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euronomade

Sulle “operations” di Mezzadra-Neilson

di Toni Negri

Recensione letta alla riunione di EuroNomade, Bologna, 15 marzo 2019

progetto stadio roma 440x264Nel Capitale, il “modo di produzione capitalista” è dato in una postura definitiva, è lì. Nei Grundrisse, invece, Marx introduce un discorso su Die Formen (che precedono la produzione capitalista) proprio nel momento nel quale dovrebbe passare dalla definizione della teoria del plus-valore (punto centrale e scoperta fondamentale, proprio qui, di Marx) alla teoria della circolazione, quindi alle teorie del capitale sociale e del General Intellect ecc. Perché fa questa sosta (confessiamolo, talora imbarazzante per la genericità nella quale mondo antico e civiltà asiatiche sono trattati) proprio quando ha scoperto nel plus-valore il cuore del modo di produzione capitalista e l’analisi potrebbe procedere velocemente verso la piena esposizione di quella scoperta?

Mi è sempre sembrato che ciò avvenga perché la scoperta del plus-valore apriva due piste decisive per la critica dell’economia politica: la determinazione del modo di produzione capitalista come movimento antagonista (il capitale come rapporto sociale antagonista) e, d’altra parte, la dialettica di soggettivazione che dal rapporto di capitale sorgeva e che poteva innescare la ricerca politica rivoluzionaria. Così, nei Grundrisse, proponendo dentro quell’insieme problematico, il programma cui il Capitale non riuscirà a dare definitiva risposta – ivi mancando appunto il libro sul salario e quello sullo Stato.

Il libro di Sandro Mezzadra e Brett Neilson (The Politics of Operations. Excavating contemporary capitalism, Duke University Press, 2019) si propone di percorrere quelle due piste, a partire da un approccio analitico al capitalismo globalizzato contemporaneo, e di muoversi nella transizione verso le forme che seguono il modo di produzione capitalista classico, così come l’abbiamo conosciuto: industriale, keynesiano, nazionale, sviluppista, socialista, ecc., inaugurando l’epoca della globalizzazione. Inseguono dunque le operazioni capitaliste (meglio, le “politiche delle operazioni”) che definiscono, oggi, il quadro spaziale e dinamico (temporale) dello sviluppo, dal punto di vista del complesso gioco delle istituzioni e delle soggettività che sono in campo e del processo che, contemporaneamente, si apre sia al “nuovo modo di produrre” sia ad una nuova formazione sociale.

La caccia è aperta. Il capitale si dà qui come attore economico e politico ma, insieme, andranno considerati lo sviluppo e la continua presenza/resistenza/movimento del proletariato globale.

Il libro è grosso. Il libro è importante. È lungo da leggere ma appetitoso. Mi è difficile percorrerlo tutto con voi. Mi limiterò a due punti che considero essenziali e nuovi fra di noi che siamo già avanzati nella lettura del post-industriale e del post-nazionale: questi punti sono la “politica delle operazioni” e le nuove prospettive della forma-Stato.

Che cos’è una politica di operazioni? Essa prende inizio dal considerare “estrazione-logistica-finanziarizzazione” (i tre paliers dello sfruttamento e dell’accumulazione capitalista oggi) come un set di operazioni e pratiche congiunte nel costruire un nuovo quadro di razionalità e di logica esecutiva per il capitalismo contemporaneo. Viene così elaborata una batteria di categorie da tener presente nell’avanzare della ricerca. Se è possibile qui dare una caratteristica fondamentale e comune ai concetti che vengono proposti per reggere il metodo dell’inchiesta, cioè dell’analisi a partire dalle operazioni, si dica che essi aprono tutti alla spazialità dell’approccio. La politica delle operazioni si basa dunque non solo sulle dimensioni classiche dell’approccio analitico marxista ma su un’integrazione spaziale di questo.

