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Sharm el-Sheikh. C'è una soluzione?

di David Bidussa

Sharm El Sheikh Summit for Peace 13 October 2025 Roman Ismayilov 05.jpgHo molti dubbi sulla possibilità di dare forma definitiva e condivisa alla carta geografica e politica del Medio Oriente a partire dal testo degli accordi firmati a Sharm el-Sheikh lunedì 13 ottobre. Ovvero: da una parte dare una soluzione statuale a chi è senza Stato da più di settant’anni, dall’altra stabilizzare la linea di confine dello Stato di Israele.

Sono quattro i punti su cui propongo di riflettere, anticipati da una premessa – che riguarda quel che non ricordiamo – e seguiti da un breve postscriptum – che riguarda le questioni evitate da noi “spettatori”. Il primo punto riguarda l’assenza di un rappresentante diretto dei palestinesi nel documento firmato lunedì 13 ottobre; il secondo cosa significa sancire un dopoguerra garantito da un sistema di controllo internazionale; il terzo punto riguarda il fatto che qualsiasi nazione moderna nasce, anche, da una dimensione di lotta interna tra progetti politici distinti, quindi non solo liberazione dall’occupante ma anche confronto tra più ipotesi circa il “dopo”; il quarto punto, infine, riguarda la necessità di una condizione culturale che consenta di pensare il domani (e che a me pare inesistente).

 

Premessa

Saramago scrive che le persone “sono essenzialmente il passato che hanno avuto” per cui “noi avanziamo nel tempo come avanza un’inondazione: l’acqua ha dietro di sé l’acqua, è questo il motivo per cui si muove, ed è questo che la muove” [Quaderni di Lanzarote, Feltrinelli]. Per costruire un futuro, dunque, non è sufficiente immaginarlo, è necessario prendere in carico il presente e gli attori in campo, che sono il presente in forza di ciò che hanno dietro, il passato che hanno avuto. Ma vi è un altro elemento, e cioè che esiste anche chi si è mosso in direzione contraria – non senza incertezze, doppiezze, e contraddizioni –, eliminato dalla scena pubblica non dal nemico, ma da quella parte «dei suoi» che non erano d’accordo: coloro che un qualsiasi processo di pace non lo volevano o lo avvertivano (e ancora lo avvertono) come una «ostacolo» al loro sogno.

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comedonchisciotte.org

Palestina: dall'abisso dell'oblio alla vetta del mondo

di Nicola Casale

palestina jacobin italia 1320x481 1.jpgLa pace sottoscritta in pompa magna a Sharm el Sheik non risolve alcuno dei problemi di stabilità dell’Asia Occidentale, ma fonda le premesse per nuovi devastanti sconvolgimenti. (1)

Per esaminare i possibili sviluppi è necessario, tuttavia, ricostruire come ci si è arrivati.

Il Diluvio di Al Aqsa è stata un’operazione militare dettata dall’urgenza di incrinare il totale abbandono dei palestinesi nelle mani di Israele, cresciuto nei decenni precedenti e a cui l’imminente conclusione degli Accordi di Abramo stava per imprimere la definitiva sanzione. Gli obiettivi politici dell’operazione erano: dimostrare che la resistenza palestinese è viva e forte, che Israele non è invincibile, che la prigione oppressiva di Gaza poteva essere scardinata. Quello immediato era la presa di ostaggi da scambiare con gli ostaggi palestinesi nelle carceri israeliane.

Il successo dell’operazione, come noto, è stato clamoroso. La leggendaria deterrenza di Israele, il mito della sua schiacciante potenza militare, nonché la presunta capacità di controllo e sorveglianza totale, frutto della sua celebrata superiorità tecnologica, sono state sbriciolate. Il panico ha colpito la società israeliana a tutti i livelli, e analogo panico si è diffuso in tutti i governi occidentali per conto dei quali Israele fa il lavoro sporco nella regione.

La superiorità di Israele sotto ogni punto di vista, soprattutto militare, andava immediatamente ripristinata. Essa, infatti, è decisiva sia per Israele nei confronti dei palestinesi sia per i suoi sponsor per conservare il dominio incontrastato sull’Asia Occidentale, snodo geopolitico fondamentale, cornucopia di risorse energetiche e di rendite finanziarie indispensabili per l’economia, la finanza e gli stati imperialisti.

