Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

Confronto tra Grandi Potenze dietro l’aggressione al Venezuela dello stato canaglia nordamericano

di Alberto Bradanini

Newsletter 61. Il diritto internazionale – consuetudinario, pattizio, le Convenzioni di Vienna, la Carta delle Nazioni Unite e le tante convenzioni in vigore, vale a dire l’impalcatura che ha sinora presieduto (pur con i suoi limiti) la complessità della vita tra stati – è stato ridotto a carta straccia dalla cosiddetta democrazia nordamericana, che si rivela ancora una volta un vero e proprio stato canaglia (rogue state, nella lingua dell’impero). Sorprende non poco che – nonostante le evidenze, luminose come il sole a mezzogiorno – tale plutocrazia bellicista sia tuttora idolatrata in tanti paesi al mondo (invero soprattutto temuta), a partire dai governi e popoli europei, il cui spirito critico è stato soppresso da un processo di colonizzazione mentale che dura da decenni.

Il mondo è immerso in una pericolosa ebollizione. Al posto della Legge – fondamento costitutivo di ogni collettività – la pretesa superpotenza nordamericana ha scelto quali principi guida la violenza e la prepotenza, nell’assunto che i suoi interessi devono prevalere su quelli degli altri, calpestando la libera scelta delle altre nazioni a forgiare il proprio destino, sbagliando come tutti magari, senza però aggredire altri paesi o interferire nelle altrui libertà. È così che una nazione armata fino ai denti, con migliaia di ordigni atomici, minaccia la stabilità e la pace nel mondo.

L’uso della forza nei riguardi di paesi deboli e indifesi riflette un bisogno primitivo di dominio, insieme al convincimento di appartenere a una civiltà superiore, un mito bizzarro che quando sarà dileguato – nei tempi che prima o poi la storia ci dirà – avrà lasciato ovunque dietro di sé rovine materiali e valoriali, depressione e sconforto.

 

2. Secondo il diritto internazionale, il rapimento di Nicolás Maduro e consorte è illegale sotto ogni punto di vista. Vediamo. Per il diritto consuetudinario (quello delle genti, primordiale, essenziale) un presidente di un altro paese in carica non può essere arrestato, processato o sequestrato da un altro stato.

Print Friendly, PDF & Email

unblogdirivoluzionari.png

L’ipnocrazia della guerra: Venezuela, Palestina, Ucraina e il caos nelle nostre teste

di Mario Sommella

610797429 1265351645626174 4737260825921836530 n.jpgC’è qualcosa di stranamente silenzioso nel frastuono delle bombe.

Mentre Caracas viene colpita, Gaza viene annientata da mesi e il fronte ucraino scivola via dal dibattito pubblico come una notizia vecchia, una parte enorme dell’umanità continua la propria vita come se tutto questo fosse solo rumore di fondo. Non perché sia cattiva o indifferente per natura, ma perché è immersa in un caos cognitivo studiato a tavolino.

Lo chiamano in molti modi: psicopolitica, ipnocrazia, guerra cognitiva. In sintesi: la colonizzazione della mente prima ancora dei territori. È il dispositivo che permette all’impero – oggi guidato dagli Stati Uniti, ma sostenuto da una lunga catena di alleati subalterni – di trasformare guerre di aggressione in “operazioni di sicurezza”, genocidi in “autodifesa”, colpi di Stato in “transizioni democratiche”.

Il caso Venezuela è solo l’ultimo tassello di questo schema. Ma per capirlo davvero dobbiamo fare un passo indietro, e poi uno dentro la nostra testa.

 

Geopolitica-spettacolo: l’arte di non capire la guerra

Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è diventata una moda: talk show, podcast, editoriali, libri patinati. Una sorta di religione laica che promette spiegazioni profonde e spesso consegna, invece, un teatrino di mappe colorate, leader carismatici, “sfere di influenza” raccontate come se fossimo tornati al gioco del Risiko.

In questa versione spettacolarizzata, la guerra appare come il risultato di decisioni drammatiche prese da pochi uomini forti: Putin, Zelensky, Netanyahu, Trump, Biden, Xi, e così via. Si discute del loro carattere, delle loro “visioni”, del loro calcolo strategico. Quasi mai degli interessi materiali che li muovono: flussi energetici, rotte commerciali, accesso a materie prime, profitti dell’industria bellica, controllo delle infrastrutture digitali.

