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analisidifesa

L’asse Putin-Trump e la svolta nei negoziati di pace che molti fingono di non vedere

di Gianandrea Gaiani

OV3SP298XkDQnC35Rtiw8rstEv8iMqYK.jpgI caccia F-35 Lightning II dell’USAF che scortano l’Ilyushin Il-96-300PU presidenziale sul quale viaggia il presidente russo Vladimir Putin di rientro in patria dopo il vertice con Donald Trump in Alaska, rappresentano pienamente, con la sua simbologia, il successo del summit tra i due presidenti.

La degna conclusione di un evento caratterizzato, come sottolineano i media russi, da una “accoglienza storica” riservata al presidente russo dal tappeto rosso al sorvolo d’onore di un “flight” militare composto da un bombardiere B-2 Spirit e alcuni F-35 fino al trasferimento dei due presidenti a bordo della limousine presidenziale americana, “The Beast”.

Particolari che suggellano e ostentano il rilancio dell’amicizia, non solo delle relazioni, russo-americane. Un successo solo per Russia e Stati Uniti però, come avevamo previsto ieri nell’editoriale in cui a quanto pare abbiamo ipotizzato correttamente i possibili sviluppi dell’incontro.

 

Cooperazione a tutto campo

Pochi i dettagli emersi finora ma nelle dichiarazioni rese alla stampa (otto minuti e mezzo ha parlato Putin, meno di 4 minuti Trump) l’aspetto più rilevante è sembrato quello del rilancio delle relazioni bilaterali sul piano strategico (Artico e nucleare), economico (sanzioni e dazi) e politico.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto ieri di aspettarsi che gli USA revochino alcune sanzioni alla Russia. “Ne toglieranno qualcuna, questo è certo“, ha detto Lavrov. Ne sapremo presto di più circa questo rilancio che aveva preso il via già negli incontri in Arabia Saudita tra Marco Rubio e Sergei Lavrov e che si era concretizzato in luglio nel rilancio della cooperazione spaziale.

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volerelaluna

Perché l’Occidente non guiderà più la storia del mondo

di Piero Bevilacqua

occidente natoNon occorre possedere speciali virtù profetiche per predire ai paesi dell’occidente (vale a dire Europa e USA per come si sono configurati negli ultimi due secoli), un avvenire di disgregazione e di inarrestabile declino. Sarebbe sufficiente fermarsi ai dati macroeconomici e sociali più noti per farsi un’idea alquanto realistica del futuro che li attende. Gli USA sono chiusi nella trappola di un debito crescente e insostenibile, incapaci di limitare la loro dispendiosa postura di impero guerresco, privati da decenni della loro base manifatturiera, spinti a fare soldi con i soldi, costretti a governare un paese lacerato dalle disuguaglianze, in cui la classe media, base della stabilità politica americana, arretra ormai da decenni, mentre in tanti stati la condizione di povertà supera il 10% della popolazione. Un’economia di servizi che vuole vivere sul debito pubblico e sull’indebitamento privato dei cittadini, sul dominio del dollaro. Sotto questo profilo l’Europa non sta molto meglio anche a prescindere dallo scenario inquietante che si schiude per il Vecchio Continente dopo gli accordi con Trump del 27 luglio. Vent’anni di perdita di produttività delle industrie dell’Unione, ci ricorda il Rapporto sul futuro della competitività europea di Mario Draghi del 2024. Nel quale rapporto cogliamo la previsione più clamorosa del declino europeo, l’indicatore più indiscutibile del regresso delle nazioni: la perdita di popolazione. «Entro il 2040, si prevede che la forza lavoro dell’UE si ridurrà di circa 2 milioni di persone ogni anno, mentre il rapporto tra lavoratori e pensionati dovrebbe scendere da circa 3:1 a 2:1». Ricordiamo di passaggio quel che è successo nel cuore del Vecchio Continente. Con la guerra in Ucraina la rampante locomotiva d’Europa, la Germania, è andata a schiantarsi nelle secche di una classe dirigente nana, che ha ubbidito prontamente agli USA, ha accettato di buon grado il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, rinunciando ai rapporti di scambio con la Russia su cui aveva fondato un modello di crescita di successo. Ora ha imboccato la strada, davvero ricca di potenzialità, per diventare la “più grande potenza militare dell’Europa”. Immaginiamo con entusiasmo quanta ricchezza e benessere apporterà al suo popolo e al resto d’Europa col patrimonio di carri armati, bombe e missili di cui si doterà…