Lo sforzo teorico è quello di dare spazio alle categorie marxiane. In questa luce, il rapporto di capitale non è dato solo nella sua consistenza o intensità generiche, ma va sempre esteso oltre la sua dimensione specifica: dall’inizio è qui prevalente l’idea di accumulazione di Rosa Luxemburg (e la sottolineatura delle esternità allo/dello sviluppo, tipica di quella lettura marxista). Quindi: “operazione” di capitale non è mai solo una macchinazione tecnica o tecnologica, è piuttosto un dispositivo politico che si determina su una base specifica, su un aggancio aggressivo ad un territorio (di nuovo un’insistenza molto importante sulla “spazialità”), e sull’intersezione di figure antropologiche e di movimenti che si stendono fra passato e futuro. “Scavando e descrivendo analiticamente gli arrangiamenti spazio-temporali, interroghiamo le operazioni di capitale e ne delineiamo le relazioni cangianti con le pratiche soggettive e istituzionali”, cogliendo le turbolenze che in ogni momento in questo quadro si danno: così descrivono gli autori il loro approccio. La politica delle operazioni è dunque “un’analisi delle complessità spaziali e temporali della globalizzazione, unite ad un’analisi della circolazione di capitale e della colonizzazione della vita sociale”.

Ne viene una ridefinizione del concetto stesso di capitale, di quell’unità in cui esso è stato configurato nell’analisi marxista, riprendendo piuttosto, a questo punto, di nuovo i suggerimenti di Rosa Luxemburg. Gesamtkapital va letto non come “capitale totale” ma come “capitale aggregato”. Come un aggregato di operazioni dove ogni elemento (di capitale) diviene, si svolge in maniera distinta ed articolata.

È chiaro che qui un intero pane di storia del XIX e XX secolo viene inserito nella definizione di capitale ed in particolare, dopo le definizioni classiche di Marx-Engels, vengono percorse le vicende che portano, dalla prima guerra mondiale in poi, alla compenetrazione prima di economia e di Stato, poi – man mano – al “gioco globale del tasso di profitto”, e cioè all’allargarsi globale del mercato e del complesso confronto delle politiche sovrane e delle operazioni di capitale nella globalizzazione – meglio, possiamo definirla, una intera spazializzazione dello sviluppo e dell’accumulazione di capitale. Il capitale dunque si sviluppa su molti fronti, davanti a molteplici outsides, occasioni, evenienze esterne. E bisogna sempre starci sempre dentro a questo quadro spaziale, alla sua variabilità. “Operazioni di capitale”: non vanno dunque prese come espressioni di un linguaggio performativo, e neppure semplicemente effettuale o causale, ma per descrivere piuttosto le dinamiche variabili dell’azione, i concatenamenti, gli intervalli del fare. “Questa nozione di operazioni del capitale apre sempre nuovi angoli della questione dei rapporti di capitale con i suoi molteplici outsides”.

Non procedo qui nell’approfondire questo punto, pur fondamentale, seguendo le indicazioni di Mezzadra-Neilson, perché lo spazio che si apre è immenso: con loro bisognerebbe ripartire, da un lato, dalla genealogia del concetto di “operazione” (visto nascere dalla Arendt ma molto meglio, molto di più da Deleuze), per arrivare, d’altro lato, alle logiche operazionali della digitalizzazione, alle macchine dell’immateriale, e cioè appunto all’immensa topologia sulla quale si conclude la riflessione dell’attualità.

Per restare, per così dire, fra noi, sottolineiamo piuttosto alcune annotazioni che, nell’ordine della trattazione del tema operations, ci si offrono qui, attorno a concetti, consueti nella nostra riflessione, sui quali queste analisi delle politiche delle operazioni portano chiarezza. Per esempio, la ridefinizione del concetto di “sussunzione formale”, insistendo – con grande intelligenza – sul carattere transizionale ed ibrido che esso assume, riapparendo continuamente all’interno dei processi di globalizzazione capitalista e ricombinandosi su quell’orizzonte. Altrettanto importanti sembrano i chiarimenti che si danno a proposito di “capitalismo algoritmico” e di “digital taylorism”, comprendendo qui come i processi di astrazione macchinici vadano sistematicamente congiunti a processi di astrazione del soggetto e di adeguazione della soggettività (qui il riferimento è essenzialmente a Shon-Rethel, nella lettura che ne fa Jason Read).