Print Friendly, PDF & Email

tempofertile

Scosse sismiche. Ipotesi sul mondo dopo Caracas

di Alessandro Visalli

CITTNUOVAPAMOM 2026010711314195 78f6984652c87281cbd6b7d609b7cd2f scaled.jpg1. Il fatto

La notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 con una manifesta violazione di ogni straccio di diritto internazionale che ha come unico antecedente la rimozione di Noriega nel 1989, ad altro passaggio di fase, gli Stati Uniti hanno attaccato e rapito il presidente eletto e legittimo, in quanto riconosciuto dall’ONU e dalla grande maggioranza dei paesi del mondo, del Venezuela, Nicholas Maduro e sua moglie.

L’azione sembra aver visto in una prima fase attacchi con missili cruise chirurgici alle infrastrutture elettriche, ottenuto il black out, misure di guerra elettronica per ‘spegnere’ i radar e disturbare le comunicazioni, quindi azioni di bombardamento di infrastrutture, e, infine, un’azione di commandos. Le prime notizie parlano di ottanta morti venezuelani, circa trenta cubani. Sarebbero stati usati, allo stato delle informazioni disponibili, centinaia di missili cruise per neutralizzare le circa 18-20 batterie di sistemi S-300. Buk M2E e S-125 di fabbricazione russa, forse accecati dalle misure di guerra elettronica.

Il Venezuela è un grande paese, esteso per quasi un milione di kmq (tre volte l’Italia), con una popolazione di circa trenta milioni di abitanti, un reddito pro-capite molto basso, in calo a circa millecinquecento dollari (diecimila a parità di potere di acquisto). Per comparazione, in Italia è da venti a cinque volte maggiore (trentaquattromila in valore corrente e cinquantatremila in termini di parità potere di acquisto).

Questo paese grande, poco abitato, e poverissimo dispone, però, delle maggiori riserve di petrolio del mondo (stimate in trecento miliardi di barili, 17% delle riserve del pianeta), probabilmente anche di oro, abbondanti riserve di metalli ferrosi, bauxite, coltan e altre terre rare. Si tratta di riserve per lo più non sfruttate e di difficile estrazione, il cui sviluppo massivo può richiedere anni, e forse un decennio, immani distruzioni ambientali e la risoluzione di sacche di guerriglia nell’interno.

Print Friendly, PDF & Email

italiaeilmondo

Due secoli di russofobia e rifiuto della pace

di Jeffrey D. Sachs

9788888249933.jpgL‘Europa ha ripetutamente rifiutato la pace con la Russia nei momenti in cui era possibile raggiungere un accordo negoziato, e tali rifiuti si sono rivelati profondamente controproducenti.

Dal XIX secolo a oggi, le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza non sono state trattate come interessi legittimi da negoziare nell’ambito di un ordine europeo più ampio, ma come trasgressioni morali da contrastare, contenere o ignorare.

Questo modello è rimasto invariato anche sotto regimi russi radicalmente diversi tra loro – zarista, sovietico e post-sovietico – suggerendo che il problema non risiede principalmente nell’ideologia russa, ma nel persistente rifiuto dell’Europa di riconoscere la Russia come attore legittimo e paritario in materia di sicurezza.

La mia tesi non è che la Russia sia stata del tutto benigna o affidabile. Piuttosto, è che l’Europa ha costantemente applicato due pesi e due misure nell’interpretazione della sicurezza.

L’Europa considera normale e legittimo il proprio uso della forza, la creazione di alleanze e l’influenza imperiale o post-imperiale, mentre interpreta il comportamento analogo della Russia, specialmente vicino ai propri confini, come intrinsecamente destabilizzante e illegittimo.

Questa asimmetria ha ridotto lo spazio diplomatico, delegittimato il compromesso e reso più probabile lo scoppio di una guerra. Allo stesso modo, questo circolo vizioso rimane la caratteristica distintiva delle relazioni tra Europa e Russia nel XXI secolo.

