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intrasformazione

Marx a Parigi

di Antonino Morreale

marx200L’impresa può riuscire o no. In ogni modo sarò a Parigi alla fine del mese”

 

Marx tedesco

 

1. Il problema

Dal commento della “Prefazione del ‘59”, era risultato che quella narrazione autobiografica di Marx era fortemente condizionata dal tentativo di accreditare, da un lato, un precoce e compatto curriculum da economista (dal ’42!), e di nascondere, dall’altro, le fondamentali scoperte degli anni ‘57-‘58. Quella autobiografia non era quindi affidabile, e bisognava de-costruirne il percorso. Né più convincente era la proposta – cito solo quella che negli anni ’60 fece il più forte rumore - di un importante studioso francese, Althusser, il quale ha sostenuto l’esistenza di due Marx, uno “ideologico” ed uno ”scientifico”. Lo scarto tra i due sarebbe avvenuto intorno al 1846 con “L‘ideologia tedesca”, un po’come il passaggio dall’alchimia alla chimica per merito di Lavoisier. Fra il primo e il secondo ci sarebbe stata una “rottura epistemologica”, solo asserita e mai dimostrata: un bel giorno Marx si coricò “ideologo” hegeliano e feuerbachiano e si svegliò “scienziato”. Poiché non crediamo ai miracoli, nemmeno se c’è di mezzo Marx, ci è parso obbligatorio l’approccio più terra-terra, empirico, del “cambio di residenza” che, per un apolide quale Marx fu, qualche cosa significa; a meno di non volerlo lasciare sradicato anche da morto. Bisognava quindi lasciare che il “romanzo” della sua formazione si srotolasse tappa dopo tappa. Avremo così un Marx tedesco, uno parigino, uno belga e uno inglese. Tanto meglio, se poi, giusto nel periodo “parigino”, le influenze esterne su Marx pesarono più che in qualsiasi altro. Su questa ipotesi analizzerò quel “romanzo” molto rapidamente cercando di mostrare la non originale tesi che, in un tempo brevissimo, appena 15 mesi, Marx prende le decisioni fondamentali della sua vita privata, politica, scientifica.

Se mai c’è stato un personaggio da romanzo questi è Marx. Per questo non ci sarà in queste righe né troppa filosofia o storia o economia, perché sarà solo il “romanzo di formazione” di un giovane come il Meister di Goethe, Frederic Moreau dell, il Julien Sorel del , il Luciano deldi Balzac (E, quando nessuno ci ascolta, mi dico che in fondo anche la romanzo di formazione

Nulla manca a Marx di quei personaggi inventati, ma tra tutti spicca perché è reale, e perché ha costruito, e non dalla sera alla mattina, una macchina che, meglio di ogni altra, aiuta ancora oggi, chi non ha paura di pensare, a capire il nostro mondo.

E cominciamo con due parole sul Marx tedesco.

Nel 1837 Marx diciannovenne si iscrive in legge, passa a filosofia e diventa hegeliano. Nel ’41 si laurea con una tesi sulla Differenza tra la filosofia di Democrito e quella di Epicuro, ma non a Berlino dove era iscritto. Lì c’è il capocaccia degli antihegeliani, Stahl; meglio stare alla larga. Si laurea perciò a Jena, “in absentia”.

Pensa di intraprendere, con l’appoggio di Bruno Bauer, importante esponente della Sinistra hegeliana, la carriera universitaria; ma Bauer è licenziato e deve pensare a sé stesso. Marx rifiuta anche un posto da giornalista-funzionario nello Stato prussiano, e così si dedica tra il maggio‘42 e il marzo ‘43 al giornalismo politico presso la Gazzetta renana. Su questo periodico scrive una ventina di articoli di politica, amministrazione, economia spicciola. Sono i suoi primi scritti pubblici, condizionati da una visione hegeliana dello Stato-ragione.

Siamo nel pieno della reazione politica, la censura è pesante, e la Gazzetta renana, alla fine, deve chiudere. Nel marzo del ‘43, Marx è disoccupato. A giugno sposa Jenny von Westfalen e, a Kreuznach, scrive la sua prima opera: la Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, un commento “critico” ad alcune parti dell’opera politica di Hegel, vecchia di vent’anni, ma sempre fondamentale.

