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lafionda

Cina, il terzo mandato a Xi Jinping. Inizia una nuova era

di Alberto Bradanini

1666419031077 rainewsfcffacdceeRispettando le previsioni, il 22 ottobre scorso Xi Jinping è stato incoronato per un altro quinquennio quale leader politico della Repubblica Popolare. Con tale incoronazione, la Cina apre una pagina inedita nella sua organizzazione istituzionale, mentre la dirigenza del paese si avvia su un sentiero potenzialmente insidioso. Dopo la chiusura dei battenti del XX Congresso del Partito Comunista Cinese (Pcc), il neoeletto Comitato Centrale (203 componenti e 168 supplenti) ha nominato i 24 membri dell’Ufficio Politico, che ha poi scelto al suo interno i sette del Comitato Permanente (Xi Jinping, Li Qiang, Zhao Leji, Wang Huning, Cai Qi, Ding Xuexiang e Li Xi ), l’organo dove si concentra il potere supremo. Xi Jinping è stato confermato Segretario Generale del Partito e Presidente della Commissione Militare Centrale e nella prossima primavera sarà ri-eletto anche Presidente della Repubblica.

Insieme all’attuale premier Li Keqiang, escono di scena Li Zhanshu, Han Zheng e Wang Yang, che pure alla vigilia era indicato tra i candidati alla carica di Primo Ministro. Tra i subentranti, troviamo il capo del Partito a Shanghai, Li Qiang (che prenderà il posto di Li Keqiang), Cai Qi, Ding Xuexiang e Li Xi, tutti strettamente legati a Xi Jinping. I due rimanenti, Zhao Leji e Wang Huning, anch’essi fedelissimi del leader, restano al loro posto per un altro quinquennio. A cascata, tutte le cariche che contano, tra cui i responsabili della propaganda, della disciplina nel Partito e della lotta alla corruzione (quest’ultima strumento utilizzabile anche per far fuori i nemici politici) vengono attribuite a funzionari di indiscussa lealtà al Capo Supremo.

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sinistra

Stati Uniti e Cina allo scontro globale

Introduzione

di Raffaele Sciortino

Raffaele Sciortino: Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze, Asterios, 2022

COP. ISBN STATI UNITI E CINA I marxisti, non potendo oggi essere protagonisti della storia, nulla di meglio possono augurare che la catastrofe, sociale, politica e bellica, della signoria americana sul mondo capitalistico

Amadeo Bordiga

Il lavoro qui presentato cade in un contesto caratterizzato dal probabile approssimarsi di una nuova recessione economica globale, da una temperatura delle relazioni internazionali divenuta rovente con la guerra in Ucraina e, ancora, dall’intreccio fra crisi dei prezzi alimentari ed energetici e disastro climatico. Mentre all’orizzonte è il tema del libro si profila l’urto possente tra Stati Uniti e Cina. È un caos crescente e generalizzato che non si limita alle sfere alte della politica e dell’economia, ma sempre più incide nella vita quotidiana di centinaia di milioni di persone.

Günther Anders ha scritto che la forza di una concezione non sta tanto nelle risposte che dà, quanto nelle domande che soffoca. Ora, il delinearsi di una nuova qualità della dinamica storica stante la vera e propria crisi della civiltà capitalistica, palese solo che non ci si faccia abbacinare dallo spettacolo infomediatico sta facendo (ri)emergere alcuni interrogativi che l’ideologia euforizzante del capitale globale in ascesa ha per decenni soffocato. Non solo fuori dall’Occidente, ma nello stesso mondo occidentale, dove i dilemmi del rapporto tra sé e il resto iniziano ad incrinare la camicia di forza delle ipocrisie postdemocratiche.

Questo libro vuol essere un contributo, attraverso la messa a fuoco del contesto emergente, alle domande che segneranno la nuova geistige situation der zeit.

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giubberosse

Linee di frattura

di Enrico Tomaselli

Soldato ucrainoSenza tanto apparire – anche perché i media occidentali hanno tutto l’interesse di nasconderlo – ma qualcosa sta realmente cambiando nella guerra in Ucraina. Si stanno delineando due linee di frattura, potenzialmente capaci di incrinare, forse definitivamente, la resistenza di Kyev, e quindi aprire una prospettiva – quantomeno – di cessazione delle ostilità. Perché ciò possa eventualmente determinarsi, sarà però necessario attendere almeno sino all’estate del prossimo anno.

