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Lo Stato di Israele sta implodendo

di Giacomo Gabellini

Un conflitto permanente, senza via d’uscita: da Gaza alla Cisgiordania, il progetto sionista affronta la sua crisi più profonda

Jews pray in the Western Wall 1 resultTribalismo etnico-religioso, degenerazione coloniale, perdita della deterrenza, isolamento internazionale: Giacomo Gabellini analizza le dinamiche che stanno minando la tenuta di Israele. Dall’illusione di supremazia alla catastrofe annunciata, passando per l’uso strumentale del «caos controllato» in Medio Oriente, l’Operazione al-Aqsa Flood, lanciata da Hamas il 7 ottobre 2023, ha solo accelerato un processo di implosione già in atto. Nella conclusione del suo ultimo libro, «Scricchiolio – Le fragili fondamenta di Israele», l’analista sostiene che il destino dello Stato ebraico è segnato non dalla forza dei nemici, ma dalla cecità strategica della sua leadership.

* * * *

Nel 2012, Henry Kissinger confidò a una giornalista che, a suo avviso, «tra 10 anni, Israele non esisterà più» 1. Un vaticinio sbalorditivo, che scaturiva con ogni probabilità da alcune delle valutazioni contenute all’interno di un rapporto coevo dell’ente supremo che coordina le attività delle 16 agenzie di intelligence statunitensi.

Nel documento si sosteneva che «la leadership israeliana, con il suo crescente sostegno ai 700.000 coloni insediati in Cisgiordania, sta perdendo ogni contatto con le realtà politiche, militari ed economiche del Medio Oriente»2 . Il rapporto proseguiva spiegando che «la coalizione del Likud è profondamente complice in quanto influenzata dal potere politico e finanziario dei coloni, e sarà chiamata ad affrontare conflitti interni di intensità crescente».

Di conseguenza, «in un contesto contrassegnato dal “risveglio islamico”, dall’ascesa dell’Iran e dal declino egemonico degli Stati Uniti, l’impegno degli Usa nei confronti di Israele sta diventando impossibile da sostenere e conciliare con politiche coerenti con la tutela dei fondamentali interessi nazionali, che includono la normalizzazione delle relazioni con i 57 Paesi islamici».

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lafionda

Eutanasia di un impero: le guerre alla Russia, all’Iran e (domani?) alla Cina

di Alberto Bradanini

guerreUsa.jpg1. Le oligarchie americane perennemente belliciste, insieme al cagnolino da passeggio israeliano, hanno deciso di incendiare il Medio Oriente, in una strategia che non riguarda solo tale regione, ma include l’Europa (Ucraina) e l’Estremo Oriente (Taiwan-Cina). Proviamo a indagare. Innanzitutto, Biden o Trump, questo è il nostro avviso, non fa molta differenza. I due fronti, Rep o Dem, sono entrambi lucciole elettorali che si spengono quando gli attori principali o le comparse diventano presidenti, deputati o senatori.

A dispetto delle indecenti rappresentazioni che sfidano da tempo la legge di gravità, e che i potenti della terra fanno digerire a una popolazione alienata da consumismi televisivi e intontimenti cellularici, è ben evidente che senza la luce verde della corrotta plutocrazia statunitense – è una noia ripeterlo, ma repetita iuvant – i criminali sionisti potrebbero al più acquistare il carburante per rientrare in casa al termine delle loro sataniche riunioni ministeriali, non certo aggredire un paese grande cinque volte l’Italia e abitato da quasi cento milioni di persone.

Il G7, riunitosi in Canada il 16 e 17 giugno, pur nella confusione che ormai caratterizza i potenti dell’Occidente (non più della terra), ha rilasciato un testo in cui si afferma l’usuale invereconda litania che Israele ha diritto di difendersi e che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare. Le signorie loro, se la domanda è lecita, hanno la testa a posto o no? Avremmo infatti piacere di comprendere l’essenza di quell’imperativo categorico per il quale a Israele è concesso possedere l’arma atomica e all’Iran no. E in tal caso, da quale autorità superiore (Nazioni Unite, Congresso Mondiale dei Popoli, il Padreterno o altri) tali svalvolati hanno ricevuto il mandato di adottare cotanta equilibrata decisione. Prego.

