de Giovanni, dopo una prima fase della sua carriera, aveva accettato incarichi politici nella convinzione che filosofia e politica siano inscindibili, a partire dalle loro comuni origini platoniche:

“La politica deve contribuire a far vivere l’uomo secondo «verità», a fargli capire che la sua essenza è toccata dall’Idea, perciò il governo dei filosofi auspicato dalla Repubblica non è una incomprensibile astrazione, ma è il principio che rende visibile il rapporto tra verità e vita pratica”

(de Giovanni, 2022).

Dopo la fine dei due mandati europarlamentari, nel secondo dei quali aveva per tre anni presieduto la prestigiosissima commissione per gli affari costituzionali da cui sarebbe scaturito, di lì a poco, l’avveniristico ma sventurato progetto di costituzione europea, de Giovanni era ritornato a Napoli e all’insegnamento. Iniziava una fase nuova della sua riflessione, ma per capirla occorre ricordare quella precedente. Il primo de Giovanni si era formato sulle pagine dei grandi filosofi tedeschi, nel solco dell’idealismo dominante nella Napoli crociana; aveva per la verità studiato diritto, ma subito si era dedicato alla filosofia, fin dalla tesi su Giambattista Vico. E già lì si intravedeva una strada che non si limitava a subire passivamente il fascino del pensiero teutonico ma cercava alternative nel passato dell’Italia e in particolare del Mezzogiorno. A Croce si doveva la riscoperta del pensiero vichiano, in seguito alla disillusione prima per Karl Marx e poi per Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Biagio de Giovanni lo trovò invece presto sul proprio percorso, ma cercando di conservare rispetto per ambedue gli altri grandi maestri. Marxista fu molto più a lungo di Croce, anzi organico al Partito comunista a partire dagli anni Settanta, dopo un percorso travagliato e una parentesi giovanile monarchica. Dall’idealismo e dagli studi giuridici traeva la convinzione della potenza assoluta dello Stato, inteso come la forma più piena del processo di oggettivazione della politica nel corso della millenaria storia europea. Ma negli anni Ottanta cominciò a intravedere i limiti dell’esperimento comunista, sintetizzabile di nuovo in una citazione crociana che amava ripetere:

“Egli scriveva, nel 1934, alla vigilia della svolta, che «non è da negare che una voragine si sia aperta tra il passato e il presente» a causa di un nuovo giacobinismo «che pretende costruire nuove società umane col calcolo e con la tecnica e sostituire all’uomo complicato, ossia civile, l’uomo semplificato, all’uomo storico l’uomo tratto fuori dalla storia, o piuttosto l’animale addestrato”»

(de Giovanni, 2018 che cita Croce, 1935).

Nell’estate 1989 destò vaste polemiche un suo articolo sull’Unità: C’era una volta Togliatti e il comunismo reale. Nel chiedere che il PCI rigettasse definitivamente “tutto ciò che è coinvolto nell’eredità di Stalin”, coinvolse nella critica anche il Migliore, Palmiro Togliatti, di cui ricorrevano i venticinque anni dalla scomparsa, invitando il partito ad andare “al di là della sua eredità” (de Giovanni, 1989). Lo spinsero a questo passo a livello politico la convinzione che la sinistra dovesse partecipare da protagonista al processo di costruzione della casa comune europea che dì lì a pochi mesi, con la caduta del muro di Berlino, avrebbe ricevuto significativo slancio e a cui, in effetti, egli stesso contribuì fattivamente; a livello filosofico, l’intima persuasione che il conflitto dialettico alla base del pensiero occidentale e primariamente europeo non fosse da ricercarsi né, con Marx, nella dicotomia capitalismo-comunismo, né, con Croce, nella polarità libertà-democrazia, ma in quella dialettica su cui invece avrebbe concentrato la fase più matura del suo percorso intellettuale tra razionalità e vitalità. Venticinque anni dopo, de Giovanni avrebbe commentato quel suo articolo:

“La storia riprendeva il suo corso, liberata dall’idea di un destino, di una filosofia della storia che avrebbe dovuto segnare le tappe, scientificamente dimostrate, di una liberazione dell’umanità”

(de Giovanni, 2023a).

Restava da decidere quale ruolo dare all’Europa dopo la finis Europae, il naufragio della civiltà europea compiutosi nella prima metà del secolo. Su questo tema andò concentrandosi la seconda fase del pensiero di Biagio de Giovanni.

