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Dal caos nel MAGA agli insuccessi industriali: è segnata la fine del neoliberismo

di OttoParlante - La newsletter di Ottolina

Statua della Liberta che affonda. Donald Trump in primo piano 360x180.jpgIl Marru 

I datacenter di Trump si scontrano con i suoi elettori: la reindustrializzazione neoliberista è fallita. Gli Stati Uniti entrano nella fase più assurda della loro traiettoria tecnologica: il presidente spinge per costruire più datacenter per competere con la Cina sull’AI… e sono proprio i suoi elettori MAGA a ribellarsi. Il paradosso fotografato da Reuters è il simbolo del fallimento del progetto di reindustrializzazione neoliberista: si voleva riportare l’industria in America, ma senza toccare proprietà privata, mercato immobiliare suburbano, consumi energetici e autonomia locale; un’impossibilità logica. I datacenter richiedono acqua, energia, terreni, infrastrutture; generano traffico, rumore, calore, trasformano quartieri, hanno bisogno di reti energetiche stabili – cosa che negli USA non esiste più, dopo decenni di deregolamentazione e privatizzazioni selvagge. Ma la base elettorale di Trump non vuole alcun sacrificio: nessuna turbina vicino casa, nessun elettrodotto, nessun complesso industriale; not in my backyard! Si vuole la potenza americana, ma senza pagarne il prezzo materiale. Nel frattempo, la Cina avanza.

L’antitrust MAGA è morto: quando lasci tutto ai monopoli, i monopoli ti mangiano. A proposito di fallimenti neoliberisti, secondo Naked Capitalism, negli Stati Uniti sta finendo anche l’illusione che il mercato si autoregoli da solo; il Dipartimento di Giustizia dominato dall’agenda MAGA ha ufficialmente abbandonato la funzione antitrust: invece di perseguire RealPage, un colosso accusato di aver coordinato aumenti illegali dei prezzi degli affitti in tutto il Paese, ha scelto un patteggiamento simbolico, una pacca sulla spalla, un buffetto che sancisce la resa dello Stato davanti ai monopoli. E questo è forse più grave dei fallimenti industriali, perché tocca la struttura profonda del capitalismo americano: senza antitrust, non esiste più concorrenza, ma solo oligopoli.

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italiaeilmondo

Il futuro cupo dell’Europa

di John J. Mearsheimer

Questo discorso è stato pronunciato durante una conferenza tenutasi al Parlamento europeo a Bruxelles il 10 novembre 2025

snvlxznv.jpgL’ Europa è oggi in profonda difficoltà, principalmente a causa della guerra in Ucraina, che ha avuto un ruolo chiave nel minare quella che era stata una regione in gran parte pacifica. Purtroppo, è improbabile che la situazione migliori negli anni a venire. Anzi, è probabile che l’Europa sia meno stabile in futuro di quanto non lo sia oggi.

L’attuale situazione in Europa è in netto contrasto con la stabilità senza precedenti di cui l’Europa ha goduto durante il periodo unipolare, che durò all’incirca dal 1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, fino al 2017, quando Cina e Russia emersero come grandi potenze, trasformando l’unipolarismo in multipolarismo. Ricordiamo tutti il ​​famoso articolo di Francis Fukuyama del 1989, “La fine della storia?”, in cui sosteneva che la democrazia liberale era destinata a diffondersi in tutto il mondo, portando con sé pace e prosperità. Questa argomentazione era ovviamente completamente sbagliata, ma molti in Occidente ci hanno creduto per oltre 20 anni. Pochi europei immaginavano, all’apice dell’unipolarismo, che l’Europa si sarebbe trovata oggi in così gravi difficoltà.

Quindi, cosa è andato storto?

La guerra in Ucraina, che a mio avviso è stata provocata dall’Occidente, e in particolare dagli Stati Uniti, è la causa principale dell’insicurezza europea odierna. Tuttavia, c’è un secondo fattore in gioco: lo spostamento dell’equilibrio di potere globale nel 2017 dall’unipolarismo al multipolarismo, che avrebbe sicuramente minacciato l’architettura di sicurezza in Europa. Ciononostante, ci sono buone ragioni per pensare che questo spostamento nella distribuzione del potere fosse un problema gestibile. Ma la guerra in Ucraina, unita all’avvento del multipolarismo, ha garantito grossi problemi, che difficilmente si risolveranno nel prossimo futuro.

