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marx xxi

Costituzione italiana versus architettura attuale della UE

di Andrea Catone

Testo presentato al Forum «Cina e Ue. I nodi politici ed economici nell’orizzonte della “nuova via della seta” e di una “nuova mondializzazione”», Roma, 13 ottobre 2017

29fc7c0ad3092d7ec8609bf94b85ce44Perché introdurre in questo IV forum europeo dedicato ai rapporti Cina-UE nel quadro della via della seta e della nuova globalizzazione il tema della Costituzione italiana? A prima vista può apparire fuori luogo rispetto al tema centrale. 

In questo forum, gli studiosi italiani intendono fornire agli studiosi cinesi, in una pluralità di valutazioni e analisi, elementi di conoscenza critica sulla Ue, sulla sua crisi attuale e sull’origine di tale crisi. Da parte mia proverò ad individuare una possibile linea che porti ad affrontare in senso progressivo questa crisi. E in questo la Costituzione italiana può fornire una bussola fondamentale.

Che la Ue sia in crisi, che vi siano diversi elementi di criticità nella sua costruzione, credo che sia incontestabile. E credo si possa anche affermare che tale crisi non è contingente o passeggera, ma radicale, insita in profondità nelle radici stesse della costruzione europea. Gli ultimi discorsi trionfalistici sul cammino della Ue con il suo grande allargamento ad est li abbiamo ascoltati nel 2007, quando entrano a far parte della Ue, dopo il folto ingresso del 2004 di Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, repubbliche baltiche, gli altri due paesi ex socialisti, Bulgaria e Romania.

La grande crisi economica, manifestatasi come crisi dei mutui subprime nel 2007-8 e scaricatasi poi su alcuni paesi europei come crisi del debito pubblico degli stati, ha scosso la Ue molto più che gli Usa, in cui la crisi aveva avuto inizio. Le scelte di politica economica e monetaria dei vertici Ue e della sua banca centrale, legata ai dogmi antinflazionistici funzionali alla politica mercantilistica della Germania, si rivelano disastrose per i paesi meridionali (anche nella Ue c’è una questione meridionale) dell’eurozona – designati sprezzantemente con l’acronimo PIGS (maiali) – su cui si aggira lo spettro del fallimento degli stati. L’attacco della speculazione internazionale al debito pubblico dei paesi meridionali non viene ostacolato dalla Bce, che addirittura innalza nel luglio 2008 il tasso di riferimento al 4,25%. Ai paesi considerati poco virtuosi si impongono le politiche di austerity: in sostanza, decurtazione del salario diretto, indiretto e differito e smantellamento del welfare costruito nei decenni precedenti grazie alle lotte del movimento operaio e anche in risposta a un campo socialista che garantiva i diritti sociali fondamentali ai lavoratori. L’austerity deprime le economie dei paesi meridionali e provoca la peggiore recessione economica del secondo dopoguerra. La scure della “troika” (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) si abbatte su greci, spagnoli, portoghesi, italiani. 

L’implementazione delle politiche antipopolari e impopolari di austerità richiede un profondo rimaneggiamento, sostanziale e formale, in senso oligarchico e antidemocratico delle istituzioni politiche e degli assetti democratici dei paesi in questione, dell’Italia in particolare, la cui Costituzione, entrata in vigore nel 1948, era stata scritta con l’apporto determinante delle forze di sinistra ed era figlia della resistenza antifascista e della lotta di liberazione. Lo scrive a chiare lettere nel 2013 un report della banca d'affari JP Morgan, che, dopo aver rilevato – come se fosse una colpa! – che “i sistemi politici della periferia europea sono stati creati in seguito alle dittature, e sono stati definiti da queste esperienze”, per cui “le Costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica guadagnata dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”, indica come un limite da superare la “tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori”.

In breve, si tende ad imporre modifiche costituzionali che limitino l’esercizio della sovranità popolare. I governi dei paesi meridionali dell’eurozona, sotto il ricatto del minacciato default, devono trasformarsi da esecutivi delegati a tradurre in azione politica e amministrativa la volontà del popolo sovrano, da custodi della sovranità nazionale-popolare, in portavoce ed esecutori delle direttive del grande capitale tedesco e della Bundesbank, che ha la maggiore voce in capitolo nelle istituzioni della Ue, in quisling al servizio di potentati stranieri. Di qui i tentativi di ricorrere a modifiche costituzionali che limitano l’espressione popolare, con leggi elettorali maggioritarie che negano de jure e de facto il principio della sovranità popolare affermatosi con la rivoluzione francese del 1789. Per imporre le misure antipopolari si attaccano le costituzioni antifasciste.