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italiaeilmondo

Alaska e oltre: Trump in una scatola

di Mark Wauck

trump tariff threat 2 1733320235Naturalmente, le speculazioni odierne continuano, come nel fine settimana, su cosa aspettarsi dall’incontro in Alaska tra Putin e Trump. Alastair Crooke, oggi, approfondisce le pressioni che Trump deve affrontare da diverse parti. La descrivo come se Trump si trovasse in una scatola, una scatola, in gran parte, creata da lui stesso. Oltre agli accordi che ha dovuto concludere per tornare alla Casa Bianca, c’è anche il suo passato con Epstein che lo perseguita, così come le pessime decisioni sul personale che continua a prendere, una sorta di marchio di fabbrica di Trump. Negli ultimi giorni ho sottolineato l’influenza di una delle decisioni più sconsiderate di Trump in materia di personale, il suo continuo affidamento al generale in pensione Keith Kellogg, e Crooke ne parla. Tra l’altro, oggi ho ascoltato una breve intervista (15 minuti) con Jeffrey Sachs. Sachs è solitamente caritatevole, ma si è riferito all’ottantenne Kellogg come a “quel vecchio”. Significativo. L’ipotesi è che Trump si affidi ai consigli di un uomo che vive nel passato ed è ormai troppo vecchio per affrontare la mutata realtà post-Guerra Fredda di una Russia che, pur mantenendo la continuità con il suo passato culturale, è diversa sia dalla Russia zarista che da quella sovietica.

Se vi fornissi una trascrizione parziale della discussione tra Crooke e il giudice Nap, e devo dire subito che ho editato questo scambio orale con una certa libertà, credo che capirete il motivo per cui Crooke parla di “pressioni” su Trump. Trump sta affrontando pressioni derivanti dai fallimenti della sua politica estera ed economica – entrambe basate sui dazi e sulle sanzioni – e dall’ombra di scandalo rappresentata dalla controversia sul dossier Epstein. Ha bisogno di dirottare l’attenzione pubblica e ha bisogno di un successo clamoroso – o apparente – per riuscirci. Gaza, Epstein, il fallimento dello shock tariffario e il timore reverenziale stanno tutti trascinando Trump verso il basso.

Così l’Alaska. Eppure, come detto, ha scarso controllo effettivo sulla politica estera.

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analisidifesa

Timori, speranze e tante illazioni in vista del vertice Putin-Trump in Alaska

di Gianandrea Gaiani

1451017.jpgIl Summit di Ferragosto tra Vladimir Putin e Donald Trump sta gettando nel panico le cancellerie europee, incluso il governo di Kiev, che puntavano tutto su una crisi prolungata nei rapporti tra le due superpotenze per mantenere in sella governi e capi di governo.

Lo si evince chiaramente dalle ultime dichiarazioni. L’agenzia di stampa Bloomberg ha riferito ieri sera che i leader di alcuni Paesi europei stanno cercando di parlare con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in vista dell’incontro di venerdì in Alaska con il leader russo, Vladimir Putin.

il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha affermato nel suo consueto discorso serale alla nazione che “sappiamo che la Russia ha intenzione di ingannare l’America, ma noi non lo permetteremo”. La NATO ha così tanta fiducia nell’esito positivo (per l’Ucraina) del summit in Alaska che il Segretario generale Mark Rutte ha ribadito ieri sera che le forniture di armi all’Ucraina continueranno a prescindere dal vertice Russia-USA.

“Assolutamente sì, continueranno”, ha affermato Rutte, sottolineando che “i primi due pacchetti sono stati stanziati dagli olandesi e poi dagli scandinavi” e che ulteriori annunci sono attesi “nei prossimi giorni e settimane”.

 

Chi ha paura dell’incontro Putin-Trump?