Vorrei iniziare spiegando come la fine dell’unipolarismo minacci le fondamenta della stabilità europea. Poi discuterò degli effetti della guerra in Ucraina sull’Europa e di come questi abbiano interagito con il passaggio al multipolarismo, alterando profondamente il panorama europeo.

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alternative

The War Must Go On

di Alfonso Gianni

AS78 5.pdfRallenta su un fronte, quello palestinese, s’inasprisce sull’altro, quello russo-ucraino, proprio mentre, e forse proprio per questo, cominciano a circolare proposte di pace, che a quanto ci è dato per ora di sapere non sono poi tanto diverse da quelle avanzate poco dopo l’inizio della guerra, casomai peggiorative per l’Ucraina; senza oscurare i cinquanta e più focolai di guerra tutt’ora accesi, di cui il più grave è forse quello “dimenticato” in Sudan, o quelli che possono aprirsi da un momento all’altro (vedi gli Usa contro il Venezuela): il sistema di guerra, che ormai sovraordina le relazioni internazionali, non si ferma. Al contrario si autoalimenta. Attraverso inganni e autoinganni, falsità e costruzioni immaginarie di nemici alle porte. Nulla ci viene risparmiato, perché la guerra non è più la prosecuzione della politica con altri mezzi, è la sostituzione della politica. Conseguentemente della diplomazia, ridotta ad ancella muta di un simile cambiamento.

Per averne un’ennesima prova, basta gettare l’occhio sulla risoluzione approvata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu sul conflitto in Palestina, che non ha fatto altro che ribadire i venti punti del cosiddetto piano di pace presentato da Trump alcune settimane fa. Un piano che fin dal suo primo annuncio si presentava come un ricatto rivolto ad Hamas e ai palestinesi: o accettate questo o sarete distrutti. Il principio di realtà è totalmente ignorato, anzi capovolto. Anche i più realisti, che non osavano chiamare i venti punti trumpiani un piano di pace, ma al massimo un progetto di tregua o anche soltanto un momentaneo “cessate il fuoco”, sono stati smentiti. Per quanto persino quest’ultimo fosse meglio del genocidio continuo, e come tale da più parti era stato accolto, tutto si può dire tranne che abbia retto alla prova dei fatti. A meno che non si voglia, come i vari inviati ed esponenti dell’Amministrazione Trump hanno fatto, fingere che una tregua possa tranquillamente “tenere” ed essere definita tale a fronte del perdurare delle uccisioni giornaliere di palestinesi, delle distruzioni operate dall’esercito israeliano in terra di Palestina, del consolidamento del possesso del 53% del territorio, demarcato dalla famigerata linea gialla, delle violenze, rivolte persino contro i molli tentativi dell’esercito israeliano di contenerne la furia aggressiva, perpetrate dai coloni in Cisgiordania, la cui condizione è ulteriormente peggiorata con l’invasione di Gaza da parte dell’Idf.

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jacobin

La guerra e la moneta

di Stefano Lucarelli

Un programma per l’alternativa dovrebbe sottolineare che le condizioni economiche per la pace passano per una riprogettazione del sistema monetario internazionale

economia guerra spese militari jacobin italia.pngMarco Bertorello e Giacomo Gabbuti nel loro appello su Jacobin Italia invitano a riflettere su un percorso possibile che dalla critica dell’economia conduca a un programma per l’alternativa. Un invito nobile e urgente che ho visto ciclicamente riproporsi negli ormai 36 anni che separano la nostra esistenza dall’evento che simbolicamente ha segnato il passaggio da un assetto mondiale a un altro. La caduta del Muro di Berlino, con il suo portato di speranze tradite, ha infatti accelerato quei processi istituzionali che hanno visto il trionfo della privatizzazione globale che, passando per guerre volte a esportare la democrazia, crisi finanziarie, reali, ecologiche, pandemie, reazioni protezionistiche da parte della potenza egemone e nuove guerre, ha amplificato sempre più gli squilibri economici fra paesi.