Negli ultimi 10 anni il consenso e il gradimento dei cittadini dei diversi paesi verso la Ue è notevolmente diminuito, anche tra i paesi est europei che erano stati fortemente affascinati e irretiti dal sogno europeo, trasformatosi in incubo con la spada di Damocle del debito pubblico e del rischio di insolvenza degli stati, e politiche di attacco ai salari diretti, indiretti e differiti.

La causa principale di questo disamoramento per la Ue risiede fondamentalmente nel massacro sociale imposto ai popoli dai vertici Ue, dalla moneta unica. Ma non solo. La crisi è economico-sociale, ma anche crisi ideale. La Ue non è la frontiera della libertà e dei diritti civili e umani. La polarizzazione sociale si è acuita e il futuro non è affatto roseo. Inoltre, in politica estera la Ue si presenta come un’appendice degli USA, che la controllano attraverso la NATO, mentre ha approfondito, in particolare dopo il colpo di stato parafascista di Kiev del febbraio 2014 e la conseguente risposta russa, il solco con Mosca. 

Questa crisi europea è anche crisi del modello politico europeo, dello stato di diritto, della democrazia rappresentativa. È crisi del rapporto governanti-governati. 

L’affermarsi a livello di massa e nell’elettorato tradizionalmente di sinistra dei cosiddetti “populismi” critici della UE o antiUE è stato favorito dalle socialdemocrazie europee che, invece di porsi sul terreno della difesa degli interessi popolari colpiti dalle politiche europeiste, sono stati tra i principali portatori del progetto europeista, contribuendo ad implementare le politiche della Ue di massacro sociale.

L’attuale architettura della UE è stata sostanzialmente ridefiniti a Maastricht nel 1992. La Ue attuale è di fatto figlia del nuovo ordine mondiale seguito alla dissoluzione dell’Urss, e del nuovo assetto europeo che ne consegue. La nascita della Ue è segnata dall’Anschluss della DDR da parte della Germania di Bonn e dal nuovo ruolo europeo e mondiale che la Germania assume con tale annessione: è la fine dello status di minorità politica (pur giganteggiando in economia) impostole dalla rovinosa sconfitta nella II guerra mondiale. La Ue è figlia del pensiero unico, della vittoria USA nella guerra fredda, del trionfo del neoliberismo non solo contro il socialismo sovietico, ma anche contro ogni politica di intervento statale nell’economia che aveva caratterizzato la politica economica dei governi europei nel trentennio postbellico (1945-75). La costituzione formale e materiale della UE è scritta dai vincitori del 1989-91, che cancellano qualsiasi riferimento alla lotta antifascista e all’intervento statale in economia, e limitano la sovranità popolare, la rinchiudono in un recinto stretto. È la Ue dei nuovi poteri oligarchici del capitale finanziario.

Già nel suo atto di origine questa Ue è contro la Costituzione italiana nata dalla resistenza antifascista. Che era non solo di democrazia economico-sociale e non liberal-democratica, ma sottintendeva un percorso di ampliamento della partecipazione democratica, dove i partiti erano organizzatori di una volontà collettiva, e concorrevano con altri organismi di massa alla costruzione di una democrazia che si sviluppava progressivamente e si ampliava (negli anni 1970 con i consigli di fabbrica e di zona). La Ue di Maastricht è invece oligarchica, restringe la partecipazione, riduce i poteri popolari, compie le scelte di fondo in circoli chiusi. L’impianto liberista antistatalista fa il paio con l’antidemocraticità o l’ademocraticità delle sue commissioni e delle sue strutture portanti. 

Diversi studi – e di parti politiche diverse – hanno messo in luce in modo analitico l’incompatibilità di Costituzione italiana e trattati europei [1] e le profonde ferite apportate negli ultimi anni a quest’ultima (si veda in particolare l’inserimento del pareggio di bilancio). 

Nel contesto attuale la Costituzione repubblicana del 1948 può essere una bussola per un’uscita in senso progressivo e non regressivo dalla crisi europea. In primo luogo perché la sua difesa e la sua attuazione richiedono la riconquista della sovranità nazionale-popolare, tanto in campo economico-monetario, rispetto alla BCE, che politico-militare, liberandosi dalla tutela USA-NATO.

