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Bisogna difendere l’Occidente… Sì, ma quale Occidente?
di Marco Morra
1. Il silenzio dell’Occidente
Dove sono finiti i democratici europei? Quelli che imponevano sanzioni alla Russia? Quelli che ne escludevano gli atleti dalle competizioni internazionali? Quelli che si battevano il petto per non poter fare di più in difesa del popolo ucraino? Un genocidio si sta svolgendo sotto i nostri occhi. È ciò che ha affermato la Commissione d’inchiesta istituita dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. In un rapporto di 72 pagine, pubblicato il 16 settembre, gli esperti dell’Onu hanno dichiarato che “le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno avuto e continuano ad avere l’intenzione genocida di distruggere, in tutto o in parte, i palestinesi nella striscia di Gaza”. L’operato dello Stato ebraico corrisponde ai criteri che definiscono il crimine di genocidio secondo la Convenzione dell’Onu del 1948: “(i) uccidere membri del gruppo; (ii) causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo; (iii) infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita tali da provocarne la distruzione fisica, totale o parziale; e (iv) imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo”[1].
Un genocidio, dunque, si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Gli occhi indifferenti dei governi occidentali, della Commissione europea e degli alti comandi della Nato. Mentre Israele continua a fare affari con le aziende occidentali, ad ottenere liquidità dalle banche europee e statunitensi, a partecipare alle competizioni sportive in Europa e negli Stati Uniti. Un genocidio si sta svolgendo sotto gli occhi indifferenti dei liberali europei, dei conservatori europei, delle anime belle europee. La presunta superiorità morale dell’Occidente cade a pezzi di fronte all’ipocrisia delle sue classi dirigenti. Essa si rivela nient’altro che uno spauracchio ostentato pretestuosamente per giustificare la nuova guerra delle democrazie liberali contro i paesi non allineati ai loro interessi, con lo scopo di mantenere ed estendere il controllo di mercati, risorse strategiche e rotte commerciali. Avevamo già assistito al paradosso delle “guerre di democrazia”. Non potevamo ancora immaginare che un genocidio potesse compiersi sotto i nostri occhi nel silenzio degli Stati occidentali.
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Nessun governo senza la resistenza: il futuro di Gaza nel dopoguerra e il crollo delle illusioni straniere
di Mohammad al-Ayoubi, thecradle.co
Mentre le potenze occidentali promuovono la tecnocrazia a scapito della sovranità, i movimenti di resistenza palestinesi avvertono che non può esserci ricostruzione senza liberazione
All’indomani della devastante guerra a Gaza, la domanda più urgente non è più quella di un cessate il fuoco o della ricostruzione, ma di chi governerà l’enclave.
Si tratta di una lotta per il significato, la legittimità e la sovranità. Il futuro di Gaza sarà plasmato dalla sua gente o dalle stesse potenze straniere che hanno contribuito a distruggerla sotto la bandiera della “salvezza”?
Ogni volta che si aprono le porte della “ricostruzione” e degli “aiuti”, le finestre della sovranità vengono chiuse di colpo. Ciò che si palesa è uno spettacolo coloniale ricorrente: un ordine politico palestinese rimodellato sotto la supervisione straniera, dove il “realismo politico” viene promosso come sostituto della giustizia e la “tecnocrazia” viene commercializzata come una sterile alternativa alla resistenza.
Il giorno dopo
Ayham Shananaa, un alto funzionario di Hamas, ha dichiarato a The Cradle che l’esito della guerra non può essere misurato secondo gli standard dei tradizionali conflitti tra stati, ma deve essere inteso come “una lotta esistenziale tra un popolo in cerca di liberazione e un’occupazione sostenuta dall’Occidente”.
Egli sostiene che la sopravvivenza stessa di Hamas nell’arena politica dopo due anni di guerra costituisce una vittoria strategica, poiché Israele non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, nonostante un sostegno internazionale senza precedenti.