 

Il nodo del sistema monetario internazionale

Tutte le volte che viene sollevato il problema dell’alternativa, ci si rivolge anzitutto agli economisti, come se fossero depositari di saperi se non salvifici, quanto meno utili per aprire nuovi orizzonti di analisi. In effetti gli economisti dovrebbero sapere che il sistema economico internazionale del dopoguerra, il gold-exchange standard, il rapporto di cambio tra valute agganciato al dollaro e non più all’oro come stabilito a Bretton Woods, sorge da un peccato originale: fare di una valuta nazionale, il dollaro, la valuta di riserva internazionale. Com’è noto, quel sistema venne sospeso nel Ferragosto del 1971, unilateralmente, dal Presidente Nixon per realizzare un sistema di cambi flessibili in cui l’accettazione del dollaro come valuta di riserva internazionale non poggia più su ragioni economiche ma su ragioni politiche, o, per meglio dire, su rapporti di forza. Qui stanno i motivi principali della tendenza agli squilibri globali che, date certe condizioni, possono condurre a profonde tensioni finanziarie e commerciali, favorite dalla deregolamentazione finanziaria, fino a sfociare in vere e proprie guerre.

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L'imboscata

di OttolinaTV

Witkoff Leaks: l’incredibile storia della Fuga di Notizie del Secolo per impedire la Pace in Ucraina

Schermata del 2025 12 01 16 38 55.png“Witkoff dovrebbe essere processato per alto tradimento, e Trump per incapacità di intendere e di volere”; da ieri notte, gli hooligan del giardino fiorito sono in fiamme. Bloomberg, infatti, ieri sera ha lanciato lo scoop dell’anno: è l’intercettazione di una telefonata di oltre un mese fa tra l’inviato USA Steve Witkoff e il consigliere di Putin Yuri Ushakov dove, però, invece che prendersi a male parole, parlano in modo amichevole e informale di come arrivare a un piano di pace “simile a quello in 20 punti per Gaza”. Tanto è bastato a mandare su tutte le furie i tifosi della guerra senza fine che, ormai, sono sull’orlo di una crisi di nervi e che, presi dall’entusiasmo per la nuova occasione di far saltare di nuovo tutti i negoziati, si sono dimenticati di farsi la domanda più importante: ma chi è che si è permesso di intercettare uno dei più alti funzionari USA mentre svolgeva un compito così delicato e, poi, di passare l’intercettazione alla stampa, manco fosse un Fabrizio Corona qualsiasi? D’altronde, come commenta sagacemente Simplicius The Thinker, vanno capiti: “Per l’establishment NeoCon e per gli europei non si tratta solo di salvare l’Ucraina e la guerra contro la Russia, ma anche di salvare la propria pelle e la propria carriera politica”; Simplicius sposa a pieno la logica del nostro appello per mandarli #tuttiacasa – e, cioè, che se una classe dirigente decide, contro il volere del popolo, di portarti in guerra, e poi quella guerra la perde pure, non dovrebbe più essere legittimata a governare nemmeno il condominio e, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe ritirarsi a vita privata.

Ma andiamo per gradi; il punto di partenza, ovviamente, è il piano di pace in 28 punti che, qualche giorno fa, ha travolto come uno tsunami il business as usual della guerra d’attrito contro la Russia in Ucraina, un piano che è stato accolto come una resa totale a Mosca (che, effettivamente, quando per 3 anni prendi solo pizze e, nel frattempo, hai pure svuotato i magazzini, è uno degli esiti più probabili). La controparte russa aveva apprezzato, perché, per la prima volta, si cercava di rispondere agli obiettivi veri dell’operazione militare speciale; concedere a Putin la vittoria, però, è impensabile, perché se viene meno il mito dell’invincibilità dell’Occidente collettivo, per le élite parassitarie occidentali la cosa si mette veramente male.

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lantidiplomatico

Motivazioni economiche dietro la tregua e il destino di Gaza

di Maurizio Brignoli*

mgpbhof4r78456Il grande vantaggio della guerra (nel nostro caso della distruzione volta a favorire pulizia etnica e genocidio) per il capitale è di distruggere il plusvalore in eccesso che determina la crisi da sovrapproduzione e di trasferire il plusvalore, dato che la guerra non ne crea di nuovo, ai vincitori e ha il grande pregio, sempre e solo per chi ne esce vittorioso, di permettere una ridistribuzione, un trasferimento (un furto) di ricchezza.

Lo sterminio israeliano di Gaza, accompagnato dalle molteplici operazioni militari in cui Israele è impegnata, è da inserirsi all’interno di un conflitto più ampio, la famosa “terza guerra mondiale a pezzi” di bergogliana memoria che si sta trasformando sempre più in un’unità completa e realizzata, di stampo interimperialistico in cui Israele svolge, almeno per ora, il ruolo di imperialismo regionale al servizio di Washington.