Il destino della Ue oggi è di fronte a un bivio. O continuare in questo precario equilibrio, con una duplice regressione: verso un sempre maggiore deficit di democrazia, da un lato, e derive di destra di un risorgente fascismo che si alimenta della crisi europea e della crisi delle socialdemocrazie schieratesi con le oligarchie europee. Oppure riconquistare la sovranità nazionale perduta. Ma essa deve essere nazionale popolare e non nazionale nazionalistica, la nostra idea di nazione è quella di popolo-nazione, non la nazione delle élite e delle oligarchie.

Il bivio che caratterizza la situazione mondiale oggi, tra guerra per mantenere il dominio unipolare USA e una nuova globalizzazione non imperialista di cui la proposta strategica della nuova via della seta è un’articolazione importante, può segnare anche il futuro della Ue. Si tratta di scegliere tra una politica ordoliberista senza sbocco per la Ue e al solo servizio del mercantilismo tedesco e una politica di sviluppo lungo la via della seta e le rotte dell’Eurasia, in un dialogo costruttivo e di reciproco vantaggio con la Russia, rispetto alla quale la continua espansione ad est della NATO tende ad alimentare invece tensioni e contrapposizioni.

Il modello della Costituzione italiana del 1948 di democrazia economico-sociale, in cui lo stato interviene nell’economia e in cui è indicato e prescritto il fine sociale dell’impresa, può essere una bussola per il superamento in senso progressivo della crisi europea.

E vi sono oggi condizioni che possono consentire una svolta. Se la Ue di Maastricht è figlia della sconfitta dell’Urss e del socialismo europeo e ha potuto affermare il suo indirizzo ordoliberista grazie all’eliminazione del nemico strategico, oggi quel nuovo ordine mondiale emerso a seguito del crollo del socialismo sovietico e incentrato sull’unipolarismo USA è decisamente messo in discussione dall’emergere di nuovi soggetti di portata mondiale, dalla riconquistata autonomia politica e militare della Russia – un  paese ineludibile per gli equilibri mondiali – e dall’affermarsi sulla scena mondiale della Cina, che, consapevole del suo peso nell’economia mondiale, si presenta con un progetto strategico di lunga portata per sé e per il mondo. La Cina è l’unico paese che prospetti oggi una “nuova frontiera” per i popoli del mondo. 

La Ue attuale, disegnata a Maastricht sulle ceneri dell’URSS e sull’Anschluss tedesco, ha fatto il suo tempo. Siamo ad un nuovo tornante della storia, verso un mondo multipolare. L’architettura europea non regge e va ridisegnata alla radice, non solo per le insostenibili contraddizioni interne che il progetto Ue sottende e che si sono manifestate apertamente nell’ultimo decennio, ma anche per i mutamenti sostanziali intervenuti nel mondo. Il progetto strategico di nuova via della seta e nuova mondializzazione offre una sponda e un’opportunità storica al mutamento della vecchia architettura europea figlia del collasso dell’Urss e dell’affermarsi dell’unipolarismo. Le ragioni per ridisegnare radicalmente l’architettura europea trovano una sponda e una base essenziale nel mutamento dei rapporti internazionali. Insostenibilità interna e quadro esterno concorrono alla esigenza di disegnare un’altra architettura per i paesi europei, di rompere con la subalternità agli USA che controllano e dirigono la politica militare della Ue attraverso la NATO, di rovesciare il mercantilismo tedesco, che – dopo una fase in cui la Germania è riuscita a schivare per i propri lavoratori i peggiori danni della crisi – è alla lunga dannoso per la condizione sociale dei lavoratori tedeschi (e l’affermarsi di formazioni neonaziste ne è un sintomo). 

La Costituzione italiana si presenta come un’alternativa praticabile non utopica all’ordoliberismo e può essere un modello e una bussola per i paesi europei. La via della seta può rappresentare per i popoli d’Europa un nuovo percorso e una prospettiva, una via lungo la quale possiamo incamminarci verso una nuova era.


NOTE
1 Cfr. tra gli altri, nella ormai notevole letteratura sull’argomento: G. Bucci, “BCE versus Costituzione italiana”, in MarxVentuno n.2/2012, ora anche in rete; Luciano Barra Caracciolo (2014), L’Unione monetaria europea e la Costituzione italiana, in http://formiche.net/2014/11/20/lunione-monetaria-europea-la-costituzione-italiana/; V. Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile, Imprimatur, 2015; Giuseppe Palma (2015), L’incompatibilità tra costituzione italiana e trattati dell’unione europea - I principali aspetti di criticità, in https://www.diritto.it/l-incompatibilita-tra-costituzione-italiana-e-trattati-dell-unione-europea/
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