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La guerra contro l'Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”
di Pepe Escobar – The Cradle
La guerra contro l'Iran sta compromettendo i corridoi commerciali, dei trasporti e energetici che sono al centro dell'integrazione eurasiatica.
La guerra di scelta degli Stati Uniti contro l'Iran non solo sta ridefinendo la geopolitica, ma sta anche interferendo, destabilizzando e riorientando ciò che The Cradle ha descritto nel giugno 2022 come La Guerra dei Corridoi di Connettività Economica; probabilmente il paradigma geoeconomico chiave dell'integrazione eurasiatica nel XXI secolo.
Da est a ovest e da nord a sud, questi corridoi intrecciano praticamente tutti i principali attori in tutta l'Eurasia.
Scaviamo più a fondo in quelli che potrebbero essere i quattro vettori più importanti: il corridoio est-ovest delle Nuove Vie della Seta/Belt and Road Initiative (BRI) guidato dalla Cina; il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud Russia-Iran-India (INSTC); l'IMEC (Corridoio India-Medio Oriente); e i corridoi proposti che collegano la Turchia con Qatar, Siria e Iraq.
Le Nuove Vie della Seta/BRI della Cina avanzano attraverso una molteplicità di corridoi dallo Xinjiang all'Eurasia occidentale, incluso il Corridoio Settentrionale (attraverso il Transiberiano in Russia) e il Corridoio Centrale (passando per il Kazakistan e attraverso il Caspio fino al Caucaso e alla Turchia).
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Golfo del Caos
di Gianandrea Gaiani
Mentre scriviamo queste note non è ancora chiaro se Iran e Stati Uniti troveranno un’intesa nel nuovo round di colloqui in Pakistan.
Dopo aver minacciato solo poche ore fa l’Iran di colpirlo con “molte bombe” in caso di mancato accordo, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato l’estensione del cessate il fuoco in attesa che i leader iraniani presentino una proposta unitaria.
“Considerato che il governo iraniano è gravemente diviso, cosa che non ci sorprende, e su richiesta di Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif del Pakistan, ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unitaria. Ho quindi ordinato alle nostre forze armate di continuare il blocco e, sotto tutti gli altri aspetti, di rimanere pronte e operative, e prorogherò quindi il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse”, ha scritto Trump.
L’Iran ha però fatto sapere di non aver avanzato alcuna richiesta agli Stati Uniti per estendere il cessate il fuoco, secondo quanto riportato oggi dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim.
L’Ambasciatore iraniano presso l’ONU, Saeed Iravani, ha confermato la disponibilità dell’Iran a partecipare a un nuovo round di negoziati a Islamabad, mediati dal Pakistan, ponendo però una condizione invalicabile: la rimozione immediata del blocco navale statunitense. Secondo Iravani, Teheran avrebbe già ricevuto “segnali” da parte di Washington circa la volontà di allentare la pressione militare nel Golfo.
“Appena interromperanno il blocco, il prossimo round di negoziati potrà aver luogo“, ha dichiarato l’alto diplomatico, sottolineando che la scelta tra escalation e diplomazia spetta ora interamente agli Stati Uniti. La dichiarazione segna un possibile punto di svolta dopo il fallimento del summit previsto per ieri e l’estensione del cessate il fuoco annunciata da Donald Trump.
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L’attacco all’Iran rischia di far naufragare il sistema dei petrodollari
di Giacomo Gabellini
La Terza guerra del Golfo sta minando le fondamenta del predominio finanziario statunitense
Il conflitto in Medio Oriente sta spingendo le monarchie del Golfo a tagliare gli investimenti negli Stati Uniti per finanziare la ricostruzione interna. L’inefficacia di Washington nel proteggere i propri alleati locali e il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz compromettono la valuta statunitense. Con un debito verso i 40 trilioni di dollari, gli Usa vedono le banche centrali preferire l’oro ai Treasury Bond. L’egemonia monetaria degli Stati Uniti rischia di crollare sotto il peso di deficit e interessi crescenti.
* * * *
Tra i suoi molteplici effetti a cascata, la guerra scatenata dalla coalizione israelo-statunitense contro l’Iran ha indotto le monarchie arabe del Golfo Persico a riconsiderare radicalmente la reale consistenza delle garanzie di sicurezza statunitensi. Dall’inizio del conflitto, la rappresaglia iraniana si è concentrata non soltanto su Israele.