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A due anni dal 7 ottobre, inquietanti interrogativi tuttora senza risposta
di Roberto Iannuzzi
Nuovi elementi confermano la possibilità che almeno alcuni apparati di sicurezza israeliani fossero informati dell’imminenza di un attacco da parte di Hamas
Uno dei fronti chiave sui quali Israele ha combattuto nei due anni di conflitto seguiti all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 è quello dell’informazione.
La battaglia per il “controllo della narrazione” ha ruotato sia intorno agli eventi del 7 ottobre che alla violentissima campagna militare condotta in questi due anni da Israele a Gaza.
In entrambi i casi il governo Netanyahu ha aggressivamente propagandato la propria versione dei fatti.
In Occidente, la descrizione del 7 ottobre imposta dai media di grande diffusione ha essenzialmente ricalcato la versione ufficiale fornita da Tel Aviv.
C’è però un aspetto di quel tragico evento sul quale il governo israeliano non ha tentato di imporre la propria narrazione, quanto piuttosto di stendere un velo di silenzio.
Tale aspetto riguarda il cosiddetto “fallimento” dell’intelligence israeliana (ovvero la sua apparente incapacità di prevedere l’attacco di Hamas) e copre i mesi, le settimane, e la notte stessa, che hanno preceduto lo sconfinamento dei miliziani palestinesi in territorio israeliano.
La Striscia di Gaza era uno dei territori più controllati del pianeta, sottoposta ad un sistema di sorveglianza pervasivo. I servizi di intelligence israeliani sono tradizionalmente considerati tra i più sofisticati a livello mondiale.
Anche alla luce degli impressionanti “exploit” dei servizi di Tel Aviv nei mesi successivi al 7 ottobre – allorché essi sono stati in grado di scovare e assassinare leader di Hamas da Beirut a Teheran, di decapitare l’intera leadership di Hezbollah in Libano, e di infiltrare massicciamente un paese come l’Iran alla vigilia della “guerra dei 12 giorni” combattuta lo scorso giugno fra i due paesi – l’apparente fallimento del 7 ottobre sembra ancor più incredibile.
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Una nuova politica estera per l’Europa
di Jeffrey Sachs
1. Russia, storia di una minaccia inventata
L’economista di Columbia University smonta la narrazione occidentale della Russia come potenza espansionista
L'Europa è intrappolata in una crisi di sicurezza ed economica, guidata dalla paura di Russia e Cina e dalla dipendenza dagli Stati Uniti. In questa prima puntata del suo saggio «Una nuova politica estera per l’Europa», il professor Jeffrey Sachs sfida la narrazione della Russia come minaccia esistenziale per l’Europa. Ricostruendo gli episodi chiave della storia russa, dall’attacco alla Prussia orientale nel 1914 all’invasione dell’Ucraina del 2022, mostra come la percezione di un’«aggressività russa» sia storicamente distorta. E sostiene che le azioni di Mosca erano dettate da motivazioni difensive, non imperialistiche
L’Unione Europea ha bisogno di una nuova politica estera fondata sui veri interessi economici e di sicurezza del continente. Oggi l’Europa si trova in una trappola economica e di sicurezza in gran parte auto-inflitta: ostilità pericolosa con la Russia, diffidenza reciproca con la Cina e una vulnerabilità estrema nei confronti degli Stati Uniti. La politica estera europea è ormai guidata quasi interamente dalla paura di Russia e Cina — una paura che ha prodotto una dipendenza di sicurezza dagli Stati Uniti.
La subordinazione dell’Europa a Washington deriva quasi esclusivamente dal timore, ingigantito, della Russia: un timore amplificato dai Paesi dell’Est con una forte impronta russofoba e da una narrazione distorta della guerra in Ucraina. Convinta che la minaccia alla propria sicurezza venga innanzitutto da Mosca, l’Ue sacrifica tutti gli altri aspetti della propria politica estera – economia, commercio, ambiente, tecnologia e diplomazia – agli interessi statunitensi. Ironia della sorte, si stringe a Washington proprio mentre gli Stati Uniti diventano più deboli, instabili, erratici, irrazionali e persino pericolosi nel loro approccio verso l’Europa, fino a minacciarne apertamente la sovranità (come avvenuto con il caso della Groenlandia).