 

2. Hegel, l’altare e la polvere

Negli anni ’40 esplode l’astio politico contro Hegel, dopo i trionfi tributatigli negli anni ‘20. Hegel infatti, quando è già autore di opere fondamentali (come la Fenomenologia nel ‘07, la Logica nel ‘12-‘16, L’Enciclopedia nel ’17), era stato chiamato nel ‘18 a Berlino a insegnare. E’il culmine della sua carriera, il trionfo.

Dopo la sua morte, nel ’35, la sua scuola si divide in tre tronconi, Destra, Centro, Sinistra. E’una divisione filosofica che nasconde una frattura politica e generazionale. Chi appartiene alla Destra è vecchio e conservatore, chi appartiene alla Sinistra è giovane e liberale.

A quest’ultima appartengono Feuerbach e gli altri protagonisti della vicenda che qui ci interessa, Marx ed Engels compresi.

Dal trionfo negli anni ‘20 alla polvere dopo la sua morte, eppure era sempre lo stesso Hegel. Ma Hegel era un conservatore o un progressista ? Avevano ragione quelli di Destra o quelli di Sinistra a tirarlo dalla propria parte ? Oppure era vera l’immagine, che pure circolava, di un Hegel che sotto la palandrana grigia, nascondeva un risvolto rosso ?

 

3. A ciascuno il suo Hegel

Per circa una dozzina d’anni, dal 1818 alla morte, Hegel è incensato dal potere politico, dal re al ministro Altenstein. Ha avuto un seguito immenso ai suoi corsi universitari, anche quando riguardano temi “sensibili” come la religione, la politica, la filosofia della storia. Ma nel 1840, alla morte del re, la situazione precipita. Non è certo cambiato Hegel, già morto, è cambiato però l’indirizzo della politica regia. Apertamente reazionario, cristiano, romantico, integralista, questo è il nuovo potere di Federico Guglielmo IV.

A questo punto, ognuno si è già fabbricato il proprio Hegel. La Sinistra lo legge in senso liberale, combatte una battaglia per la libertà di stampa e di insegnamento, propugna qualche riforma della rappresentanza politica etc. C’è, nella operazione della Sinistra su Hegel, una componente di “provocazione”, nulla di rivoluzionario, s’intende, ma non è più tempo nemmeno per queste piccole riforme. Dinanzi alla sconfitta la Sinistra avverte, sul finire degli anni ’30, una profonda delusione nei confronti di Hegel, che non c’entrava nulla. Mentre la Destra continuava a temerlo come un giacobino. La sua filosofia aveva difeso la realtà vantandone la profonda razionalità, i fatti stavano raccontando invece un’altra storia.

In verità quella che era accaduta tra Hegel e i post-hegeliani era, al di là delle tante altre fratture e trasformazioni, una svolta epocale che Feuerbach chiamava “filosofia dell’avvenire”, una filosofia nuova per i tempi nuovi. E’questo che Marx scrive in una lettera a Ruge del settembre ‘43 (pubblicata negli Annali franco-tedeschi):” La filosofia si è mondanizzata..." E, vale la pena ricordarlo, si era detto lo stesso dell’Illuminismo, tanto tempo prima.

 

4. Tutti nel Feuerbach, il “torrente di fuoco”

Proprio quando la delusione diventa più acuta i giovani trovano in libreria, fresco di stampa, nel ’41, un libro affascinante fin dal titolo: L’Essenza del Cristianesimo di L.Feuerbach, hegeliano. E’un filosofo già noto, ma non ha ancora “sfondato”; questo è il suo quarto d’ora di celebrità. Diventarono tutti feuerbachiani (parola di Engels), ma molti non ne avevano valutato le conseguenze.

Cosa aveva detto di così entusiasmante? Ad essere molto schematici si potrebbe sostenere che in uno, anzi nei molti libri, Feuerbach aveva fatto “variazioni” su quel che Senofane di Colofone, il probabile maestro di Parmenide, aveva detto in una sola frase: “Se i buoi avessero dèi li immaginerebbero con le corna”. Cioè la religione come proiezione di un desiderio, inversione, potenziamento di qualità umane: “Non è Dio che ha creato l’uomo, ma l’uomo che ha creato Dio”. E questa mossa riassorbiva-annullandola-la teologia nell’antropologia. Ma non è tutto qui, in Feuerbach c’è uno sviluppo di enorme rilievo, teorizzato dallo stesso Hegel, contro cui Feuerbach lo ritorce: la filosofia di Hegel funziona secondo lo stesso meccanismo della religione, proiezione, inversione etc... Quella di Hegel è solo una grande favola, creata dall’uomo ma raccontata dal punto di vista di Dio. E con quest’altro si smontava anche la filosofia hegeliana.