Teheran ha colpito anche le basi militari statunitensi impiantate presso i Paesi inquadrati nel Consiglio per la Cooperazione del Golfo, nonché le infrastrutture energetiche preposte all’estrazione, alla raffinazione e allo stoccaggio di petrolio e gas. QatarEnergy si è addirittura ritrovata nella necessità di invocare la forza maggiore per ufficializzare l’impossibilità a onorare i contratti di fornitura a lungo termine siglati con Belgio, Cina, Corea del Sud e Italia per un periodo di cinque anni.
Soltanto nelle prime quattro settimane di conflitto, la distruzione arrecata all’infrastruttura energetica del Golfo Persico ha raggiunto una portata tale da rendere necessari anni per riparare gli impianti, ripristinare la produzione ai ritmi prebellici e riorganizzare il traffico marittimo.
Per le monarchie arabe del Golfo Persico, le esigenze domestiche legate alla ricostruzione sono destinate ad assorbire enormi risorse negli anni a venire.
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“Non c’è stato un dollaro americano speso in Europa e nella Nato che non abbia servito gli interessi americani”
"Sul piano politico la Nato è già disgregata"
Intervista al gen. Fabio Mini
l'AntiDiplomatico intervista il gen. Fabio Mini, già comandante NATO della missione KFOR in Kosovo
Generale, almeno fino a oggi Stati Uniti non sono riusciti a ottenere il sostegno dei propri alleati della NATO per la guerra contro l'Iran: la Spagna ha vietato agli Stati Uniti di utilizzare le proprie basi e persino lo spazio aereo ai velivoli statunitensi. La Francia le si è accodata insieme all'Italia e alla Germania. È possibile che questa congiuntura possa realmente portare all’uscita degli Stati Uniti dalla NATO o comunque a una disgregazione di quest'ultima?
Sul piano politico la Nato è già disgregata. Alcuni Stati membri tergiversano in attesa che Trump se ne vada. Lo stesso Segretario generale con i suoi viaggetti da zerbino volante è il fantasma della Nato che da un lato utilizza la disgregazione come richiamo all’unità e alla coesione mentre dall’altro la alimenta sostenendo quei “volenterosi” schizofrenici che fingono di volere la Nato europea. La Nato che vediamo nell’ombra è il simulacro organizzativo che regge per assuefazione. Non penso che gli Usa lasceranno la Nato e anche se lo facessero eserciterebbero un controllo ancora più stretto ed esoso soprattutto a livello politico-strategico ed economico. Il disegno di Trump è quello di far pagare ai paesi europei dentro o fuori la Nato i cosiddetti “servizi resi all’Europa” nel passato e quelli da fornire per il futuro. Trump non considera che i regali fatti all’Europa durante tutta la guerra fredda e dopo non erano affatto regali e non erano a esclusivo beneficio degli europei. La guerra in Europa ha salvato gli Stati Uniti dalla recessione, la divisione dell’Europa ha fatto di essa il campo di battaglia fra i blocchi, la valvola di scarico di tutte le tensioni e il potenziale cimitero di guerra più vasto e affollato della storia. Per decenni l’Accounting office del Congresso ha presentato una relazione annuale nella quale venivano elencati e monetizzati i “contributi esteri alla sicurezza americana”. Tutti i paesi europei erano elencati in ordine di “consistenza” del tributo. Il cosiddetto ombrello nucleare garantito attraverso la Nato era in realtà la trappola per circoscrivere lo scontro nucleare nel teatro europeo.
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Il pedaggio dell’impero
di Mario Pietri
La guerra, in realtà, non è più qualcosa che potrebbe arrivare nei bilanci di famiglie e imprese: ci è già entrata, perché l’aumento dei costi energetici, l’impennata dei premi di rischio, la tensione sui noli, le prime difficoltà logistiche e la ricaduta sui prezzi finali sono già visibili; il punto, semmai, è che il danno già in atto potrebbe cambiare rapidamente scala e natura, perché se lo stallo attuale a Hormuz, con transiti quasi paralizzati, porti iraniani di fatto bloccati, minacce di estensione al Mar Rosso e al Golfo e un’intera regione sospesa tra deterrenza fallita e possibile incendio generale , dovesse protrarsi anche solo per altri quindici giorni, allora non assisteremmo più a un semplice aggravamento di tensioni già in corso, ma a un’accelerazione violenta della crisi, capace di trasformare rincari ancora relativamente gestibili in uno shock inflattivo, ritardi contenibili in interruzioni di approvvigionamento, tensione sui mercati in stretta creditizia, difficoltà industriali in frenata produttiva e malessere diffuso in un logoramento sociale molto più serio, perché quando energia, trasporti, credito e fiducia si deteriorano simultaneamente il sistema non scivola gradualmente verso la recessione: comincia a perderne il controllo. Le perturbazioni su Hormuz vanno infatti già ben oltre la regione e incidono su energia, trasporto marittimo e catene globali di fornitura.