Un’impressionante campagna politica e mediatica ha immediatamente invaso tutto il mondo. Con essa si negava che il 7 ottobre fosse stato un atto di resistenza di un popolo sottomesso all’occupazione di una potenza estranea, ma che si fosse trattato di un pogrom con l’unico intento anti-semita di sterminare gli israeliani in quanto ebrei.

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lantidiplomatico

Usa, Venezuela, Palestina. JOKER IN AZIONE

di Fulvio Grimaldi

mfdàpnbèfgBasato sulla figura del pagliaccio malefico, Joker è uno dei supercriminali più famosi della storia dei fumetti, nonché la nemesi del Cavaliere Oscuro[5]. Presentato come uno psicopatico con un senso dell'umorismo contorto e sadico. Così la presentazione del personaggio su Wikipedia. E’ la personificazione di Donald Trump.

Da ragazzini uscivamo dai film di grandi personaggi positivi, di eroi medievali, immaginandoci tali anche noi. Eravamo, a seconda dei gusti, dei Robin Hood, dei Cavallo Pazzo, dei D’Artagnan, dei Sandokan. Personalmente mi rifacevo a Widukind, o Vitichindo, re dei Sassoni pagani e per questo genocidati da Carlo Magno, un altro che ammazzava in onore del suo dio. Queste fantasticherie duravano finchè, all’urto con la realtà, non venivano drasticamente demensionate a livello di impiegato di banca, operatore ecologico, vigile urbano, medico della mutua, operaio alla catena, start up con IVA.

Con Donald Trump, personaggio eccessivo in senso fisico e metafisico, dall’onda gialla in capo, votato al disdegno di ogni minima regola del vivere civile in omaggio al principio Forza su Diritto, il copia e incolla è stato immediato. Qui, tra supereroi e supermalfattori, che nella supercultura del superuomo hanno dominato l’immaginario americano, dal generale Custer a Jesse James e ad Al Capone, l’adolescente The Donald si è immediatamente riconosciuto nel più affine: Joker.

E se la Nuova Frontiera di Bibi Netaniahu è quel Grande Israel le cui fondamenta si reggono su strati multipli di ossa cementate dall’IDF, come non poteva non accorrere in suo soccorso The Donald-Joker? Soccorso alla disperata, vista la sorte che allo Stato ebraico stava approntando lo tsunami della rabbia e della sollevazione di tante genti in Gotham City. Soccorso just in time di uno che, anche da Joker, si porta dentro e impone fuori morale, metodi, strumenti e valori di quell’altro genocidio, quello dei “palestinesi” delle Americhe, detti indiani e indios. Esattamente ciò che è previsto per Gaza e per tutti i luoghi dove formicolino quei non umani che si ostinano a brucare la dove dal dio degli ebrei la terra e i suoi frutti sono stati riservati al popolo eletto e ai suoi armenti e greggi.

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intelligence for the people

A Gaza Trump tenta di porre un argine a Israele, ma il futuro è fosco

di Roberto Iannuzzi

Per contenere l’unilateralismo israeliano, la Casa Bianca dovrebbe esercitare una costante pressione sul governo Netanyahu. Ma in ogni caso il piano Trump non offre nulla ai palestinesi

6b81851f d4da 4d5b 9086 9fd024939a3a 1024x683Cosa attende Gaza dopo il fragile cessate il fuoco imposto dal presidente americano Donald Trump con un vertice pomposo quanto privo di contenuti a Sharm el-Sheikh in Egitto, e con un discorso smaccatamente filo-israeliano pronunciato alla Knesset?

Se tutto andrà secondo i piani, “la vita per gli abitanti di Gaza passerà dall’essere un completo inferno a un semplice incubo”, hanno scritto sulle pagine del Guardian Hussein Agha e Robert Malley, entrambi per anni coinvolti nel fallimentare processo di pace israelo-palestinese.