Per tracciare una nuova politica estera,
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Trump: il difensore delle élite che le élite non amano
di Ferdinando Bilotti
Immaginate di essere un giocatore di roulette che prima si è arricchito, grazie a una serie di puntate favorevoli, ma cui successivamente è andata male per parecchie volte di seguito. Avete consumato quasi tutte le vostre fiches, e la prospettiva di doversi alzare dal tavolo con le tasche vuote si è fatta maledettamente concreta. Cosa fate? Chiaramente, le opzioni possibili sono due. Potete adottare una condotta di gioco molto cauta, in modo da potere continuare a puntare a lungo anche in questa situazione di difficoltà: con un po’ di fortuna, potreste riuscire a riguadagnare un piccolo gruzzolo. Oppure potete puntare in un colpo solo tutto ciò che vi rimane: se vi va male siete rovinati, ma se vi va bene vi siete rifatti abbondantemente delle perdite.
Eccovi spiegata la politica americana degli ultimi anni.
Come abbiamo già scritto nell’articolo del 21 agosto, a partire dagli anni Ottanta le grandi imprese hanno sempre più trasferito le proprie produzioni in paesi dove i salari erano più bassi che negli USA (Messico, Sud-Est asiatico, poi soprattutto Cina). Negli anni, la loro fuga ha assunto portata tale da determinare una vera e propria desertificazione industriale, con ricadute gravi sulla condizione delle classi lavoratrici (oggi diffusamente sottooccupate e malpagate, non trovando di meglio da fare che lavoretti precari e dequalificati… quando li trovano) e sulla solidità finanziaria del paese (in ragione del restringimento della base imponibile, determinato dall’impoverimento dei lavoratori). A quest’ultimo riguardo, ci si farà notare che il governo ha comunque mantenuto la possibilità di tassare le ricchezze dei proprietari delle aziende, nonché le attività che queste ultime hanno continuato a condurre in patria (come quelle finanziarie, generatrici di ingentissimi profitti). Vero: “la possibilità” ha continuato a esserci. In concreto, però, ai ricchi è stato consentito di non pagare più le tasse, in quanto l’imposizione sui profitti societari e sui redditi elevati è stata drasticamente ridotta.
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Ripartire da zero
Finlandizzazione 2,0?
di Aurélien
Ho scritto diverse volte della situazione scomoda derivante dall’imminente sconfitta in Ucraina e delle spiacevoli conseguenze per l’Europa che potrebbero derivarne. Ora vorrei avanzare alcuni suggerimenti provvisori su come potrebbe essere sensato per l’Europa reagire. (Gli Stati Uniti sono diversi, e semplicemente non conosco abbastanza il Paese per poter esprimere un parere adeguato.) Il mio scopo qui non è quello di dare consigli non richiesti ai governi (a meno che non abbiate lavorato nel governo, non avete idea di quanto possa essere irritante), ma piuttosto di esporre in termini semplici ciò che potrebbe essere fattibile. Inizio con la situazione strategica, passo ai vincoli e poi espongo alcune possibili vie da seguire.
In primo luogo, i paesi europei si troveranno in una situazione senza precedenti nella loro storia. Ricordiamo che, nonostante l’Europa venga pigramente definita il “Vecchio Continente”, la sua struttura politica attuale è molto recente. La Germania, nella sua forma attuale, risale solo al 1990, la Repubblica Ceca e la Slovacchia al 1993. La disgregazione dell’ex Jugoslavia in nazioni indipendenti non si è realmente conclusa fino all’indipendenza del Kosovo nel 2008. (A proposito, la Norvegia ha ottenuto la propria indipendenza solo nel 1905). Ma soprattutto, lo Stato nazionale non era tradizionale in Europa: nel 1914, la maggior parte degli europei viveva in imperi, come aveva sempre fatto. Inoltre, ampie zone dell’Europa sudorientale si erano liberate solo di recente da secoli di dominazione dell’Impero Ottomano: il colonialismo durò più a lungo in Europa che nell’Africa subsahariana, ad esempio.