 

La ricostruzione

Su Gaza sono state riversate 200.000 tonnellate di esplosivi che hanno portato alla distruzione di case, terreni agricoli, ospedali, scuole, università, moschee, chiese, monumenti, siti storici, primari obiettivi della distruzione non solo fisica ma anche culturale e civile dei palestinesi. Il Programma dell’Onu per lo sviluppo (Undp) il 14 ottobre ha annunciato che serviranno 20 miliardi di dollari nei prossimi tre anni per iniziare la ricostruzione a Gaza, parte di un piano di ripresa complessivo quantificato dall’ultimo Interim Rapid Damage and Needs Assessment (Irdna) su Gaza da parte dell’Onu, dell’Ue e della Banca Mondiale, in 70 miliardi di dollari il cui completamento potrebbe richiedere decenni[1]. Solo la rimozione delle macerie è un compito improbo dato che i bombardamenti hanno prodotto almeno 55 milioni di tonnellate di detriti, sufficienti a riempire Central Park a New York fino a un’altezza di 12 metri o a costruire 13 piramidi di Giza[2].

La distruzione si trasforma quindi in occasione per dare vita a un nuovo processo di accumulazione con lauti affari per le imprese israeliane, saudite, americane, inglesi, italiane, qatariote e altre che si spartiranno gli appalti per la ricostruzione, ma non si può neppure escludere che qualche buon affare potrà farlo quella borghesia compradora palestinese che collabora con Israele.

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analisidifesa

In corsa contro il tempo per concludere il conflitto in Ucraina

di Gianandrea Gaiani

“Spero di incontrare presto il Presidente Zelenskyy e il Presidente Putin, ma solo quando l’accordo per porre fine a questa guerra sarà definitivo o nelle sue fasi finali” ha scritto ieri serra (in Italia) Donald Trump in un post su Truth confermando che le trattative sono ancora aperte e il risultato non può essere dato per scontato.

Del resto il piano di pace per fermare la guerra in Ucraina presentato dagli Stati Uniti e con ogni evidenza messo a punto congiuntamente con la Russia in seguito ai colloqui tra l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e l’inviato russo Kirill Dmitriev, sembra essersi moltiplicato al punto che le proposte sul tavolo sono almeno tre.

Il piano americano in 28 punti, è stato giudicato positivamente dai russi. In una telefonata con Recep Tayyip Erdogan, Vladimir Putin ha detto il 24 novembre che “queste proposte, nella versione che abbiamo visionato, sono coerenti con le discussioni del summit in Alaska e, in linea di principio, possono formare la base per un accordo di pace finale”.

Tra i punti salienti il piano prevede che ai russi venga riconosciuta l’annessione di Crimea, Lugansk e Donetsk con il ritiro delle truppe ucraine da quel 10 per cento di quest’ultima regione che ancora controllano.

Nelle regioni di Kherson e Zaporizhia, anch’esse annesse alla Russia con il referendum del settembre 2022 e attualmente in mano ai russi rispettivamente per il 76 e 80 per cento, è previsto che i russi conservino il controllo delle aree sotto il loro controllo al momento della firma dell’accordo.

Se a Kherson i due eserciti sono separati dal Fiume Dnepr, confine naturale che al momento i russi non sembrano voler oltrepassare in forze, a Zaporizhia le forze di Mosca stanno accelerando le operazioni offensive.

Come previsto da Analisi Difesa, in vista di un possibile accordo che congeli il fronte, i russi premono da sud e da est per giungere a ridosso dell’omonimo capoluogo regionale, obiettivo pe5seguibile una volta caduta Hulyapole dove i russi hanno ormai raggiunto la periferia dopo aver conquistato i villaggi a est e nord est della cittadina dove le truppe di Mosca cercano di interrompere la via di rifornimento per Huliapole (nella mappa).