Il piano Trump per Gaza è profondamente sbilanciato, sostengono i due esperti. Esso

“esige dai palestinesi l’espiazione per gli orribili atti del 7 ottobre, ma non da Israele per la barbarie che ne è seguita. Chiede la deradicalizzazione di Gaza, ma non la fine del messianismo israeliano. Detta in ogni aspetto il futuro del governo palestinese, senza dire nulla sul futuro dell’occupazione israeliana”.

Il piano è “pieno di ambiguità, privo di un calendario definito, di giudici o di conseguenze per le inevitabili future violazioni”, e “se la sua nebulosità non verrà sfruttata per silurarlo”, scrivono Agha e Malley, i palestinesi di Gaza passeranno “dall’essere vittime indifese a rifugiati due volte espropriati nella loro stessa terra”.

 

Le ragioni del cessate il fuoco

Il cessate il fuoco imposto da Trump ha fatto leva sul momento di grande difficoltà attraversato, per ragioni diverse, sia da Hamas che da Israele.

Il primo, alle prese con la drammatica situazione di una popolazione ridotta alla fame dalle restrizioni israeliane, con la devastante offensiva militare israeliana su Gaza City, e sotto l’enorme pressione dei mediatori arabi e della Turchia, ha deciso di scommettere sulle deboli garanzie offerte da Trump.

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comedonchisciotte.org

I think tank alle prese con il dilemma strategico russo

di Simplicius - simplicius76.substack.com

ngoidegnldQuesta settimana sono stati pubblicati alcuni interessanti articoli provenienti dal mondo dei think tank sulla guerra in Ucraina che meritano di essere analizzati.

Il primo è tratto da War on the Rocks, fondato da un think tank americano del settore della difesa e che si definisce una pubblicazione sulla difesa “per addetti ai lavori, da addetti ai lavori”.

Uno dei loro ultimi articoli tratta del dilemma strategico di Washington, ovvero quello di dover affrontare contemporaneamente tre avversari: Iran, Russia e Cina.

https://comedonchisciotte.org/wp-content/uploads/2025/10/fi.jpg

Si può notare che si parla di una guerra su due fronti, e questo perché l’analisi esclude immediatamente l’Iran, ritenendolo già “rimosso” dalla scacchiera grazie agli attacchi ancora più presunti di Trump al programma nucleare iraniano, iniziando così dalla frase iniziale:

Gli attacchi devastanti degli Stati Uniti contro il programma nucleare iraniano nel mese di giugno hanno creato una piccola finestra di opportunità per evitare un incubo strategico: ovvero combattere contemporaneamente Cina, Russia e Iran.

A proposito, solo come breve digressione, ecco un’intervista al professore iraniano Foad Izadi dell’Università di Teheran che, apparentemente, conferma che Washington aveva essenzialmente stretto un accordo con l’Iran per consentire loro di bombardare Fordow con i B-2 in cambio dell’attacco iraniano a basi statunitensi vuote:

Anche l’intervista del parlamentare iraniano Mahmoud Nabavian, lo conferma in modo ancora più dettagliato.

È solo qualcosa da considerare alla luce del fatto che l’Iran viene “scartato” in questa discussione su una guerra a “due fronti”.

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analisidifesa

Summit Trump-Putin:  la rivincita di Orban e la“variabile cubana”

di Gianandrea Gaiani

6a310248f8a59a31dd31b7d1f2d61a20.jpgDonald Trump sorprende di nuovo quasi tutti e soprattutto coloro che lo immaginavano sul piede di guerra contro Vladimir Putin e la Russia e al fianco degli “alleati” europei. Mentre in Europa e Ucraina tutti si aspettavano l’annuncio della fornitura di missili da crociera Tomahawk a Kiev, l’istrione della Casa Bianca, cambia gioco, spiazza tutti e va in rete annunciando un nuovo summit con il presidente russo.

Dopo un colloquio telefonico di quasi due ore e mezza, ii leader delle due maggiori potenze nucleari si vedranno infatti entro due settimane a Budapest, per discutere la fine della guerra in Ucraina.

Trump ha espresso nuovo ottimismo sulla possibilità di concludere il conflitto attribuendo questo momento favorevole anche al cessate il fuoco tra Israele e Hamas: “Credo che il successo in Medio Oriente ci aiuterà nei negoziati per arrivare alla fine del conflitto con Russia e Ucraina”.