E questo, conviene dirlo con chiarezza, è ancora lo scenario meno distruttivo, quello che presuppone che il sistema continui in qualche modo a reggere, sia pure sotto sforzo; perché nel momento in cui si aggiungesse anche una sola vera variabile di escalation, l’estensione delle operazioni ai porti del Golfo, una chiusura effettiva e non più solo minacciata di Hormuz, un blocco coordinato del Mar Rosso con il coinvolgimento attivo di attori regionali, allora il quadro cambierebbe natura e velocità, smettendo di essere una crisi energetica grave ma gestibile per trasformarsi in un evento sistemico globale, cioè in una rottura capace di interrompere le forniture, far impennare petrolio e gas, comprimere simultaneamente la crescita delle principali economie, destabilizzare i mercati finanziari e scaricare sulle società una pressione tale da convertire il disagio economico in instabilità politica.
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Trump (quasi) al capolinea?
di Fabrizio Marchi
Mi pare che il bilancio dell’amministrazione Trump a distanza di quasi due anni dalla sua elezione sia decisamente fallimentare. La sola eccezione ad una lunga serie di errori sia tattici che strategici e sconfitte rimediate (con il rischio di probabili futuri disastri) è la “normalizzazione” dei rapporti con il Venezuela (se non del Venezuela stesso…), alla meglio frutto di un accordo con l’attuale presidente Delcy Rodriguez. Alla peggio, a voler pensar male (ma, come sappiamo, spesso ci si azzecca…), la messa fuori gioco di Maduro potrebbe addirittura essere stata concordata con gli USA da pezzi dell’esercito e del governo venezuelano, a partire ovviamente da Rodriguez. Non lo sapremo mai con certezza. Del resto ciò che conta alla fin fine sono i fatti concreti. E questi ci dicono che le relazioni diplomatiche e soprattutto commerciali fra i due stati a partire dal rapimento di Maduro sono state ampiamente ripristinate anche all’insegna di reciproci e un po’ stucchevoli salamelecchi fra la stessa Rodriguez e Trump. In particolare il governo venezuelano garantirà agli operatori stranieri – leggi le compagnie petrolifere americane – di acquisire diritti di proprietà sulla produzione, sull’estrazione e la commercializzazione di parte delle risorse (petrolifere) senza nessuna intermediazione governativa, in cambio, ovviamente, di un alleggerimento delle sanzioni da parte di Washington. Nel frattempo Maduro è detenuto negli Stati Uniti con la ridicola accusa di narcotraffico e non mi pare che il governo di Caracas stia producendo significativi sforzi per ottenerne la liberazione.
Questo è l’unico risultato portato a casa da Trump da quando è alla Casa Bianca. Importante ma del tutto insufficiente rispetto alle aspettative, alle promesse e al volume di fuoco messo in campo dal tycoon, sotto tutti i punti di vista e non solo in senso figurato.
Gli USA non sono mai stati isolati in tutta la loro storia come lo sono adesso, Israele a parte, ovviamente. Trump aveva il compito di riconquistare quell’egemonia che gli Stati Uniti avevano e hanno perduto in seguito alla fine di quel processo che è stato chiamato “globalizzazione”, in buona sostanza il dominio del sistema capitalista e imperialista occidentale a guida americana sull’intero pianeta.
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L'endpoint di Hormuz e la Grande Guerra Energetica
di Giuseppe Masala
Donald Trump trova il suo endpoint ad Hormuz per scatenare la Grande Guerra Energetica
Come molti osservatori avevano previsto il vertice tra Iran e Stati Uniti di Islamabad mediato dai pakistani è naufragato in meno di 24 ore. Secondo alcuni, addirittura si è trattato di una strategia utile a entrambe le parti per prendere del tempo e riorganizzarsi. Difficile trovare le prove sotto questo aspetto, ma una cosa è certa: all'annuncio del fallimento Trump ha a sua volta annunciato l'inizio di una nuova fase del conflitto che è assolutamente lecito definire estremamente pericolosa. Del resto, la necessità di un cambio di marcia era evidente dato che i bombardamenti non hanno portato a risultati concreti né in relazione alla volontà di disarticolare il regime degli Ayatollah né in relazione alla volontà di distruggere la sua macchina bellica.