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lantidiplomatico

I rapporti di forza in Medio Oriente e le motivazioni strategiche dietro la tregua di Gaza

di Maurizio Brignoli

nveoinfvoaurgNonostante le affermazioni del presidente statunitense Donald Trump (2017-2021; 2025-) – che a un intervistatore, che gli chiedeva cosa pensasse di quanto detto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (1996-1999; 2009-2021; 2022-) sul fatto che la campagna militare sarebbe proseguita nonostante gli accordi del 19 gennaio, rispondeva con queste parole: «La guerra è finita. È finita. Okay? Lo capite?»1, che evidenziano un comprensibile nervosismo visto che Netanyahu ha fatto già saltare ripetuti tentativi di interrompere la strage – siamo riluttanti a usare la parola “pace”, prima di tutto perché quella in atto non è una guerra, ma un’operazione coloniale di sterminio con intenti genocidi condotta contro un popolo colonizzato in seguito alla rivolta iniziata il 7 ottobre 2023 (la storia degli imperialismi occidentali abbonda di operazioni di questo tipo)2, in secondo luogo c’è il rischio che questo “cessate il fuoco”, per altro violato ripetutamente da Tel Aviv, in meno di un mese, più di 280 volte con l’uccisione di 242 palestinesi e centellinando le consegne di aiuti umanitari a Gaza3, sia solo una pausa imposta da Trump, dato che gli Usa iniziavano a subire ripercussioni negative dal genocidio sia sul piano interno che esterno.

Quali sono dunque gli elementi che dopo due anni hanno portato alla sospensione dello sterminio dei palestinesi?

 

L’intervento dell’imperialismo dominante

Metteremmo al primo posto l’intervento dell’unica entità che ha la forza per costringere Israele a interrompere il genocidio e cioè gli Usa. È necessaria una puntualizzazione preliminare: non sono gli Usa al servizio di Israele, ma il rapporto di forze è inverso, gli Usa costituiscono una potenza imperialistica con proiezione a livello mondiale (ben esemplificato dal progetto di “unipolarismo” delineato dopo la fine dell’Urss), Israele è, dalla Guerra dei 6 giorni del 1967, un prezioso alleato in una regione cruciale che persegue un progetto di imperialismo regionale ben coordinato con i disegni liberal-neocon di ridisegnare le mappe mediorientali utilizzando come testa d’ariete proprio lo stato sionista.

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analisidifesa

La pax russo-americana incombe su ucraini ed europei

di Gianandrea Gaiani

1458507.jpgMentre i russi eliminano le ultime sacche di resistenza ucraina “nell’imbuto” di Pokrovsk/Mirnograd, avanzano nelle regioni di Zaporizhia, Karkhiv e Dniepropetrovsk e soprattutto annunciano la completa conquista di Kupyansk (nel silenzio di Kiev e propagandisti euroatlantici che hanno taciuto finora anche la caduta di Pokrovsk), l’Amministrazione Trump ha messo a punto un piano in 28 punti per mettere fine alla guerra in Ucraina e impostare un accordo su vasta scala con la Russia.

Lo ha riportato il 19 novembre il giornale on line statunitense Axios, citando fonti americane e russe, secondo cui i 28 punti riguardano quattro temi: pace in Ucraina, garanzie di sicurezza, sicurezza in Europa e futuri rapporti degli Stati Uniti con Russia e Ucraina.

Questo l’elenco dettagliato dei punti dell’accordo presentato dagli Stati Uniti:

    1. La sovranità dell’Ucraina sarà confermata.
    2. Verrà concluso un accordo globale di non aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa. Tutte le ambiguità rimaste irrisolte negli ultimi 30 anni saranno considerate risolte.
    3. La Russia si impegna a non invadere i Paesi vicini e la NATO si impegna a non espandersi ulteriormente.
    4. Verrà varato un dialogo tra Russia e NATO, con la mediazione degli Stati Uniti, per risolvere tutte le questioni relative alla sicurezza e creare le condizioni per una de-escalation.
    5. L’Ucraina riceverà garanzie di sicurezza affidabili.
    6. Le forze armate ucraine saranno limitate a 600.000 uomini.
    7. . L’Ucraina accetta di sancire nella propria Costituzione la sua non adesione alla NATO e la NATO accetta di includere nel proprio statuto una disposizione che specifichi che l’Ucraina non sarà integrata in futuro nell’alleanza.
    8. La NATO accetta di non schierare truppe in Ucraina.