A preoccupare ucraini ed europei sono almeno due elementi: a quanto sembra il summit Putin-Trump non li coinvolgerà direttamente e secondo il consigliere del Cremlino Yury Ushakov il vertice sarà focalizzato sulle opzioni per raggiungere una soluzione duratura alla crisi Ucraina e potrebbe essere seguito da un altro incontro faccia a faccia in territorio russo.

Il rischio quindi è un’intesa tra Mosca e Washington che porrà gli altri davanti al fatto compiuto.

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transform

Perché l’Occidente sta fomentando la guerra contro la Cina?

di Alessandro Scassellati

6 ago 8.pngUno dei veri motivi che alimenta l’ostilità degli Stati Uniti e dell’Occidente collettivo nei confronti della Cina è che lo spettacolare sviluppo economico della Cina ha fatto aumentare il costo del lavoro cinese e ridotto i profitti delle aziende occidentali. Un secondo elemento è la tecnologia. Pechino ha utilizzato la politica industriale per dare priorità allo sviluppo tecnologico in settori strategici nell’ultimo decennio e ha ottenuto progressi notevoli. Lo sviluppo tecnologico della Cina sta ora infrangendo i monopoli occidentali e potrebbe offrire ad altri Paesi del Sud globale fornitori alternativi di beni industriali necessari a prezzi più accessibili. La possibile saldatura economica tra Cina e Sud globale rappresenta la sfida fondamentale all’assetto imperiale occidentale e allo scambio ineguale.

* * * *

Negli ultimi quindici anni, l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina si è evoluto dalla cooperazione economica all’antagonismo più assoluto (si veda il rapporto Revising US grand strategy toward China del 2015). I media e i politici statunitensi hanno continuato a impegnarsi in una retorica anti-cinese persistente, mentre il governo statunitense ha imposto restrizioni commerciali e sanzioni alla Cina e ha perseguito il rafforzamento militare in prossimità del territorio cinese. Washington vuole che la gente creda che la Cina rappresenti una minaccia.

L’ascesa della Cina minaccia effettivamente gli interessi degli Stati Uniti, ma non nel modo in cui l’élite politica statunitense cerca di presentarla. Le relazioni tra Stati Uniti e Cina devono essere comprese nel contesto del sistema capitalista mondiale.

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giubberosse

Perché l'egemonia occidentale è finita

Josephine Ma* intervista Jeffrey D. Sachs

L’economista in questa lunga e interessante intervista incentrata sugli Stati Uniti di Trump tocca vari temi, dalla guerra tariffaria alla politica estera americana gestita in realtà dallo Stato Profondo con una sostanziale continuità tra i vari presidenti, alla difficile relazione con la Cina che considera elemento chiave per la transizione energetica globale verso un’energia a zero emissioni di carbonio, soprattutto nei mercati al di fuori di Stati Uniti ed Europa

Immagine1 7.jpgLa tregua tariffaria tra Cina e Stati Uniti dovrebbe concludersi ad agosto. Cosa prevede che accadrà dopo? E cosa accadrà alle relazioni commerciali tra Cina e Stati Uniti per il resto del secondo mandato del presidente americano Donald Trump?

Gli Stati Uniti hanno imparato che non possono imporre la propria volontà alla Cina. La minaccia delle terre rare è stata di per sé sufficiente a far riconsiderare la situazione agli Stati Uniti. Quindi, quasi subito dopo aver imposto i dazi elevati, gli Stati Uniti hanno fatto marcia indietro. Ed entrambe le parti sanno di avere una certa influenza sull’altra. Per questo motivo, potremmo aspettarci che le due parti mantengano determinati limiti alle tensioni commerciali negli anni a venire. Ci sarà, quindi, una sorta di accordo, ma non sarà definito nei dettagli, e le tensioni continueranno ad aumentare e diminuire, senza che nessuna delle due parti imponga definitivamente la propria volontà all’altra. La ragione fondamentale è che entrambe le parti traggono un reciproco vantaggio dalla prosecuzione degli scambi commerciali. Spero che prevalga un po’ di razionalità.