Bisogna partire invece, propone Feuerbach, dai bisogni materiali dell’uomo, dalla natura.

Il segreto del successo di Feuerbach non era stato nella profondità e ricchezza del messaggio, ma nella semplicità e nella ripetizione di un solo colpo. E però con quello aveva svelato il “gioco” di Hegel. Il suo era un sistema di “mistica razionale”, ossimoro, ma definizione esatta. Alla filosofia hegeliana non restava che dare le spalle al futuro, ed essere solo una filosofia della “memoria”, visto che ha irriso il “dover essere”, ad ogni occasione. E da esso, quindi, si poteva solo uscire; non era utilizzabile a fini politici, come si illuse la Sinistra hegeliana.

 

5. Marx feuerbachiano e antihegeliano

Che fa Marx in questo nuovo scenario di delusione verso Hegel e di entusiasmo verso Feuerbach ?

A seguire davvero Feuerbach su questa strada che tagliava i ponti con un Hegel preteso cripto-rivoluzionario, furono in pochi, tra questi Marx che nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, butta all’aria la Filosofia del diritto e l’intero sistema.

Nel 1843, nel momento in cui la scrive, Marx è già su posizioni feuerbachiane e antihegeliane. E’un caso raro di coerenza, il suo. Chi non è coerente è, semmai, la Sinistra hegeliana in cui “diventano tutti feuerbachiani”, ma non rompono con Hegel. Sono saltati sul cavallo Feuerbach per uscire da Hegel, ma Feuerbach faceva sul serio, e a questo punto tentano tutti l’operazione impossibile di salvare la capra di Hegel e il cavolo di Feuerbach.

Ma anche per Marx c’è da risolvere il rapporto con Feuerbach. Pochi giorni prima di partire per Parigi, il 23 ottobre ‘43, Marx lo invita a scrivere per gli Annali franco-tedeschi un articolo su Schelling: ”Lei è proprio Schelling rovesciato”. Lo Schelling di oggi ha tradito il giovane Schelling e quel “fantastico sogno giovanile, è divenuto in Lei verità, realtà, virile serietà…”. Ma Feuerbach non si lascia convincere. Marx accusa il colpo ma non rompe, ci mette un anno, e quando accade, (lettera dell’11 agosto ’44) fu un ultimatum e un congedo :”..Lei ha dato con questi scritti una base filosofica al socialismo e i comunisti hanno valutato queste opere in tal senso fin dalla loro pubblicazione”. E, a quel punto, Marx, fuori da un’ottica antropologica e ad un passo da quella storica, è pronto per la “concezione materialistica della storia”.

Il ‘43 è stato un anno di grandi decisioni che hanno impresso all’esistenza di Marx delle direzioni irreversibili. Si licenzia dal giornale, si sposa, scrive la sua prima cosa importante, lascia per sempre la Germania.

 

 

Marx parigino

 

1. Una perplessità

E siamo arrivati alla vigilia della partenza per Parigi. Ma prima di seguire Marx devo manifestare una perplessità su un punto, trascurato ma importante, della storia tedesca, e che, anche per questo, espongo con qualche titubanza.

Tutti i protagonisti di questa nostra storia parlano di “miseria” tedesca, di “arretratezza” della Germania, di “anacronismo tedesco”; e, rispetto alla Francia e ancor più, all’Inghilterra, il ritardo tedesco c’è. Ma ci sono anche tanti segnali del cambiamento.

L’annientamento del mondo agrario tradizionale fondato sugli “usi civici”(i “furti di legna” della Gazzetta Renana) e il “Verlagsystem”(le rivolte dei tessitori slesiani), con una enorme emigrazione di massa. Sono le premesse, accanto alle semplificazioni doganali (Zollverein) per quella rivoluzione capitalistico-industriale che avrebbe consentito alla Germania di umiliare appena nel ’70, la Francia, che non sapremmo spiegare altrimenti e che sorprese tutti. La Germania di Bismarck fu l’ospite inatteso e sgradito della storia del secondo Ottocento, che scompigliò le vecchie carte della politica europea.