Prima del summit, il segretario di stato americano Marco Rubio guiderà una delegazione statunitense in un primo incontro preparatorio con rappresentanti russi, tra cui il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, già la prossima settimana.

Su X il premier ungherese, Viktor Orban, ha parlato di “una grande notizia per le persone del mondo che amano la pace. Siamo pronti!”.

Dopo gli attacchi e gli ostracismi subiti dall’Ucraina, da gran parte dei partner europei e dalla Commissione UE, Viktor Orban si gode la rivincita e il prestigio offerto dal palcoscenico internazionale che un simile vertice assicura. Trump ha dichiarato sui social che la telefonata con Putin è stata “molto produttiva” e ha portato a “progressi significativi”, aggiungendo che “abbiamo anche dedicato molto tempo a parlare di commercio tra Russia e Stati Uniti una volta terminata la guerra con l’Ucraina”.

 

Tomahawk fantasma?

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ilponte

Bisogna difendere l’Occidente… Sì, ma quale Occidente?

di Marco Morra

nvdnnbkv.jpg1. Il silenzio dell’Occidente

Dove sono finiti i democratici europei? Quelli che imponevano sanzioni alla Russia? Quelli che ne escludevano gli atleti dalle competizioni internazionali? Quelli che si battevano il petto per non poter fare di più in difesa del popolo ucraino? Un genocidio si sta svolgendo sotto i nostri occhi. È ciò che ha affermato la Commissione d’inchiesta istituita dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. In un rapporto di 72 pagine, pubblicato il 16 settembre, gli esperti dell’Onu hanno dichiarato che “le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno avuto e continuano ad avere l’intenzione genocida di distruggere, in tutto o in parte, i palestinesi nella striscia di Gaza”. L’operato dello Stato ebraico corrisponde ai criteri che definiscono il crimine di genocidio secondo la Convenzione dell’Onu del 1948: “(i) uccidere membri del gruppo; (ii) causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo; (iii) infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita tali da provocarne la distruzione fisica, totale o parziale; e (iv) imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo”[1].

Un genocidio, dunque, si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Gli occhi indifferenti dei governi occidentali, della Commissione europea e degli alti comandi della Nato. Mentre Israele continua a fare affari con le aziende occidentali, ad ottenere liquidità dalle banche europee e statunitensi, a partecipare alle competizioni sportive in Europa e negli Stati Uniti. Un genocidio si sta svolgendo sotto gli occhi indifferenti dei liberali europei, dei conservatori europei, delle anime belle europee. La presunta superiorità morale dell’Occidente cade a pezzi di fronte all’ipocrisia delle sue classi dirigenti. Essa si rivela nient’altro che uno spauracchio ostentato pretestuosamente per giustificare la nuova guerra delle democrazie liberali contro i paesi non allineati ai loro interessi, con lo scopo di mantenere ed estendere il controllo di mercati, risorse strategiche e rotte commerciali. Avevamo già assistito al paradosso delle “guerre di democrazia”. Non potevamo ancora immaginare che un genocidio potesse compiersi sotto i nostri occhi nel silenzio degli Stati occidentali.

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giubberosse

Nessun governo senza la resistenza: il futuro di Gaza nel dopoguerra e il crollo delle illusioni straniere

di Mohammad al-Ayoubi, thecradle.co

Immagine3 7.jpgMentre le potenze occidentali promuovono la tecnocrazia a scapito della sovranità, i movimenti di resistenza palestinesi avvertono che non può esserci ricostruzione senza liberazione

 All’indomani della devastante guerra a Gaza, la domanda più urgente non è più quella di un cessate il fuoco o della ricostruzione, ma di chi governerà l’enclave.

Si tratta di una lotta per il significato, la legittimità e la sovranità. Il futuro di Gaza sarà plasmato dalla sua gente o dalle stesse potenze straniere che hanno contribuito a distruggerla sotto la bandiera della “salvezza”?

Ogni volta che si aprono le porte della “ricostruzione” e degli “aiuti”, le finestre della sovranità vengono chiuse di colpo. Ciò che si palesa è uno spettacolo coloniale ricorrente: un ordine politico palestinese rimodellato sotto la supervisione straniera, dove il “realismo politico” viene promosso come sostituto della giustizia e la “tecnocrazia” viene commercializzata come una sterile alternativa alla resistenza.