La sfida più grande, ovviamente, è il comportamento degli Stati Uniti. Sono stati gli Stati Uniti a dare inizio a questa guerra commerciale. Non si tratta di due parti che si combattono tra loro, ma piuttosto degli Stati Uniti che combattono contro la Cina. Dovremmo ricordarcelo. Gli Stati Uniti devono mostrare una certa prudenza a questo punto. Sospetto che ci sia un atteggiamento di umiltà tra molti alti funzionari statunitensi. Lo stesso Trump è imprevedibile. Ha una soglia di attenzione molto breve. Gli accordi con Trump non durano. Quindi, non prevedo un periodo di calma, ma prevedo alcuni limiti alla competizione, perché ciascuna parte può danneggiare l’altra ed entrambe hanno una forte ragione per raggiungere una certa cooperazione.

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lantidiplomatico

Riceveranno gli europei una visita del “signor Oreshnik"?

di Alessandra Ciattini

Le guerre odierne non sono conflitti isolati, ma manifestazioni di uno scontro globale per la futura spartizione del potere mondiale. Mentre Trump prepara un nuovo fronte in Estremo Oriente, gli analisti mettono in guardia l’Occidente e suoi alleati

720x410c50.jpgLe guerre, cui assistiamo, non sono più il frutto di una guerra a pezzi, ma le manifestazioni di un conflitto globale, il cui risultato sarà una diversa spartizione del mondo. Il pacificatore Trump ha cambiato idea e sembra voler continuare ad appoggiare l’Ucraina, per poi aprire un fronte nell’Estremo Oriente. Due noti analisti statunitensi si chiedono se gli Usa e gli europei sono in grado di continuare su questa strada e se non hanno sottovalutato le capacità militari e politiche dei loro avversari. Se l’Occidente collettivo non riconoscerà la sua sconfitta, se non negozierà veramente con la Russia, se la Germania metterà in pratica i suoi piani deliranti, è probabile che prima o poi riceveremo una visita non gradita dell’unico missile di medio raggio supersonico non intercettabile: Oreshnik.

Purtroppo, sembra sia chiaro ormai che non siamo di fronte a una guerra a pezzi, come sosteneva il papa recentemente scomparso, ma a una guerra globale, giacché i diversi conflitti oggi attivi nel mondo (e ogni giorno ce n’è uno nuovo) sono tra loro in stretta connessione e riguardano la lotta del blocco dominante per mantenere il suo dominio, mentre altri blocchi si stanno costituendo e indipendizzando, portando avanti i loro progetti.

Dinanzi a questo scenario di minacce, di ricatti, di ultimatum lanciati soprattutto dagli Usa e da alcuni Paesi dell’Europa (come, per esempio, il trasferimento di alcune B61-12 nel Regno Unito da parte degli Usa), mi sembra opportuno ragionare per cercare di capire quanto ci sia di realistico dietro tutto ciò. E lo farò riportando i testi sintetici di due interviste assai interessanti, la prima a Scott Ritter, ex ufficiale dell’intelligence dei marines statunitensi ed ex ispettore delle Nazioni Unite per le armi, la seconda a Larry Johnson, ex analista di intelligence della Cia. Insomma, due veri amerikani.

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guerredirete.png

L’Europa abbandona Big Tech?

di Antonio Piemontese

bigtech.pngPer conformarsi a un ordine esecutivo del presidente americano Donald Trump, nei mesi scorsi Microsoft ha sospeso l’account email di Karim Khan, procuratore della Corte penale internazionale che stava investigando su Israele per crimini di guerra. Per anni, scrive il New York Times, Microsoft ha fornito servizi email al tribunale con sede a L’Aja, riconosciuto da 125 paesi tra cui l’Italia (ma non da Stati Uniti, Israele, Cina, Russia e altri).

All’improvviso, il colosso di Redmond ha staccato la spina al magistrato per via dell’ordine esecutivo firmato da Trump che impedisce alle aziende americane di fornirgli servizi: secondo il successore di Biden, le azioni della Corte contro Netanyahu “costituiscono una inusuale e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”. Così, di punto in bianco, il procuratore non ha più potuto comunicare con i colleghi.

C’è stata una mediazione, ricostruisce il New York Times: dopo una riunione tra Redmond e i vertici della Corte si è deciso che la Cpi avrebbe potuto continuare a utilizzare i servizi di Microsoft. Anche perché l’azienda, secondo la ricostruzione del quotidiano, sarebbe stata fondamentale per la cybersecurity dell’organizzazione, finita nel mirino degli hacker russi dopo l’inchiesta per i crimini di guerra in Ucraina.