Nel merito e a contrario, non pochi rinomati analisti ritengono che se l’Iran davvero acquisisse l’atomica, (sebbene abbia sempre dichiarato di non volerla e non vi siano prove che la stia acquisendo, come certificato dall’Aiea[1] e dal vertice dell’Intelligence americana Tulsi Gabbard[2]), il Medio Oriente potrebbe finalmente conoscere pace e stabilità, esattamente ciò che i terroristi sion-americani vedono come il fumo negli occhi.

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lafionda

La NATO in guerra

Paolo Cornetti intervista il gen. Fabio Mini

Dedalo Mini cover 1.jpgIl Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano Fabio Mini ha comandato tutti i livelli di unità Bersaglieri e ricoperto incarichi dirigenziali presso gli Stati Maggiori dell’Esercito e della Difesa. È stato Direttore dell’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (ISSMI) presso il Centro Alti Studi e ha prestato servizio negli Stati Uniti, in Cina e nei Balcani. È stato Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo.

Negli ultimi anni è stato diverse volte ospite in varie televisioni in qualità di opinionista e ha già scritto, pubblicato e curato numerosi libri sui temi della difesa e della geopolitica. Inoltre, collabora con le riviste Limes e Geopolitica.

Grazie alla disponibilità del Generale e della casa editrice Dedalo abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo in merito al suo ultimo libro La NATO in guerra – dal patto di difesa alla frenesia bellica, parte della collana Orwell diretta da Luciano Canfora.

* * * *

La Fionda: Nel Suo testo viene rimarcato spesso un divario tra la NATO in quanto organizzazione e il trattato costitutivo della NATO. Si può dire che la NATO ha tradito sé stessa? E quali sono, secondo Lei, i punti di maggiore divergenza tra ciò che la NATO è e ciò che dovrebbe essere negli intenti della sua carta fondamentale?

Generale Fabio Mini: La Nato ha effettivamente tradito sé stessa e tutti coloro che hanno servito nella Nato per decenni. O almeno tutti coloro che avevano conosciuto il Patto atlantico dalle sue origini e vissuto professionalmente la sua evoluzione.

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analisidifesa

Israele – Iran: la guerra continua

di Gianandrea Gaiani

Aggiornato alle ore 17,00 del 17 giugno

1404032616392433033167894.jpgLe operazioni iraniane contro Israele “continueranno tutta la notte, non permetteremo all’entità sionista di godere di pace e stabilità”, ha affermato nella tarda serata di ieri un comunicato del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica dell’Ian (IRGC) annunciando di aver lanciato la nona ondata dell’Operazione Vera Promessa 3 contro Israele, impiegando missili e droni. I pasdaran hanno precisato che “nelle ultime 72 ore sono state effettuate 545 operazioni con droni” contro obiettivi israeliani.

L’attacco è stato confermato dalle forze di difesa israeliane IDF che ha reso noto di aver individuato una raffica di missili balistici lanciati dall’Iran verso Israele dove le autorità hanno dato istruzioni alla popolazione di entrare nei rifugi.

“Abbiamo preso di mira la base da cui è partito l’attacco all’edificio dell’IRIB, la televisione di Stato iraniana colpita da Israele mentre le IDF hanno riferito del lancio di 10/20 missili balistici, in “buona parte” intercettati o caduti in aree disabitate.

Ma i lanci di missili e droni iraniani sono continuati tutta la notte bersagliando soprattutto le aree di Tel Aviv (colpiti secondo Teheran i comandi di Mossad e intelligence militare) e Gerusalemme e il centro-nord. L’ultimo allarme per il lancio di missili dall’Iran è stato diramato da IDF questa mattina.

In mattinata le IDF hanno reso noto di aver abbattuto nella notte circa 30 droni lanciati verso Israele, molti intercettati oltre i confini israeliani mentre altri sono stati abbattuti sulle alture del Golan.