 

Il giorno dopo

Ayham Shananaa, un alto funzionario di Hamas, ha dichiarato a The Cradle che l’esito della guerra non può essere misurato secondo gli standard dei tradizionali conflitti tra stati, ma deve essere inteso come “una lotta esistenziale tra un popolo in cerca di liberazione e un’occupazione sostenuta dall’Occidente”.

Egli sostiene che la sopravvivenza stessa di Hamas nell’arena politica dopo due anni di guerra costituisce una vittoria strategica, poiché Israele non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, nonostante un sostegno internazionale senza precedenti.

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intelligence for the people

A due anni dal 7 ottobre, inquietanti interrogativi tuttora senza risposta

di Roberto Iannuzzi

Nuovi elementi confermano la possibilità che almeno alcuni apparati di sicurezza israeliani fossero informati dell’imminenza di un attacco da parte di Hamas

https substack post media.s3.amazonaws.com public images 49e4f2f3 108f 48b8 988b 81ff5d56d000 2400x1600.jpegUno dei fronti chiave sui quali Israele ha combattuto nei due anni di conflitto seguiti all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 è quello dell’informazione.

La battaglia per il “controllo della narrazione” ha ruotato sia intorno agli eventi del 7 ottobre che alla violentissima campagna militare condotta in questi due anni da Israele a Gaza.

In entrambi i casi il governo Netanyahu ha aggressivamente propagandato la propria versione dei fatti.

In Occidente, la descrizione del 7 ottobre imposta dai media di grande diffusione ha essenzialmente ricalcato la versione ufficiale fornita da Tel Aviv.

C’è però un aspetto di quel tragico evento sul quale il governo israeliano non ha tentato di imporre la propria narrazione, quanto piuttosto di stendere un velo di silenzio.

Tale aspetto riguarda il cosiddetto “fallimento” dell’intelligence israeliana (ovvero la sua apparente incapacità di prevedere l’attacco di Hamas) e copre i mesi, le settimane, e la notte stessa, che hanno preceduto lo sconfinamento dei miliziani palestinesi in territorio israeliano.

La Striscia di Gaza era uno dei territori più controllati del pianeta, sottoposta ad un sistema di sorveglianza pervasivo. I servizi di intelligence israeliani sono tradizionalmente considerati tra i più sofisticati a livello mondiale.

Anche alla luce degli impressionanti “exploit” dei servizi di Tel Aviv nei mesi successivi al 7 ottobre – allorché essi sono stati in grado di scovare e assassinare leader di Hamas da Beirut a Teheran, di decapitare l’intera leadership di Hezbollah in Libano, e di infiltrare massicciamente un paese come l’Iran alla vigilia della “guerra dei 12 giorni” combattuta lo scorso giugno fra i due paesi – l’apparente fallimento del 7 ottobre sembra ancor più incredibile.

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Una nuova politica estera per l’Europa

di Jeffrey Sachs

1. Russia, storia di una minaccia inventata

L’economista di Columbia University smonta la narrazione occidentale della Russia come potenza espansionista

L'Europa è intrappolata in una crisi di sicurezza ed economica, guidata dalla paura di Russia e Cina e dalla dipendenza dagli Stati Uniti. In questa prima puntata del suo saggio «Una nuova politica estera per l’Europa», il professor Jeffrey Sachs sfida la narrazione della Russia come minaccia esistenziale per l’Europa. Ricostruendo gli episodi chiave della storia russa, dall’attacco alla Prussia orientale nel 1914 all’invasione dell’Ucraina del 2022, mostra come la percezione di un’«aggressività russa» sia storicamente distorta. E sostiene che le azioni di Mosca erano dettate da motivazioni difensive, non imperialistiche

Russia 3577 1812 4166101638 2.jpgL’Unione Europea ha bisogno di una nuova politica estera fondata sui veri interessi economici e di sicurezza del continente. Oggi l’Europa si trova in una trappola economica e di sicurezza in gran parte auto-inflitta: ostilità pericolosa con la Russia, diffidenza reciproca con la Cina e una vulnerabilità estrema nei confronti degli Stati Uniti. La politica estera europea è ormai guidata quasi interamente dalla paura di Russia e Cina — una paura che ha prodotto una dipendenza di sicurezza dagli Stati Uniti.