Il discorso, però, non vale per Khan, il cui account resta bloccato: cittadini e aziende statunitensi rischiano conseguenze serie – multe e persino l’arresto – se forniscono “supporto finanziario, materiale e tecnologico” a chi viene identificato come pericoloso per la sicurezza nazionale (spesso sulla base di ragionamenti dal sapore politico). Insomma, in una paradossale inversione di ruoli, il procuratore è diventato un criminale, trattato alla stregua di un nemico pubblico.

Le conseguenze non si sono fatte attendere. Tre dipendenti con contezza della situazione hanno rivelato al quotidiano newyorchese che alcuni membri dello staff della Corte si sarebbero rivolti all’azienda svizzera Protonmail per poter continuare a lavorare in sicurezza.

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linterferenza

“Secret City” e il complesso industriale militare

di Gerardo Lisco

gemkrngPremetto che sono convinto che non ci sarà nessun conflitto mondiale nucleare a parte la “guerra mondiale a pezzi”, per citare il defunto Papa Francesco I, già in corso. Nonostante la propaganda guerrafondaia dei media, di opinionisti e di politicanti da ascrivere alla categoria degli psicopatici, penso che nessuna potenza nucleare provocherà un tale conflitto.

Detto questo, di recente mi ha colpito in modo particolare una serie televisiva trasmessa dal canale NETFLIX. Continuo a pensare che questo canale sia uno dei tanti strumenti di soft power finalizzati a educare il mondo al modello culturale americano ed è per questa mia opinione che la serie TV dal titolo “Secret City” mi ha particolarmente colpito. Non è mia intenzione anticipare la conclusione della serie, ma dal punto di vista narrativo l’ho trovata avvincente e stimolante sul piano della riflessione politologica.

La storia è un thriller politico, ambientato in Australia, si ispira a fatti veri tratti dai libri scritti da Chris Uhlmann e Steve Lewis, intitolati “The Marmalade files” e “The Mandarin Code”. La serie è stata trasmessa per la prima volta nel 2016, mentre in Italia la trasmissione della prima stagione risale al 2018. Ciò che mi intriga della serie è come il sistema politico, la comunicazione pubblica, gli interessi nazionali e internazionali si intreccino tra di loro e con le ambizioni personali dei protagonisti.

Ciò che emerge è il ruolo della stampa quando è indipendente, ben rappresentata dalla protagonista della serie TV, e la figura del premier. A differenza della comune vulgata un premier, pur se legittimato dal voto popolare, in realtà, può essere tenuto all’oscuro di ciò che membri del governo, vertici militari, consiglieri ecc. tramano nell’ombra alle sue spalle ed è per questa ragione che il personaggio del Primo Ministro australiano può essere stereotipo dei tempi in cui viviamo. In una delle puntate, nel pieno della tempesta politica che coinvolge tanto il suo governo quanto i maggiori vertici burocratici e militari del paese, mettendo in crisi le stesse relazioni internazionali con le due potenze che gravitano sull’Oceano Pacifico ossia USA e Cina, il primo ministro si sofferma ad ascoltare e riflettere sul discorso di addio del Presidente degli USA Dwight Eisenhower del 1961.

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acropolis

Il conflitto di civiltà odierno

di Michael Hudson

IMMAGINE PER LA GRANDE RAPINA copia scaled.jpegQuesto è un articolo importante di Hudson, che offre un’altra importante prospettiva storica a lungo termine, qui sull’uso del commercio come strumento di sfruttamento coloniale. Tuttavia, mi sento in dovere di mettermi il cappello da pignolo e di offrire qualche cavillo.

Il primo è l’uso del termine “libero scambio”. Viviamo in un sistema di scambi regolamentati. I beni importati devono ancora rispettare standard di sicurezza e spesso specifici per quanto riguarda i contenuti. Esistono anche barriere commerciali non tariffarie. I giapponesi non amano la carne di manzo o il riso americani, considerandoli (giustamente) di qualità inferiore. Sono particolarmente diffidente nei confronti del termine “libero” usato in relazione agli accordi economici perché è stato propagandato con grande successo dai libertari (si veda ad esempio il libro di Milton Friedman “Liberi di scegliere” e la sua serie correlata della PBS, a dimostrazione della durata di questa campagna). Sarei stato più soddisfatto di una definizione del termine “libero scambio” e di un minore affidamento sulla parola “libero”, che ormai porta con sé un peso eccessivo.

