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Ucraina: senza un bagno di realismo il negoziato resta al palo
di Gianandrea Gaiani
Il negoziato per la pace in Ucraina dopo i colloqui tra le delegazioni russa e ucraina in Turchia e la conversazione telefonica tra Donald Trump e Vladimir Putin, sembra arenarsi sugli scogli di sempre: da un lato la pretesa russa che Kiev e l’Europa tengono conto della situazione sul campo di battaglia, dall’altro la pretesa di ucraini ed europei che Mosca accetti di sospendere le operazioni militari per un mese per negoziare.
“Russia e Ucraina inizieranno immediatamente i negoziati per un cessate il fuoco” ha detto Trump dopo la conversazione con Putin definita “molto positiva. Russia e Ucraina avvieranno immediatamente i negoziati per un cessate il fuoco e, cosa ancora più importante, per la fine della guerra”, ha scritto Trump. Secondo il presidente americano, le condizioni dell’accordo saranno stabilite dalle due parti, perché “solo loro conoscono i dettagli” necessari a raggiungere un’intesa autentica.
Dettagli a dire il vero sostanziali sulla cui definizione Trump sembra volersi sottrarre preferendo sottolineare che la Russia sarebbe pronta ad avviare un commercio su larga scala con gli Stati Uniti una volta raggiunta la pace: “C’è un’enorme opportunità per la Russia di creare posti di lavoro e ricchezza. Il suo potenziale è illimitato”. Allo stesso modo il presidente ha evidenziato le prospettive economiche future per l’Ucraina, parlando di grandi benefici nel contesto della ricostruzione del Paese dopo la fine del conflitto.
Trump come sempre esalta le prospettive economiche determinate dalla fine del conflitto e ha posto l’enfasi sul ruolo che potrà avere il Vaticano con Papa Leone XIV nel guidare i negoziati ma in termini di sostanza dal faccia a faccia telefonico è emersa la conferma che USA e Russia marciano verso il ristabilimento di importanti relazioni bilaterali, non certo l’imminenza di un accordo per il cessate il fuoco e la pace in Ucraina.
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«La Nato è un’auto fuori strada, con centralina in avaria e autista ubriaco»
di Fabio Mini
Il generale denuncia l’inadeguatezza strategica dell’Alleanza atlantica, incapace di adattarsi al nuovo scenario globale
Mentre l’Unione europea insiste nel sostenere una guerra già persa, l’America di Trump tratta con Mosca e prepara l’uscita di scena. Intanto l’Alleanza atlantica, fra leadership compromesse, assenza di visione e derive belliciste, rischia di implodere. In questo brano tratto dal suo ultimo libro, l’ex comandante Nato in Kosovo analizza il tramonto dell’Alleanza. E mette in luce l’irresponsabilità strategica di Bruxelles, incapace di immaginare la pace e ancora meno di combattere una guerra che non è più la sua.
* * * *
Donald Trump non attribuisce alla Nato alcun valore geopolitico. Come i suoi predecessori, la vede come un proprio strumento per impedire all’Unione europea di raggiungere un minimo grado di autonomia in materia di sicurezza e tenerla in pugno con la politica e l’economia. Tale posizione si oppone in modo decisivo all’idea di sviluppare una difesa europea autonoma separata dagli Stati Uniti.
Fino a una decina di anni fa la cosa poteva dare fastidio a tutti gli europeisti convinti, ma alla luce dell’atteggiamento ostile a qualsiasi forma di dialogo con i potenziali avversari e competitori dimostrato dai funzionari dell’Unione europea in tutte le crisi, oggi è quasi una fortuna che l’Europa non abbia uno strumento militare da brandire.
L’intera classe politica europea si è dimostrata pericolosamente immatura nella gestione degli strumenti militari. Non solo sono stati ignorati i rischi e le conseguenze di un conflitto, ma la guerra è stata invocata e sostenuta per costringere ad accelerare dei processi intrinsecamente complessi come la transizione energetica, la transizione ecologica, la transizione tecnologica. Ogni transizione è necessaria ed è uno stadio che richiede più risorse e soprattutto maggiore stabilità.