La subordinazione dell’Europa a Washington deriva quasi esclusivamente dal timore, ingigantito, della Russia: un timore amplificato dai Paesi dell’Est con una forte impronta russofoba e da una narrazione distorta della guerra in Ucraina. Convinta che la minaccia alla propria sicurezza venga innanzitutto da Mosca, l’Ue sacrifica tutti gli altri aspetti della propria politica estera – economia, commercio, ambiente, tecnologia e diplomazia – agli interessi statunitensi. Ironia della sorte, si stringe a Washington proprio mentre gli Stati Uniti diventano più deboli, instabili, erratici, irrazionali e persino pericolosi nel loro approccio verso l’Europa, fino a minacciarne apertamente la sovranità (come avvenuto con il caso della Groenlandia).

Per tracciare una nuova politica estera,

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Trump: il difensore delle élite che le élite non amano

di Ferdinando Bilotti

Attentato a Donald Trump spari durante un comizio in Pennsylvania 900x600Immaginate di essere un giocatore di roulette che prima si è arricchito, grazie a una serie di puntate favorevoli, ma cui successivamente è andata male per parecchie volte di seguito. Avete consumato quasi tutte le vostre fiches, e la prospettiva di doversi alzare dal tavolo con le tasche vuote si è fatta maledettamente concreta. Cosa fate? Chiaramente, le opzioni possibili sono due. Potete adottare una condotta di gioco molto cauta, in modo da potere continuare a puntare a lungo anche in questa situazione di difficoltà: con un po’ di fortuna, potreste riuscire a riguadagnare un piccolo gruzzolo. Oppure potete puntare in un colpo solo tutto ciò che vi rimane: se vi va male siete rovinati, ma se vi va bene vi siete rifatti abbondantemente delle perdite.

Eccovi spiegata la politica americana degli ultimi anni.

Come abbiamo già scritto nell’articolo del 21 agosto, a partire dagli anni Ottanta le grandi imprese hanno sempre più trasferito le proprie produzioni in paesi dove i salari erano più bassi che negli USA (Messico, Sud-Est asiatico, poi soprattutto Cina). Negli anni, la loro fuga ha assunto portata tale da determinare una vera e propria desertificazione industriale, con ricadute gravi sulla condizione delle classi lavoratrici (oggi diffusamente sottooccupate e malpagate, non trovando di meglio da fare che lavoretti precari e dequalificati… quando li trovano) e sulla solidità finanziaria del paese (in ragione del restringimento della base imponibile, determinato dall’impoverimento dei lavoratori). A quest’ultimo riguardo, ci si farà notare che il governo ha comunque mantenuto la possibilità di tassare le ricchezze dei proprietari delle aziende, nonché le attività che queste ultime hanno continuato a condurre in patria (come quelle finanziarie, generatrici di ingentissimi profitti). Vero: “la possibilità” ha continuato a esserci. In concreto, però, ai ricchi è stato consentito di non pagare più le tasse, in quanto l’imposizione sui profitti societari e sui redditi elevati è stata drasticamente ridotta.

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italiaeilmondo

Ripartire da zero

Finlandizzazione 2,0?

di Aurélien

oirnvurhgHo scritto diverse volte della situazione scomoda derivante dall’imminente sconfitta in Ucraina e delle spiacevoli conseguenze per l’Europa che potrebbero derivarne. Ora vorrei avanzare alcuni suggerimenti provvisori su come potrebbe essere sensato per l’Europa reagire. (Gli Stati Uniti sono diversi, e semplicemente non conosco abbastanza il Paese per poter esprimere un parere adeguato.) Il mio scopo qui non è quello di dare consigli non richiesti ai governi (a meno che non abbiate lavorato nel governo, non avete idea di quanto possa essere irritante), ma piuttosto di esporre in termini semplici ciò che potrebbe essere fattibile. Inizio con la situazione strategica, passo ai vincoli e poi espongo alcune possibili vie da seguire.