Quindi, l’unico momento vagamente paragonabile nella storia europea a quella odierna è tra, diciamo, il 1921 e il 1938: tra la fine della guerra russo-polacca e l’inizio dell’espansione territoriale tedesca. Quel periodo fu caratterizzato da una disperata ricerca di alleati per evitare di essere circondati o isolati, e da una grottesca e complessa danza diplomatica che coinvolse, tra gli altri, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Polonia, Cecoslovacchia, Unione Sovietica e Giappone, in varie combinazioni.
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Il New Start – il trattato sulla riduzione delle armi nucleari. Un “Nuovo Inizio”?
di Francesco Cappello
Quali conseguenze avrebbe il mancato rinnovo del trattato sulla limitazione delle armi nucleari strategiche?
Malgrado i leader degli Stati Uniti, della Russia e della Cina abbiano spesso dichiarato che una guerra nucleare non possa essere vinta e non dovrebbe mai essere combattuta, il mondo assiste a una convergenza di follia politica e diserzione diplomatica che sta rischiando di riportare le lancette dell’orologio dell’apocalisse ai momenti più bui della Guerra Fredda. È ormai prossima la scadenza del trattato “New Start”, l’ultimo baluardo contro la ripresa di una corsa agli armamenti tra Washington e Mosca. La data fatidica è il 5 febbraio 2026, e le conseguenze del suo mancato rinnovamento, in questo momento critico della storia dell’umanità, sarebbero potenzialmente catastrofiche. I due più grandi stati nucleari del mondo tornerebbero a non avere, dopo due generazioni, alcun tetto ai loro arsenali atomici.
Secondo alcune analisi, alla cessazione del trattato, gli Stati Uniti potrebbero essere pronti a più che raddoppiare il proprio arsenale nucleare schierato, passando dalle attuali 1.550 testate a una cifra compresa tra 3.000 e 4.000 in poco tempo.
Un articolo della Arms Control Association cita uno studio della Federation of American Scientists (FAS) che valuta che, se il Trattato New START venisse scaduto o non rispettato, gli USA e la Russia potrebbero raddoppiare le loro testate strategiche dispiegate entro uno-due anni usando le testate di riserva già esistenti e caricandole sui vettori esistenti.
Il comandante del Air Force Global Strike Command ha dichiarato che, alla scadenza del New START, “potrebbe arrivare l’ordine” di aumentare la capacità nucleare USA, sia per la componente dei missili terrestri (ICBM) sia per quella dei bombardieri.
Questa capacità di rapido riarmo non è un’ipotesi, ma una condizione che il Congresso americano impose per la ratifica stessa del trattato. La reazione della Russia sarebbe inevitabile e speculare, al fine di mantenere una parità strategica, col risultato che il pianeta cadrebbe in una nuova corsa agli armamenti.
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Il “piano B” di Trump per uscire dal vicolo cieco di Gaza
di Roberto Iannuzzi
Il piano Trump è una “Riviera 2.0” per alleggerire la pressione interna e internazionale sulla Casa Bianca e su Israele, senza concedere nulla ai palestinesi. Ma il fallimento è dietro l’angolo
Presentato con grande fanfara mediatica, il “piano di pace” del presidente americano Donald Trump per Gaza è essenzialmente un coup de théâtre per tentare di uscire da una situazione sempre più ingestibile per la Casa Bianca, e pericolosamente fallimentare per Israele.
La rivolta dell’opinione pubblica mondiale
La reputazione dello Stato ebraico sta crollando a livello internazionale. Perfino negli Stati Uniti, paese storicamente amico, la maggioranza degli americani ritiene che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza.
Ma il dato più preoccupante, per la Casa Bianca e per Tel Aviv, è quello dei giovani statunitensi. Fino al 61% della fascia compresa tra i 18 e i 29 anni ormai è schierato dalla parte dei palestinesi, appena il 19% è a favore di Israele.
Ad inquietare particolarmente Trump è la spaccatura all’interno del movimento MAGA (Make America Great Again) che lo sostiene, dove una componente in ascesa accusa Israele non solo dello sterminio di Gaza, ma di indebite ingerenze nelle scelte di politica estera degli Stati Uniti.