In secondo luogo, la Cina, correttamente presentata come un ripudio dell’economia neoliberista, non è stata trattata dagli interessi occidentali, in questo caso dalle moderne multinazionali che hanno influenza politica, come un tipico progetto di estrazione coloniale ricca di risorse. Gli Stati Uniti hanno fatto sì che l’OMC ignorasse le proprie richieste per l’ammissione della Cina all’inizio degli anni 2000.

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intelligence for the people

In Ucraina Trump somiglia sempre più a Biden

di Roberto Iannuzzi

Chiuso lo spiraglio negoziale, torna la logica delle armi e il rischio di escalation

18d59473 280f 42fd 9d00 997f7bb6132a 2048x1366E’ probabile che chi ancora nutriva speranze nella possibilità che il presidente americano Donald Trump risolvesse il conflitto ucraino per via negoziale le abbia perse in questi giorni.

Una reale trattativa fra Russia e Ucraina non è mai decollata, e la bizzarra mediazione dell’amministrazione Trump (gli Stati Uniti sono parte cobelligerante piuttosto che arbitro) è stata inefficace fin dall’inizio . Ma gli eventi di questi giorni segnano uno spartiacque probabilmente definitivo.

Dopo una breve pausa nell’invio di armi a Kiev apparentemente motivata dall’assottigliarsi delle riserve americane, lo scorso 7 luglio Trump ha annunciato la ripresa delle forniture giustificandola con gli intensificati attacchi russi e l’urgente bisogno di sistemi di difesa aerea da parte dell’Ucraina.

L’amministrazione ha pertanto deciso di prelevare dalle riserve del Pentagono armi per un valore di 300 milioni di dollari in base alla Presidential Drawdown Authority (PDA), per mandarle a Kiev.

E’ la prima volta nel suo secondo mandato che Trump fa ricorso alla PDA, uno strumento abitualmente utilizzato dal suo predecessore Joe Biden.

La decisione è coincisa con un cambio di toni da parte del presidente USA, che per la prima volta ha impiegato un linguaggio molto aspro nei confronti del presidente russo Vladimir Putin, accusato di “uccidere un sacco di gente” e di non far seguire alle parole azioni concrete.

 

Trump e i sostenitori della “linea dura” 

Sebbene il presidente americano ci abbia abituato da tempo a repentini cambi di rotta e improvvisi sbalzi d’umore, il differente approccio nei confronti di Mosca è parso nei giorni successivi come qualcosa di meno estemporaneo.

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metis

I cinque problemi strategici di Israele

di Enrico Tomaselli

Arab Israeli Conflict KeyStoricamente, Israele ha sempre avuto una leadership pienamente consapevole dell’importanza delle sue forze armate, intese non come ipotetico baluardo difensivo del paese, ma come strumento attivo e costante della politica statuale. A loro volta, le forze armate israeliane hanno spesso fornito importanti leader alla politica, e tutto questo ha fatto sì che la guida politica e militare dello stato ebraico è sempre stata caratterizzata da una piena integrazione dei due aspetti. Questo equilibrio è però cominciato a venire meno quando, all’interno della società israeliana, si è andato affermando un radicalismo di destra, con forti accenti messianici, che ha trovato in Netanyahu la figura di riferimento. Per il leader del Likud, infatti, l’esercito è a tutti gli effetti uno strumento del potere politico, che ne dispone a suo piacimento; e benché il personaggio sia indiscutibilmente un pragmatico – diciamo pure uno spregiudicato – è anche assai poco disponibile ad ascoltare chi non è d’accordo con lui.

Nel corso della sua ormai ventennale carriera politica, Netanyahu ha via via esercitato un controllo sempre più stretto sull’apparato statale (proprio al fine di consolidare e difendere il suo potere personale), in primis sulle forze armate e sui servizi di sicurezza. Trovandosi spesso in disaccordo con entrambe, ma imponendo sempre il proprio volere. Questa divaricazione, che in qualche misura si è riflessa sulla società, ha sicuramente aperto una crepa nella stessa capacità operativa di Israele.