 

“Un mondo dove senza le ombre è impossibile vedere la luce”

Libertà e vitalità è il titolo di un saggio del 2018 dedicato a “Benedetto Croce e la crisi della coscienza europea”. Il punto di partenza è la riscoperta, a opera di Giuseppe Galasso con il suo fondamentale Croce e lo spirito del suo tempo (1990), di quella che lo storico napoletano chiamerà la “seconda filosofia dello spirito” di Croce, il cui snodo fondamentale è La storia come pensiero e come azione (1938), dove, nel tornante fatale della coscienza europea, si realizza il passaggio “dallo spirito alla vita”:

“Il tono, che nella prima filosofia era un tono di prevalente celebrazione della potenza dello spirito che penetra perennemente la vita, ora è quello di una prevalente accentuazione della forza di urto della vita contro la pienezza e il dinamismo dello spirito, coi rischi conseguenti di crisi, di depotenziamento, di interruzione di quella pienezza e dinamismo”

(Galasso, 2002).

La vitalità è per De Giovanni la forza magmatica che si situa sotto la scorsa del logos raziocinante, del Geist hegeliano. Croce la vide arrivare fin dal 1914 e assisté al suo drammatico dispiegarsi nell’Europa degli opposti totalitarismi: una forza indomabile che tutto travolge e che rappresenta il termine negativo di una costante dialettica che percorre tutta la plurimillenaria storia occidentale. Ciò che più lo aveva colpito era la constatazione che la libertà conseguita dall’Europa nell’età liberale non rappresentava una conquista definitiva, come avrebbe suggerito l’interpretazione storicista, ma rischiava di essere solo un’effimera parentesi. Il suo scetticismo nei confronti delle grandi narrazioni dell’infinito progresso umano – “l’illusione che la civiltà umana sia la forma a cui tende e in cui esalta l’universo, e che la natura le faccia da piedistallo” (Croce, 2005) – trovò in quegli anni piena conferma nella realtà della storia: l’infinito dello spirito – spiegherà de Giovanni – si scontra inesorabilmente con il finito, rappresentato dalla vita e della sua finitudine. Questa costante dialettica non si risolve in nessuna sintesi, anzi Croce intendeva liberarsi dell’asfissiante sistema hegeliano per rompere la catena della necessità storica e far trionfare la libertà intesa come forza creatrice della storia; e tuttavia la sua intuizione, ripresa e approfondita da de Giovanni, fu che l’irrazionale, di cui la vitalità è espressione, non può essere rimosso dal processo storico, poiché ne rappresenta una componente essenziale:

“La vitalità, pensata nel 1938 e per la prima volta in quella forma, non è più l’insorgere di una negatività in un momento determinato della storia d’Europa, una negatività che può essere raccontata, soppesata e ben delimitata nei suoi confini, e insomma, per dirla in breve, compresa e assorbita nella prassi storiografica, nella storia degli storici. Lo scenario cambia. La vitalità non ha date, è momento dell’energia costituente del mondo, della storicità, sta fuori-dentro questo processo, fa parte della sua condizione originaria, obbliga, per la sua problematicità, al ritorno di un pensiero fondativo che richiede l’intervento della filosofia”

(de Giovanni, 2018).

La filosofia, per de Giovanni, deve rappresentare la medicina a cui rivolgersi ogni qualvolta il tempo inizia ad andare fuor di sesto, allorquando il negativo torna a prendere il sopravvento. E non c’è dubbio che anche de Giovanni, come Croce, avesse visto arrivare l’epoca in cui viviamo e sentito l’esigenza di ritornare ad abbeverarsi alle fonti del pensiero per cercarvi quella medicina. Intorno a questi temi ruotava già la sua opera forse più importante, La filosofia e l’Europa moderna (2004):

La coscienza europea è tensione fra logos e pathos, costruzione della pura razionalità (scoperta della logica e della scienza) e scoperta che la pura razionalità nasce dalla vita e si trova essa stessa nel campo della realizzazione”

(De Giovanni, 2004).