Nella Sinistra hegeliana, nemmeno Marx, ha ancora occhi per vedere tutto questo. Mentre crede, con una fuga in avanti, che le rivolte in Slesia dimostrino l’esistenza anche in Germania, del proletariato e inneggia al suo “valore, riflessione, perseveranza”, fino a dire che “il proletariato tedesco è il teorico del proletariato europeo”.

 

2. A Parigi! A che fare?

Ottobre 43, Marx e Jenny arrivano a Parigi. Marx ha in tasca una laurea in filosofia, un’esperienza giornalistica importante, uno scritto sulla Filosofia del diritto di Hegel, con cui si separa da Hegel su posizioni feuerbachiane, uno scritto, da finire, sulla Questione ebraica in polemica con l’amico Bauer.

Ma sveliamo, finalmente, lo scopo di questo viaggio.

Per un giovane tedesco che viveva quel momento politico e culturale inaugurato nel 1840 dalla Restaurazione “romantica” in Germania, Parigi era la somma di tutti i sogni. La rivoluzione dell’89, la fine dell’Ancien Régime, la libertà per l’Europa, l’azione di singoli uomini eccezionali e delle masse. Il tempo della storia accelerava come mai s’era visto prima, un cambiamento ne partoriva un altro, era la “valanga” rivoluzionaria, la “rivoluzione permanente” che prima di essere un’idea di Trotskij fu di Robespierre.

Se volete sentire anche voi questa meravigliosa aria di libertà, di speranza che l’Europa migliore respirò, non c’è nulla di meglio delle prime quattro pagine della Certosa di Parma di Stendhal.

Il 15 maggio 1796, il generale Bonaparte entrò a Milano, a capo di quella giovane armata che aveva varcato il ponte di Lodi e appreso al mondo che dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avevano un successore”.

Perciò l’appuntamento con la storia, per i tedeschi, è a Parigi. Ma su quanto fosse corretta la loro diagnosi abbiamo espresso perplessità e si sarebbe capito meglio col ’48, non solo a Parigi ma in Europa, con la grande illusione e la cocente delusione.

Scrive Balzac nella Storia dei tredici:

“..Parigi è una mostruosa meraviglia, uno straordinario complesso di movimenti, di macchine e di pensieri, la città dei centomila romanzi, il cervello del mondo”.

Se la Germania del ‘43 è quello che era Parigi prima dell’89, per un giovane tedesco andare a Parigi è fare un viaggio nel futuro:

Dunque Parigi, antico ateneo di filosofia, absit omen! E nuova capitale del mondo nuovo. L’impresa può riuscire o no. In ogni modo sarò a Parigi alla fine del mese, perché l’aria di qui rende schiavi e in Germania non ho assolutamente modo di svolgere una libera attività”.

In Germania, conclude Marx, vige “il regime stesso della scemenza”.

 

3. Il gallo francese e la rivoluzione

Si tratta di realizzare a Parigi, dove vivono a decine di migliaia i tedeschi, una rivista che prevede la collaborazione anche di penne francesi. La rivista si dovrà chiamare Annali franco-tedeschi. L’ipotesi politico-culturale che la sostiene e che già conosciamo è questa: in Germania non si può più fare politica, si rischia il carcere; la Francia è pur sempre il paese della Rivoluzione, come si è visto ancora nel 1830 (e come si sarebbe visto nel ’48, ma nessuno poteva saperlo). Una collaborazione franco-tedesca in una città importante e trascinante come Parigi può smuovere le acque. I tedeschi ci mettono la filosofia, vediamo cosa rispondono i francesi che devono metterci la politica. Marx non sa ancora che a Parigi incontrerà il futuro soggetto di questa operazione, gli operai e i comunisti, e tutto lo schema dovrà cambiare. Per ora è sempre la vecchia idea di Hess e di Heine: il gallo francese darà la sveglia alla rivoluzione.

 

La Sinistra hegeliana gioca ormai fuori casa le proprie carte per necessità. E’una partita difficile, quasi disperata. Mezzi pochi e aleatori, fattibilità da verificare. Inoltre è un gruppo senza una riconosciuta struttura di comando, con troppe teste brillanti e poco omogenee. Ma l’attesa dura poco, le prime donne della cultura francese si negano: Lamartine, Lamennais, Blanc, Leroux, Proudhon.