Un errore ricorrente nel corso della storia è stata l’incapacità, o il rifiuto, dell’Europa di distinguere tra l’aggressività russa e il comportamento russo volto alla ricerca della sicurezza. In diversi periodi, azioni interpretate in Europa come prova dell’intrinseco espansionismo russo erano, dal punto di vista di Mosca, tentativi di ridurre la vulnerabilità in un contesto percepito come sempre più ostile.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

"Geopolitica dell’interregno". Prospettive di un 2026 nel mondo post-egemonico

di Mario Pietri

mfpàeht58u4gfIl 2025 non verrà ricordato come un anno di guerra, perché la guerra, nella storia delle potenze, non è mai un evento eccezionale, ma una costante: una forma ricorrente attraverso cui gli equilibri vengono corretti, spostati, ridefiniti. Verrà ricordato, piuttosto, come l’anno in cui è diventato evidente che l’ordine che ha governato il mondo per decenni ha smesso di funzionare come principio organizzatore, pur continuando a esistere come apparato.

Le istituzioni sono ancora in piedi. Le alleanze non sono formalmente crollate. Le regole continuano a essere invocate, ripetute, difese. E tuttavia, sempre più spesso, non producono più gli effetti per cui erano state costruite.

Ilpotere continua a esercitarsi, ma fatica a generare consenso. Le decisioni vengono prese, ma non orientano il futuro. Le parole vengono pronunciate, ma non organizzano più la realtà. Ciò che viene meno non è la forza in sé, bensì la capacità di dare direzione, di rendere comprensibile e condivisibile il senso del movimento storico.

Per oltre trent’anni, dalla fine della Guerra Fredda in poi, l’Occidente ha vissuto all’interno di una convinzione profonda, raramente dichiarata ma costantemente praticata: che il proprio modello non fosse soltanto dominante, ma definitivo. Che il controllo finanziario, monetario e narrativo potesse sostituire indefinitamente la produzione reale, la coesione sociale e la capacità di sostenere costi materiali nel tempo. Che bastasse governare il linguaggio per governare il mondo.

Nel 2025 questa convinzione non è crollata in modo spettacolare. Non c’è stato un atto finale. Non c’è stata una sconfitta simbolica.

Si è consumata.

Ed è proprio questo tipo di passaggio — lento, ambiguo, instabile — che Antonio Gramsci aveva descritto con il termine interregno: una fase storica in cui il vecchio ordine non riesce più a imporsi come necessario, ma il nuovo non è ancora in grado di presentarsi come alternativa compiuta.

Print Friendly, PDF & Email

analisidifesa

Beni russi congelati e crediti all’Ucraina: ha davvero «prevalso il buon senso»?

di Giacomo Gabellini

e69b03454c65b53a3b1882f27f983b04 1766066434 slider large.jpegNella notte tra giovedì 18 e venerdì 19 dicembre, il Consiglio Europeo ha stabilito che il finanziamento dell’Ucraina verrà espletato attraverso l’erogazione di un prestito a tasso zero a favore di Kiev garantito dal bilancio europeo.

La nuova linea di credito viene a configurarsi come una rete di sicurezza fondamentale per scongiurare la bancarotta dell’Ucraina, alla disperata ricerca di fondi per erogare stipendi e pensioni, riparare infrastrutture danneggiate dagli attacchi russi e acquistare armi e munizioni.

L’intesa, raggiunta con l’astensione di Slovacchia e Ungheria che non parteciperanno allo sforzo al pari della Repubblica Ceca (che ha votato però a favore), sancisce la marginalizzazione della linea oltranzista sposata dai vertici della Commissione Europea (Ursula Von der Leyen e Kaja Kallas) e dal cancelliere Friedrich Merz che puntava al reimpiego dei fondi russi congelati a favore dell’Ucraina, come previsto dal piano d’azione predisposto dalla Commissione Europea.

Nel dettaglio, la proposta prevedeva l’attivazione di una procedura di conversione dei beni russi sottoposti a congelamento in garanzie per la concessione di un “prestito di riparazione” volto a coprire parte sostanziale dei costi di difesa e ricostruzione dell’Ucraina per il biennio 2026-2027 – periodo in cui, stima il Fondo Monetario Internazionale, il Paese necessiterà di non meno di 137 miliardi di euro. Lo stesso meccanismo subordinava l’estinzione del debito contratto da Kiev con l’Unione Europea alla disponibilità della Russia a risarcire l’Ucraina per i danni subiti.

Questa opzione sembrava scontare il consenso maggioritario dell’Unione Europea, specialmente alla luce del precedente pronunciamento del Consiglio d’Europa che aveva aperto il varco alla soluzione preferita dai “falchi”.