Ieri sera l’Iran aveva attivato i sistemi di difesa aerea attendendosi evidentemente nuove incursioni aeree israeliane che nella giornata del 16 giugno si sono accanite su diversi obiettivi in diverse città e nella notte hanno colpito soprattutto l’ovest del paese dove le IDF affermano di aver distrutto decine di siti militari e di aver colpito centri di comando appartenenti alla Forza Quds del corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica.

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intelligence for the people

Israele attacca l’Iran, in Occidente prevale il partito della guerra

di Roberto Iannuzzi

Pressato da Israele e dal “partito interventista”, Trump potrebbe finire per scatenare in Medio Oriente una guerra regionale dai risvolti imprevedibili

45c783a0 385f 4671 84a5 be0e77e26ca6 1280x853La guerra mossa da Israele contro l’Iran nelle prime ore del 13 giugno era per molti versi annunciata. All’indomani dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il premier israeliano Benajmin Netanyahu aveva dichiarato che Tel Aviv avrebbe “cambiato il Medio Oriente”.

Il governo israeliano ha sfruttato quel sanguinoso evento per infliggere colpi durissimi ai propri avversari regionali riuniti nel cosiddetto “Asse della Resistenza” filo-iraniano.

Gaza, l’enclave palestinese controllata da Hamas, è stata rasa al suolo. Una violenta campagna di bombardamenti in Libano ha portato alla decapitazione della leadership di Hezbollah in Libano, e all’uccisione del suo segretario generale Hassan Nasrallah.

Dopo la caduta del presidente siriano Bashar al-Assad in Siria, Israele ha smantellato le infrastrutture militari del paese con una serie di attacchi aerei. Dominando ormai i cieli siriani, e con lo spazio aereo iracheno controllato dall’alleato americano, per Israele la strada verso l’Iran era aperta.

A seguito di quegli eventi, nel dicembre 2024 avevo scritto che:

per il governo Netanyahu il trofeo finale resta l’Iran, rimasto più isolato a seguito dell’indebolimento dell’asse della resistenza.

Alla vigilia del cessate il fuoco in Libano, il premier israeliano aveva dichiarato che accettava l’accordo per tre ragioni: rifornire gli arsenali israeliani ormai svuotati, aumentare la pressione su Hamas, e concentrarsi sull’Iran.

Sulla stampa israeliana si sono moltiplicati gli articoli che parlano di una “finestra di opportunità” per colpire le installazioni nucleari iraniane alla luce dello stato di debolezza in cui si troverebbe Teheran.

La tesi è che l’Iran, isolato a livello regionale, potrebbe puntare a costruire l’arma atomica se i suoi impianti nucleari non verranno distrutti. Perciò l’aeronautica israeliana si starebbe preparando per un possibile attacco.

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comedonchisciotte.org

True Promise 3: l’Iran risponde con la tanto attesa rappresaglia ipersonica

di Simplicius – Simplicius the Thinker

AFP 20250616 62GZ3FV v2 HighRes TopshotIsraelIranConflict scaled.jpgL’Iran ha lanciato la fase successiva dell’operazione True Promise 3.0, prendendo di mira diverse infrastrutture energetiche e militari israeliane. Questa volta ha utilizzato i più recenti missili ipersonici Fattah-1, che hanno avuto un impatto abbagliante su Tel Aviv e sul nord di Israele, uno spettacolo così spettacolare da rivaleggiare solo con gli attacchi [con i missili ] Oreshnik dell’anno scorso [in Ucraina]:

Fatttah-1 Hypersonic Missile hit the target and electricity gone. Look at the insane speed.pic.twitter.com/8B5Fq0Ezs8

— Sumon Kais (@sumonkais) June 14, 2025

Le scene erano quasi troppo irreali per essere credibili, come se si trattasse di un blockbuster eccessivamente spettacolare di Michael Bay. Tra gli obiettivi c’erano la raffineria di Haifa e il centro di ricerca israeliano del Weizmann Institute for Science di Rehovot, vicino a Tel Aviv:

Che ruolo ha la raffineria di Haifa, presa di mira dall’Iran? La raffineria di Haifa, nel nord della Palestina occupata, fornisce oltre il 60% del fabbisogno di carburante di Israele, dalla benzina al gasolio e fino al carburante avio. Con questi impianti danneggiati nell’attacco iraniano di questa notte, Israele dovrà affrontare un problema di approvvigionamento. Il successo dell’attacco alla raffineria di Haifa è un colpo strategico alla spina dorsale economica e militare di Israele. Il fatto che Israele taccia sull’attacco alla sua raffineria e non abbia ancora detto nulla ma si sia concentrato sui danni inflitti a Tamra – che credo siano stato causati dalla ricaduta di un missile intercettore di Israele (staremo a vedere) – dimostra che il colpo è stato doloroso. Ed è solo l’inizio…

Il New York Times, citando immagini condivise, riferisce che un centro di ricerca israeliano, il Weizmann Institute for Science, è stato danneggiato da un missile balistico iraniano nel corso degli ultimi attacchi al centro di Israele. L’edificio si trova a Rehovot, a sud di Tel Aviv e un incendio sarebbe scoppiato in uno degli edifici che contengono i laboratori.

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«Vi spiego perché la Russia sta recuperando e gli Stati Uniti stanno perdendo terreno»

di Emmanuel Todd

1024px Family Portrait MET DT8784 resultIn una conferenza che ha tenuto all’Accademia delle Scienze di Russia, a Mosca, l’antropologo francese ha illustrato come la Russia stia consolidando la propria posizione, in base a fattori demografici, sociali e culturali. Una visione che si distanzia nettamente dall’opinione dominante in Occidente, offrendo spunti di riflessione scientifica e geopolitica. Gli Stati Uniti stanno affrontando una crisi profonda e strutturale. Declino industriale, collasso educativo e nichilismo culturale ne sono i sintomi più evidenti. Il degrado, secondo Todd, si manifesta in molteplici ambiti: dall’erosione della base manifatturiera alla crisi del sistema scolastico, fino allo svuotamento dei riferimenti religiosi. Nella sua visione, la cosiddetta «rivoluzione Trump» rappresenta una reazione a questa sconfitta. Pur riconoscendo nel trumpismo alcune intuizioni valide – come il protezionismo, l’apertura al dialogo con la Russia e la critica al globalismo – Todd evidenzia anche aspetti distruttivi. La sua diagnosi finale è pessimista: senza coesione religiosa, con una struttura familiare iper-individualista e una classe dirigente indebolita, l’America rischia di andare a pezzi.

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Tenere questa conferenza mi intimorisce. Tengo spesso conferenze in Francia, in Italia, in Germania, in Giappone, nel mondo anglo-americano – quindi in Occidente. In quei casi, parlo dall’interno del mio mondo, con una prospettiva certamente critica, ma comunque interna. Qui invece è diverso: sono a Mosca, nella capitale del Paese che ha sfidato l’Occidente e che senza dubbio riuscirà in questa sfida. Sul piano psicologico, è un esercizio completamente diverso.

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clarissa

Revival della Gran Bretagna in Europa?

di Gaetano Colonna

britanno e1749570212227.jpgPotrebbe essere utile in questo momento comprendere meglio le dinamiche interne al mondo anglo-sassone, in relazione ai conflitti in atto in Europa e in Medio Oriente, nonché agli effetti che potrebbero avere sulle relazioni transatlantiche durante la presidenza Trump.

A questo scopo è assai interessante la lettura di un documento ufficiale del ministero della Difesa della Gran Bretagna, intitolato Strategic Defence Review 2025, Making Britain Safer: secure at home, strong abroad (“revisione della difesa strategica 2025, rendere la Gran Bretagna più protetta: sicura in patria, forte all’estero”). In questo documento, il governo inglese esprime un giudizio inappellabile nei confronti della Russia:

«L’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia rende inequivocabilmente chiara la sua volontà di ricorrere alla forza per raggiungere i propri obiettivi, nonché il suo intento di ristabilire sfere di influenza nei paesi vicini e di sconvolgere l’ordine internazionale a svantaggio del Regno Unito e dei suoi alleati».