 

Un cambio di passo

A partire dall’autunno, il conflitto ucraino ha registrato una serie di eventi significativi, ma di cui forse non s’è sinora colto il senso complessivo, distratti più che altro dal loro valore immediato, diciamo pure dal loro impatto mediatico. Eppure è proprio mettendoli in prospettiva che si riesce a coglierne il valore strategico, e quindi il loro impatto bellico.

I principali tra questi eventi sono stati, indubbiamente, la mobilitazione parziale in Russia, gli attacchi al ponte di Kerch ed alla base navale di Sebastopoli, l’intensa campagna missilistica sull’Ucraina.

La mobilitazione russa, che subito i media legati alla NATO hanno presentato come un fattore di debolezza, addirittura parlando di chissà quali fughe di massa dei reclutandi (1), è in effetti uno degli elementi che peseranno profondamente sull’andamento del conflitto, ma che ancora non ha dispiegato il suo potenziale.

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cambiailmondo

La posizione della Germania nel Nuovo Ordine Mondiale americano

di Michael Hudson

north stream 2La Germania è diventata un satellite economico della Nuova Guerra Fredda americana contro la Russia, la Cina e il resto dell’Eurasia. Alla Germania e ad altri Paesi della NATO è stato detto di imporre sanzioni commerciali e sugli investimenti che dureranno più a lungo dell’attuale guerra per procura in Ucraina. Il Presidente degli Stati Uniti Biden e i suoi portavoce del Dipartimento di Stato hanno spiegato che l’Ucraina è solo l’arena di apertura di una dinamica molto più ampia che sta dividendo il mondo in due serie opposte di alleanze economiche. Questa frattura globale promette di essere una lotta di dieci o vent’anni per determinare se l’economia mondiale sarà un’economia unipolare incentrata sui dollari degli Stati Uniti o un mondo multipolare e multivalutario incentrato sul cuore dell’Eurasia con economie miste pubbliche/private.

Il Presidente Biden ha caratterizzato questa divisione come una divisione tra democrazie e autocrazie. La terminologia è un tipico doppio senso orwelliano. Per “democrazie” intende gli Stati Uniti e le oligarchie finanziarie occidentali alleate. Il loro obiettivo è spostare la pianificazione economica dalle mani dei governi eletti a Wall Street e ad altri centri finanziari sotto il controllo degli Stati Uniti. I diplomatici statunitensi utilizzano il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale per chiedere la privatizzazione delle infrastrutture mondiali e la dipendenza dalla tecnologia, dal petrolio e dalle esportazioni alimentari statunitensi.

Per “autocrazia”, Biden intende i Paesi che resistono a questa finanziarizzazione e privatizzazione. In pratica, la retorica statunitense accusa la Cina di essere autocratica nel regolare la propria economia per promuovere la propria crescita economica e il proprio tenore di vita, soprattutto mantenendo la finanza e le banche come servizi pubblici per promuovere l’economia tangibile di produzione e consumo.

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collegamenti

Verso nuovi equilibri

La sfida per il nuovo ordine mondiale

di Renato Strumia

strumia 14L’attacco della Russia all’Ucraina ha già reso chiaro, a tutti, che la posta in gioco è molto più alta di un conflitto di confine tra paesi legati tra di loro da una storia millenaria.

A tutti dovrebbe essere ormai chiaro che è in corso una guerra per procura tra Russia e Nato, con l’Ucraina come vittima sacrificale; una guerra il cui obiettivo finale è disarticolare e degradare la Russia, per consentire agli USA di mettere poi nel mirino la Cina, la cui ascesa sta minando, in chiave strategica, un modello egemonico in evidente difficoltà.