Al di là degli annunci roboanti di Trump lo stato iraniano ha infatti continuato a funzionare nonostante gli innumerevoli omicidi mirati tendenti a decapitare la sua classe dirigente e inoltre la sua macchina bellica ha continuato a lanciare missili fino all'ultimo secondo prima del cessate il fuoco. Tutto questo nonostante i generalissimi del Pentagono si sperticassero in conferenze stampa nelle quali spiegavano che l'Invincibile Armada a stelle e strisce avesse distrutto completamente la (decrepita) marina e la (vetusta) aeronautica iraniana. Senza spiegare però che il punto di forza dell'Iran non sta certamente in queste specialità ma nelle sue forze missilistiche imponenti e nelle sue città missilistiche costruite dentro le montagne e rivelatesi inespugnabili a qualsiasi bombardamento.
Al contrario i danni arrecati alle forze armate americane in Medio Oriente e a Israele sono evidenti nonostante la formidabile censura. Tutte le basi statunitensi nell'area sono state martellate da decine di missili e in buona parte sono state rese inutilizzabili per anni. Le flotte d'attacco statunitensi, inoltre, sono state tenute a centinaia di miglia dalle coste iraniane grazie alla presenza di una ingente quantità di missili antinave a lunga gittata di produzione cinese. Temo che non avremo mai conferma ufficiale delle tante voci che girano su danni causati alle navi americane sia da missili che droni iraniani, ma ad ogni buon conto gli ammiragli statunitensi hanno capito che era meglio girare alla larga dalle coste persiane.
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Come l'Iran sta vincendo la terza guerra del Golfo: difesa a "mosaico" e strategie missilistiche
di Alessandro Bartoloni
Analisti di tutto il mondo e ormai anche giornali di analisi strategica filostatunitensi come Foreign Affairs sottolineano come Stati Uniti e Israele, nonostante gli incessanti bombardamenti e l’uccisione di migliaia di persone, abbiano mancato gli obiettivi iniziali con i quali erano entrati in guerra. Ritrovandosi così a combattere esattamente il tipo di conflitto per il quale Teheran si stava preparando da più di 30 anni.
La strategia con cui Trump e Netanyahu sono entrati in guerra il 28 febbraio scorso è quella nota come “shock and awe” (“colpisci e terrorizza”), utilizzata con successo in Iraq nel 2003 e che ha portato, solo nelle prime 24 ore, a lanciare sull’Iran oltre 800 missili da crociera, munizioni stealth e attacchi informatici al fine di decapitare la leadership iraniana e compromettere il sistema missilistico controaereo del paese.
Un mix che avrebbe dovuto portare, secondo i piani, al collasso della catena di comando e a un cambio di regime in favore di un governo filo-occidentale; o, quanto meno, a una nuova leadership della Repubblica che firmasse una resa di fatto e ponesse il sigillo sull’egemonia di Washington e Tel Aviv sul Medio Oriente.
Nel suo primo discorso di guerra Trump aveva parlato di una guerra di pochi giorni. Il ministro della guerra Hegseth di schiacciante superiorità militare. Ma le cose sono andate molto diversamente. Il volume di missili e droni con cui Teheran ha contrattaccato non è mai diminuito, ed è riuscito a neutralizzare le batterie chiave della difesa aerea USA e israeliane, danneggiato gravemente le basi militari statunitensi nel Golfo Persico, colpito la raffineria israeliana di Haifa e, soprattutto, mantenuto il controllo militare dello stretto di Hormuz, dove colpisce tutte le navi che provano a passare senza il suo permesso.
Ma non è tanto con i parametri della guerra convenzionale che bisogna giudicare la strategia iraniana: è naturale che in termini di danni subiti dai mezzi e dalle infrastrutture militari l’Iran sia stata colpita molto di più dei suoi avversari
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Iran: anatomia di un effimero cessate il fuoco
di Roberto Iannuzzi
Sebbene Stati Uniti e Israele non abbiano più le carte per disegnare un Medio Oriente a guida israelo-americana, non hanno ancora accettato la nuova realtà strategica
Lo scorso martedì 7 aprile si è rivelato una giornata drammatica nella guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Nel giro di poche ore si è passati dal timore di un’escalation in grado di distruggere infrastrutture energetiche e industriali strategiche non solo per il Golfo Persico, ma per l’intero pianeta, alla speranza nella possibilità di una de-escalation.