Questa posizione, che vede quindi nella Russia la principale minaccia militare per la Gran Bretagna, viene ulteriormente argomentata in termini estremamente duri, nei quali è tuttavia anche presente un riferimento significativo alla nuova politica statunitense:

«Il Regno Unito è già oggetto di attacchi quotidiani, con atti aggressivi – dallo spionaggio agli attacchi informatici e alla manipolazione delle informazioni – che causano danni alla società e all’economia. Il conflitto tra Stati è tornato in Europa, con la Russia che dimostra la sua volontà di ricorrere alla forza militare, infliggere danni ai civili e minacciare l’uso di armi nucleari per raggiungere i propri obiettivi. Più in generale, il vantaggio militare di cui l’Occidente ha goduto a lungo si sta erodendo, poiché altri paesi modernizzano ed espandono rapidamente le loro forze armate, mentre le priorità di sicurezza degli Stati Uniti stanno cambiando, con l’attenzione che si sposta verso l’Indo-Pacifico e la protezione del proprio territorio».

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fuoricollana

Trump, visto da Pechino

di Vincenzo Comito

Trump Pechino.jpegLa Cina reagisce con savoir-faire alla guerra commerciale. Prova, anzi, ad approfittarne per presentarsi al mondo come l’alternativa al caos economico dei dazi e la garante di una globalizzazione maggiormente condivisa. È possibile un riavvicinamento con l’UE?

Può darsi che gli obiettivi complessivi che il presidente Trump mira a raggiungere con la sua campagna dei dazi non siano del tutto chiari, ma forse si può ricorrere a quanto scrive Kroebler (Kroebler, 2025) in proposito: «lo scopo della sua guerra commerciale è quello di rimuovere i vincoli imposti dall’attuale ordine economico internazionale sull’esercizio del potere unilaterale statunitense e in particolare l’esercizio del potere da parte del presidente…quello che Trump vuole soprattutto è di mostrare la sua dominazione sul mondo e di ottenere sottomissione. I paesi che non resistono attivamente ai suoi dazi verranno graziosamente risparmiati dall’imposizione di dazi troppo elevati, il paese che osa resistergli è selvaggiamente punito…».

 

La “crociata” contro la Cina viene da lontano

In tale quadro un paese in particolare è sotto tiro, la Cina, ai voleri da parte di chi si crede, a torto o a ragione, il padrone del mondo. Nella sostanza, peraltro, la “crociata” di Trump su questo fronte non appare in generale certo una novità. La lotta statunitense al paese asiatico è cominciata da molto tempo e, anche se essa ha acquisito contorni decisi a partire dalla presidenza Obama, tra l’altro con il suo pivot to Asia, i segni del conflitto erano evidenti già da diversi anni prima. In ogni caso da Obama in poi abbiamo assistito a un impressionante crescendo di ostilità. Ma tale offensiva è risultata del tutto fallimentare.

Il problema di fondo è che gli Usa sono spaventati dalla Cina.

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lantidiplomatico

In margine alla “Marcia per Gaza”. Dalla nazione araba ad “Abramo” e ora tocca all’Egitto?

di Fulvio Grimaldi

smVÀÒPRIGRSMentre scrivo siamo alla vigilia dello sbarco al Cairo della Global March to Gaza, mentre verso la stessa destinazione veleggia la collaudata Freedom Flottiglia. Volontari egiziani di varie associazioni sono pronti in Egitto per accoglienza e successivo spostamento ad Al Arish e, poi, l’effettiva marcia a piedi di 45 km fino al valico di Rafah, da tempo sotto controllo israeliano.

Lì, inesorabilmente, i marciatori si areneranno. Mi ci sono arenato anch’io l’altro anno, assieme a Marc Innaro (l’ottimo e perciò demansionato collega RAI) e tanti altri prima e dopo di me. Colleghi appesi all’illusione che anche in Israele, cioè nella Palestina occupata, valesse il diritto universale della libera informazione, cardine della democrazia di cui Israele sarebbe l’unico rappresentante in Medioriente. La risposta è stata l’uccisione di 220 giornalisti di Gaza.