L’orrore per la tragedia è indicibile, ma questa cesura devastante può aiutarci a capire, un po’ di più, il mondo che verrà. Non è detto che il nostro impegno serva, nel costruire un mondo migliore di quello che abbiamo alle spalle; ma almeno possiamo tentare una elaborazione meno scadente della complessità del sistema globale e pensare (in prospettiva) vie d’uscita più coerenti con la nostra visione del mondo.

In questi trent’anni abbiamo trattato la globalizzazione come un processo scontato, un’estensione senza fine della forma di produzione e di scambio modellato sul sistema capitalistico, nella sua tarda versione americana.

Un allargamento continuo della dimensione produttiva e della sfera del consumo, teso a coprire tutta la superficie terrestre, per inglobare anche le regioni più remote e impenetrabili in un unico sistema di vita e di valori. Un processo che è andato avanti di pari passo con la crescita ipertrofica della finanza, ormai sganciata dal reale: il debito globale ormai vale 3 o 4 volte il PIL del pianeta Terra.

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comedonchisciotte.org

La guerra del silicio: perché Taiwan?

di Franco Maloberti

20210209 AI Taiwan chip boom imgÈ ormai evidente che non c’è solo una guerra per l’energia ma anche un conflitto, fino ad ora silente ma altrettanto violento, sul controllo dei circuiti integrati (chiamati amichevolmente chip). Queste tesserine minuscole sono il cuore di quasi tutti gli apparati e sistemi moderni e la loro disponibilità fa la differenza tra dominio e dipendenza tecnologica. È sorprendente sapere che Taiwan detiene una quota del 64% del mercato globale delle fonderie di silicio. Il secondo produttore è la Corea del Sud con il 18%, poi la Cina con il 9%, e infine gli USA con un misero 6% [1].

Come si è arrivati a una tale situazione? La risposta la si trova lontano nel tempo, poco dopo gli anni 1980. Allora, gli Usa si resero conto, un po’ in ritardo, che la concorrenza giapponese aveva preso il sopravvento nella produzione di semiconduttori e in particolare delle memorie ad accesso dinamico (DRAM). La contromossa fu la creazione ad Austin nel 1987 di SEMATECH, un consorzio tra 14 industrie Usa e il governo americano [2]. L’obiettivo era risolvere problemi tecnologici e di produzione così da riguadagnare la competitività statunitense nel settore dei semiconduttori. Il dipartimento della difesa DARPA cofinanziò l’impresa con 100 milioni di dollari all’anno. La previsione era per un supporto statale di cinque anni; dopo il consorzio doveva sostenersi autonomamente. Al termine di tale periodo però, il programma fu prorogato per altri quattro anni. Dopo tale estensione, il consorzio ritenne non più opportuno godere di un ulteriore sostegno governativo. Dietro tale decisione, che creò ovvie difficoltà finanziarie, c’era un conflitto tra i diversi partecipanti. Alcuni abbandonarono e aziende non Usa furono invitate e accolte nel consorzio.

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marxismoggi

Un volume sulla guerra ucraina: cause, impatto, conseguenze

di Andrea Catone

Introduzione al volume La guerra ucraina. Cause, impatto, conseguenze, a cura di Andrea Catone, Marx Ventuno edizioni, Bari 2022

132320175 0f17eae3 0a89 4667 8e6c 2a567880b14dQuesto volume di “MarxVentuno” intende fornire strumenti di conoscenza, riflessione, analisi sulla guerra in corso e sulla nuova fase della storia mondiale che si è con essa avviata. Non esaurisce certamente il tema; alcuni aspetti del quale non sono qui ancora trattati; diverse questioni vanno riprese e approfondite. Ci impegniamo a farlo nei prossimi numeri, cercando di utilizzare al meglio quella “cassetta degli attrezzi” del marxismo, cui esplicitamente si richiama la nostra rivista.