Lo scorso 12 dicembre, i rappresentanti di tutti i Paesi membri dell’Unione Europea a eccezione di quelli ungheresi e slovacchi avevano infatti votato a favore del congelamento a tempo indeterminato di circa 210 miliardi di dollari di asset riconducibili alla Bank of Russia, di cui 185 depositati presso Euroclear.

Print Friendly, PDF & Email

fuoricollana

Il declino sotto il tappeto

di Antonio Cantaro

Perdenti di successo. Le destre al governo non convincono, eppure “vincono”. Perché un Paese stanco, in condizioni di diffusa precarietà e insicurezza, continua ad affidarsi a politiche che sono l’esatto contrario dell’interesse nazionale?

ritardi treni.jpgL’autorappresentazione di ‘passionaria’ che la Premier continua a dare di stessa è una delle chiavi del suo “successo”. La Repubblica delle destre si è sin qui mostrata capace di tenere insieme un blocco sociale e politico. Ma a quale prezzo? La penisola e le sue isole, al di là della dilagante retorica sul made in Italy e sulla centralità dei ceti medi, stanno diventando sempre di più un paese per ricchi, quantomai distante dall’ideale di emancipazione delle classi meno abbienti scritto a chiare lettere nella Carta degli italiani. Il crescente abbandono delle zone interne e marginali è la punta dell’iceberg di un progetto di modernizzazione senza civilizzazione, un mix di liberalismo economico e conservatorismo nazionalistico, di tradizionalismo e autoritarismo. Brutta Italia, altro che Bel Paese. Ma mettere il declino sotto il tappeto è l’esatto contrario dell’interesse nazionale e di una idea alta di Occidente.

 

  1. “Perdenti di successo”?

Giorgia Meloni e la sua coalizione governano il Paese da ormai oltre tre anni. Legittimamente, non sono degli usurpatori. Le scelte, gli atti, le politiche, i progetti di riforma dell’esecutivo esaminati in questo report godono, peraltro, di un tutt’altro che trascurabile consenso. L’entusiasmo della Premier, dei suoi Ministri, dei media vicini alle destre è alle stelle. I dati delle indagini più autorevoli non giustificano, tuttavia, questa dilagante retorica. L’Istat parla, pur tra le righe, di un Paese stanco che arranca in condizioni di diffusa e strutturale precarietà e incertezza. Non ci sono segnali di una strutturale inversione di tendenza, a partire da quelli macroeconomici. L’elevato debito pubblico continua a limitare la capacità di spesa e comporta il pagamento ogni anno di circa 100 miliardi d’interessi passivi. Perdura la tendenza a una riduzione del credito bancario al settore privato, perdura l’insufficienza cronica di investimenti pubblici e privati, perdura il calo della produzione industriale in settori considerati strategici (tessile, abbigliamento, chimica, metallurgia).

Print Friendly, PDF & Email

ilpungolorosso

Accordo di pace in Ucraina? Al massimo, una tregua armata fino ai denti

di Il Pungolo Rosso

zelenskyy putin trumpPrima la pubblicazione del documento “National Security Strategy” (NSS) da parte dell’amministrazione Trump, poi il gran chiasso su un accordo di pace per l’Ucraina vicinissimo, hanno scatenato una ressa di reazioni generalmente entusiastiche tra i kampisti, i sostenitori dell’asse Cina-Russia come asse del progresso, della pace, dell’equità nel mercato mondiale o perfino del socialismo. Si festeggia perché Trump sarebbe intenzionato a riconoscere la vittoria che la Russia ha ormai conseguito sul terreno e con essa l’inevitabile passaggio a quel mondo multipolare (ultracapitalistico) che è il grande, miserissimo, sogno dei kampisti di professione – da tenere ben distinti dai kampisti per sentimento, abbarbicati al ricordo di quando la Russia e la Cina con le loro molto diverse, entrambe formidabili, rivoluzioni, scossero il mondo borghese per decenni. Per fare un solo esempio abbiamo letto frasi di questo tipo: “La strategia statunitense, contrariamente ai governi europei, spinge per un rapido ritorno alla stabilità in Europa e nel ristabilire i rapporti tra Europa e Russia” (1). È, quasi alla lettera, ciò che il documento NSS indica (a pag. 27) come una delle priorità degli Stati Uniti.