Bisognerebbe dire che ce n’è per fortuna già tanta, di attenzione mondiale sulla carneficina di Gaza, in cui si mira a bambini, donne, ospedali, scuole, rifugi, tende e, con particolare cura, a scheletri di affamati che si avvicinano dove mercenari USA, con pezzetti di formaggio, allestiscono trappole per topi. Lo dobbiamo a coloro, colleghi anch’essi, ma stanziali a Gaza, che per averci fatto vedere l’abisso della nequizia israeliana e del dolore palestinese, sono stati disfatti davanti a un computer e un cellulare, preferibilmente nella loro casa assieme a tutta la famiglia. E così che un baldo riservista della “Golani” può vantare due genitori e dieci figli fatti a pezzi con un missile solo, meritando che il ministro Katz gli appunti sul petto l’onorificenza per meriti sionisti.

Il dato di un rapporto tra partecipanti europei e arabi alla Global March, a spanne di 20 a 1,  ci presenta una realtà storica inimmaginabile tra oggi e quando ebbi modo di trasmettere a Paese Sera dispacci sugli esiti delle battaglie tra l’esercito di Dayan e la coalizione araba. Questa, sì, zeppa di giovani volontari egiziani. libici, iracheni, siriani, giordani, yemeniti, perfino kuweitiani.

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acropolis

Cosa significano gli attacchi dei droni occidentali per le relazioni tra Stati Uniti e Russia?

di Rob Urie

AP20276434567563 1 4 660x370 1.jpgIl titolo accattivante di Urie introduce un’analisi sobria di quanto siano stati folli gli attacchi dell’Ucraina contro la Russia. Nella migliore delle ipotesi, rivela una valutazione rischio-rendimento gravemente errata, dovuta presumibilmente all’aver inalato molta propaganda e oppio sull’Ucraina.

Un punto che sembra sfuggire in termini di superamento delle linee rosse degli accordi nucleari della Guerra Fredda è che questo metterà almeno la Russia in stato di massima allerta, e potrebbe farlo anche con altre potenze nucleari. Maggiore allerta = maggiore propensione a [re]agire = probabilità di incidenti notevolmente maggiori.

Un nuovo video con Chas Freeman sugli studi sulla neutralità conferma che un attacco con armi convenzionali contro risorse di deterrenza nucleare, secondo gli accordi della Guerra Fredda, equivale a un attacco nucleare e pertanto, secondo le regole di ingaggio, legittima una risposta nucleare:

Tradizionalmente, gli elementi di una forza di deterrenza nucleare, sia da parte americana che russa, sono stati esentati dagli attacchi per la semplice ragione che entrambi i Paesi considerano un attacco con armi convenzionali alla loro capacità di deterrenza nucleare equivalente a un attacco nucleare e giustificante una risposta nucleare. Entrambe le parti prendono la cosa molto seriamente. Naturalmente, l’Ucraina non fa parte degli accordi di sicurezza, né il Regno Unito. Quindi, suppongo che siano liberi di contestare maliziosamente questa esenzione, e lo hanno fatto, ed è molto pericoloso.

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sulatesta

Europa: contro la guerra e i guerrafondai

di Paolo Ferrero

CITTNUOVAPAMOM 20240320104628874 c02b5bf23cfe3d5fb5eb6943d2975ae3 scaled.jpgMentre scrivo Israele ha ripreso il brutale genocidio che, da mesi e nella più totale indifferenza dell’Unione Europea, sta perpetrando ai danni del popolo palestinese. Questo massacro infinito viene ignorato mentre fa scandalo che gli USA abbiano aperto una trattativa per la pace in Ucraina senza coinvolgere l’Unione Europea (e della guerra). Addirittura, il 15 marzo è stata convocata da Michele Serra e dal quotidiano della famiglia Agnelli, “La Repubblica”, una manifestazione a favore dell’Unione Europea.