L’assassinio del giovane attivista conservatore Charlie Kirk, divenuto via via più critico nei confronti dello Stato ebraico partendo da iniziali posizioni filoisraeliane, ha suscitato un vespaio nella base trumpiana e seri grattacapi non solo per il presidente, ma anche per il governo Netanyahu.
Dopo la scellerata decisione Israeliana di bombardare la capitale del Qatar (uno dei principali alleati di Washington in Medio Oriente) nel tentativo (fallito) di decapitare la leadership di Hamas all’estero, Trump aveva anche il problema di riconquistare la fiducia fortemente scossa delle monarchie arabe del Golfo.
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Attacco NATO alla Russia: rischio guerra e le illusioni del progressismo
di Enrico Grazzini
L’Ucraina e la strategia americana per debilitare la Russia
L’Ucraina è sempre stata considerata come la leva principale per la disgregazione russa. Già negli anni novanta Zbigniew Brzezinski, nel suo libro più famoso, The Great Chessboard (La grande scacchiera1), auspicava l’allargamento della Nato a est, e in particolare all’Ucraina che era fondamentale per ridurre la Russia a potenza asiatica, non più europea. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Carter scriveva che la Russia senza l’Ucraina sarebbe stata una potenza castrata, non più una grande potenza euroasiatica ma solo una potenza regionale asiatica. L’Ucraina doveva diventare il bottino principale della Guerra Fredda vinta dagli USA. Questa strategia d’attacco si svolgeva proprio mentre la Russia postsovietica di Boris Yeltsin – come poi fece anche Vladimir Putin – cercava disperatamente l’alleanza alla pari con l’Occidente e stringeva addirittura una partnership con la Nato. Ma, come sappiamo, la Russia fu stupidamente respinta dall’Occidente. Fu l’amministrazione democratica Clinton a decidere di espandere la Nato a est e di inglobare i Paesi del Patto di Varsavia, suscitando la reazione ovviamente negativa dei governi russi e alimentando la reazione antioccidentale dei nazionalisti russi. Nello stesso tempo la Nato spinse anche l’Unione Europea ad accettare i paesi dell’est – Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia – come suoi membri a pieno titolo: ma questi paesi sono fortemente nazionalisti, privi di una radicata esperienza democratica e, per motivi storici, duramente anti-russi. Con l’allargamento a est l’Unione Europea perse qualsiasi connotazione democratica e ideale e divenne un’associazione divisa e impotente sul piano strategico. La Nato diventò così egemone sulla politica estera e militare europea, e sulle grandi strategie europee. Tuttavia, fino ai moti di EuroMaidan e alla cacciata del presidente filorusso Viktor Janukovyč, la Russia rimase comunque in buoni rapporti sia con la Nato che con l’UE. Ma con la sovversione di Janukovyč operata da Washington la guerra era sostanzialmente inevitabile.
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Tra Est e Ovest, Fratellanze e generali
Egitto, Turchia, Qatar, tre incognite del M.O.
di Fulvio Grimaldi
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__tra_est_e_ovest_fratellanze_e_generali_egitto_turchia_qatar_chi_sono_che_fanno/58662_62820/
In una stagione estiva più tumultuosa del solito, tra i sette fronti aggrediti da Israele, la soluzione finale decisa per Gaza e applicata alla Cisgiordania, l’epidemia di False Flag che l’Occidente allestisce per accreditare riarmo e guerra, lo sgretolarsi di ogni diritto internazionale, umano e democratico in Occidente, l’episodio più intricato e ricco di variabili analitiche è stato l’attacco israeliano al Qatar. Non solo. I colpi forti sono due, quasi in contemporanea. E hanno risuonato per il mondo. Trovandosi perfino in assonanza. Trattasi del colpaccio inflitto al Qatar con quei bombardamenti sul compare e socio d’affari e di quell’altro colpo, l’uccisione di Charlie Kirk, polena della nave ammiraglia a stelle e strisce mentre solca gli oceani e spazza all’impazzata chi si ritrova sulla rotta.