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I colloqui di Istanbul nel segno di Bismarck
di Fabrizio Poggi
A conclusione del prima tornata di colloqui russo-ucraini a Istanbul, mentre Andrej Zobov, su Komsomol'skaja Pravda, si chiede a chi sia andata la vittoria e risponde guardando ai balzi della borsa di Mosca – al ribasso, alla notizia che l'incontro era durato meno di due ore; al rialzo, con ritmi frenetici, immediatamente dopo le dichiarazioni dei capi delegazione, Vladimir Medinskij e Rustav Umerov - per Pëtr Akopov, su RIA Novosti, il principale risultato è rappresentato dal fatto stesso che i colloqui si siano tenuti e che le parti si siano accordate sul proseguirli: «nulla di più, a parte lo scambio di prigionieri», mille per mille.
Non era scontato, dal momento che l'obiettivo di Kiev era quello di farli saltare. Come si era notato anche su questo giornale, Vladimir Zelenskij, rispondendo alla proposta di Vladimir Putin per contatti diretti tra delegazioni russo-ucraine, con il diktat di volere nient'altro che un faccia a faccia tra loro due, puntava proprio su una rottura dei colloqui. Stesso obiettivo era quello degli “euro-volenterosi” che, cercando di rinviare qualsiasi trattativa e imporre a Mosca un cessate il fuoco di un mese, non cercavano altro che continuare a rimpolpare di armi e uomini l'esercito ucraino, per proseguire una guerra che significa lauti profitti per colossi finanziari e industrie di guerra.
Allo scorno di un Zelenskij ritrovatosi da solo a Istanbul, senza né Putin, né Trump, anche i soliti italici giornalacci non sapevano far altro che affibbiare a Putin la qualifica di “nemico della pace”, facendo eco agli “amati” nazigolpisti di Kiev, che parlano di Mosca come “inadatta a ogni accordo” e assetata di sangue ucraino.
Del resto, è quanto ripetono anche oggi i perenni guerrafondai del Corriere della Sera, che sprecano rotoli di carta a “dimostrare” le “brame annessionistiche” di Putin che, oltre a non riconoscere «la legittimità del leader nemico» (si ricordano a via Solferino che il mandato di Zelenskij è scaduto oltre un anno fa?) «intende annettere il massimo dei territori occupati con la forza e in parallelo non rinuncia a esercitare un controllo diretto sulla sovranità ucraina del futuro».
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Il tentativo di pace di Trump è destinato al fallimento. La guerra in Ucraina è irrisolvibile
di Thomas Fazi
“Per ora, quindi, lo scenario più probabile rimane un conflitto prolungato, costi crescenti e divisioni sempre più profonde – non solo tra Russia e Occidente, ma anche all’interno dell’Occidente stesso. La guerra non finirà finché Washington e i suoi alleati non saranno disposti ad affrontare la questione centrale: la persistenza di una dottrina egemonica che non ammette rivali. Finché ciò non accadrà, la pace rimarrà inafferrabile e il massacro continuerà. E Donald Trump, che gli piaccia o no, rischia di essere ricordato non come l’uomo che ha posto fine alla guerra, ma come colui che l’ha ereditata e l’ha lasciata bruciare.”
Una cosa è chiara: Trump non può più affermare che la guerra in Ucraina sia “la guerra di Biden”. Ora è anche la guerra di Trump. Mesi dopo che il Presidente degli Stati Uniti si è impegnato a porre fine rapidamente ai combattimenti tra Ucraina e Russia, la sua amministrazione ha annunciato che gli Stati Uniti non prenderanno più parte a quella che è stata spesso descritta come una diplomazia di scambio tra le due parti. La scorsa settimana, la portavoce del Dipartimento di Stato Tammy Bruce ha confermato che gli Stati Uniti non fungeranno più da mediatori nei negoziati. Questi, ha affermato, sono “ora tra le due parti”, aggiungendo che “ora è il momento che presentino e sviluppino idee concrete su come questo conflitto finirà. Dipenderà da loro”.