L’intervento militare russo in Ucraina è oggetto di valutazioni diverse e contrastanti tra i partiti e gruppi di ispirazione comunista, socialista, marxista, sia a livello internazionale che in Italia. È di grande utilità a questo proposito l’ampio contributo di Fausto Sorini (datato a metà maggio), che, basandosi esclusivamente sulle risoluzioni e documenti ufficiali, traccia il quadro delle valutazioni e prese di posizione dei principali partiti comunisti nel mondo, concludendo, in estrema sintesi, che “la stragrande maggioranza dei comunisti a livello mondiale (tenendo conto del numero di iscritti, del consenso politico-elettorale, dell’influenza sui rapporti di forza mondiali) – oltre il 90% della forza complessiva – si è schierata dalla parte della Russia e ha fatto propria l’analisi strategica del quadro mondiale affine a quella del Pcfr. Ma tra questi, pochissimi hanno sostenuto apertamente l’intervento militare. Una piccola minoranza, con argomenti assai diversi al suo interno, ha assunto invece una posizione apertamente critica e/o di divergenza strategica”.

Anche in Italia vi sono state a sinistra posizioni articolate. I tre partiti comunisti che fanno capo alla rete Solidnet – Pci (segretario Mauro Alboresi), Prc (segretario Maurizio Acerbo), Pc (segretario Marco Rizzo) – e le diverse altre organizzazioni o gruppi della troppo frammentata galassia della sinistra italiana condividono la critica all’espansione ad est dell’Alleanza militare a guida Usa, di cui riconoscono il ruolo aggressivo.

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militant

Putin, la NATO e noi

di Militant

Di seguito riportiamo il testo del nostro intervento, presentato durante il convegno nazionale dal titolo “La guerra in Ucraina, la crisi economica e il grande caos mondiale in arrivo. Che fare?”

convegno nazionaleLa ‘questione guerra’ ha scompaginato il campo della sinistra radicale, almeno in Italia. Non è stata una novità, a ben vedere: è accaduto anche con la pandemia, pochi mesi prima. Divisioni, contrasti, imbarazzi e una fatidica incapacità di presentare quantomeno una lettura unitaria dei fenomeni in atto hanno confermato i problemi esistenti: invisibile nel “regime ordinario”, la sinistra che pretende di parlare a nome dei subalterni lo è anche in quello “straordinario”, totalmente incapace di “cogliere l’attimo” e di “accelerare la storia”, nonostante l’evidenza di essere una parte minoritaria della società e dunque l’opportunità di “fare di necessità virtù”.

Non fa parte degli obiettivi di questo intervento ipotizzare il perché di questa incapacità, “parossistica” anche rispetto a quanto capita negli altri Paesi occidentali. Qui vogliamo semplicemente sottolineare come le divisioni interpretative sulla guerra in Ucraina altro non sono che il punto di caduta di una questione spesso rimossa, ma che – quando affiorava – già nel passato era stata foriera di polemiche e contrasti. Mentre i contrasti sul Covid e, soprattutto, sulle misure di contenimento della pandemia dimostravano come il conflitto capitale vs lavoro avesse ormai ceduto il passo – nell’agenda di una sinistra radicale a parole, ma riformista nei fatti – alla centralità del sistema di libertà declinato individualmente, l’andare in ordine sparso sulla guerra è la conseguenza delle diverse valutazioni sul carattere imperialistico o meno della Russia di Putin.

Dicendo questo, vogliamo evitare un errore di fondo, che pure connota molte opinioni “di sinistra”: considerare l’attacco russo del 24 febbraio come un evento estrapolato dal contesto, finendo per assolutizzarlo.

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lantidiplomatico

Partenariato Orientale: la scommessa geopolitica dell'Ue che sta inabissando l'Europa

di Laura Ruggeri

720x410c50uyfgsNel febbraio 2007, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, Vladimir Putin pronunciò un discorso molto incisivo che segnalava la ritrovata fiducia in se stessa della Russia e annunciava il desiderio e la disponibilità di Mosca a svolgere un ruolo di primo piano nelle relazioni internazionali. In quella sede il presidente russo criticò come pericolosi e futili i tentativi degli Stati Uniti di creare un ordine mondiale unipolare in un momento in cui stavano emergendo molti nuovi poli. Sottolineò anche con forza che l'espansione della NATO e il dispiegamento di sistemi missilistici nell'Europa orientale costituivano una minaccia per la sicurezza della Russia. Gli Stati Uniti ritennero il suo discorso un atto di sfida: le relazioni USA-Russia diventarono più fredde, più tese e Washington iniziò ad elaborare nuovi piani per contenere le legittime aspirazioni della Russia. L'attuazione di questi piani richiedeva una più stretta collaborazione tra la NATO e l'Unione Europea: spinta dagli USA, l'UE decise di intensificare il suo coinvolgimento nello spazio post-sovietico.