Il primo numero degli Annali franco-tedeschi, che sarà anche l’ultimo, esce lo stesso a febbraio ’44. E’una piccola miniera di idee. C’è quanto di meglio poteva esprimere la cultura tedesca. Marx, Engels, Bakunin, Hess, Herwegh, Ruge, Heine, Bernays, etc..persino una lettera di distaccato incoraggiamento di Feuerbach.

Scrive Ruge:

la filosofia di Hegel appartiene al passato. Noi vogliamo fondare a Parigi un organo su cui giudicare in tutta libertà e con spietata sincerità noi stessi e tutta la Germania”.

Ma il progetto politico è fallito. Inevitabili le liti sulla responsabilità tra i capi che erano Arnold Ruge e Marx che romperanno per sempre.

Ma era realistico puntare sulla collaborazione dei francesi ? C’era un minimo di compatibilità tra i diversi attori ? Domande. Certo è che mentre gli intellettuali francesi non abboccano, e quelli tedeschi litigano, il governo francese finisce col cedere alle pressioni che vengono dalla Prussia che si sente colpita, e la rivista viene sequestrata alla frontiera e gli autori denunziati per “alto tradimento e lesa maestà”. Bilancio politico fallimentare, ma se il gallo francese non cantò la talpa tedesca cominciò a scavare.

 

4. La critica della politica, La critica dell’economia

Per Marx i primi quattro mesi a Parigi per fare la rivista non furono tempo perso, ma occasione per scrivere almeno due cose importanti. La Questione ebraica già impostata a Kreuznach e l’Introduzione alla Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico..

Entrambe pubblicate negli Annali franco-tedeschi.

L’idea di fondo della Questione ebraica è la “critica della politica”. Ed è anche l’ingresso, con il Denaro e con l’Ebreo, nel campo, nuovo per Marx, dell’economia politica.

Semplificando al massimo, ripeterò una folgorante battuta di Anatole France: “La legge nella sua maestà proibisce a tutti, ricchi e mendicanti, di dormire sotto i ponti”. L’universalità della legge, “la legge è uguale per tutti non tiene conto che non “tutti sono uguali di fronte alla legge”. La legge, la politica, i diritti vivono in un mondo che astrae dalla realtà concreta. L’emancipazione politica, l’uguaglianza giuridica, grandi conquiste dalla rivoluzione francese, lasciano intatte le differenze reali. La realtà economico-sociale riproduce quelle diseguaglianze che la politica fa finta di avere eliminato.

E’ la frattura tra “bourgeois” e “citoyen”, che è sorta dalla dissoluzione del mondo tardo feudale, e che Marx colloca nell’epoca dell’assolutismo monarchico.

Scrive Marx:

”..solo la superstizione politica immagina ancora oggi che la vita civile debba essere di necessità tenuta unita dalla Stato, mentre, al contrario, nella realtà, è lo Stato che è tenuto insieme dalla società civile”(La Sacra famiglia, p. 135).

E’ l’esatto contrario della impostazione hegeliana.

Quale idea di fondo trae Marx dagli altri studi, quelli sulla economia politica classica ? Il testo principale di riferimento sono i famosissimi Manoscritti economico-filosofici redatti nell’estate del ’44 (pubblicati 90 anni dopo).

Con l’economia politica stessa, con le sue proprie parole, abbiamo mostrato che l’operaio decade a merce, la più miserabile merce; che la miseria dell’operaio sta in rapporto inverso alla potenza e alla grandezza della sua produzione; che il risultato inevitabile della concorrenza è l’accumulazione del capitale in poche mani, dunque una restaurazione più spaventosa del monopolio; e che infine scompare la distinzione tra capitalista e proprietario fondiario, come quella tra contadino e operaio di fabbrica, e l’intera società deve sfasciarsi nelle due classi dei possidenti e dei lavoratori senza possesso (Manoscritti economico-filosofici, p.193).

Se coniughiamo questa affermazione con quella già citata sulla politica comprendiamo meglio l’insieme. L’economia politica: ”Non lo considera(il lavoratore) come uomo, nel tempo in cui non lavora; ma lascia questa considerazione alla giustizia criminale, ai medici, alla religione, alle tabelle statistiche, alla politica e agli sbirri dell’accattonaggio”.

Astrazione è quella operata dalla politica, astrazione è quella operata dalla economia politica. La scienza che si presenta “triste” per eccesso di realismo, è in realtà, per Marx, “astratta”.