La paura che si sprofondasse verso l’irreparabile era stata scatenata da un post del presidente Donald Trump nel quale egli minacciava che “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”, se l’Iran non avesse accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz attraverso il quale transitava, prima dell’inizio del conflitto, circa il 20% del petrolio mondiale.
Alcune ore più tardi, poco prima della scadenza dell’ultimatum di 48 ore imposto da Trump due giorni prima, veniva annunciato un cessate il fuoco di due settimane per negoziare la risoluzione del conflitto sulla base di dieci condizioni poste dall’Iran, segnando apparentemente una capitolazione statunitense.
I negoziati si sarebbero tenuti a Islamabad, capitale del paese ai cui sforzi di mediazione (supportati anche da Egitto, Turchia e Arabia Saudita) si doveva l’improvviso e inaspettato colpo di scena.
Sarebbe bastata una manciata di ore dopo l’annuncio ufficiale per comprendere che l’intesa era estremamente fragile, a causa dei violentissimi bombardamenti condotti da Israele sul Libano (paese che, secondo il comunicato ufficiale pakistano, sarebbe dovuto rientrare nel cessate il fuoco), dell’improvvisa decisione degli Emirati Arabi Uniti (EAU) di colpire alcune infrastrutture energetiche iraniane, e delle parziali ritrattazioni di Trump e di altri esponenti della sua amministrazione.
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Se a bloccare Hormuz ora sono gli Stati Uniti
di Gianandrea Gaiani
Non mancano certo i colpi di scena nella guerra in atto nel Golfo Persico dalla fine di febbraio. Dopo il fallimento dei colloqui tra Iran e Stati Uniti in Pakistan e l’annuncio che Washington ha ordinato alla US Navy di sminare lo Stretto di Hormuz, il presidente Trump ha varato per oggi pomeriggio (ora italiana) l’avvio di un’operazione di blocco navale dello Stretto.
Fino a ieri Washington pretendeva di liberare la navigazione a Hormuz (che era libera prima dell’attacco di USA e Israele all’Iran) e oggi si pone l’obiettivo di bloccarla alle navi che trasportano gas e greggio iraniano o che hanno pagato un pedaggio a Teheran per il transito.
Meglio ricostruire le tappe che stanno portando la crisi in Medio Oriente all’ennesimo corto circuito.
Dopo 21 ore di discussioni a Islamabad si sono interrotti i colloqui tra USA e Iran. Il vicepresidente americano JD Vance ha lasciato il Pakistan affermando che “abbiamo avuto una serie di discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia.
La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo. Lasciamo questo incontro con una proposta molto semplice: devono capire che questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno”, ha sottolineato Vance precisando che “il punto fondamentale è che dobbiamo vedere un impegno esplicito da parte loro a non cercare un’arma nucleare e a non cercare gli strumenti che permetterebbero di ottenerla rapidamente. Questo è l’obiettivo centrale degli attuali Stati Uniti, ed è ciò che abbiamo cercato di ottenere attraverso questi negoziati”.
Se quindi è il programma nucleare militare iraniano il nocciolo della questione, resta difficile comprendere perché Washington abbia così tanti timori quando è sato il presidente Donald Trump ad affermare nel giugno 2025 e più recentemente fino alla scorsa settimana che con i raids effettuati contro 13.000 obiettivi in territorio iraniano era stato azzerato il programma atomico di Teheran.