Ciò risulta macroscopicamente evidente a partire dallo spartiacque del 7 ottobre 2023.

Senza entrare qui nel merito dell’operazione Al Aqsa Flood, e delle varie interpretazioni che ne sono state fatte (e sulle quali ho più volte scritto), appare evidente che a partire da quel momento Israele si è impegnato in una serie di conflitti – praticamente ininterrotti – che hanno visto il culmine con l’attacco all’Iran del 13 giugno scorso.

Questi conflitti – Gaza, Cisgiordania, Libano, Yemen, Siria, Iran – hanno opposto l’IDF essenzialmente a formazioni di guerriglia (Resistenza palestinese, Hezbollah), con le quali ha ingaggiato un confronto a contatto, mentre con le realtà statuali (Siria, Yemen, Iran) il confronto è sempre rimasto a distanza.

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analisidifesa

Trump finge di minacciare la Russia ma spreme l’Europa

di Gianandrea Gaiani

250714a 014 rdax 775x503s.jpgIl 14 luglio Donald Trump ha precisato i contorni della nuova iniziativa statunitense nei confronti della Russia e della guerra in Ucraina. Con al fianco il segretario generale della NATO, Mark Rutte, Trump ha ribadito di essere “deluso dal presidente Putin, perché pensavo che avremmo raggiunto un accordo due mesi fa, ma non sembra esserci riuscito. Quindi sulla base di ciò imporremo dazi molto severi se non raggiungeremo un accordo entro 50 giorni. Dazi pari a circa il 100%” fa applicare alle nazioni che commerciano con Mosca. “Spero di non doverlo fare” ha detto Trump alla Casa Bianca, annunciando nuovi invii di armamenti a Kiev ma ribadendo, come aveva già anticipato, che saranno gli alleati europei a pagare il conto molto salato.

Trump e Rutte hanno presentato un accordo, peraltro ancora vago, in base al quale la NATO (cioè i partner europei dell’alleanza) acquisterà armi dagli Stati Uniti, comprese le batterie antimissile Patriot, per poi darle all’Ucraina. “Gli Stati Uniti venderanno miliardi di dollari di equipaggiamento militare alla NATO che li porterà’ rapidamente sul campo di battaglia”, ha dichiarato Trump.

Rutte ha aggiunto che grazie a questo accordo l’Ucraina riceverà “un numero enorme di armi”. “Quello che faremo è lavorare attraverso i sistemi Nato per assicurarci di sapere di cosa hanno bisogno gli ucraini, in modo da poter preparare i pacchetti” ha detto il segretario generale dichiarando che è del tutto logico che gli europei paghino per le armi inviate all’Ucraina e di essere in contatto con “numerosi Paesi” che vogliono aderire all’accordo, fra cui Finlandia, Danimarca, Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Olanda e Canada. “Ed è solo la prima ondata, ce ne saranno altri”, ha aggiunto.

Rutte, nei confronti di Trump più nei panni di un maggiordomo che di un segretario generale, sembra aver ormai sdoganato il fatto che la guerra in Ucraina contro la Russia riguarda solo l’Europa mentre gli Stati Uniti, bontà loro, ci vendono le armi necessarie a tentare di sostenere Kiev.

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mondocane

Terroristi i partigiani quando sono palestinesi? --- Medioriente, carta vince, carta perde

di Fulvio Grimaldi

soldato Isr. depresso.pngNon solo RAI, La7, Mediaset

La BBC, magistra informationis, che mi avviò, con notevole rigore e ricchezza di istruzioni, al mestiere che da quegli anni ’60 cerco di praticare, quanto meno con integrità, è sotto schiaffo. Uno schiaffone non da poco, somministrato nientemeno che da oltre un centinaio di suoi giornalisti, alcuni tra i più prestigiosi e da più di 300 professionisti del reparto audiovisivo. Il documento, pubblicato su tutti i media, denuncia dell’augusta “Auntie” (zia, come la si chiama da sempre) le indecenti manipolazioni, falsità, distorsioni, gli occultamenti. Il tutto sotto il titolo “Disinformazione sistematica dell’informazione BBC sul conflitto israelo-palestinese e, specificamente, su Gaza”.