E’ l’origine del capitale dal lavoro salariato, l’alienazione del lavoro, il gioco a nascondere il punto essenziale, la proprietà privata:”L’economia politica parte dal fatto della proprietà privata. Non ce la spiega”.

Le due scienze concordano nell’astrarre dalla realtà mentre cresce in Marx, di mese in mese, la consapevolezza, acquisita attraverso gli studi di storia, che i rapporti economici e sociali non sono naturali, eterni e immutabili, ma anch’essi, come quelli giuridici, politici etc., transitori e storicamente determinati.

E’necessaria perciò la “critica” di ciascun ambito. E per Marx vedere ridotta questa necessità scientifica ai giochi autocelebrativi di Bauer con la sua “critica critica”, è intollerabile.

La leggiamo già nella Introduzione del ‘43:”La critica del cielo si trasforma così in critica della terra, la critica della religione in critica del diritto, la critica della teologia in critica della politica”. E’ un programma.

Stiamo arrivando alla fine, ma proprio per questo non vorrei trasmettere l’idea sbagliata che il Marx di Parigi sia tutto Marx. Ci sono per lui ancora quarant’anni di vita, e dobbiamo dire che a Parigi Marx non ha neppure ancora fatto la prima delle sue due grandi scoperte scientifiche, cioè la “concezione materialistica della storia” che verrà elaborata solo nel ‘46-‘48, quindi a Bruxelles, nella Ideologia tedesca, la Miseria della filosofia, il Manifesto del partito comunista.

Ma sarebbero banalità, voglio invece sostenere che il Marx del ’43-‘45, quello di Parigi, non solo non è “tutto” Marx, ma ancora nemmeno il “mezzo” Marx della “concezione materialistica della storia”.

 

5. Per non concludere

Facciamo un breve bilancio.

Nei mesi di Parigi Marx ha passato in rassegna e si è confrontato con

(1) la più importante filosofia, nella sua figura principale, Hegel, e non solo nel suo versante politico (Fenomenologia);

(2) ha vissuto in presa diretta la sua demolizione ad opera di Feuerbach;

(3) ha analizzato la storia della rivoluzione francese nel suo momento più acuto e “politico”, la Convenzione, per mettere a punto la distinzione tra il livello politico “borghese” e quello “sociale”, proletario, ed ha inserito in questo dualismo la questione dei diritti e della religione ebraica;

(4) ha analizzato le opere economico-politiche inglesi e francesi, il più alto livello toccato da quelle discipline, individuando nello strato economico il meccanismo profondo della società;

(5) ha preso contatto diretto e reale, alla nascita, col movimento politico comunista, seguendone poi le vicende nelle grandi svolte del ‘48, del ‘70 etc..e criticandone le varie soluzioni utopiche.

Marx ha completato la Questione ebraica, ha scritto l’Introduzione alla Critica della filosofia di Hegel, ha pubblicato le Glosse sul Vorwärts, ha steso i Manoscritti economico-filosofici del ’44, e fatto numerosi estratti di economisti, ha scritto, in collaborazione con Engels, la Sacra famiglia.

E’un vulcano a molte bocche che spesso produce “a grappolo”, due-tre titoli su uno stesso argomento, individua alcuni temi fondamentali, li discute confrontandosi al più alto livello della teoria, ne rintraccia i difetti originari, e apre percorsi di lettura di grande fecondità.

Il primo tema, a Kreuznach, poi a Parigi - a dispetto della sua ricostruzione autobiografica che vuole privilegiare a forza l’economia politica - è di filosofia politica (la Critica della filosofia hegeliana); Marx lo affronta in un serrato e puntiglioso scontro con Hegel (la “società civile” e lo “Stato”). E, subito dopo, andando alle origini storiche della questione, con lo studio della Rivoluzione francese.

Il secondo tema è - chiamiamolo così - di filosofia economica (Manoscritti del’44) che affronta commentando e criticando i classici dell’economia politica (prima ancora di leggerli nell’originale inglese).

Filosofia, storia, economia politica, saperi nati su terreni diversi, con limiti e possibilità diversi, nelle mani di Marx, si incontrano e scontrano, si correggono e integrano a vicenda. E’ così che nasce la “concezione materialistica della storia”. Non sono “tre fonti” che alimentano placidamente un più grande fiume, ma tre faglie che si scontrano e si sconquassano a vicenda.