Questa è l’opinione dominante tra i kampisti professionali. Noi la pensiamo in maniera molto diversa. E sul “che fare” traiamo conclusioni del tutto differenti dal fare il tifo per il “piano di pace” Trump per l’Ucraina, un piano che è sfacciatamente imperialista al pari di quello presentato dallo stesso gangster su Gaza e la Palestina, contro Gaza e il popolo palestinese.

Anzitutto: a dirigere la guerra alla Russia è stata finora la Nato di cui gli Stati Uniti sono il dominus. O no? E ha continuato a farlo, protagonisti i comandi Usa, anche sotto l’amministrazione Trump. Dopotutto il più duro colpo all’infrastruttura bellica russa è stato portato il 1° giugno di quest’anno quando sono state colpite 5 basi aeree strategiche russe lontane, o lontanissime, dall’Ucraina.

Print Friendly, PDF & Email

comidad

Le maschere del soft power

di Philip Golub*

Quando gli Stati Uniti pretendevano di sedurre piuttosto che dominare

20220204 00.jpg«Il presidente Trump non capisce il “soft power”, è quanto di recente affermava con rammarico Joseph Nye, l’inventore della nozione “potenza morbida”. Questo tipo di potere d’influenza, soprattutto culturale, del quale si servirebbero gli Stati Uniti per soggiogare il mondo, ha esso stesso sedotto numerosi intellettuali. Il suo successo è dovuto in particolare al fatto di ricoprire con un gentile guanto di velluto il pungo d’acciaio della coercizione.

Dal momento in cui è stata enunciata nel 1990 dal politologo e specialista del potere americano Joseph Nye, la nozione di soft power - «potenza morbida» - si è imposta per descrivere la diplomazia di influenza associata alla mondializzazione liberale americano-centrica che arriva alla sua fine sotto i nostri occhi. Ripresa sia in Cina che in Europa, è stata a lungo utilizzata nei discorsi dei politici, degli esperti e nei commenti dei media. Al tempo del grande riarmo, dello sfilacciamento del diritto internazionale e della crescita degli impulsi di un etno-nazionalismo aggressivo, il soft power non riesce più ad avere presa sulle realtà mondiali – ammesso che ne abbia mai avuta.

Quando attacca l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (Usaid), Donald Trump prende di mira una istituzione concepita per lottare contro il comunismo, e più recentemente, contro dei cosiddetti regimi «illiberali», diffondendo un’immagine favorevole del «mondo libero». Alla volontà di conquistare i cuori e le coscienze si sostituiscono ormai i rapporti di forza con le grandi potenze (Cina, Russia) e di dominazione brutale con i «deboli» (Panama, Colombia, Palestina, ecc.)

«I forti fanno ciò possono e i deboli sopportano ciò che devono»: la formula degli Ateniesi resa celebre da Tucidide si s’addice alla diplomazia trumpiana.

[Più precisamente, Tucidide diceva: I forti fanno ciò che devono fare e i deboli accettano ciò che devono accettare. N.d.T.]

Print Friendly, PDF & Email

La Cina è stra-vicina

di Lelio Demichelis

Arlacchi ritrae la storia della Cina e le peculiarità di una civiltà che si vede universalista e pacifista. Ma la tendenza a integrare economia, politica e società del socialismo di mercato somiglia a quella del capitalismo liberale. Più che a uno svolta verso il multipolarismo globale, potremmo essere vicini a un’uniformazione totalizzante secondo la razionalità tecnica produttivista

dragone luci 2048x1365.jpgTorniamo a riflettere sui temi nostri – tecnica e IA, capitalismo, lavoro – guardandoli però da Oriente, dopo la lettura dell’ultimo saggio di Pino Arlacchi dal titolo impegnativo se non ultimativo: La Cina spiegata all’Occidente (Fazi Editore, pag. 521). Un libro molto empatico (forse troppo) con il socialismo di mercato in costruzione in Cina – che riprenderemo però più avanti, dopo qualche riflessione iniziale.