I rimproveri, a volte dure proteste, mirati personalmente al direttore generale Tim Davie e che chiedono le dimissioni di Sir Robbie Gibb, Consiglier d’Amministrazione e già capo delle Comunicazioni del governo tory di Theresa May, parlano di strutturale faziosità filo-israeliana e filoccidentale, di censure editoriali, pressioni interne e silenziamento delle voci fuori dal coro, con minacce di rappresaglie a chi non sta agli “ordini di servizio”.

Ci hanno negato il nostro lavoro di giornalisti. Ci hanno censurato articoli critici di Israele. Si pretende da noi una neutralità che in realtà si traduce nell’invisibilizzazione della sofferenza dei palestinesi e della loro resistenza”, dichiara il testo. Con particolare indignazione viene poi menzionata la cancellazione del documentario “Medici sotto attacco”, che documenta le distruzioni e stragi israeliane di tutti gli ospedali di Gaza.

Il documento, che solo un’allucinazione potrebbe immaginare ripetuto dai giornalisti e dipendenti del nostro servizio pubblico e magari indirizzato anche a Enrico Mentana, così conclude: “Siamo collassati in termini dei nostri tradizionali standard deontologici. Non stiamo informando con correttezza e contesto, né rappresentando le vittime palestinesi con umanità. Si priorizza la protezione di Israele da qualsiasi critica piuttosto che riferire la verità”

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lantidiplomatico

Il Medio Oriente e il ruolo di Israele nell'arena Geopolitica globale

di Salvatore D’Acunto

mbzimndriyt5iygfNegli ultimi 12 mesi, lo scenario mediorientale ha acquisito una centralità sempre più evidente nel quadro delle tensioni nelle relazioni internazionali. Alla sempre più feroce persecuzione della popolazione palestinese nella striscia di Gaza, in atto da Ottobre 2023 e che non accenna ad arrestarsi, si sono andati via via sovrapponendo, nell’ordine: il conflitto tra Israele ed Hezbollah nel sud del Libano nell’autunno del 2024; il conflitto in Siria, che nello stesso periodo ha portato alla destituzione di Bashar-el-Assad e all’instaurazione di un governo di transizione di matrice jihadista; infine, il violento attacco che Israele e Stati Uniti hanno condotto nei confronti dell’Iran nelle settimane appena trascorse, ufficialmente finalizzato a metter fine a un ipotetico programma nucleare bellico iraniano.

Il concentrarsi di tante esplosioni di violenza nella stessa regione solleva evidentemente questioni interpretative di non facile soluzione. Siamo di fronte a una dinamica caotica, in cui semplicemente vengono a maturazione conflitti lungamente latenti e solo per caso scatenatisi in un arco temporale estremamente ristretto? Oppure c’è un filo sotterraneo che lega i singoli fenomeni bellici attualmente in progress? E nel caso, in cosa consiste questo “filo”? Cosa c’è precisamente in gioco in quell’esercizio quotidiano di violenza che da un anno a questa parte infiamma quasi quotidianamente la regione mediorientale? La tesi che vorrei provare ad argomentare in questo breve commento è che il filo esiste eccome, e ha a che fare fondamentalmente con il destino della globalizzazione. Più precisamente, quello che sembra in gioco oggi sul tavolo del Medio Oriente sono, a mio avviso, le regole che presiedono alla distribuzione dei guadagni della globalizzazione.

Come è noto, la globalizzazione è l’espressione di una tendenza che caratterizza ormai da alcuni secoli, seppure tra “ondate” e successive “risacche”, la dinamica dell’organizzazione economica mondiale.[1] In genere nella storiografia si usa distinguere una prima globalizzazione, che viene abitualmente collocata nel periodo tra il 1850 e il 1914 e che sarebbe stata interrotta dalla “grande guerra”, e una seconda globalizzazione, il cui inizio viene situato a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 del secolo scorso, più o meno in corrispondenza del dissolvimento del blocco sovietico e della conquista della completa egemonia politica e militare globale da parte degli Stati Uniti.