Nel frattempo, in un’intervista alla NBC, Trump ha assunto un tono ancora più pessimista, affermando che “forse non sarà possibile” raggiungere un accordo di pace. In effetti, il conflitto sembra inasprirsi di nuovo, e con l’approvazione della Casa Bianca. Il 4 maggio, il New York Times ha riportato che un sistema di difesa aerea Patriot fornito dagli Stati Uniti, attualmente di stanza in Israele, sarebbe stato dirottato verso l’Ucraina. Poiché tutte le esportazioni di Patriot richiedono l’approvazione formale degli Stati Uniti ai sensi delle leggi americane sul trasferimento di armi, la mossa indica un’autorizzazione diretta della Casa Bianca. Pochi giorni prima, Washington aveva approvato un possibile accordo da 300 milioni di dollari per l’addestramento e il supporto degli F-16. Il pacchetto include aggiornamenti per i velivoli, pezzi di ricambio, software, hardware e addestramento per il personale ucraino. Inoltre, i media ucraini hanno riferito che la Casa Bianca aveva dato il via libera a 50 milioni di dollari in nuove esportazioni di armi verso l’Ucraina. L’accordo, a quanto pare, include hardware militare e servizi relativi alla difesa non specificati.
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Russia: i segreti della resilienza economica
di Mylène Gaulard
Abbiamo tradotto il testo di Mylène Gaulard, docente di economia presso Università Pierre Mendes France – Grenoble 2, apparso originariamente su Hors-serie in quanto intende mettere a nudo l’enorme distanza tra la narrazione dominante occidentale (e principalmente europea) sul conflitto in Ucraina e la realtà materiale dei rapporti di forza economici e geopolitici che si stanno ridefinendo su scala globale.
La guerra contro la Russia è oggi il fulcro di una trasformazione sistemica attraverso la quale il Capitale euro-atlantico tenta di riconfigurare le proprie economie, principalmente attraverso l’estensione del paradigma bellico.
In Europa, la costruzione della Russia come “nemico esistenziale” risponde a esigenze strutturali prima ancora che strategiche: serve a fornire un quadro ideologico coerente per una profonda ristrutturazione industriale, che altrimenti sarebbe politicamente difficilmente giustificabile. In Germania – locomotiva industriale dell’UE e oggi per il secondo anno consecutivo in recessione – si parla esplicitamente di «Wirtschaftswende», una svolta economica che punta alla riconversione massiccia della filiera industriale verso la produzione militare: dai settori storici come l’automotive, sempre più orientati verso veicoli blindati e logistica militare, fino all’industria aerospaziale, oggi investita da programmi accelerati per la produzione di UAV, droni, sensori e sistemi di puntamento integrati.
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La soluzione finale
di Il Pungolo Rosso
Ancora una volta, in Israele, è la destra estrema con esplicite simpatie naziste, a dettare la linea di marcia al governo e all’esercito. E questa linea di marcia Smotrich e Ben-Gvir l’hanno tracciata da tempo: “distruggere interamente Gaza”, occupare in modo permanente l’intera striscia, “ripulire” questa area della Palestina storica dai suoi abitanti, deportandoli in paesi del “Terzo Mondo”, centellinare la ripresa degli aiuti (60 camion al giorno, il 10% del minimo necessario), appaltare la gestione di essi a due ditte amerikane poste sotto il controllo dell’esercito sionista, annettere formalmente tutta la Cisgiordania entro il 2026. In seguito, si passerà a regolare i conti restanti con gli “arabi-israeliani”. In breve: la soluzione finale della questione palestinese, e – insieme – un tassello fondamentale della costruzione del “grande Israele”. Da due giorni questa linea di marcia è stata fatta propria, in modo ufficiale, dal governo in carica. È il piano di una nuova Nakba, più radicale di quella del 1948.
L’ammasso di spazzatura che prende il nome di “libera stampa” non ha battuto ciglio davanti alla denominazione della nuova operazione militare del governo Netanyahu: “carri di Gedeone”. Una denominazione biblica che conferma il timbro sempre più fondamentalista religioso dello sterminismo sionista, e insieme l’illimitata capacità di mentire dei sionisti che raffigurano l’Idf, sostenuto incondizionatamente dalla gigantesca macchina di morte dell’imperialismo occidentale, come un’entità di forze di molte volte inferiore alle armate del nemico palestinese – laddove è palese l’esatto contrario.