Tutto appare chiaro come l’inchiostro. Israele, per far fuori coloro che con Trump e Qatar, alleati nel destino di classe e di profitto, minacciano di mettergli i bastoni tra le gambe accettando di restituire prigionieri in cambio di tregua, bombarda il pluridecennale confidente arabo. Che non ha ancora visitato il postribolo “Abramo”, ma ne va bussando alla porta. Tanto più che quella tregua è invocata H 24 dagli elettori israeliani, che la sanno legata alla ipotesi detestata da Netanyahu: il rilascio dei coloni fatti prigionieri, detti “ostaggi”.
Con l’assassinio (mancato) dei leader di Hamas, unico autentico giocatore avversario sul campo, a dispetto di quelli (ANP, Abu Mazen, arabi vari) che USA-Sion insistono a mettere sul proscenio, si era puntato a rimettere lo schiacciasassi IFD sul percorso della obliterazione definitiva della questione Palestina. E Charlie Kirk, questa specie di papa della chiesa del fanatismo fascio-bigotto-reazionario, cosa c’entra?
Tra Doha e Orem, Utah
C’entra, se si considera cosa rappresentano l’operazione israeliana sul Qatar e le ricadute che accanitamente si vogliono trarre dal “martirio” di Kirk: In entrambi i casi si sono fatti passi da gigante verso l’abolizione di ogni tipo di regolamentazione dei rapporti fra persone e Stati.
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Le contraddizioni di Trump azzoppano la NATO per annichilire L’Europa
di Gianandrea Gaiani
Donald Trump ci ha ormai abituato a dichiarazioni roboanti spesso smentite da successive dichiarazioni, ad affermazioni contraddittorie o sopra le righe ma anche se la chiave di lettura che ci offre oggi Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano parlando di “catalogo completo di sindromi psichiatriche” non sembra priva di riscontri oggettivi, per gli europei sarebbe ingenuo ritenere che la Casa Bianca non persegua, forse in modo volutamente confuso, obiettivi ben precisi e tutti a nostro danno.
Negli ultimi giorni hanno destato sorpresa ed entusiasmo (quest’ultimo giustificato forse a Kiev, molto meno nelle capitali europee) le dichiarazioni circa le prospettive del conflitto in Ucraina rilasciate da Trump il 23 settembre, che sembrano imprimere un deciso cambio di rotta (o forse solo narrazione), dopo l’incontro con Volodymyr Zelensky a New York.
Abbattete gli aerei russi
Nel sostenere che le nazioni della NATO dovrebbero “abbattere gli aerei russi” se violano il loro spazio aereo, Trump sembra definire l’Alleanza Atlantica come una organizzazione estranea o comunque diversa dagli Stati Uniti che della NATO sono (o erano) azionista di maggioranza.
A conferma di questo approccio nei confronti degli alleati europei, che appare basato sul concetto “voi siete la NATO, noi gli Stati Uniti”, Trump ha fornito una risposta sibillina ma al tempo stesso chiarificatrice alla domanda se gli Stati Uniti aiuterebbero in armi gli alleati europei contro la Russia: “dipende dalle circostanze”.
In ogni caso la demenziale macchina propagandistica che anche in Italia punta a riscaldare la guerra fredda con la Russia utilizzando le supposte violazioni dello spazio aereo NATO si è subito rimessa in moto, forte dell’invito di Trump ad andare (noi, la NATO) in guerra contro la Russia contando sul fatto che loro (gli USA) ci venderanno le armi.
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La politica contraddittoria degli Usa e dell’Ue verso la Russia
di Alessandra Ciattini
Usa e Ue condannano la Russia di Putin e minacciano di piegarla, riducendola in miseria. Purtroppo per loro, la realtà fattuale e gli stessi meccanismi del sistema economico dominante impediscono l’effettiva rottura con il paese euroasiatico, straordinariamente ricco di risorse. Inoltre, se questo avvenisse, per l’Europa, vaso di coccio tra vasi di ferro, sarebbe il disastro che già si sta delineando.