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Il disfacimento della NATO è frutto dell’incapacità di USA ed Europa di fare i conti con la realtà
di Alessandro Scassellati
Il presidente Donald Trump ha recentemente definito la NATO una “tigre di carta“, aggiungendo che anche il presidente russo Vladimir Putin “lo sa”. Ha detto che “non ne avevamo bisogno, ovviamente, perché non ci ha aiutato per niente”, e ha dichiarato di stare “valutando seriamente” il ritiro degli Stati Uniti dall’alleanza. Ciò fa seguito alla frustrazione per il rifiuto di alcuni membri europei – come Francia, Germania, Spagna e Italia – di partecipare direttamente senza un mandato ONU o una tregua preventiva alle criminali e fallimentari operazioni di combattimento contro l’Iran o di contribuire con le loro flotte militari alla riapertura dello Stretto di Hormuz alle rotte commerciali internazionali1. Si sono anche rifiutati di consentire agli Stati Uniti l’uso delle proprie basi militari e dello spazio aereo per operazioni legate al conflitto iraniano (Operation Epic Fury). Una decisione non gradita dagli Stati Uniti considerato che l’Iran è riuscito in larga misura a espellere gli occupanti militari statunitensi dai Paesi del Golfo Persico2. Ma la non disponibilità europea non è stata confermata in un articolo del Wall Street Journal del 23 marzo intitolato “L’Europa sta silenziosamente giocando un ruolo cruciale nella guerra con l’Iran“3. Molti leader dell’UE sono sottoposti a forti pressioni politiche a causa della guerra, profondamente impopolare in Europa, che ha provocato un’impennata dei prezzi dell’energia e un’inflazione crescente da quando l’Iran ha di fatto bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio e gas liquefatto mondiale, nonché un quarto dei fertilizzanti e altre materie prime e semilavorati strategici per l’economia globale.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha suggerito che, se la NATO si limita a difendere l’Europa senza un sostegno reciproco agli interessi statunitensi altrove, l’assetto deve essere “riesaminato“. Ha messo in discussione l’alleanza, chiedendo perché gli USA debbano difendere l’Europa se gli alleati negano supporto logistico quando Washington ne ha bisogno. Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, si è rifiutato di confermare che gli Stati Uniti avrebbero difeso gli alleati della NATO in caso di attacco.
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Oltre l’atlantismo: ristabilire rapporti di amicizia con Russia e mondo arabo
di Enrico Grazzini
L’Europa deve sganciarsi da USA e Nato, fare la pace con la Russia e diventare prospera e indipendente
Licenziamo Mark Rutte, il capo della Nato, che vuole trascinare tutti gli europei nelle folli e sanguinarie guerre che Israele e l’America di Donald Trump stanno facendo in Iran e in Medio Oriente; licenziamo anche Ursula von der Leyen, il capo dell’Unione Europea, che sta predicando il riarmo e lo scontro con la Russia come unica via di uscita dalla crisi europea. Licenziamo pure Giorgia Meloni, la Presidente del Consiglio italiana, che non vuole accorgersi che Israele e gli Stati Uniti d’America, e non la Russia di Vladimir Putin, rappresentano i pericoli di gran lunga maggiori per la pace del pianeta. Occorre che gli europei prendano finalmente atto che la Nato, come alleanza difensiva militare contro la Russia, è finita e che la Nato, da strumento di difesa dell’Europa, è diventata un problema per la sicurezza europea.
In una recente intervista, il presidente americano Donald Trump, interrogato sulla possibilità di riconsiderare l’adesione degli Stati Uniti alla NATO dopo che gli europei non hanno appoggiato la guerra che ha scatenato con Israele in Iran, ha risposto: “Oh sì, direi che è assolutamente necessario. Non mi sono mai lasciato convincere dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e anche il presidente russo Vladimir Putin lo sa!”. In un’altra intervista a Reuters, Trump ha ribadito la sua posizione: “(Gli europei) non sono stati amici quando avevamo bisogno di loro. Non abbiamo mai chiesto loro molto… è una strada a senso unico”.
Nella fase post-Nato che si è aperta, i governi europei e l’Unione Europea dovrebbero rivoluzionare completamente la loro politica estera e di alleanze: dovrebbero quindi riconsiderare innanzitutto il loro rapporto con gli USA e con la Russia, con Israele, i Paesi arabi e l’Iran.
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La guerra della disperazione
di Fernando Bilotti
[Interrompiamo la serie delle “storie per non dormire”, per tornare momentaneamente a trattare di eventi di stretta attualità. La guerra all’Iran, infatti, a nostro avviso si presta a qualche considerazione interessante.]