Al massimo, i media di regime si lasciano scivolare una lacrimuccia sul viso per il fatto che a Gaza si soffre e si muore ormai, oltre che di bombe, di fame (*), dal momento che – indisturbato – lo stato sionista ha da mesi bloccato l’ingresso di ogni aiuto alimentare nella striscia con il proposito di straziare chi è ancora in vita, e con l’intento di scatenare scontri tra affamati e la rivolta contro Hamas.
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Trump 2.0: una svolta epocale?
di Raffaele Sciortino
“Il capitalismo cadrà come il muro di Berlino”
José Francesco Bergoglio
Un confronto sulla percezione che sulle due sponde dell'Atlantico si ha della crisi in corso è importante, ma deve scontare uno choc cognitivo dovuto alla difficoltà di mettere a fuoco una svolta forse epocale. In effetti, è in corso a Washington un vero e proprio regime change, contrappasso della politica da decenni perseguita dalla Foreign Policy Community statunitense a tutte le latitudini. Se a prima vista sembra regnarvi il caos, la sfida è individuare una logica di fondo in questo caos. Detto altrimenti, Trump è sintomo e prodotto di profonde spinte materiali interne ed esterne oltreché l'attore di un tentativo di svolta nella postura strategica degli Stati Uniti nel mondo, dal corso incerto e con esiti difficilmente prevedibili.
Come fattori immediati, Trump 2.0 è il prodotto dei tre fallimenti principali e tangibili dell'amministrazione Biden: 1) non essere riuscita a infliggere una ”sconfitta strategica” alla Russia nel conflitto ucraino, avendo anzi favorito l'ulteriore riavvicinamento tra Mosca e Pechino e con gran parte del Sud Globale; 2) aver mancato l'obiettivo del decoupling selettivo con la Cina, ovvero il blocco della sua modernizzazione tecnologica e della risalita nelle catene globali del valore; 3) non aver arrestato il deterioramento del quadro sociale interno (nonostante gli impegni per una middle class foreign policy e gli abbozzi di reshoring, che in realtà si sono fermati sulla soglia del friendshoring con paesi come Messico e Vietnam). Anche solo alla luce di questi fattori, non era difficile ipotizzare che non Trump era la parentesi, ma Biden (le cui misure, non a caso, si sono collocate sul solco protezionistico di Trump 1.0, sanzioni comprese). Ma c'è di più. I fallimenti dell'amministrazione Democratica si configurano non come errori contingenti, bensì come la coda di un lungo ciclo della politica Usa e mondiale, quello della globalizzazione ascendente, già duramente scosso dalla crisi del 2008.
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Le sfide dei negoziati di Donald Trump con l’Ucraina
di Thierry Meyssan
Il presidente Donald Trump non è riuscito a portare la pace in Ucraina, come aveva creduto di poter fare. Ha scoperto una situazione molto più complessa di quanto supposto.
Rifiutandosi di schierarsi con una parte o con l’altra, si è ritrovato in mezzo a un conflitto che perdura da un secolo tra due fratelli nemici; un conflitto che i suoi predecessori, Barack Obama e Joe Biden, alimentarono e strumentalizzarono. Prima di poter superare lo stallo, deve però chiarire la situazione ai propri concittadini.
* * * *
Dopo aver esaminato i negoziati con l’Iran [1], in questo articolo analizziamo i negoziati del presidente Trump con l’Ucraina. Purtroppo, non disponiamo di documenti dei nazionalisti integralisti ucraini, mentre abbiamo quelli dei nazionalisti integralisti israeliani. Questo perché l’Ucraina di oggi è una vera e propria dittatura militare. In Israele invece l’esercito è ancora il garante di ciò che rimane della democrazia, picconata dai sionisti revisionisti di Benjamin Netanyahu.
La questione ucraina è molto diversa da quella iraniana in quanto gli Stati Uniti non hanno miti in comune con l’Ucraina, mentre ne condividono con Israele. In Medio Oriente il presidente Trump sta cercando di negoziare una pace equa e duratura preservando al tempo stesso gli interessi di Israele (non quelli dei sionisti revisionisti, che aspirano a un Grande Israele). In Ucraina si rifiuta di schierarsi con una delle parti e si attiene a una posizione di stretta neutralità. I suoi predecessori Obama e Biden avevano invece concluso con i nazionalisti integralisti un accordo segreto contro la Russia. Trump deve innanzitutto scoprire la reale complessità della situazione, ma per conseguire un risultato è necessario che ne renda consapevole anche la propria amministrazione.