Molto importanti sono poi le considerazioni qui proposte sul contributo di Harvey alla teoria del capitalismo contemporaneo, in particolare sul concetto di dispossession, ricollocato all’interno dell’analisi dell’espansione capitalista, della sua storia, e delle imbricazioni funzionali del rapporto di estrazione e di quello di sussunzione che si trovano nelle politiche neoliberali. Per non dire della preoccupazione di tenersi lontani da qualsiasi prospettiva di “catastrofismo sociale”, accennato, in particolare, in alcuni ultimi scritti di Saskia Sassen.

Seguendo questo cammino si perviene a porre il problema dello Stato. Il concetto di operation è stato fin qui interpretato – lo abbiamo visto – come capacità di assorbire sul terreno economico le figure della performatività e quelle della costituenza. Di conseguenza, lo Stato è stato fin qui assunto e trasformato dal capitale come eventuale autore di operazioni. Si tratta ora di insistere sulle nuove incidenze dello Stato in questo quadro. Si riprendono in parte le discussioni e i dibattiti degli anni ’70, in ambito marxista, sullo Stato. Ma si giunge a conclusioni affatto diverse. Brutalmente: “Assumiamo l’ipotesi: lo Stato non è sufficientemente potente nei confronti del capitalismo contemporaneo; al fine di riaprire una prospettiva politica di trasformazione radicale, è assolutamente necessario qualcosa d’altro, una differente sorgente di potere”.

Prima di avanzare nella lettura, vorrei insistere sull’estrema importanza che ha il tema Stato in questo libro. Al suo centro è infatti ripreso il rovesciamento del rapporto economia-Stato avvenuto tra il XIX e il XX secolo e c’è anche una bella critica della concezione schmittiana del potere e del nomos della terra. C’è insomma l’abbandono di quella dottrina che, dall’inizio del secolo scorso e soprattutto dalla fine della prima guerra mondiale, si era timidamente, con molta fatica, aperta alla globalizzazione, senza esser tuttavia capace di subordinarle l’unità dello Stato. Qui siamo in un’altra epoca. Abbiamo già detto che lo studio dello Stato contemporaneo è da porsi in rapporto con le strutture geopolitiche. Ma il rovesciamento della vecchia dottrina è più profondo. Potremmo dire, e diciamo, che lo Stato è divenuto il contrario di quello che era all’inizio del processo di accumulazione capitalista, quando cioè esso si muoveva autonomamente nel creare un nuovo sistema. Credo che si potrebbe anche parlare per quel periodo di una sorta di politica delle operazioni. Che essa si ispiri alle modalità politiche dell’accumulazione primitiva non stupisce chi conosca gli studi marxiani di Mezzadra. Ora, però, lo sviluppo si è compiuto. Con un assorbimento dell’economia nello Stato che ha, come effetto, sottoposto lo Stato al gioco economico globale; con un rapido passaggio dal Weltmarkt (mercato mondiale) ad uno Staaten-Welt (mondo degli Stati), che determina nuove forme-Stato, erodendo definitivamente i confini tra economia e politica, fra Stato e capitale.

Ma di ciò più tardi. Ora osserviamo un ambiente assai caotico nel quale “nessun nuovo ordine globale è in vista”. Le operazioni statuali che si muovono su questo orizzonte producono piuttosto il ricordo delle grandi “Compagnie” commerciali tra XVII e XIX secolo, quand’esse costruivano forme di Stato “semi-sovrani”, di “quasi-Stati”, ai margini della centralità europea. Insomma, qui non c’è più lo Stato sovrano della modernità.

Per giungere alla conclusione di questo cammino di ridefinizione dello Stato sarà allora necessario di nuovo immergere l’analisi nelle grandi dimensioni, nei macro-processi che caratterizzano il capitalismo oggi. “Estrazione-logistica-finanziarizzazione”, come abbiamo visto, occupano effettivamente lo spazio globale. Non ne parlerò qui, come ho detto precedentemente, assumendo che su questo scenario di fondo, ci sia fra noi un vero accordo a partire dal quale si elaborano (si sono elaborate) le ipotesi politiche dell’oggi. Questo sfondo è il frutto che vent’anni di ricerca ci regalano – è bene ricominciare da qui, da questo dato.