Ovviamente, l'UE aveva sempre avuto un interesse per i paesi situati fuori dai propri confini. Ad esempio, la strategia di sicurezza europea (ESS) del 2003 aveva già raccomandato un "impegno preventivo" attraverso la promozione di "un anello di paesi ben governati a est dell'Unione europea"(1), ma mancava un quadro istituzionale per coordinare gli sforzi. Il cambio di passo fu sollecitato dagli Stati Uniti dopo il discorso di Monaco.

Nel maggio 2008, al Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne dell'UE a Bruxelles, Polonia e Svezia presentarono la proposta di un partenariato speciale con Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina. Durante il vertice di Praga del maggio 2009, il concetto venne ufficialmente tradotto nel Partenariato Orientale (EaP).

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giubberosse

Big clash

di Enrico Tomaselli

NATO RussiaAnche se siamo ormai assuefatti ad un ritmo informativo incalzante, che ci porta ad una percezione accelerata degli avvenimenti, e che al tempo stesso induce un parallelo bisogno di velocità – per cui abbiamo fretta di consumare le notizie, così da poter passare ad altre – la guerra non è una faccenda rapida. Anche se il nostro immaginario ci fa pensare che lo sia, nella gran parte dei casi è invece una questione di lunga durata. Quando poi parliamo di conflitti geopolitici, possiamo star certi che la guerra guerreggiata è sempre preceduta da un lungo periodo di accumulo ed è seguita da un non meno breve periodo di assestamento.

 

Wolfowitz e Brzeziński

La caduta del muro di Berlino, la dissoluzione del Patto di Varsavia e poi il collasso dell’URSS sicuramente indussero gli Stati Uniti a credere che si stesse aprendo un secolo di assoluto dominio globale per il capitalismo liberista incarnato negli states. L’apertura della successiva stagione della globalizzazione nasce da questa certezza di presupposta supremazia. Ma, al tempo stesso, nelle segrete stanze del deep state non si abbassava la guardia: già nel 1992, l’allora sottosegretario alla Difesa di George W. Bush, Paul Wolfowitz ebbe cura di pubblicare la Defence Policy Guidance (1), che divenne poi la base su cui si costruiranno le strategie imperiali di lungo periodo. Nella sua analisi sullo stato delle cose, Wolfowitz mette subito in chiaro che “la nostra politica deve ora concentrarsi nuovamente sull’impedire l’emergere di qualsiasi potenziale futuro concorrente globale”. Non appena archiviato il loro unico competitor, l’Unione Sovietica, già si preoccupavano di impedire l’emergerne di nuovi. E, nello stesso documento, Wolfowitz non mancava di sottolineare che “la Russia rimarrà la potenza militare più forte in Eurasia”.

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Ucraina: la guerra di Putin, la guerra di Biden

di Ernesto Screpanti*

Biden e PutinLa guerra d’Ucraina può essere spiegata a tre livelli di profondità. È una guerra d’aggressione all’Ucraina da parte della Russia, una guerra inter-imperiale per interposta nazione tra NATO e Russia, una guerra degli USA contro la Germaneu, l’Europa a trazione tedesca. Tutte e tre le spiegazioni sono valide. Qui mi concentro sulla terza. Preliminarmente però devo fornire due chiarimenti teorici.

Il primo riguarda la definizione di “sistema imperiale”. Un mondo dominato dagli imperi non è un caotico complesso di contrasti inter-imperiali. Normalmente funziona come un sistema abbastanza ordinato di relazioni internazionali, cosa che è resa possibile dal fatto che è regolato da una struttura di potere al vertice della quale c’è una potenza egemone.