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analisidifesa

A letto con il nemico

di Gianandrea Gaiani

04729135 33de 4bb1 8fd5 17e9b7f0c8fe 3114x1742 scaled.jpgLe indagini della magistratura tedesca sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream minacciano di aprire una nuova frattura politica tra i Paesi europei circa il sostegno all’Ucraina. Dopo tre anni di inchiesta, gli investigatori federali tedeschi ritengono di aver raccolto prove che portano a un’unità d’élite di Kiev come responsabile dell’attacco avvenuto nel settembre 2022 nel Mar Baltico contro i gasdotti subacquei che uniscono Russia e Germania.

Il 10 novembre Wall Street Journal ha riportato l’attenzione su un attentato terroristico contro gli interessi di Germania ed Europa che senza dubbio può essere definito il più grave attacco strategico alla Germania dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Un attentato (la Procura Generale russa ha aperto un’indagine per terrorismo internazionale del tutto ignorata qui in Occidente) di cui comprensibilmente non si vuole più parlare in un’Europa che si ostina a considerare stretti alleati i suoi carnefici.

A proposito di “guerra ibrida” e “guerra delle percezioni” (di cui va tanto di moda parlare) meglio ricordare che per mesi politici, opinionisti e media allineati hanno puntato il dito contro Mosca per l’attentato ai gasdotti e chi faceva notare quanto fosse ingenuo ritenere che i russi facessero esplodere infrastrutture energetiche che avevano pagato oltre 20 miliardi di euro e che dopo la guerra avrebbero potuto riprendere a rifornire l’Europa di gas russo veniva bollato come “putiniano”.

Del resto è apparso subito chiaro che le responsabilità erano evidentemente da ricercare in Ucraina e tra i suoi alleati.  Le conclusioni dell’indagine giudiziaria tedesca potrebbero quindi mettere a dura prova i rapporti tra alcuni Paesi alleati dell’Ucraina e tra europei e Kiev.

La squadra di investigatori ha ricostruito nei dettagli la dinamica del sabotaggio che fece esplodere i gasdotti Nord Stream 1 e 2, considerati dai detrattori dell’opera un simbolo della dipendenza energetica europea dal gas russo che però, meglio non dimenticarlo, ha assicurato per anni flussi infiniti di energia a prezzo conveniente costituendo il cardine dello sviluppo economico europeo.

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lafionda

Dall’autonomizzazione fallita alla nuova subalternità

di Salvatore Palidda

America spaccata.jpgPaese sconfitto alla seconda guerra mondiale (insieme a Germania e Giappone), l’Italia fu costretta a una quasi totale sottomissione alla nuova potenza mondiale dominante lo spazio euro-mediterraneo.

Ma prima di descrivere questa svolta storica e poi gli sviluppi sino a oggi, è utile una digressione storica-geopolitica. Ricordiamo che il sea power (il potere marittimo teorizzato da Mahan[1]) impone che la potenza che vuole dominare uno spazio geopolitico deve accaparrarsi il controllo dei punti cruciali per esercitarlo. Nello spazio euro-mediterraneo l’Italia è il principale punto geostrategico in quanto la penisola e le sue isole sono situate al suo centro. Sin dai tempi di Cartagine e poi di Roma ciò era evidente, tant’è che Roma poté battere la rivale solo accaparrandosi del controllo della Sicilia per sfruttarne la posizione geostrategica, l’enorme risorsa di legname per costruire la sua flotta e quella di grano per pagare il soldo ai suoi militi.[2] E all’epoca delle repubbliche marinare -in assenza di un potere imperiale dominante- queste potevano rastrellare ricchezze enormi non solo grazie all’abilità e alla ferocia dei loro pseudo-nobilotti, noti come i più sperimentati pirati del mondo (più di quelli che la regina Elisabetta aveva integrato nella sua flotta per affermare la sua potenza che però in Mediterraneo doveva arborare la bandiera genovese per potere navigare senza problemi). Il successo di queste potenze marittime fu soprattutto grazie all’intesa ben oliata con i sultani della simile potenza marittima che era Costantinopoli. Ciò, nonostante le crociate o pseudo-guerre di religione, poiché condividevano con i genovesi, i veneziani, i pisani e gli amalfitani la stessa logica dell’accumulo di ricchezze (il business innanzitutto). Inoltre, via via si impadronirono dei punti nevralgici dello spazio mediterraneo rubando non solo le ricchezze ma anche i saperi locali e facendone schiavi i dominanti costretti a pagare somme enormi per riscattare la loro emancipazione. Ma poi queste repubbliche marinare cercavano sempre l’intesa con la potenza spagnola dominante il Mediterraneo (vedi Braudel, 2010).

