Perché l’Occidente sta fomentando la guerra contro la Cina?
di Alessandro Scassellati
Uno dei veri motivi che alimenta l’ostilità degli Stati Uniti e dell’Occidente collettivo nei confronti della Cina è che lo spettacolare sviluppo economico della Cina ha fatto aumentare il costo del lavoro cinese e ridotto i profitti delle aziende occidentali. Un secondo elemento è la tecnologia. Pechino ha utilizzato la politica industriale per dare priorità allo sviluppo tecnologico in settori strategici nell’ultimo decennio e ha ottenuto progressi notevoli. Lo sviluppo tecnologico della Cina sta ora infrangendo i monopoli occidentali e potrebbe offrire ad altri Paesi del Sud globale fornitori alternativi di beni industriali necessari a prezzi più accessibili. La possibile saldatura economica tra Cina e Sud globale rappresenta la sfida fondamentale all’assetto imperiale occidentale e allo scambio ineguale.
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Negli ultimi quindici anni, l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina si è evoluto dalla cooperazione economica all’antagonismo più assoluto (si veda il rapporto Revising US grand strategy toward China del 2015). I media e i politici statunitensi hanno continuato a impegnarsi in una retorica anti-cinese persistente, mentre il governo statunitense ha imposto restrizioni commerciali e sanzioni alla Cina e ha perseguito il rafforzamento militare in prossimità del territorio cinese. Washington vuole che la gente creda che la Cina rappresenti una minaccia.
L’ascesa della Cina minaccia effettivamente gli interessi degli Stati Uniti, ma non nel modo in cui l’élite politica statunitense cerca di presentarla. Le relazioni tra Stati Uniti e Cina devono essere comprese nel contesto del sistema capitalista mondiale.



I caccia F-35 Lightning II dell’USAF che scortano l’Ilyushin Il-96-300PU presidenziale sul quale viaggia il presidente russo Vladimir Putin di rientro in patria dopo il vertice con Donald Trump in Alaska, rappresentano pienamente, con la sua simbologia, il successo del summit tra i due presidenti.
Non occorre possedere speciali virtù profetiche per predire ai paesi dell’occidente (vale a dire Europa e USA per come si sono configurati negli ultimi due secoli), un avvenire di disgregazione e di inarrestabile declino. Sarebbe sufficiente fermarsi ai dati macroeconomici e sociali più noti per farsi un’idea alquanto realistica del futuro che li attende. Gli USA sono chiusi nella trappola di un debito crescente e insostenibile, incapaci di limitare la loro dispendiosa postura di impero guerresco, privati da decenni della loro base manifatturiera, spinti a fare soldi con i soldi, costretti a governare un paese lacerato dalle disuguaglianze, in cui la classe media, base della stabilità politica americana, arretra ormai da decenni, mentre in tanti stati la condizione di povertà supera il 10% della popolazione. Un’economia di servizi che vuole vivere sul debito pubblico e sull’indebitamento privato dei cittadini, sul dominio del dollaro. Sotto questo profilo l’Europa non sta molto meglio anche a prescindere dallo scenario inquietante che si schiude per il Vecchio Continente dopo gli accordi con Trump del 27 luglio. Vent’anni di perdita di produttività delle industrie dell’Unione, ci ricorda il Rapporto sul futuro della competitività europea di Mario Draghi del 2024. Nel quale rapporto cogliamo la previsione più clamorosa del declino europeo, l’indicatore più indiscutibile del regresso delle nazioni: la perdita di popolazione. «Entro il 2040, si prevede che la forza lavoro dell’UE si ridurrà di circa 2 milioni di persone ogni anno, mentre il rapporto tra lavoratori e pensionati dovrebbe scendere da circa 3:1 a 2:1». Ricordiamo di passaggio quel che è successo nel cuore del Vecchio Continente. Con la guerra in Ucraina la rampante locomotiva d’Europa, la Germania, è andata a schiantarsi nelle secche di una classe dirigente nana, che ha ubbidito prontamente agli USA, ha accettato di buon grado il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, rinunciando ai rapporti di scambio con la Russia su cui aveva fondato un modello di crescita di successo. Ora ha imboccato la strada, davvero ricca di potenzialità, per diventare la “più grande potenza militare dell’Europa”. Immaginiamo con entusiasmo quanta ricchezza e benessere apporterà al suo popolo e al resto d’Europa col patrimonio di carri armati, bombe e missili di cui si doterà…
Naturalmente, le speculazioni odierne continuano, come nel fine settimana, su cosa aspettarsi dall’incontro in Alaska tra Putin e Trump. Alastair Crooke, oggi, approfondisce le pressioni che Trump deve affrontare da diverse parti. La descrivo come se Trump si trovasse in una scatola, una scatola, in gran parte, creata da lui stesso. Oltre agli accordi che ha dovuto concludere per tornare alla Casa Bianca, c’è anche il suo passato con Epstein che lo perseguita, così come le pessime decisioni sul personale che continua a prendere, una sorta di marchio di fabbrica di Trump. Negli ultimi giorni ho sottolineato l’influenza di una delle decisioni più sconsiderate di Trump in materia di personale, il suo continuo affidamento al generale in pensione Keith Kellogg, e Crooke ne parla. Tra l’altro, oggi ho ascoltato una breve intervista (15 minuti) con Jeffrey Sachs. Sachs è solitamente caritatevole, ma si è riferito all’ottantenne Kellogg come a “quel vecchio”. Significativo. L’ipotesi è che Trump si affidi ai consigli di un uomo che vive nel passato ed è ormai troppo vecchio per affrontare la mutata realtà post-Guerra Fredda di una Russia che, pur mantenendo la continuità con il suo passato culturale, è diversa sia dalla Russia zarista che da quella sovietica.
Il Summit di Ferragosto tra Vladimir Putin e Donald Trump sta gettando nel panico le cancellerie europee, incluso il governo di Kiev, che puntavano tutto su una crisi prolungata nei rapporti tra le due superpotenze per mantenere in sella governi e capi di governo.