La situazione è nota: i media mainstream e i loro pennivendoli, che in questi anni hanno appoggiato senza se e senza ma la guerra tra NATO e Russia – quella combattuta utilizzando la popolazione ucraina come carne da cannone – scrivono che l’Europa è minacciata dalla Russia di Putin a causa del tradimento di Trump. Viene così diffuso un clima isterico, in cui l’apertura di una trattativa sulla fine della guerra in Ucraina viene presentata come un insopportabile gesto di arroganza nei confronti dell’UE.

Secondo questa narrazione, la minaccia Russa all’Europa e alla sua civiltà è quindi il pericolo concreto a cui occorre dare una risposta immediata. A tal fine la Von der Leyen ha sponsorizzato un gigantesco piano di riarmo dell’Europa di circa 800 miliardi di euro che il Parlamento Europeo ha prontamente approvato.

Questa campagna condotta a reti unificate dai media mainstream e dalla quasi totalità delle forze politiche di centro destra e di centro sinistra europee e nazionali costituisce in realtà la premessa ideologica per un salto di qualità nella costruzione di un’Unione Europea imperialista e guerrafondaia verso l’esterno, antidemocratica e antisociale verso l’interno. Una vera e propria proposta politica reazionaria attorno a cui il sistema di potere si sta riorganizzando. Ovviamente ogni forza e ogni schieramento interpretano il copione a partire dalla cura del proprio pubblico (più nazionalista o più europeista, più militarista o più in borghese, più progressista o più conservatore), ma la strategia di fondo non cambia: la Russia è il nostro nemico e costituisce una minaccia immediata a cui dobbiamo far fronte con un enorme programma di spese militari attorno a cui riorganizzare le relazioni sociali e il profilo complessivo dell’Europa.

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fuoricollana

Il “nemico americano”. Le tragedie in Ucraina e Palestina

di Alberto Bradanini

US Vice President Kam 21993629 1Quando si riflette sui dolori e le ingiustizie del nostro tempo è pratica diffusa occultare il nome di chi le ha causate, un occultamento che non è dovuto a disattenzione o scarsa memoria, ma a corruzione morale e/o materiale.

 

Il nemico principale

Rischiando di risultare apodittici, si proverà quindi a riflettere su tale aspetto, tentando di identificare il nemico principale, quale impresa preliminare a qualsiasi percorso verso un mondo migliore, tenendo a mente che tale incarnazione di forze ostili assume caratteristiche diverse a seconda dei contesti nei quali opera, pur facendo capo a una medesima aggregazione di poteri e interessi. Vediamo: sul piano economico il nemico da battere è il neoliberismo globalista-bellicista, su quello dei valori la mercificazione della società, sul piano politico una democrazia non-democratica, su quello filosofico il nichilismo narcisista e nei rapporti tra classi sociali una plutocrazia spietata e senza freni. Il punto di vista di chi scrive è che il motore di questo cumulo di tragedie, catalizzatore di ultima istanza di tale nefasta policromia, si colloca nell’oligarchia malata degli Stati Uniti d’America (in verità, nel suo nucleo occulto, lo stato permanente e quello profondo, che sopravvivono al cambiare dell’inquilino della Casa Bianca e non rispondono ad alcuna istanza democratica), uno degli imperi più funesti che la storia recente abbia registrato, una nazione che violenta il diritto e l’etica umana per estrarre risorse e ricchezze altrui attraverso minacce e ricatti, facendo ricorso alla violenza contro chiunque opponga resistenza, incurante dei valori di pace ed eguaglianza, mettendo a rischio persino la sopravvivenza del genere umano.

Deve rilevarsi che con Stati Uniti non s’intende qui il popolo americano, quei 335 milioni di abitanti anch’essi in larga parte sfruttati e sottomessi, ma solo una ristretta cerchia di superricchi e potenti individui che, come una piovra, proietta ovunque la sua ombra vorace.