La permanenza a Parigi era cominciata con un libro iniziato a Kreuznach, e si concluderà con un libro iniziato a Parigi e pubblicato a Francoforte quando ormai Marx sarà a Bruxelles. E’ la Sacra famiglia, scritta con Engels contro Bauer e soci, finito a novembre ‘44 e pubblicato a febbraio ‘45.

Per il momento in cui viene scritta, conclusione del periodo di Parigi, per alcuni fondamentali contenuti, come le analisi della rivoluzione francese e del materialismo franco-inglese del ‘700, e per i primi abbozzi della “concezione materialistica della storia”, quest’opera meriterebbe una analisi a parte. Sulla rivoluzione francese e il materialismo si può notare che Marx ne parla per “recuperarli” non avendo avuto, in Germania, né l’una né l’altro. Ed è una indicazione importante, perché ci dice che l’arretratezza tedesca bisogna cercarla indietro, nei secoli XVI-XVIII, mentre nella prima metà del XIX bisogna cercare l’accelerazione per riprendere il gruppo di testa.

La cultura tedesca degli anni ’40 parlava ancora il linguaggio della teologia e della filosofia mentre Ricardo pubblicava, nello stesso anno 1817 dell’Enciclopedia di Hegel, i suoi Principi di economia politica, uno dei primi cinque libri della storia di questa disciplina.

Ed Hegel, il punto più alto, nella Filosofia del diritto, è completamente a rimorchio, dai tempi di Jena, delle conoscenze socioeconomiche che gli forniscono francesi e inglesi. E lo dichiara senza problemi. Ora, invece di puntare su quei paragrafi della Filosofia del diritto, la Sinistra hegeliana, questa sì “arretrata”, non l’economia, nasceva sulla Vita di Gesu di Strauss e i Vangeli sinottici di Bauer, e si chiedeva ancora se si trattasse di miti o no. Questione su cui gli illuministi francesi avevano preso i preti a risate in faccia, cent’anni prima.

Anche per queste ragioni, Marx chiederà conto a Bauer di essere rimasto al di qua di Hegel. Ma forse Bauer non se l’era sentita di rompere con la specificità del discorso filosofico che Marx invece abbandona con Feuerbach oltre Feuerbach. Dopo la demistificazione del discorso filosofico e politico hegeliano, Marx proverà a mettere radici su un nuovo terreno, quello dell’economia politica, ma con uno scontro frontale coi suoi stessi fondamenti. E’ quello che comincia a fare nell’estate del ’44 coi materiali incandescenti dei “Manoscritti” che non potevano essere battezzati meglio che “economico-filosofici”.

Siamo all’epilogo. La macchina repressiva che ha fatto chiudere gli Annali ottiene un altro successo. Nel gennaio ‘45 la polizia dà a Marx 24 ore per lasciare Parigi. Andrà a Bruxelles dove non lo seguiremo, e lì rimane tre anni scrivendo le Tesi su Feuerbach, L’Ideologia tedesca, la Miseria della filosofia, il Manifesto del partito comunista. Un gran bel raccolto, ma la semina era stata fatta a Parigi.

Dalle esperienze filosofiche, di storia, di economia politica, di politica attiva, Marx accumula un materiale di conoscenze immenso. E spesso sono temi di altri. L’Alienazione religiosa è cosa di Feuerbach, il Denaro è di Hess, l’Economia politica è di Engels, la Proprietà privata è di Proudhon. Riesce a trarne un ordine, perché ne ha trovato il centro, e intorno al ‘46-‘48, avremo il primo “mezzo” Marx, quello della “concezione materialistica della storia”. Per il resto, per l’analisi del sistema economico capitalistico-borghese, non gli basteranno tutti i successivi decenni.

Se paragoniamo il ragazzo che scende dalla carrozza nell’ottobre del ‘43 in rue Vanneau 22 a Saint -.Germain a quello che deve fuggire 15 mesi dopo per Bruxelles, la differenza è enorme. Non solo per quello che ha pubblicato, ma anche per quello che si sta portando appresso, nei Quaderni, nei Taccuini e nella testa, e persino sulla faccia.

Sì, perché Marx è cresciuto molto a Parigi, e lo sa, ed è ben per questo che, ormai diventato grande, cominciò a lasciarsi crescere quella splendida barba.

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