In questa personale sintesi della filosofia europea, de Giovanni cerca di trovare nuove strade per l’Europa dopo Auschwitz, per un’Europa che ha intrapreso un impegnativo percorso di unificazione ma deve al tempo stesso rinunciare alla sua logica di potenza che ha rappresentato la spinta principe del suo processo storico. Già qui de Giovanni rintraccia nuovi numi tutelari a cui affidarsi: c’è Giordano Bruno, con la sua presa di posizione contro l’intolleranza religiosa del suo tempo, che propone “una visione dell’Europa che sia capace di avanzare mantenendo viva la molteplicità delle virtù che sono in grado di pensare e organizzare uno spazio politico” (ibidem); c’è Giambattista Vico, per il quale è necessario dimostrare che auctoritas ex ratione oritur, l’autorità nasce dalla ragione (e non dalla forza), altrimenti “l’abisso della catastrofe si apre con una possibilità concreta della storia umana” (ibidem); c’è Kant, a cui già Croce aveva sperato di affidarsi per uscire dai vicoli ciechi di Hegel, e la cui proposta cosmopolita rappresenta per de Giovanni il tentativo dell’illuminismo di imbrigliare la pura e nuda forza che proprio il logos illuminista aveva scatenato come un genio malvagio uscito dalla lampada, nel suo percorso di espansione universale.

“Proverei a sintetizzare tutta la questione così: l’Illuminismo dei diritti dell’uomo, del passaggio alla nazione e alla costituzione, della volontà generale, della tolleranza volteriana, della civilizzazione attraverso l’opera della scienza, dell’idea di progresso alla Condorcet, fu il più grande tentativo di sottrarre l’Europa al groviglio tragico della sua figura, ma il negativo e il travaglio premevano sotto la sua pelle: la Rivoluzione esprime il suo esito eterno, ma è anche Terrore, Napoleone è anche guerra ultimativa, che porta in Europa stragi e civilizzazione del diritto nelle codificazioni. E guardando più avanti, già verso di noi, i grandi valori, che hanno contribuito a forgiare l’Europa del secondo dopoguerra, sulla scia di una ripresa dei princìpi dell’89, sono sempre più problematizzati dalla loro astrattezza, dall’impossibilità di immetterli in un progresso lineare, insidiati proprio dal ritorno di una volontà di isolamento della luce, in un mondo dove senza le ombre è impossibile vedere la luce”

(de Giovanni, 2022).

 

“Una verde e cruda volontà di vita”

La risposta che l’Europa si dà alla crisi della sua stessa coscienza, tra Otto e Novecento, non è quella kantiana: è dapprima la costruzione degli Stati-nazione, da cui emerge colonialismo e imperialismo, e quindi l’inesorabile sfocio nel totalitarismo:

“Lo Stato-nazione, diventato Stato-potenza, fu rappresentazione del nichilismo politico europeo, e questo si colloca sul crinale tra finis Europae e «Nuova Europa» nel quadro di una percepita mondializzazione che rendeva la storia illeggibile nelle vecchie categorie di comprensione”

(De Giovanni, 2004).

L’Europa del processo di integrazione avviato nel secondo dopoguerra sceglie un’altra strada; ma è una strada accidentata, caratterizzata ancora una volta dalla dialettica tra la forma – intesa come l’insieme degli istituti giuridici con cui tenere imbrigliata la volontà di potenza – e la vitalità, il magma eternamente ribollente sotto la superficie. La nuova Europa punta a unirsi in un processo di mondializzazione sulla cui problematicità de Giovanni avvertiva già da tempo; e se nel 2004 prevaleva ancora l’ottimismo, nel 2022 – con l’invasione russa dell’Ucraina e l’inizio di una guerra europea che spinge a farsi mondiale – i toni iniziano a farsi apocalittici. Figure di apocalisse (2022) è un titolo programmatico: la forma del diritto è venuta meno, la libertà è di nuovo messa a repentaglio dallo scatenamento di regimi autoritari, dalla Russia alla Cina passando per gli stessi Stati Uniti. Sembra attuarsi la profezia di Friedrich Nietzsche:

“Ciò che racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può più avvenire in altro modo: l’insorgere del nihlismo”

(Nietzsche, 2004).