Il passato 28 agosto è uscito un interessante articolo sulla CNN, a firma di Laurent Kent, sul commercio tra Usa ed Europa da un lato, e Federazione Russa dall’altro, che nonostante vari anni di guerra, continua imperterrito e ammonta a svariati miliardi di dollari. Naturalmente, non avendo sbocchi al mare, né Ungheria né Slovacchia possono fare a meno del petrolio russo, che arriva loro attraverso l’oleodotto via terra Druzhba (Amicizia), bombardato in varie occasioni da Zelensky, e, pertanto, restano nel 2025 i maggiori importatori di questa risorsa energetica.
Come è noto, il grande Trump ha raddoppiato i dazi all’India, portandoli al 50%, con lo scopo dichiarato di castigare il paese asiatico per aver sostenuto la Russia nella guerra in Ucraina, mantenendo in piedi questa per lei vantaggiosa relazione commerciale. Da parte sua, l’India ha correttamente sostenuto di essere stata ingiustamente punita, dal momento che molti altri paesi continuano a commerciare tranquillamente con il paese di Putin, dichiarando che avrebbe varato “dazi secondari”. Dopo aver banchettato nel castello di Windsor con i soliti straricchi, Trump è tornato a invitare gli europei a smettere di comprare il petrolio e il gas russi e a sanzionare chi li compra, ossia soprattutto Cina e India, con le quali l’Ue non può assolutamente non mantenere convenienti relazioni commerciali.
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L’assassinio di Charlie Kirk: sgomento e caos di fronte al declino
di ALGAMICA*
L’assassinio di Charlie Kirk sopraggiunge in un momento di estrema tensione per la tenuta unitaria degli Stati Uniti d’America. Ricordiamo che Charlie Kirk è l’espressione di un movimento giovanile di massa organizzato, Turning Point USA, che confluendo nel MAGA costituisce l’ala giovanile del movimento della nuova destra liberista nazionalista. Conta più di 200 mila iscritti e attivisti. Fondata dallo stesso Kirk quando aveva 18 anni nel 2013, ha ricevuto negli anni cospicui finanziamenti milionari da diverse lobby economiche in particolare da quelle ebraiche americane. In sostanza non un personaggio qualsiasi, o un agitatore qualsiasi della nuova destra conservatrice americana. Bensì un leader politico a tutto tondo che incarna le necessità di compositi strati sociali della gioventù bianca, che sulla base delle quali fondano la loro azione, programma e organizzazione militante di massa. Viceversa, era il 14 giugno quando Melissa Hortman, parlamentare democratica per lo Stato del Minnesota, veniva assassinata insieme al marito e al cane da Vance Luther Boelter, un evangelico cristiano e antiabortista, che si era introdotto in casa fingendosi un poliziotto. In comune c’è l’avanzare della dialettica politica come politica della violenza, dunque l’assassinio per un movente politico, ma la scossa indotta dai due fatti è decisamente differente. L’assassinio di Kirk è un shock dirompente. La vittima è un vero pezzo da novanta nel panorama della politica nazionale americana, ma anche di quella occidentale, che accade in uno scenario altamente critico, nel quale e in particolare agli occhi dell’America bianca la coesione della nazione appare vicina ad andare in frantumi.
La Greatest Los Angeles fino a fine luglio è rimasta sotto controllo militare degli US marines e di migliaia di soldati della Guardia Nazionale, inviati per sedare le rivolte spontanee contro i rastrellamenti degli immigrati “irregolari” e a protezione delle operazioni di rastrellamento che proseguono al ritmo di 3000 al giorno in tutta la nazione.
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Il tramonto del diritto internazionale nel nuovo disordine globale
di Elena Basile
C’era una volta il Diritto internazionale. Nel dopoguerra le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale hanno dato vita a un sistema di organizzazioni internazionali che traduceva in norme i rapporti di forza politici. Il diritto, com’è noto, non è avulso dalla politica e dalla società. Il Consiglio di Sicurezza, formato da 5 membri permanenti detentori del potere di veto, contraddice l’uguaglianza degli Stati sovrani, che pure è un principio onusiano. L’ostilità nata nell’immediato dopoguerra tra USA e URSS ha minato alla base l’efficacia di un’Organizzazione che aveva l’ambizione dell’utilizzo della forza legittima. Le mediazioni tra Mosca e Washington nel sistema bipolare hanno tuttavia permesso in alcuni casi all’ONU di funzionare. Cito spesso la crisi di Suez oppure quella del Kippur, al fine di evidenziare come il Cds sia riuscito, dato l’accordo tra le principali potenze, a temperare la violenza e a porre le condizioni per una mediazione.