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Gaza, USA e Cina: il futuro della guerra e la fine della civiltà
di Roberto Iannuzzi
La tendenza a reinterpretare le leggi di guerra è destinata ad avere serie conseguenze sulla distruttività dell’azione militare nei futuri conflitti. Gaza rappresenta un pericoloso precedente
Avevo scritto più volte in precedenti articoli che la portata della tragedia di Gaza va ben al di là degli angusti confini di questa martoriata striscia di terra sulle coste del Mediterraneo:
Ciò che sta avvenendo a Gaza non resterà confinato a Gaza, si potrebbe dire, perché è il sintomo di un malessere più generale che sta erodendo la civiltà occidentale.
Avevo scritto già in passato che
Sotto le macerie di Gaza rischiano dunque di rimanere sepolti anche l’ordine internazionale che l’ONU ha rappresentato dal 1945, e il ruolo di garante della legalità internazionale di cui gli USA si sono sempre fregiati.
Ora un’inchiesta della rivista americana The New Yorker dal titolo “What’s Legally Allowed in War”, passata perlopiù sotto silenzio, aiuta a chiarire meglio la pericolosità del “precedente” rappresentato dallo sterminio in corso a Gaza.
Il reportage a firma di Colin Jones racconta come gli esperti giuridici dell’esercito americano si stiano confrontando con l’operazione militare israeliana nella Striscia, considerandola una sorta di “prova generale” per un possibile conflitto con una potenza come la Cina.
L’articolo esordisce descrivendo due visite compiute nella Striscia da Geoffrey Corn, professore di legge presso la Texas Tech University ed ex consulente senior delle forze armate USA sulle leggi di guerra, altresì note come Diritto Umanitario Internazionale (DIU) o Diritto Internazionale dei Conflitti Armati (DICA).
Per spiegare il livello di distruzione di cui è stato testimone a Gaza, Corn lo ha paragonato a quello di Berlino al termine della seconda guerra mondiale. Egli non è stato né il primo né l’unico a proporre un simile confronto.
Già nel dicembre 2023, ad appena due mesi dall’inizio del conflitto, esperti militari consultati dal Financial Times avevano equiparato la distruzione di Gaza nord a quella di città tedesche come Dresda, Amburgo e Colonia a seguito dei bombardamenti alleati.
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Smascherata la truffa NATO: l'Europa è indifesa senza la "cavalleria americana"
di Kit Klarenberg
Il 23 aprile, Politico ha pubblicato uno straordinario articolo, “La cavalleria americana non arriva”, che documentava con dovizia di particolari quanto la pianificazione e le infrastrutture di difesa europee siano state per decenni esclusivamente “costruite sul presupposto del supporto americano” e “accelerare l’invio di rinforzi americani in prima linea”. Ora, “la prospettiva che ciò non accada sta gettando nel caos i piani di mobilità militare” e il continente “si trova solo”, indifeso, senza una direzione e privo di soluzioni ai disastrosi risultati della sua prostrazione per molti decenni all’egemonia statunitense.
L’articolo inizia con un tentativo mediocre di fantasy, tratteggiando uno scenario da incubo che si scatena nel marzo del 2030. “Nella nebbia di inizio primavera”, un attacco russo su più fronti inizia contro Lituania e Polonia, costringendo i soldati stranieri di stanza lì a cercare riparo, mentre “i paesi alleati si affrettano a rispondere”. Ma mentre Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e i paesi nordici mobilitano i loro eserciti per l’impresa, “c’è una netta assenza”:
Leader e soldati guardano a ovest, verso l’oceano, sperando nelle navi da guerra che sono sempre accorse in soccorso dell’Europa nell’ultimo secolo. Ma il mare offre solo silenzio. Gli americani non arrivano. La seconda presidenza di Donald Trump ha posto fine all’impegno degli Stati Uniti per la difesa europea.