In primo luogo, i paesi europei si troveranno in una situazione senza precedenti nella loro storia. Ricordiamo che, nonostante l’Europa venga pigramente definita il “Vecchio Continente”, la sua struttura politica attuale è molto recente. La Germania, nella sua forma attuale, risale solo al 1990, la Repubblica Ceca e la Slovacchia al 1993. La disgregazione dell’ex Jugoslavia in nazioni indipendenti non si è realmente conclusa fino all’indipendenza del Kosovo nel 2008. (A proposito, la Norvegia ha ottenuto la propria indipendenza solo nel 1905). Ma soprattutto, lo Stato nazionale non era tradizionale in Europa: nel 1914, la maggior parte degli europei viveva in imperi, come aveva sempre fatto. Inoltre, ampie zone dell’Europa sudorientale si erano liberate solo di recente da secoli di dominazione dell’Impero Ottomano: il colonialismo durò più a lungo in Europa che nell’Africa subsahariana, ad esempio.

Quindi, l’unico momento vagamente paragonabile nella storia europea a quella odierna è tra, diciamo, il 1921 e il 1938: tra la fine della guerra russo-polacca e l’inizio dell’espansione territoriale tedesca. Quel periodo fu caratterizzato da una disperata ricerca di alleati per evitare di essere circondati o isolati, e da una grottesca e complessa danza diplomatica che coinvolse, tra gli altri, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Polonia, Cecoslovacchia, Unione Sovietica e Giappone, in varie combinazioni.

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seminaredomande

Il New Start – il trattato sulla riduzione delle armi nucleari. Un “Nuovo Inizio”?

di Francesco Cappello

Quali conseguenze avrebbe il mancato rinnovo del trattato sulla limitazione delle armi nucleari strategiche?

politics nuclear warheads strategic warheads tactical warheads cutting nuclear arms nuclear agenda EC417400 low.jpgMalgrado i leader degli Stati Uniti, della Russia e della Cina abbiano spesso dichiarato che una guerra nucleare non possa essere vinta e non dovrebbe mai essere combattuta, il mondo assiste a una convergenza di follia politica e diserzione diplomatica che sta rischiando di riportare le lancette dell’orologio dell’apocalisse ai momenti più bui della Guerra Fredda. È ormai prossima la scadenza del trattato “New Start”, l’ultimo baluardo contro la ripresa di una corsa agli armamenti tra Washington e Mosca. La data fatidica è il 5 febbraio 2026, e le conseguenze del suo mancato rinnovamento, in questo momento critico della storia dell’umanità, sarebbero potenzialmente catastrofiche. I due più grandi stati nucleari del mondo tornerebbero a non avere, dopo due generazioni, alcun tetto ai loro arsenali atomici.

Secondo alcune analisi, alla cessazione del trattato, gli Stati Uniti potrebbero essere pronti a più che raddoppiare il proprio arsenale nucleare schierato, passando dalle attuali 1.550 testate a una cifra compresa tra 3.000 e 4.000 in poco tempo.

Un articolo della Arms Control Association cita uno studio della Federation of American Scientists (FAS) che valuta che, se il Trattato New START venisse scaduto o non rispettato, gli USA e la Russia potrebbero raddoppiare le loro testate strategiche dispiegate entro uno-due anni usando le testate di riserva già esistenti e caricandole sui vettori esistenti.

Il comandante del Air Force Global Strike Command ha dichiarato che, alla scadenza del New START, potrebbe arrivare l’ordine di aumentare la capacità nucleare USA, sia per la componente dei missili terrestri (ICBM) sia per quella dei bombardieri.

Questa capacità di rapido riarmo non è un’ipotesi, ma una condizione che il Congresso americano impose per la ratifica stessa del trattato. La reazione della Russia sarebbe inevitabile e speculare, al fine di mantenere una parità strategica, col risultato che il pianeta cadrebbe in una nuova corsa agli armamenti.