E così, il 2026 ha visto già divampare una nuova guerra. Al solito, noi comuni cittadini siamo preda di un’impotente indignazione; ma questo attacco israelo-americano all’Iran, a dire il vero, ancora più che indignazione suscita sconcerto. Infatti gli aggressori sono venuti subito a trovarsi in una situazione segnata da gravi difficoltà, le quali però erano tutte ampiamente prevedibili, ragion per cui di primo acchito non si comprende perché mai abbiano ritenuto necessario lanciarsi in una simile avventura. Per meglio intenderci, passiamo tali difficoltà sinteticamente in rassegna:
1. L’Iran ha dimostrato una rimarchevole capacità di colpire Israele e le basi americane della regione. Ciò è riconducibile a una serie di fattori di cui gli aggressori non erano di certo ignari: da una parte, la notevole produttività raggiunta dalla sua industria bellica (grazie anche alla sua specializzazione in strumenti quali i droni e i missili, realizzabili in tempi e a costi relativamente ridotti) e una dislocazione di fabbriche e installazioni militari tale da renderle difficilmente attaccabili (sono disperse sull’ampio territorio nazionale e ubicate in molti casi sottoterra); dall’altra, la limitata capacità degli USA di difendere se stessi e Israele, dovuta allo svuotamento che hanno subito negli ultimi anni i loro arsenali (stressati dall’impegno su tre teatri: Ucraina, Yemen e Gaza) e alla scomparsa della produzione bellica “in grande serie” che servirebbe per rimpinguarli (i colossi della difesa americana - aziende private che mirano alla massimizzazione del profitto - hanno trovato conveniente specializzarsi in armamenti tecnologicamente avanzati, che vengono prodotti in quantità limitate e venduti a prezzi elevatissimi). Aggiungiamo che già nel 2025 USA e Israele avevano avuto modo di testare la forza militare dell’Iran, ricavandone un’amara lezione: Trump infatti aveva dovuto porre fine a quel primo conflitto dopo meno di due settimane (millantando un successo inesistente), in quanto quel lasso di tempo era bastato perché Tel Aviv si trovasse a corto di difese antiaeree.
2. L’assassinio di alte personalità dello stato iraniano e la massiccia campagna di bombardamenti non hanno reso la classe dirigente più arrendevole, né hanno spinto il popolo a rivoltarsi contro quest’ultima, ma all’opposto hanno irrigidito la prima e indotto il secondo a stringersi intorno a essa, dimenticando i motivi di malcontento che poco tempo prima avevano ingenerato diffuse proteste.
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La logica dietro l'irrazionalità della guerra contro l'Iran
di Domenico Moro
Un fenomeno politico o economico può essere irrazionale quanto si vuole ma risponderà sempre a una sua logica interna. Se vogliamo contrastare tale fenomeno dobbiamo andare oltre l’apparente irrazionalità e scoprire la logica interna che lo muove. Questo è ancora più vero per la guerra, che, pur essendo fondamentalmente dannosa per l’umanità nel suo complesso, continua a essere frequentemente praticata in forme sempre più distruttive.
La guerra mossa da Israele e Usa contro l’Iran esprime al massimo grado tale contraddizione tra irrazionalità e logica interna. In particolare, la guerra appare irrazionale, senza ragioni, dal punto di vista statunitense. Gli obiettivi della guerra sono apparsi piuttosto incerti. All’inizio, sembrava che, come in Venezuela, l’obiettivo di Trump fosse il regime change o almeno il cambio di leadership. Ma l’Iran non è il Venezuela e ha reagito alla decapitazione dei suoi vertici con decisione e senza intimorirsi. Al contrario di quello che molti analisti dicevano e diversamente da quanto aveva fatto in occasione di precedenti aggressioni, l’Iran questa volta non si è fatto scrupolo di reagire con la chiusura dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt il commercio internazionale di merci fondamentali come il petrolio, il gas e i fertilizzanti.
Il carattere irrazionale della guerra appare evidente proprio a fronte del blocco di Hormuz. Infatti, il blocco dei rifornimenti e il conseguente aumento dei prezzi stanno colpendo duramente sia l’Asia orientale sia l’Europa, che si approvvigionano di materie prime dal Golfo persico. Se la guerra proseguirà oltre aprile, l’Eurozona, secondo Standard & Poors, entrerà in recessione. La crisi energetica, conseguente alla guerra contro l’Iran, sarebbe peggiore di quella degli anni ’70 e, come allora, genererebbe una crisi dell’economia globale. Dunque, ora l’obiettivo bellico di Trump sembra essere diventato la riapertura dello stretto di Hormuz, che prima era aperto e che è stato chiuso solo a seguito della guerra che lui ha iniziato.
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Non vedono la tempesta arrivare
di Giovanni Tonlorenzi
Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.
Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.
Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.
Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.
Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.
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