Il posto della forma giuridica è ora ricoperto dalla tecnica, che propone una terminologia neutra, scientifica, razionalista e utilitarista, con cui tenere a bada la vitalità-potenza. Ma noi ormai sappiamo, con Martin Heidegger prima, con Max Horkheimer e Theodor W. Adorno poi, che i due termini non sono affatto in contrapposizione e anzi – profetizza de Giovanni – la tecnologia “ha incontrato il bíos, tra poco lo terrà nel suo pugno senza troppi arzigogoli; quello era un punto estremo che sembrava di irriducibile resistenza” (de Giovanni, 2022). La civiltà europea stessa genera il suo negativo, questa è l’intuizione di de Giovanni: la sua tendenza a diventare civiltà-mondo, a proporsi come universalità, porta sé una volontà di potenza, “una verde e cruda volontà di vita”, “un nihilismo sempre temuto e sempre rigettato”, con cui la civiltà europea è chiamata a confrontarsi (de Giovanni, 2018).

 

“Dove ragione e immaginazione sono legate nella sinuosità di una sintesi”

Ecco allora – e siamo alla fine del percorso intellettuale e di vita di Biagio de Giovanni – che può venire in soccorso all’Europa la “filosofia meridionale” a cui dedica uno dei suoi ultimi scritti: Giordano Bruno, Giambattista Vico e la filosofia meridionale (2023). Li abbiamo già incontrati in precedenza e apparentemente si tratta di nomi che nulla avrebbero da dirsi (Vico non cita mai Bruno): ma in loro de Giovanni individua non solo le più alte espressioni – prima di Croce – della grande metafisica italiana che è stata sempre e solo meridionale, non avendo “mai superato i confini dati da Napoli, dall’Abruzzo e, viaggiando verso Sud, dalla Calabria e dalla Sicilia” (de Giovanni, 2023b); ma anche e soprattutto voci critiche anzitempo rispetto a un deragliamento della rivoluzione scientifica che già allora muoveva verso un eccesso di matematizzazione e ambiva a ridurre l’intera realtà a calcolo, rompendo la visione unitaria della natura-vita cara a Bruno:

“L’epoca di Bruno anticipava di poco quella di Galilei, dell’immagine dell’universo scritto in caratteri matematici, un nuovo modo di conoscere la natura, una natura che andava letta come un libro i cui caratteri erano triangoli, cerchi e altre figure geometriche. Un’altra idea del Moderno, affidata al progresso e alle conquiste della scienza. Una semplice alternativa? La risposta è tutt’altro che facile, ma certo questo breve richiamo a Galilei e soprattutto al suo Saggiatore lascia intravedere vie possibili e plurali del Moderno, rende equivoca e sbagliata l’idea di un movimento unico e progressivo che, muovendo dalla scienza moderna, tocca il suo apice con il raggiungimento della Ragione illuminata”

(de Giovanni, 2023b).

La filosofia meridionale, inclusa quella del Croce anti-positivista e anti-naturalista (e non antiscientifico, come si dirà ingenuamente in seguito) sta in questa unità “di linguaggi dove ragione e immaginazione sono legate nella sinuosità di una sintesi” (ibidem). Bruno contesta a Copernico di aver sostituito all’eliocentrismo un antropocentrismo – prima ancora di un geocentrismo – che di nuovo rende il sistema cosmologico immobile anziché accogliere il principio dell’infinità dei mondi possibili. Vico contesta a Cartesio la riduzione dell’intera realtà ad atomi e la liquidazione della storia.

“Va bene la scienza, ma non basta, ed essa non deve oltrepassare i propri confini, entro i quali il suo linguaggio fatto, in prevalenza, di relazioni matematiche, è pienamente legittimo”

(ibidem).

Il pessimismo di de Giovanni nei tempi ultimi in cui si è trovato a vivere si comprende proprio in ragione dello scetticismo verso la via imboccata dall’Occidente: da un lato la negazione di sé stesso, ciò che il filosofo non poteva accettare, per l’intima convinzione che la salvezza della storia passerà pur sempre dall’Europa, non foss’altro perché, secondo la lezione di un altro suo maestro, Federico Chabod, ciò che idealmente si contrappone all’Europa è sempre la barbarie; dall’altro la via della Tecno-potenza digitale, che “ignora i coni d’ombra entro i quali si forma la complessità del mondo, luce e ombra insieme, oscillazione creativa e distruttiva” (de Giovanni, 2022):

“Più la tecnologia domina la vita e trasforma tutto ciò che tocca, e apre vedute inimmaginabili già prima che diventasse la più grande potenza del mondo; più accade questo, più la Vita e la condizione umana tornano ad essere un problema centrale nella loro autonomia, più vivono la loro tensione verso le nuove Forme che vogliono avvolgere”

(de Giovanni, 2023b).