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intelligence for the people

Il “piano B” di Trump per uscire dal vicolo cieco di Gaza

di Roberto Iannuzzi

Il piano Trump è una “Riviera 2.0” per alleggerire la pressione interna e internazionale sulla Casa Bianca e su Israele, senza concedere nulla ai palestinesi. Ma il fallimento è dietro l’angolo

a1c9b5e1 919c 410a 9479 c49a55ef5aaa 2700x1800Presentato con grande fanfara mediatica, il “piano di pace” del presidente americano Donald Trump per Gaza è essenzialmente un coup de théâtre per tentare di uscire da una situazione sempre più ingestibile per la Casa Bianca, e pericolosamente fallimentare per Israele.

 

La rivolta dell’opinione pubblica mondiale

La reputazione dello Stato ebraico sta crollando a livello internazionale. Perfino negli Stati Uniti, paese storicamente amico, la maggioranza degli americani ritiene che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza.

Ma il dato più preoccupante, per la Casa Bianca e per Tel Aviv, è quello dei giovani statunitensi. Fino al 61% della fascia compresa tra i 18 e i 29 anni ormai è schierato dalla parte dei palestinesi, appena il 19% è a favore di Israele.

Ad inquietare particolarmente Trump è la spaccatura all’interno del movimento MAGA (Make America Great Again) che lo sostiene, dove una componente in ascesa accusa Israele non solo dello sterminio di Gaza, ma di indebite ingerenze nelle scelte di politica estera degli Stati Uniti.

L’assassinio del giovane attivista conservatore Charlie Kirk, divenuto via via più critico nei confronti dello Stato ebraico partendo da iniziali posizioni filoisraeliane, ha suscitato un vespaio nella base trumpiana e seri grattacapi non solo per il presidente, ma anche per il governo Netanyahu.

Dopo la scellerata decisione Israeliana di bombardare la capitale del Qatar (uno dei principali alleati di Washington in Medio Oriente) nel tentativo (fallito) di decapitare la leadership di Hamas all’estero, Trump aveva anche il problema di riconquistare la fiducia fortemente scossa delle monarchie arabe del Golfo.

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lafionda

Attacco NATO alla Russia: rischio guerra e le illusioni del progressismo

di Enrico Grazzini

mkfhyervfL’Ucraina e la strategia americana per debilitare la Russia

L’Ucraina è sempre stata considerata come la leva principale per la disgregazione russa. Già negli anni novanta Zbigniew Brzezinski, nel suo libro più famoso, The Great Chessboard (La grande scacchiera1), auspicava l’allargamento della Nato a est, e in particolare all’Ucraina che era fondamentale per ridurre la Russia a potenza asiatica, non più europea. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Carter scriveva che la Russia senza l’Ucraina sarebbe stata una potenza castrata, non più una grande potenza euroasiatica ma solo una potenza regionale asiatica. L’Ucraina doveva diventare il bottino principale della Guerra Fredda vinta dagli USA. Questa strategia d’attacco si svolgeva proprio mentre la Russia postsovietica di Boris Yeltsin – come poi fece anche Vladimir Putin – cercava disperatamente l’alleanza alla pari con l’Occidente e stringeva addirittura una partnership con la Nato. Ma, come sappiamo, la Russia fu stupidamente respinta dall’Occidente. Fu l’amministrazione democratica Clinton a decidere di espandere la Nato a est e di inglobare i Paesi del Patto di Varsavia, suscitando la reazione ovviamente negativa dei governi russi e alimentando la reazione antioccidentale dei nazionalisti russi. Nello stesso tempo la Nato spinse anche l’Unione Europea ad accettare i paesi dell’est – Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia – come suoi membri a pieno titolo: ma questi paesi sono fortemente nazionalisti, privi di una radicata esperienza democratica e, per motivi storici, duramente anti-russi. Con l’allargamento a est l’Unione Europea perse qualsiasi connotazione democratica e ideale e divenne un’associazione divisa e impotente sul piano strategico. La Nato diventò così egemone sulla politica estera e militare europea, e sulle grandi strategie europee. Tuttavia, fino ai moti di EuroMaidan e alla cacciata del presidente filorusso Viktor Janukovyč, la Russia rimase comunque in buoni rapporti sia con la Nato che con l’UE. Ma con la sovversione di Janukovyč operata da Washington la guerra era sostanzialmente inevitabile.