Sì, sono davvero lontani i tempi del film di Marco Bellocchio La Cina è vicina (del 1967), dell’analogo slogan filo-maoista, del libro di Enrico Emanuelli del 1957. In quegli stessi anni Mao aveva sentenziato “una fornace in ogni cortile”, in nome dell’industrializzazione forzata del paese, secondo il mantra marxista dello sviluppo delle forze produttive, anche se declinato in salsa maoista. Oggi la Cina è ancora più vicina, così vicina da essere dentro e attorno l’Occidente, ma in modi tutti diversi da allora; eppure sembra anche sempre più lontana da noi Occidente, proponendo un ordine globale multilaterale al posto dell’imperialismo unilaterale euro-americano, basato soprattutto sulla forza e sulla violenza. E le fornaci sono uscite dai cortili e sono diventate industrie, mentre le auto cinesi si promuovono abilmente sui nostri mezzi di comunicazione – e se facciamo caso, sono quasi tutti suv. Con un dato eclatante su tutti: la Cina ha fatto registrare un maxi-surplus commerciale nei primi undici mesi del 2025: 1.076 miliardi di dollari, superando il record precedente di 992 miliardi, però relativo all’intero 2024. L’export verso gli USA è diminuito, mentre quello verso l’Europa è aumentato, i dazi di Trump sono serviti a poco per piegare il nemicocinese.

E poi l’intelligenza artificiale, tema (accanto a quello ambientale – e questo va a suo merito, essendo passata invece l’Europa dal Green Deal al quasi negazionismo climatico nel nome di Mario Draghi e del riarmo) su cui la Cina è impegnatissima, ma anche consapevole dei rischi per il suo impatto sociale, antropologico e sul lavoro.

Print Friendly, PDF & Email

ottolinatv.png

USA, Germania, Giappone, Italia e il nuovo asse per il fascismo del XXI secolo

di OttolinaTV

Patto Tripartito 800x400.jpgLo stretto di Tsushima separa il Giappone dalla Corea del Sud ed ha un passato glorioso: nel maggio del 1905 è stato teatro di una delle battaglie navali più importanti della storia moderna. Gli imperi russo e giapponese si contendevano il controllo della penisola coreana e si menavano come fabbri; qualche mese prima, i giapponesi avevano asfaltato la flotta del Pacifico russa in un’altra storica battaglia navale, quella del Mar Giallo. I russi avevano provato a reagire, allestendo in fretta e furia un’altra flotta che partì dal Baltico; peccato che, per arrivare nel mar del Giappone, dovette attraversare mezzo mondo: quando, finalmente, arrivò a destinazione, reggeva l’anima coi denti e la marina giapponese la menò, ma proprio di brutto brutto. Alla fine, i russi persero qualcosa come 30 imbarcazioni e la flotta fu completamente annientata; ai giapponesi, invece, la battaglia – come si dice a Oxford – gli fece un po’ come il cazzo alle vecchie: non persero nemmeno una corazzata; giusto tre torpediniere giocattolo. La battaglia determinò la sconfitta definitiva dell’impero russo e l’inizio della fase terminale dello zarismo, e la prima, vera vittoria di un paese asiatico su una grande potenza europea nell’era moderna, ringalluzzendo l’imperialismo nipponico che, tutto baldanzoso, decise di fare uno spicinio in tutta la regione che, in confronto, Adolf Hitler è tipo una suora orsolina.

Da lì in poi, lo stretto di Tsushima è diventato off limits, anche durante la seconda guerra mondiale; fino a ieri, quando due bombardieri russi hanno deciso di rompere il tabù: secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, si sarebbe trattato di due Tupolev TU-95, i leggendari bombardieri strategici che, da quasi 70 anni, rappresentano una delle colonne portanti della triade nucleare della Federazione russa. Sono quelli che, nel 1961, giusto per mandare un messaggio inequivocabile di amore e fratellanza, lanciarono sulla baja di Mitjušicha, nell’arcipelago di Novaja Zemlja, la bomba Zar, il più potente ordigno mai sperimentato (per vedere l’effetto che fa): secondo le ricostruzioni, l’effetto che fece fu un fungo atomico alto oltre 60 chilometri e visibile fino a 1000 chilometri di distanza; non esattamente un simbolo di pace, diciamo…

Print Friendly, PDF & Email

intelligence for the people

Ucraina: il panico europeo e la “guerra civile” d’Occidente

di Roberto Iannuzzi

Sebbene gli USA non puntino a una pace vera con Mosca, l’Europa vuole una prosecuzione della guerra. I russi lasceranno che il fronte occidentale si sfaldi sotto il peso delle sue contraddizioni

https substack post media.s3.amazonaws.com public images 41706ce9 4389 4b4c 964a 6ef8dced307e 1880x1160.jpegLa pubblicazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump, insieme all’ultimo piano di pace per l’Ucraina proposto dalla Casa Bianca, costituiscono solo gli ultimi due episodi che hanno inasprito le relazioni fra Washington e il vecchio continente.