Non sto dunque a seguire la complessità e la densità delle analisi sviluppate nel bel centro del libro a questo proposito. In particolare, ricchissima è la bibliografia, opportunamente selezionata, qui offerta al lettore. Ci sta dentro un enorme lavoro. Basti sottolineare l’importanza metodologica di questa analisi ed in particolare due o tre sue interne conclusioni. In questo mondo slabbrato e confuso, definito da continui cuts nello sviluppo e nelle direzioni di sviluppo, si scoprono infatti alcuni segni definitivi. In primo luogo, la fine di ogni possibilità di definire dei cicli di sviluppo alla maniera di Kondratiev o semplicemente di Arrighi. (Sarei più prudente nel cancellare i cicli delle lotte, perché essi, malgrado l’impossibilità ormai data di essere determinati dalla potenza oggettiva del ciclo economico, nascono spesso da evenienze casuali e indeterminate, che successivamente si trasformano in permanenza e comunicazione di lotte – mostrando l’omogeneità latente delle condizioni della rivolta. Un esempio: dal suicidio dell’ambulante nel sud tunisino al ciclo di lotte nel Maghreb, in Egitto e in Medio Oriente).

In secondo luogo, la probabilità che nessuna “forma di capitale” possa qui prendere il comando nelle trasformazioni in corso. In terzo luogo, l’invito a costruire un nuovo tableau économique delle corrispondenze di produzione-riproduzione-circolazione delle merci. Sono conclusioni importanti che devono aprire stagioni di ricerca. Ma quel che è più importante qui, mi sembra sia il fatto che la ricerca, pervenendo a queste conclusioni, scopra caratteristiche metodiche e dispositivi epistemologici del tutto nuovi: che non seguono semplicemente le operazioni di capitale ma, per così dire, gli entrano nella pancia, si appropriano della sua fisiologia… non faccio qui semplicemente riferimento alle ricchissime analisi di casi concreti, dal porto del Pireo agli aeroporti di Bangkok, ecc., ma alla ricchezza delle fenomenologie presentate. Inutile qui sottolineare, data l’evidenza, la potenza della ricerca foucaultiana (ed operaista) che svolge l’indagine dal basso, dal didentro e che così fa scuola. Ma soprattutto qui risuona la musica marxiana del Capitale, la stretta integrazione dell’analisi teorica e dell’analisi del “caso concreto”. Ad evitare ogni metodologia astratta che ancora, spesso, caratterizza talune “inchieste militanti”.

E veniamo ad un ultimo argomento, riprendiamo il discorso dal punto di vista delle lotte. Qui, per iniziare, risalta immediatamente il fatto che dentro/contro le operazioni di capitale si definiscono, nel XXI secolo, movimenti che non oseremmo chiamare rivelatori della figura di un nuovo proletariato, già bell’e fatto, ma che comunque incarnano una nuova composizione della forza-lavoro e dei processi costitutivi della resistenza nel rapporto di sfruttamento. Dentro le operazioni di capitale, dove la nuova composizione del lavoro vivo e la cooperazione produttiva rappresentano le dimensioni sulle quali si impianta la trasformazione capitalista delle pratiche di sfruttamento. La prudenza è necessaria nel procedere perché anche a questo proposito dobbiamo tenere presente la molteplicità e la variabilità che caratterizza la figura delle lotte. La valorizzazione capitalista agisce infatti non solo utilizzando la cooperazione del lavoro vivo ma inseguendo e differenziando, opponendo l’un l’altro continuamente gli strati di forza-lavoro, rompendo ogni intersezione delle diverse potenze del lavoro vivo (in particolare di classe, di genere, razzializzato) a fronte del loro ricomporsi. Pagine e pagine del libro assumono l’intersezione di classe, di genere e di figura razziale. Quanto alle lotte, esse articolano continuamente forme di resistenza e di attacco, al centro e ai margini del sistema produttivo, a loro volta includendo strati sociali diversi. È qui necessaria un’analisi differenziata dei soggetti in lotta e quest’analisi è compiuta con ricchezza di esempi ad ogni angolo delle catene globali dello sfruttamento. La logica planetaria del capitale si confronta a resistenze ubique, universali e rende tumultuoso lo sviluppo anche sul piano dei rapporti di classe. Ma mostra anche l’ambiguità e la riflessività di ogni situazione di scontro e di lotta. Da parte di nostri amici/nemici massimalisti si potrebbe insinuare che qui il libro configuri un quadro di tattiche riformiste e componga un catalogo operaista di rivendicazioni economiciste. Nulla di tutto ciò. Sbagliano questi critici. Queste pagine mettono piuttosto in luce una qualità fondamentale di discorso politico (in questo libro) che è appunto quella di riconoscere ad ogni momento dello sviluppo nelle operazioni di capitale una base materiale specifica. Altrettanto vale per le lotte che si sviluppano in questi contesti. La natura politica dello sfruttamento (come da teoria delle operazione) propone ovunque una ridefinizione della soggettività e ne sottolinea in maniera permanente il carattere reattivo, di generatrice di resistenza e di lotta.