La tregua tariffaria tra Cina e Stati Uniti dovrebbe concludersi ad agosto. Cosa prevede che accadrà dopo? E cosa accadrà alle 
Le guerre, cui assistiamo, non sono più il frutto di una guerra a pezzi, ma le manifestazioni di un conflitto globale, il cui risultato sarà una diversa spartizione del mondo. Il pacificatore Trump ha cambiato idea e sembra voler continuare ad appoggiare l’Ucraina, per poi aprire un fronte nell’Estremo Oriente. Due noti analisti statunitensi si chiedono se gli Usa e gli europei sono in grado di continuare su questa strada e se non hanno sottovalutato le capacità militari e politiche dei loro avversari. Se l’Occidente collettivo non riconoscerà la sua sconfitta, se non negozierà veramente con la Russia, se la Germania metterà in pratica i suoi piani deliranti, è probabile che prima o poi riceveremo una visita non gradita dell’unico missile di medio raggio supersonico non intercettabile: Oreshnik.
Per conformarsi 
Premetto che sono convinto che non ci sarà nessun conflitto mondiale nucleare a parte la “guerra mondiale a pezzi”, per citare il defunto Papa Francesco I, già in corso. Nonostante la propaganda guerrafondaia dei media, di opinionisti e di politicanti da ascrivere alla categoria degli psicopatici, penso che nessuna potenza nucleare provocherà un tale conflitto.


E’ probabile che chi ancora nutriva speranze nella possibilità che il presidente americano Donald Trump risolvesse il conflitto ucraino per via negoziale le abbia perse in questi giorni.
Storicamente, Israele ha sempre avuto una leadership pienamente consapevole dell’importanza delle sue forze armate, intese non come ipotetico baluardo difensivo del paese, ma come strumento attivo e costante della politica statuale. A loro volta, le forze armate israeliane hanno spesso fornito importanti leader alla politica, e tutto questo ha fatto sì che la guida politica e militare dello stato ebraico è sempre stata caratterizzata da una piena integrazione dei due aspetti. Questo equilibrio è però cominciato a venire meno quando, all’interno della società israeliana, si è andato affermando un radicalismo di destra, con forti accenti messianici, che ha trovato in Netanyahu la figura di riferimento. Per il leader del Likud, infatti, l’esercito è a tutti gli effetti uno strumento del potere politico, che ne dispone a suo piacimento; e benché il personaggio sia indiscutibilmente un pragmatico – diciamo pure uno spregiudicato – è anche assai poco disponibile ad ascoltare chi non è d’accordo con lui.
Il 14 luglio Donald Trump ha precisato i contorni della nuova iniziativa statunitense nei confronti della Russia e della guerra in Ucraina. Con al fianco il segretario generale della NATO, Mark Rutte, Trump ha ribadito di essere “deluso dal presidente Putin, perché pensavo che avremmo raggiunto un accordo due mesi fa, ma non sembra esserci riuscito. Quindi sulla base di ciò imporremo dazi molto severi se non raggiungeremo un accordo entro 50 giorni. Dazi pari a circa il 100%” fa applicare alle nazioni che commerciano con Mosca. “Spero di non doverlo fare” ha detto Trump alla Casa Bianca, annunciando nuovi invii di armamenti a Kiev ma ribadendo, come aveva già anticipato, che saranno gli alleati europei a pagare il conto molto salato.
Non solo RAI, La7, Mediaset
Negli ultimi 12 mesi, lo scenario mediorientale ha acquisito una centralità sempre più evidente nel quadro delle tensioni nelle relazioni internazionali. Alla sempre più feroce persecuzione della popolazione palestinese nella striscia di Gaza, in atto da Ottobre 2023 e che non accenna ad arrestarsi, si sono andati via via sovrapponendo, nell’ordine: il conflitto tra Israele ed Hezbollah nel sud del Libano nell’autunno del 2024; il conflitto in Siria, che nello stesso periodo ha portato alla destituzione di Bashar-el-Assad e all’instaurazione di un governo di transizione di matrice jihadista; infine, il violento attacco che Israele e Stati Uniti hanno condotto nei confronti dell’Iran nelle settimane appena trascorse, ufficialmente finalizzato a metter fine a un ipotetico programma nucleare bellico iraniano.



