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intelligence for the people

Ucraina: la pace impossibile?

di Roberto Iannuzzi

Alla luce delle posizioni inconciliabili di Kiev e Mosca, del massimalismo europeo, e della scarsa incisività di Trump, la prospettiva di una risoluzione della guerra ucraina sembra allontanarsi

https substack post media.s3.amazonaws.com public images aef7ffbc 07a5 4d86 86da 76e5cc7a6550 864x486.jpegI colloqui di Istanbul del 16 maggio, i primi fra Russia e Ucraina da tre anni a questa parte, hanno messo in evidenza tutti gli ostacoli al raggiungimento di un accordo di pace fra Mosca e Kiev.

Ostacoli confermati dalla telefonata fra il presidente americano Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin tre giorni dopo.

L’incontro di Istanbul ha pur sempre segnato un passo avanti, se si pensa che ancora tre mesi fa il governo ucraino rifiutava persino l’idea di un dialogo con il Cremlino, ritenendolo illegale, e chiedeva il ritiro russo da tutti i territori dell’Ucraina come precondizione per un negoziato.

Ma lo svolgimento dei colloqui è rimasto incerto fino all’ultimo, e teso nella sua breve durata (meno di due ore).

Come ha lamentato il diplomatico russo Rodion Miroshnik, la delegazione ucraina era composta in gran parte da membri degli apparati militari e dell’intelligence, a conferma del fatto che era giunta a Istanbul solo per negoziare i dettagli di un eventuale cessate il fuoco.

Pochissimi erano i diplomatici e le figure politiche, in grado di discutere gli elementi di una pace duratura. Ma fino all’ultimo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva chiesto l’implementazione di un cessate il fuoco di trenta giorni come precondizione per l’inizio di una trattativa.

Richiesta ribadita da Trump nel successivo colloquio telefonico con Putin, sebbene in questo caso egli si sia fatto essenzialmente portavoce di Kiev e dei suoi alleati europei.

Questo è però un presupposto che Mosca ha sempre rifiutato, considerandolo un pretesto di Kiev per riorganizzarsi militarmente, mobilitare nuovi uomini e riarmarsi.

D’altra parte, i paesi occidentali alleati dell’Ucraina a loro volta non hanno mai accettato la richiesta russa di una cessazione delle forniture militari a Kiev come condizione per un cessate il fuoco.

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machina

Note preliminari sul «sistema degli Stati»

di Raffaele Sciortino e Robert Ferro

0e99dc f5f2240af1604e75a609cbb56d7b2290mv2Pubblicato originariamente sulla rivista britannica «endnotes.org.uk» con il titolo di «Prologomena on the "System of States"», il saggio di Raffaele Sciortino e Robert Ferro, di cui qui presentiamo la traduzione a cura di Kamo Modena rivista dagli autori, offre alcune coordinate teoriche, a partire dai testi marxiani e da alcuni dibattiti successivi, per comprendere che cosa sono gli Stati e come funziona la loro articolazione in un sistema all’interno del «mercato mondiale», altra importante categoria marxiana. In tempi di sconquasso dell’ordine globale, il dibattito su questi nodi e il possesso di una griglia interpretativa teorica sono requisiti indispensabili se si vogliono comprendere e afferrare politicamente le trasformazioni in atto.

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Introduzione

È generalmente noto che Karl Marx, nel piano del Capitale, prevedesse una sezione dedicata allo Stato – sezione di cui non scrisse nemmeno una bozza. Dopo di lui, numerosi autori hanno insistito sull’incompletezza della teoria marxiana a questo riguardo, e benché nessuno di essi si sia prefissato il compito esplicito di portare a compimento il progetto originario di Marx, vi sono stati alcuni tentativi di colmare almeno parzialmente questa lacuna. Prendendo le distanze dall’opinione prevalente, in questo saggio si sostiene che lo Stato in quanto tale non presenta particolari ostacoli alla teoria marxista, e che il suo armamentario concettuale è sufficiente per condurne un’analisi esaustiva. L'articolazione a partire dalla quale la faccenda diventa più delicata risiede nel passaggio dall’astratto al concreto, che nell’opera di Marx coincide con la transizione dal concetto di capitale in generale alla molteplicità dei singoli capitali in concorrenza fra loro.