È solamente quando la condizione generale e complessa dello scontro appare, che si mette in moto il motore dinamico e rivoluzionario del processo. Io direi: come la teoria dello sfruttamento fa senso oggi solo se esso si esercita sul comune (= composizione + cooperazione) come forza produttiva, così ogni spunto rivoluzionario fa senso solo se si assumono composizione e cooperazione (cioè il comune), nelle loro contraddizioni, nelle loro differenze e nelle loro intersezioni, come base dell’azione sovversiva. Meglio detto: contraddizioni spaziali e istituzionali, rotture dei rapporti fra controlli politici e produzioni economiche, sui margini delle operazioni, si aprono continuamente spazi di lotta. O per altro verso: è tutto un tessuto di contropoteri quello a fronte del quale siamo messi a questo punto dell’evoluzione del capitalismo. Boundary struggles, eterogeneità del lavoro vivo, intersezionalità: caratteri fondamentali, fonti di potere e di vulnerabilità. Attenti tuttavia a non considerare puramente negativa la vulnerabilità. Spinoza, fra gli altri, ne fa la fonte stessa della cooperazione; ed anche buona parte della tradizione sindacale, di quella buona, thompsoniana, assume in questi termini la forza della vulnerabilità.

Lo Stato nello sviluppo globale capitalista si sta dunque disgregando a confronto con le nuove forze che emergono dalle lotte, sui suoi margini, sul margine di ogni complessa operazione politica. Qui l’analisi lavora sulle relazioni e sulle tensioni che si pongono fra cooperazione sociale e lavoro vivo (in ogni caso senza assumere la cooperazione sociale come un soggetto politico già costituito). Quelle relazioni e quelle tensioni vanno piuttosto confrontate e misurate rispetto ai processi di governamentalizzazione. Ma a quale Stato stiamo confrontandoci? Esso non è più quello sovrano, nel senso classico della sua unità, quello che, ad esempio, poteva ancora esprimere un “potere di eccezione”. La mitologia dello “stato di eccezione”, dell’assoluta autonomia del politico, il carattere teologico del potere sono demistificati o, permettetemi, derisi. Basta con la proliferazione dei profeti del nulla, sotto la cui protezione si annida il sovranismo in tutte le sue facce. Lo Stato è piuttosto subordinato ai meccanismi di estrazione, di logistica e di finanziarizzazione che si danno e si misurano a livello globale. Alcuni parlano allora giustamente di una “quasi-sovranità” che ormai si deve predicare dello Stato. In effetti, i processi di legittimazione divengono sempre più difficili, anche quando li si consideri semplicemente dall’interno delle Costituzioni nazionali. Perché, come abbiamo visto, la decomposizione del popolo è moltiplicata dalle operazioni del capitale, che fanno esplodere la forma dello Stato, come produttore e contenitore del popolo.