Questa potenza assolve quattro funzioni fondamentali di governance globale, ponendosi come motore dell’accumulazione, banchiere, sceriffo e avanguardia culturale (Screpanti, 2014). Funziona come motore dell’accumulazione in quanto ha un grosso apparato industriale, un grosso Pil e un’elevata propensione alle importazioni, cosicché la sua crescita produttiva traina la crescita degli altri paesi. Se mantiene un consistente deficit commerciale e/o un consistente deficit del conto finanziario esporta moneta.

In tal modo fornisce al resto del mondo uno strumento di riserva e di pagamento internazionale, e questa è la funzione di banchiere globale. Inoltre, l’impero egemone può essere uno sceriffo globale in quanto possiede le più potenti forze armate del mondo, così da poter disciplinare i paesi canaglia, cioè quelli che non rispettano le regole del gioco.

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lantidiplomatico

De-dollarizzazione e petroyuan: il post Bretton Woods ha avuto inizio?

di Fabrizio Verde

720x410c5056tyhnIl mondo si appresta ad entrare nella fase eurasiatica. L’egemonia unipolare statunitense è ormai prossima a diventare uno sbiadito ricordo, erosa dal progressivo crollo del regno del dollaro. Un nuovo mondo multipolare è in costruzione. La situazione mondiale è radicalmente differente rispetto al post 1945 o 1990: secondo una proiezione della Standard Chartered Bank di Londra, i paesi eurasiatici, paesi latinoamericani e africani come il Brasile e l’Egitto, situati alle ali dell’Eurasia, saranno ai vertici dell’economia mondiale.

Il cosiddetto mondo occidentale è entrato in una fase di declino irreversibile. Per questo in Ucraina ha provocato una guerra per procura contro la Russia utilizzando la manovalanza neonazista fornita dal regime di Kiev coadiuvata dalla NATO. Però la vera battaglia è un’altra: gli Stati Uniti proveranno in ogni modo ad arrestare il processo di de-dollarizazione dell’economia mondiale che rappresenterebbe la fine definitiva del dominio di Washington.

 

La tendenza alla de-dollarizzazione

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti promossero l'istituzione del sistema di Bretton Woods, il cui fulcro era il dollaro come mezzo di valutazione, scambio e conservazione del valore. Nei decenni tra gli anni '70 e la crisi finanziaria del 2008, il sistema di Bretton Woods ha subito cambiamenti, il legame fisso tra il dollaro USA e l'oro è stato annullato e i tassi di cambio delle valute nazionali sono entrati nel sistema nominalmente libero, tuttavia il Il dollaro USA, come fondamento del sistema monetario internazionale, non ha vacillato.

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moneta e credito

Il neomercantilismo tedesco alla prova della guerra*

di Joseph Halevi

Questa breve nota di riflessione cerca di cogliere le possibili conseguenze del conflitto russo-ucraino sulle prospettive di sviluppo di lungo periodo dello spazio economico che abbiamo definito blocco tedesco. Dopo un excursus storico che ne descrive la formazione, vengono esaminate le caratteristiche dei paesi che lo compongono, osservando che le forze dinamiche che lo caratterizzano si proiettano particolarmente verso la Cina, con un ruolo cruciale della Russia

1 E vTjwVmh2LtciX4rp7GVgIn questa breve nota di riflessione tratterò alcuni aspetti dell’economia tedesca nell’ambito europeo, cercando di cogliere le possibili implicazioni delle rotture causate dal conflitto russo-ucraino sulle prospettive di lungo periodo che si andavano delineando nell’ambito di detta economia e della zona con cui è direttamente connessa.

A tal fine verrà descritto uno spazio economico che chiameremo blocco tedesco, termine privo di qualsiasi connotazione politica, utilizzato solo per definire un livello di rapporti settoriali e di scambio molto più interconnessi della semplice egemonia economica.

La nota inizia con un excursus storico il cui obiettivo consiste nel definire il passaggio dall’egemonia della Germania in Europa alla formazione di un gruppo di paesi ad essa strettamente connessi.

In tale quadro verranno esaminate le caratteristiche di alcuni stati dell’Europa orientale. Verrà poi osservato che le forze dinamiche del blocco tedesco si proiettano particolarmente verso la Cina, ma che tale proiezione non può essere mantenuta senza il coinvolgimento della Russia. In tal caso si renderebbe possibile una crescita europea trainata dalle esportazioni nella maniera concepita da Nicholas Kaldor.