Dopo Yalta, l’assetto del mondo bipolare impose che l’Italia doveva collocarsi nella sfera occidentale che passava sotto l’egemonia degli Stati Uniti. L’internazionale comunista stabilì che i partiti dei paesi occidentali si adeguassero per definire e seguire le loro specifiche “vie nazionali al socialismo”.

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Un blog di Rivoluzionari Ottimisti

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

Sudan, genocidio fuori campo: l’oro, il Mar Rosso e le vite che non contano

di Mario Sommella

mbtohèù.jpgGenocidi a geometria variabile

Nell’ultimo anno il dibattito pubblico è stato costellato di parole enormi: “genocidio”, “crimini di guerra”, “pulizia etnica”. Si discute, spesso in modo strumentale, di Gaza e della Palestina; si invocano i tribunali internazionali, si litiga sui numeri, si prova perfino a stabilire una gerarchia del dolore. Ma mentre il mondo si accapiglia su ciò che vuole o non vuole vedere, c’è un altro genocidio che si consuma quasi nel silenzio: quello in Sudan.

Non è una tragedia minore. È semplicemente un genocidio che cade fuori dall’inquadratura: troppe poche telecamere, troppo nero il colore dei corpi massacrati, troppo evidente l’intreccio tra rapina di risorse, neocolonialismo, interessi militari e finanziari di mezzo mondo.

Dal 2023 ad oggi, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF) ha ucciso decine di migliaia di persone e spinto alla fuga oltre 12 milioni di esseri umani: la più grande crisi di sfollamento al mondo, con più di 8 milioni di profughi interni e milioni di rifugiati nei paesi vicini.

Alcune stime parlano ormai di oltre 150 mila morti complessivi, solo nell’ultima fase del conflitto.

Eppure, nelle scalette dei telegiornali, questa guerra quasi non esiste.

 

Dal Darfur a El Fasher: un genocidio annunciato

Per capire che cosa sta accadendo oggi, bisogna tornare al Darfur, inizio anni Duemila: il governo di Omar al-Bashir arma le milizie arabe janjāwīd per reprimere la ribellione delle popolazioni non arabe. Villaggi rasi al suolo, stupri di massa, deportazioni: un’intera regione trasformata in laboratorio di pulizia etnica. La comunità internazionale arriverà a parlare di genocidio, gli Stati Uniti lo dichiarano formalmente nel 2004, ma la macchina di morte non verrà mai davvero smantellata.

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lantidiplomatico

Perché accuso 63 nazioni di complicità nel genocidio di Gaza

Middle East Eye intervista Francesca Albanese

nerèpaj9jhdLa relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha accusato le principali potenze europee, tra le quali Regno Unito, Italia e Germania, di complicità nel genocidio di Gaza e ha avvertito che i funzionari dei loro governi dovranno affrontare conseguenze legali.

In un'intervista rilasciata al podcast Expert Witness il 3 novembre, Albanese ha discusso i risultati del suo ultimo rapporto, intitolato  Gaza Genocide: A Collective Crime , in cui ha citato prove della presunta responsabilità di 63 stati nel consentire le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. 

Nonostante le prove schiaccianti di genocidio e atrocità di massa a Gaza e in Cisgiordania, gli stati più potenti d'Europa continuano a fornire copertura diplomatica, militare e politica a Israele, ha dichiarato a Middle East Eye.

Ha criticato il primo ministro britannico Keir Starmer per non aver riconosciuto il rischio di genocidio e per la presunta complicità del suo governo nella condotta di Israele contro i palestinesi.

"Il Regno Unito è uno di quei casi interessanti in cui la leadership politica ha contribuito a creare consenso attorno alla guerra che Israele ha scatenato contro la popolazione di Gaza", ha ricordato.

Ha inoltre denunciato la repressione del Regno Unito nei confronti di Palestine Action, affermando che ha contribuito a creare "un clima di complicità".