Certo, Trump non ha ancora disimpegnato Washington dalla NATO. “Ma cosa succederebbe se l’America abbandonasse l’Europa?”, riporta Politico, è una domanda inquietante che riecheggia con crescente urgenza nei corridoi del potere occidentali. La risposta evidenzia una “realtà scomoda”: “senza il supporto degli Stati Uniti, spostare truppe in Europa sarebbe più lento, costoso e ostacolato da una serie di colli di bottiglia logistici”. In caso di guerra totale, queste carenze “potrebbero non solo creare inefficienze”, ma “potrebbero rivelarsi fatali”.
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Gli Stati Uniti ascoltano la posizione della Russia
Veronica Romanenkova per tass.ru/ intervista Sergei Shoigu
In un’intervista con la TASS, il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu ha parlato dei successi dell’NMD, del dialogo tra Mosca e Washington, del pericolo di scoppio di una terza guerra mondiale a causa dei piani della “coalizione dei volenterosi” e delle condizioni affinché la Russia riprenda i test nucleari
Sergey Kuzhugetovich, è trascorso quasi un anno dalla sua nomina alla carica di Segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa. Come valuta la situazione nell’ambito della sicurezza nazionale e i cambiamenti in questo ambito? Quali questioni vengono decise dal Consiglio di sicurezza?
La situazione nell’ambito della sicurezza nazionale della Federazione Russa rimane difficile. Gli Stati ostili sono consapevoli di non essere riusciti a infliggere una sconfitta strategica alla Russia, a minare la sua autorità internazionale, a distruggere la sua economia o a indebolire la sua stabilità politica interna. La Russia sta resistendo con successo alla crescente pressione politica, militare, economica e informativa esercitata su di essa. L’incapacità dell’Occidente collettivo di raggiungere i propri obiettivi si accompagna a un aggravamento delle contraddizioni tra i suoi membri, dei loro problemi socio-economici interni e delle differenze ideologiche, nonché a una divisione nelle élite dominanti. Allo stesso tempo, i paesi che non hanno aderito alle sanzioni anti-russe sono sempre più convinti dell’incompetenza di coloro che, fino a poco tempo fa, cercavano di costringere il mondo intero a vivere secondo le proprie regole determinate unilateralmente.
Questo sviluppo inaspettato degli eventi costringe l’Occidente a cercare nuovi modi per mantenere il suo dominio. La vittoria sulla Russia, se non sul campo di battaglia, almeno diplomaticamente – preservando l’Ucraina come “anti-Russia”, il principale antipodo del nostro Paese – rimane la priorità più importante per le élite occidentali. Allo stesso tempo, si stanno compiendo sforzi significativi per provocare instabilità interna nella Federazione Russa, negli stati vicini, soprattutto in Transcaucasia e Moldavia, per preparare “rivoluzioni colorate” nei paesi del Sud del mondo che lottano per una vera indipendenza: in Africa, Medio Oriente e America Latina.
Tutto ciò è accompagnato da un cambiamento nella natura della manifestazione delle minacce alla sicurezza nazionale della Federazione Russa, dalla formazione di nuove sfide e rischi, nonché di opportunità per il nostro Paese.
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Sovranità nazionali e divergenza dei populismi
di Emmanuel Todd
Apro questa rivista con la trascrizione di una conferenza tenuta a Budapest, in Ungheria, all’inizio di aprile, a Várkert Bazár, nell’ambito della Conferenza Eötvös organizzata dall’Institut du XXIe Siècle. Poiché questo viaggio non è passato inosservato, ho voluto renderlo pubblico il più possibile, in modo che tutti potessero farsi una propria opinione. In un’epoca in cui è facile trovarsi di fronte a calunnie e fantasie, ritengo sia importante garantire che le informazioni possano circolare liberamente e in modo trasparente in Europa [Emmanuel Todd, 29 aprile 2025].