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L’anti-Clausewitz

di Enrico Tomaselli

Formalizzato da Carl von Clausewitz nel suo Della Guerra, pubblicato negli anni trenta dell’800, il principio della guerra come proseguimento della politica con altri mezzi è in realtà sempre stato considerato da tutti i teorici dell’arte militare – da Machiavelli a Sun Tzu, da Giap a Gerasimov. Si potrebbe in effetti dire che sia un principio talmente vero da risultare ovvio, ma in realtà non è poi così nei fatti. Quel che è certo è che questo principio trova la sua massima applicazione nel corso del 900, quando alle classiche linee di frattura geopolitiche si aggiungono quelle ideologiche, facendo quindi della guerra uno strumento quasi privilegiato della/dalla politica

063503991 6c583a1b 18cc 4ad3 8fec 8c301b07273fLa guerra rivoluzionaria

È interessante notare come, proprio nel corso del novecento, l’ideologizzazione della guerra produca un fenomeno speculare, le cui ricadute – come vedremo – si presentano ancora oggi in modo per certi versi sorprendente. Il secolo scorso, infatti, vede la nascita della guerra rivoluzionaria, che non è semplicemente lo strumento bellico messo al servizio di una politica – appunto – che si prefigge la rivoluzione, ma è a tutti gli effetti, e prima d’ogni cosa, una rivoluzione della guerra. Per certi versi paragonabile a quella napoleonica.

Anche se tendenzialmente il pensiero va al Mao Tze Dong della lunga marcia, il vero teorico della guerra rivoluzionaria è il vietnamita Võ Nguyên Giáp. È lui che guiderà la lotta di liberazione del popolo vietnamita, dapprima contro la Francia e poi contro gli Stati Uniti. Ed a questi due conflitti sono legati altri due fattori importanti, ai fini della presente riflessione.

Innanzitutto, è nel corso del conflitto indocinese (e poi durante la guerra di liberazione algerina) che l’idea di guerra rivoluzionaria viene assimilata (e rielaborata) da un esercito occidentale; all’interno dell’esercito coloniale francese, infatti, la temperie di questi due conflitti fa maturare la consapevolezza che la guerra non è più semplicemente una questione tra eserciti contrapposti e, pertanto, va affrontata con logiche strategiche e tattiche assai diverse.

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Kharkov e la mobilitazione

di Jacques Baud - thepostil.com

RussiLa riconquista della regione di Kharkov all’inizio di settembre sembrerebbe essere un successo per le forze ucraine. I nostri media hanno esultato e trasmesso la propaganda ucraina allo scopo darci un quadro non del tutto accurato. Uno sguardo più attento alle operazioni avrebbe potuto indurre l’Ucraina ad essere più cauta.

Da un punto di vista militare, questa operazione è una vittoria tattica per gli Ucraini e una vittoria operativa/strategica per la coalizione russa.

Da parte ucraina, Kiev era sotto pressione per ottenere qualche successo sul campo di battaglia. Volodymyr Zelensky temeva che l’Occidente si sarebbe stancato, riducendo quindi gli aiuti militari all’Ucraina. Per questo motivo, gli Americani e gli Inglesi avevano fatto pressioni affinché portasse a termine alcune offensive nel settore di Kherson. Queste offensive, intraprese in modo disorganizzato, con perdite sproporzionate e senza successo, hanno creato tensioni tra Zelensky e il suo staff militare.

Per diverse settimane gli esperti occidentali hanno messo in dubbio la presenza dei Russi nell’area di Kharkov, dato che chiaramente non avevano intenzione di combattere per la città. In realtà, la loro presenza in quest’area aveva solo lo scopo di bloccare le truppe ucraine e impedire il loro trasferimento nel Donbass, che è il vero obiettivo operativo dei Russi.

Ad agosto, alcuni indizi avevano suggerito che i Russi avevano pianificato di lasciare l’area ben prima dell’inizio dell’offensiva ucraina. Si erano quindi ritirati in buon ordine, insieme ad alcuni civili che avrebbero potuto essere oggetto di rappresaglie.