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metis

Il "Grande Gioco" del Medio Oriente

di Enrico Tomaselli

noer7igtheiL’operazione Al Aqsa Flood del 7 ottobre 2023 è indiscutibilmente un evento che ha cambiato completamente il quadro geopolitico mediorientale, ed i suoi effetti sono destinati a protrarsi ancora a lungo. Ovviamente, il primo e più evidente è stato lo stop al processo di stabilizzazione-integrazione, avviato da Trump durante il suo primo mandato, e che va sotto il nome di Accordi di Abramo. Riaccendendo violentemente i riflettori sulla questione palestinese, ha messo in luce come sia semplicemente impossibile immaginare un disegno strategico per la regione senza affrontare questo nodo.

In ogni caso, sia durante la fase finale della presidenza Biden, che durante il primo anno del secondo mandato di Trump, la strategia statunitense è stata sostanzialmente basata sulla delega completa a Israele, affinché risolvesse militarmente la questione; Netanyahu, oltretutto, assicurava di poterlo fare in modo pressoché definitivo. Ma due anni di guerre su sette fronti diversi hanno dimostrato non solo che la sicumera del leader israeliano era del tutto infondata, ma che al contrario lo sforzo bellico di Tel Aviv è valso sostanzialmente a far crescere a dismisura la dipendenza dello stato ebraico da Washington. Esattamente come è stato per l’Ucraina di Zelensky, a un certo punto è apparso chiaro che il proconsole statunitense nella regione non era più in grado di svolgere il ruolo di proxy militare, e che persino sotto il profilo politico stava determinando più danni di quanto fosse possibile immaginare. E non solo sul piano internazionale, ma anche nel cuore elettorale dell’impero.

Ciò ha reso necessario che fosse Washington a riassumere le redini del gioco. Ovviamente per gli Stati Uniti non è possibile sganciarsi dal conflitto mediorientale così come stanno facendo con quello ucraino. Intanto, perché la potente lobby sionista negli states non lo permetterebbe. E poi perché non c’è un equivalente dei paesi europei per ricoprire un ruolo di supplenza. Da tempo, sicuramente da quando Netanyahu ha iniziato la sua ormai ventennale carriera politica, il rapporto tra Tel Aviv e Washington è progressivamente mutato, sino al punto che oggi Israele è diventato un vero e proprio simbionte.

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seminaredomande

Sudan. L’altro genocidio

di Francesco Cappello

Il Sudan si trova al centro di dinamiche che rischiano di comprometterne ulteriormente l’integrità. Sono attivi fenomeni che provocano instabilità, ottimali per la continuazione dell’accaparramento delle risorse del paese africano da parte di agenti esterni

cq5dam.thumbnail.cropped.750.422.jpegNon si tratta di una guerra civile tribale, ma di un genocidio pianificato alimentato da potenze straniere interessate alle ricchezze naturali, in particolare l’oro, complici la mancanza di attenzione internazionale e la complicità di paesi occidentali che sostengono l’RSF (forze di intervento rapido paramilitari) come fa la Francia, Israele, EAU e altri [*].

Il conflitto attuale è l’esplosione di una tensione irrisolta risalente, come vedremo, ai crimini del Darfur e al fallimento della transizione post-El Bashir, dove i generali in competizione, finanziati e armati da potenze esterne, si contendono il controllo strategico ed economico di un paese estremamente ricco di oro. Le vaste riserve d’oro del Sudan agiscono da calamita geopolitica, attirando l’interesse di potenze esterne che, attraverso il finanziamento di gruppi armati (le FSR, eredi delle milizie genocidarie), trasformano la ricchezza potenziale in un ciclo di violenza e guerra per procura.

 

L’entità dei massacri a danno della popolazione

A partire dall’inizio del secolo a oggi, l’analisi della letteratura consente di ricostruire alcune stime di massima sull’entità dei massacri a danno della popolazione civile. Un rapporto del Council on Foreign Relations (via il database CRED) stima che, nel periodo da settembre 2003 a gennaio 2005, ci siano state circa 121.582 morti nella regione del Darfur, con un “eccesso di mortalità” stimato di circa 118.142 morti. Université catholique de Louvain. Altre fonti (tra cui studi epidemiologici e analisi dell’ONU) riportano che fino al 2008 il totale delle morti (violenza + malattia/fame) potrebbe essersi avvicinato a circa 300.000 persone nella regione del Darfur. Guardian

Fonti più recenti relative al conflitto scoppiato nel 2023 indicano che solo nei primi mesi della guerra ci sono stati decine di migliaia di morti civili — ad esempio, un articolo riporta che il conflitto dal 2023 avrebbe causato “almeno 40.000 morti” in Sudan. AP News