Nel 1991, con la dissoluzione dell’URSS e l’inizio dell’unipolarismo, gli Stati Uniti, rimasti soli sulla scena internazionale, avrebbero potuto dare inizio a un sistema basato sul rispetto tra gli Stati, l’applicazione del diritto, la cooperazione in sostituzione della competizione e del dominio. Non mi sembra che così sia stato. Mi piacerebbe ascoltare in proposito i tanti politici e intellettuali che hanno interpretazioni differenti di quanto è accaduto. È ormai noto come le guerre di esportazione della democrazia, le rivoluzioni colorate, le primavere arabe, l’invasione della Libia siano state violazioni aperte dell’ordine internazionale creato nel dopoguerra.
In breve, potremmo sostenere che, a partire dal 1997, l’OSCE e l’ONU (nei suoi aspetti di organizzazione della sicurezza internazionale, non in quelli settoriali che continuano a funzionare) siano state sostituite dalla NATO. L’Occidente poteva permettersi di applicare le norme “à la carte” e di affermare di farlo a nome della Comunità internazionale, concetto piuttosto ambiguo, in quanto gli sviluppi delle dinamiche internazionali, con la nascita dei BRICS e del Sud Globale, hanno dimostrato come il cosiddetto “Western World” sia divenuto una minoranza politica, economica, tecnologica e demografica. Gli USA continuano a detenere un potere riconosciuto, basato sulla supremazia militare e su una governance economica costruita a loro vantaggio. L’egemonia tuttavia è crollata.
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Sfere di sicurezza contro sfere di influenza
Una riconsiderazione dei confini delle grandi potenze
di Jeffrey D. Sachs
“Vorrei sostenere che le grandi potenze hanno ragione ad affermare una “sfera di sicurezza” nei rispettivi vicinati che le altre grandi potenze non dovrebbero violare, come ad esempio nessun allargamento della NATO all’Ucraina e nessuna base militare russa in Messico, ma che ciò è diverso da una “sfera di influenza” che potrebbe implicare il “diritto” degli Stati Uniti di interferire negli affari interni (non di sicurezza) del Messico o della Russia di interferire negli affari interni (non di sicurezza) dell’Ucraina. Sto pensando, in sostanza, a una Dottrina Monroe generalizzata e reciproca, ma non a un Corollario Roosevelt.”
Avvertenza: Alla fine dell’articolo potete leggere uno scambio di idee e considerazioni del Prof. Jeffrey Sachs con il Prof. John Mearsheimer.
Pochi concetti nelle relazioni internazionali sono così controversi come quello di “sfere di influenza”. Dalla spartizione coloniale del XIX secolo alla divisione dell’Europa durante la Guerra Fredda, le grandi potenze hanno ripetutamente rivendicato il diritto di intervenire nella politica, nell’economia e negli accordi di sicurezza dei loro vicini. Tuttavia, questo linguaggio familiare confonde due nozioni molto diverse: la legittima necessità delle grandi potenze di prevenire un accerchiamento ostile e la pretesa illegittima delle grandi potenze di interferire negli affari interni degli Stati più deboli. La prima è meglio descritta come una sfera di sicurezza, la seconda come una sfera di influenza.
Riconoscere questa distinzione è più che semantico. Chiarisce ciò che dovrebbe essere accettato come legittimo nella politica mondiale e ciò a cui si dovrebbe resistere. Aiuta anche a rivalutare dottrine storiche come la Dottrina Monroe e la sua successiva reinterpretazione nel Corollario Roosevelt, e fa luce sui dibattiti contemporanei tra Russia e Cina da un lato e Stati Uniti dall’altro in materia di sicurezza nazionale.
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