Il mio debito con l’Ungheria
Grazie per questa introduzione molto gentile e lusinghiera. Devo confessare subito che sono piuttosto emozionato di essere a Budapest per parlare della sconfitta, della dislocazione del mondo occidentale, perché la mia carriera di autore è iniziata dopo un viaggio in Ungheria. Avevo 25 anni, ci andai nel 1975, entrai in contatto con studenti ungheresi, parlammo e mi resi conto che il comunismo era morto nella mente della gente. Ho avuto una visione intuitiva della fine del comunismo a Budapest nel 1975. Poi sono tornato a Parigi e, un po’ per caso, nelle statistiche dell’Istituto nazionale di studi demografici ho trovato i dati sull’aumento del tasso di mortalità infantile in Russia e Ucraina, nella parte centrale dell’URSS, e ho avuto l’intuizione dell’imminente crollo del sistema sovietico. Avete appena visto la copertina del mio primo libro (La chute finale: Essai sur la décomposition de la sphère soviétique). Tutto è iniziato a Budapest e sento di avere un debito di gratitudine nei confronti dell’Ungheria. È commovente e impressionante trovarsi in questa bella sala, dopo aver incontrato ieri il vostro Primo Ministro, e tenere una conferenza quando, mezzo secolo fa, sono arrivato qui in treno, all’ostello della gioventù, come un misero studente che non sapeva cosa avrebbe trovato a Budapest.
L’umiltà necessaria
L’esperienza di questo primo libro e il crollo del comunismo mi hanno reso cauto. Naturalmente la mia previsione era corretta, ero molto sicuro di me: l’aumento della mortalità infantile è un indicatore molto, molto sicuro. Ma poi, circa 15 anni dopo, quando il sistema sovietico è crollato, devo umilmente ammettere che non avevo compreso appieno ciò che stava accadendo. Non avrei mai potuto immaginare gli effetti di questa disgregazione sulla sfera sovietica nel suo complesso. Il facile adattamento delle ex democrazie popolari non mi ha sorpreso più di tanto. Nel mio libro, La caduta finale, ho notato le enormi differenze di dinamismo che esistevano tra Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia, ad esempio, e la stessa Unione Sovietica.
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Sul filo del rasoio: "pace", capitolazione, guerra. O Thawra!
Le trattative Usa/Iran
di Lo Sparviero
Proseguono le trattative “sul nucleare” iraniano fra i delegati della Repubblica islamica e i negoziatori statunitensi guidati da Steve Witkoff il quale Witkoff, miliardario immobiliarista ebreo americano “prestato alla politica” e presentato dai media come un “feroce negoziatore” nel senso della feroce e concreta attitudine di costui nel concludere proficuamente gli affari, è l’incaricato di Trump anche per le trattative “di pace” sul fronte russo-ucraino/NATO. Anche questo fatto di dettaglio indica come siano intrecciate le vicende degli attuali fronti di guerra aperti e della possibile “pace” che si sta contrattando. In questa nota ci preme dire unicamente di un paio di punti che riguardano lo scenario di guerra in Asia occidentale. Un paio di punti (a nostro avviso) fermi di carattere generale, attorno ai quali ruotano le molteplici e imprevedibili variabili della lotta per la vita o per la morte cioè della lotta suprema in corso.
Scriviamo sopra di possibile “pace” fra virgolette perché essa per l’imperialismo è concepibile a una non contrattabile condizione: la capitolazione politica e operativa delle forze combattenti dell’Asse della Resistenza. La capitolazione di Hamas, quella di Hezbollah, delle milizie popolari irakene, degli Houthi yemeniti. Tutte forze che sono sotto continua e feroce pressione strangolatoria nel mentre che fra Usa e Iran “si tratta”.
“Si tratta” in perfetto stile imperialista, cioè con la pistola puntata alla tempia del governo di Teheran e dell’intero popolo iraniano. Un imponente dispositivo militare imperialista è infatti e intanto schierato, pronto a colpire qualora i negoziati fallissero secondo il criterio che lo sceriffo americano riterrà valido. Da parte del regime di Teheran che è fatto da uomini dalla tempra fortissima a cominciare dalla Guida Suprema Alì Khamenei, niente affatto disposti alla sottomissione, si accetta il terreno della trattativa pur sotto evidente scacco per cercare di evitare o procrastinare il più possibile uno scontro militare diretto con il tandem Usa/Israel, forse cercando di spezzarlo. Un tandem criminale che non ha nessunissimo scrupolo a usare il suo armamento nucleare se decide per la guerra, che in ogni caso sarebbe guerra devastante per l’Iran.