Ma la spaccatura fra le due sponde dell’Atlantico è tutt’altro che netta, bensì frastagliata e trasversale, e le sue origini precedono l’arrivo di Donald Trump alla presidenza americana.

Al momento del suo insediamento, avevo scritto che anche il secondo mandato del magnate statunitense era destinato “a suscitare opposizione, resistenze, confusione e shock a livello politico ed economico, sia sul piano interno che all’estero”.

Avevo sottolineato però che una parte dell’oligarchia USA era ormai dalla sua parte, e che i principali venture capitalist della Silicon Valley si contendevano l’orecchio del presidente.

Aggiungevo che allo stesso tempo

“pezzi della magistratura sono determinati ad opporsi ai provvedimenti di Trump all’interno, mentre elementi del cosiddetto “Stato profondo”, come la comunità dell’intelligence, sono pronti a dar filo da torcere al presidente sulle questioni di politica estera”.

Già allora era facile prevedere che Trump era “destinato a spaccare ulteriormente l’Europa”, e a dare un’ulteriore spallata a “un ordine internazionale già abbondantemente picconato da Joe Biden e dai suoi predecessori alla Casa Bianca”.

Le ragioni erano molteplici:

“Trump ha detto di amare l’Europa ma non l’UE. Tuttavia i dazi e la richiesta di acquistare ancora più LNG americano rischiano di svuotare le tasche dei comuni cittadini europei prima ancora di danneggiare i tecnocrati di Bruxelles.

Print Friendly, PDF & Email

fuoricollana

L’illuminismo nero di Trump. Diversamente imperialista

di Antonio Cantaro

L’intervento di Antonio Cantaro tenuto a Roma martedì 9 dicembre nell’ambito dei “Laboratori di cittadinanza attiva”, promossi da Auser e dedicati al tema “La crisi della democrazia nel nuovo quadro internazionale”

giuramento trump 630x331 1 e1737399434615 300x184.jpgLa crisi della democrazia nel nuovo quadro internazionale è un tema enorme e che suscita crescenti, legittime, inquietudini. Specie oggi, a pochi giorni dalla pubblicazione di un documento – National Security Strategy of the United States of America – che chiarisce inequivocabilmente gli obiettivi della dottrina di politica internazionale dell’amministrazione Trump e, altrettanto inequivocabilmente, che una delle principali poste in gioco di questa dottrina è la liquidazione della democrazia nel mondo e in Europa per come l’abbiamo conosciuta e praticata a partire dal secondo dopoguerra. Sbagliano Carlo Rovelli e Stefano Fassina a non cogliere il significato diversamente imperialista della “nuova” dottrina dell’ amministrazione americana. La Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti è, in questo senso, un inquietante manuale di cittadinanza. Di cittadinanza passiva.

La sua lettura è, perciò, quanto mai istruttiva per chi, al contrario, si batte per una cittadinanza attiva, per chi crede ancora nella democrazia come forma di vita. Una lettura che va rigorosamente fatta a partire dalla prefazione al documento a firma di The Donald. Due paginette in cui c’è scritto tutto quello che ci rifiutiamo di capire e che, anche in questi giorni, continuiamo, con rare eccezioni, a non voler capire. Il valore ‘rivoluzionario’ e, al tempo stesso, profondamente reazionario delle due parole d’ordine della nuova destra americana. America first, Make America Great Again.Prima L’America”, “Fare l’America Grande di Nuovo”.

Due paginette, assertive e messianiche, che vanno prese sul serio. Molto sul serio. Non si tratta di mera sovrastruttura retorica. Siamo di fronte a una vera e propria dottrina sull’Occidente. A una dottrina sul punto cui è giunta la sua storia recente, sul perché questa storia è finita, sul come può ricominciarne un’altra nel “Vecchio” Continente e nel c.d. emisfero occidentale. Non si tratta di isolazionismo: siamo di fronte alla riproposizione, in nuove forme, di un progetto imperialista sotto l’egida statunitense.