Così come, agli albori dell’Illuminismo, chiuso nella sua casa su Spaccanapoli, circondato da figli chiassosi e nel continuo timore dei “bestioni erranti” che scorgeva dalle finestre e che gli ispirarono le celebri pagine della Scienza nuova, Giambattista Vico immaginò di preparare l’abito che avrebbe indossato l’uomo nuovo, e così come, alla fine degli anni Trenta, mentre le luci si spegnevano sull’Europa, non lontano dalla casa di Vico, in quel grande palazzo-biblioteca che affacciava sul campanile di Santa Chiara, Benedetto Croce mise in discussione il suo sistema filosofico e si preparò all’impresa finale della sua lunga vita, la rifondazione della cultura napoletana e italiana nel dopoguerra; così in questi ultimi anni, impegnato nel corpo a corpo con la vecchiaia e la malattia, senza mai smettere fino all’ultimo di scrivere, nella sua casa di Mergellina Biagio de Giovanni ha cercato di non farsi sommergere dal magma che sempre scorre sotto la civiltà e la sua stessa città – la stessa di Vico e di Croce – lasciando nei suoi libri indizi che ci torneranno preziosi per l’avvenire.


Letture
  • Benedetto Croce, Gli studi storici nella varietà delle loro forme e i loro doveri presenti, La Critica, n. 33, 1935.
  • Benedetto Croce, Filosofia della pratica. Economica ed etica, Bibliopolis, Napoli, 1997.
  • Benedetto Croce, L’Anticristo che è in noi, 1946; in Id., La fine della civiltà. L’Anticristo che è in noi, Morcelliana, Brescia, 2022.
  • Biagio de Giovanni, C’erano una volta Togliatti e il comunismo reale, L’Unità, 20 agosto 1989.
  • Biagio de Giovanni, La filosofia e l’Europa moderna, il Mulino, Bologna, 2004.
  • Biagio de Giovanni, Libertà e vitalità. Benedetto Croce e la crisi della coscienza europea, il Mulino, Bologna, 2018.
  • Biagio de Giovanni, Figure di apocalisse. La potenza del negativo nella storia d’Europa, il Mulino, Bologna, 2022.
  • Biagio de Giovanni, L’articolo su Palmiro Togliatti del 1989 che fece infuriare il Pci, L’Unità, 19 agosto 2023a.
  • Biagio de Giovanni, Giordano Bruno, Giambattista Vico e la filosofia meridionale, Editoriale Scientifica, Napoli, 2023b.
  • Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi I. Autunno 1869 – Aprile 1871, a cura di Mario Carpitella, Federico Gerratana, Giuliano Campioni, Adelphi, Milano, 2004.
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Michele Castaldo
Sunday, 03 May 2026 12:01
Purtroppo, egregio Roberto, la storia ha dimostrato, almeno finora, che la filosofia - pur aiutando a ragionare - non è in grado di muovere la storia secondo indirizzi corrispondenti alla logica perché obbedisce dall'istinto della specie animale dell' uomo.
Dobbiamo perciò organizzare un suicidio collettivo?
No e poi no, ma continuare ad adoperarci perché anche il tempo storico del capitalismo, come ogni altro tempo, sta giungendo al termine.
Semmai dovremmo riflettere in che modo l'uomo ricomincerà a sviluppare il suo rapporto coi mezzi di produzione e le altre specie della natura.
E qui, sia detto in modo chiaro ed esplicito, non ci può aiutare la filosofia, nemmeno quella straordinariamente eccelsa (non a caso fu bruciato) come quella di Giordano Bruno, o di Campanella, perché si ricomincerà sulla base delle macerie che il modo di produzione capitalistico sta producendo.
L'errore teorico, filosofico e storico è stato quello - almeno finora, (Marx compreso, inutile illudersi) - di non aver compreso che il capitalismo non poteva essere sconfitto dalla sola critica valoriale e sostituirlo - sempre sul piano valoriale - in modo diverso.
È una questione molto, ma molto complicata da affrontare, prima lo facciamo e meno fantasie alimentiamo.
Con rispetto, Michele Castaldo.
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