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Il matrimonio di interessi tra Stati Uniti e Cina è saltato
Dalla Chimerica alla competizione globale: si rompe l’asse economico che ha segnato un’epoca.
di Giacomo Gabellini
L’idillio è finito. Per decenni Washington e Pechino avevano condiviso un rapporto di interdipendenza economica senza precedenti, fondato sulla delocalizzazione produttiva e sul finanziamento del debito americano. Ma l’era del matrimonio di interessi volge al termine. Le recenti dichiarazioni di J.D. Vance, le tensioni commerciali e l’ascesa tecnologico-industriale della Cina raccontano la fine di un equilibrio che ha dominato la globalizzazione post Guerra fredda. Ecco la prima puntata di una serie di approfondimenti di Krisis dedicati all’ascesa e al declino della Chimerica.
Parte I – Ascesa e declino di Chimerica
«Prendiamo in prestito denaro dai contadini cinesi per comprare i beni che quegli stessi contadini cinesi producono». Con questa sintesi, il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance ha spiegato le conseguenze, per gli Stati Uniti, della cosiddetta economia globalista. Lo scorso 10 aprile, nel corso di un’intervista rilasciata a Fox News, Vance ha difeso strenuamente la decisione del presidente Donald Trump di imporre dazi (quasi) a 360 gradi, e sferrato un attacco frontale all’assetto liberoscambista in vigore ormai da diversi decenni. Vance ha spiegato che la globalizzazione si è tradotta nel «contrarre un debito enorme per acquistare beni che altri Paesi producono per noi».
La reazione cinese è giunta pressoché istantaneamente. Il portavoce del Ministero degli Esteri Lin Jian ha dichiarato che «è allo stesso tempo sconcertante e deplorevole sentire questo vicepresidente fare commenti così ignoranti e irrispettosi». Hu Xijin, ex caporedattore del quotidiano Global Times, ha invece alluso alle origini che Vance, un hillbilly (contadino montanaro, ndr) ha sempre rivendicato per affermare che «questo vero “contadino” venuto dall’America rurale sembra mancare di prospettiva. Molte persone lo stanno esortando a venire a visitare la Cina di persona».
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Xi e Huawei asfaltano pacificamente Trump. Lui reagisce riempiendo di missili il Pacifico
di OttolinaTV
E meno male che Trump doveva riportare un po’ di sano realismo alla Casa Bianca: prima ha dichiarato una guerra commerciale al resto del mondo che, però, ha scatenato una delle più massicce fughe di capitali dagli USA di sempre e l’ha costretto a una rovinosa ritirata, poi ha rilanciato la guerra tecnologica contro la Cina, vietando l’esportazione anche di chip di vecchia generazione, per ritrovarsi, però, il giorno dopo con Huawei che annunciava l’uscita di nuove macchine e processori pensati ad hoc per l’intelligenza artificiale che hanno lasciato gli analisti a bocca aperta; e ora, per concludere, sembra si sia messo l’anima in pace e sia tornato ai cari vecchi metodi da cowboy. L’hanno ribattezzato il super bowl delle esercitazioni del Pacifico: si chiama balikatan, spalla a spalla, ed è un’esercitazione marina congiunta tra forze armate statunitensi e filippine che va regolarmente in scena da quasi 40 anni, ma che a questo giro, stando ad Asia Times, “è la più grande mai condotta”. “Più che un super bowl, è un super troll” rispondono i cinesi dalle pagine del Global Times: “un’esercitazione che trabocca di provocazioni nei confronti della Cina”.
Durante l’esercitazione, in corso da lunedì scorso e che prevede la partecipazione di circa 15 mila effettivi tra statunitensi e filippini, verrà infatti dispiegato, per la prima volta in assoluto nell’area, il sistema missilistico NMESIS, dotato di missili d’attacco navali in grado di interdire il passaggio di imbarcazioni cinesi nello stretto di Luzon, il tratto di mare che separa le isole settentrionali delle Filippine da Taiwan; ma, soprattutto, verrà schierato un secondo Typhon, il lanciatore di missili a lungo raggio Tomahawk e SM-6 che, con una gittata massima di poco inferiore ai 2 mila chilometri, permetterebbero all’impero di raggiungere sostanzialmente tutte le principali aree metropolitane del dragone. Il primo sistema era stato dispiegato nelle Filippine l’anno scorso, sempre durante un’esercitazione, e sarebbe dovuto essere rimosso; oggi, si raddoppia!
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