Print Friendly, PDF & Email

giubberosse

L’Europa in preda al panico per la strategia statunitense di stabilità con la Russia

di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com

Alastair Crooke parla della più recente strategia per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump che critica il tentativo degli Stati Uniti di ottenere il primato mondiale definendolo un fallimento

kremlin soldiers.jpgLe amministrazioni statunitensi elaborano periodicamente una Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) (il presidente Donald Trump ne ha redatta una durante il suo primo mandato). Per lo più, questi documenti delineano una versione idealizzata della politica estera e della sicurezza di un’amministrazione e non hanno grande importanza pratica, a causa di ciò che viene tralasciato: gli interessi politici ed economici consolidati degli Stati Uniti; il profondo consenso in politica estera supervisionato dalla classe dirigente dello Stato di sicurezza profonda; e le politiche sostenute dal collettivo dei grandi donatori.

Tuttavia, questo NSS pubblicato di recente si legge in modo piuttosto diverso, attribuendo un distintivo tono “America First” alla politica estera degli Stati Uniti, evitando l’egemonia globale, il “dominio” e le crociate ideologiche, a favore di un realismo pragmatico e transazionale incentrato sulla protezione degli interessi nazionali fondamentali: sicurezza nazionale, prosperità economica e predominio regionale nell’emisfero occidentale.

Gli Stati Uniti, quindi, “non sosterranno più l’intero ordine mondiale come ‘Atlante’ e si aspettano che l’Europa si faccia carico di una parte maggiore dei propri oneri di difesa”, afferma l’NSS.

Critica la precedente ricerca del primato globale da parte degli Stati Uniti definendola “un fallimento” che ha finito per indebolire l’America, e definisce la politica di Trump come una “correzione necessaria” alla posizione precedente. Accetta quindi l’orientamento verso un mondo multipolare.

Due obiettivi chiave della politica estera sono stati sfumati anziché radicalmente riformulati.

In primo luogo, la Cina viene declassata da “minaccia primaria” e “minaccia progressiva” a concorrente economico (Taiwan è considerata uno strumento di deterrenza).

Riguardo alla Russia, si legge:

Print Friendly, PDF & Email

labottegadelbarbieri

Nuova strategia Usa e chi non vuol capire

di Giorgio Ferrari

A proposito della nuova strategia degli Stati Uniti e le reazioni che ha suscitato

Trump fotoAp.jpgL’accoglienza riservata da quasi tutti gli organi di stampa italiani, sopratutto quelli di area esplicitamente democratica, al documento della Casa Bianca (National security strategy 2025) è stata – a mio modo di vedere – ipocrita e anche miope.

Di tutto il suo contenuto, quello che viene posto in risalto è l’attacco all’Europa, omettendo di citarne o banalizzandoli, molti altri aspetti niente affatto irrilevanti.

Ho già espresso il mio punto di vista su Trump (https://www.labottegadelbarbieri.org/la-retorica-del-male-assoluto-e-il-tracollo-della-democrazia/) ma ritengo utile riportare un brano del mio intervento perché mi sembra assolutamente pertinente all’argomento di cui si discute oggi.

Trump ha fatto capire agli alleati europei che l’Atlantismo da Truman in poi (non quello di Roosevelt che era ancora un “patto” anti nazista esteso all’Urss), iniziato con il bombardamento atomico del Giappone e proseguito con la guerra fredda e con la Nato, non gli interessa più di tanto perché è superato dagli eventi storici occorsi negli ultimi 35 anni (caduta dell’Urss) e se l’Europa vuole continuare a mantenerlo in piedi che se lo paghi e, soprattutto, se ne assuma le responsabilità politiche. Queste cose Trump le sosteneva già durante la sua prima presidenza o ci si è dimenticato che il ritiro dall’Afghanistan fu deciso da lui (accordo di Doha del febbraio 2020) e poi effettuato con ritardo da Biden nel 2021? Trump non vuole continuare a finanziare guerre, non perché sia un pacifista, ma perché gli costano molto di più di quanto gli rendano e se ne promuoverà una sarà con la Cina, vero antagonista globale ma soprattutto commerciale, come s’è visto con la guerra dei dazi.

Questa rimodulazione dell’Atlantismo, dopo la pubblicazione del documento della Casa Bianca, è interpretata, a seconda dei casi, come un tradimento; un regalo alla Russia o un tentativo di destabilizzare l’Europa (il più gettonato) e non c’è verso che chi azzarda queste considerazioni le inquadri, con un minimo di realismo, nel contesto internazionale. Ma andiamo con ordine.