D’altro lato, come abbiamo visto, i processi di globalizzazione erodono i confini fra economia e politica, fra Stato e capitale. Si possono certo dare processi di ri-nazionalizzazione e/o di ri-politicizzazione dopo che eventi, cicli o movimenti di segno opposto si siano indeboliti o esauriti. Resta tuttavia una “frammentazione dello Stato” ed emergono – come si diceva – episodi di “quasi sovranità” (ad esempio, quelli che seguono alle politiche espansionistiche della Via della seta cinese). Certo è che la solida unità di “territorio-popolo-sovranità” che costituiva il vecchio modello dello Stato in Occidente è sconvolto. Fra mercato globale e Stato globale, si riorientano le forme dello Stato: “Un ‘mondo’ di Stati (Staaten-Welt) si costruisce in relazione alle mutazioni del mercato mondiale”. Non c’è uno svanire dello Stato, quanto una sua radicale riqualificazione e riorganizzazione in ordine alle operazioni di capitale.

Ma più fondamentale è comunque il fatto che questo Stato si presenta come un campo di lotte. La condensazione materiale delle relazioni di forza si dà su questo spazio ed ivi appaiono, a lato delle fratture dello Stato, emergenze di contropotere. Si potrà parlare di dualismo di potere? A quale livello il rapporto di contropotere diviene dualismo di potere? È certo che siamo dinnanzi a forme espansive del potere moltitudinario e che la politica capitalista delle operazioni finisce col determinare l’emergenza di forti scontri di soggettivazione.

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Comments   

#1 ernesto rossi 2019-04-11 18:40
LE INTERVISTE DI B&P: PROFESSOR NICOLA DIOGUARDI

21ST APRIL 2015.

... Dubium sapientiae initium” scriveva René Descartes . Il dubbio ha ancora un suo “valore intrinseco” di stimolo alla riflessione e alla ricerca? Il “ritmo del dubbio” è compatibile con la velocità del nostro vivere?

L’unica cosa certa nel continente della ricerca è il dubbio. Esso è la prima fase di ogni ricerca, è appartenente alla riflessione ed alla visione fantastica del mondo delle idee. La fantasia, scintilla indispensabile in ogni area del sapere, é sempre più indispensabile, alla scienza dell’occidente alle prese con la epistemologia della complessità e la necessità di semplificazione. Il dubbio è faticoso perché genera uno stato di incertezza soggettivo in chi lo vive (l’osservatore) e oggettivo per la cosa osservata in sé. Va aggiunto che il dubbio costa – come pure il nuovo – e procede con i propri ritmi. Si va configurando una forte critica sulle spiegazioni preconfezionate dei dati ricavati dall’attuale ricerca dell’Occidente le cui radici affondano nella statica, ramo della fisica, costruita per valutare oggetti immobili, usata per misurare la materia del nostro universo eternamente in moto. Non esiste una “ricetta preconfezionata” per rendere compatibile la relazione tra la velocità dell’azione e il dubbio della riflessione che vede la dipendenza da un lato dalle situazioni specifiche, dall’altro dalla volontà e dall’intelligenza dell’uomo. In breve può essere sempre considerata indipendente da ogni altra interpretazione, la presa di coscienza che sia l’argomento sia il dubbio hanno dignità per essere oggetti di osservazione e ricerca.

Nelle aziende come pure nella vita quotidiana sembra oggi prevalere il “carpe diem” rispetto alla proiezione verso il futuro. Lei ha unito nella sua carriera la pazienza del ricercatore alla urgenza della corsia, la curiosità della sperimentazione alla fatica quotidiana di affrontare la malattia: questi due “piani” sono compatibili all’interno di un’organizzazione? Lei cosa suggerirebbe?

Purtroppo anche la ricerca, così come concepita dalla cultura scientifica dell’Occidente, è impostata sulla descrizione i cui fondamenti teorici affondano nella concettualità della statica dell’attuale, che non fornisce alcun suggerimento su ciò che può essere l’eventuale evoluzione della scoperta fatta. Galileo sosteneva che compito fondamentale delle scienze matematiche fosse la “predittività”, cioè la possibilità di predizione, essenza stessa della ricerca scientifica. La descrizione statica ha bisogno al massimo di un controllo di ciò che si è visto o scoperto, ma non genera condizioni per accrescere il sapere. Ciò detto, attenzione al presente e sguardo al futuro sono entrambi indispensabili e richiedono una buona interconnessione reciproca, altrimenti il ruolo del medico si ridurrebbe ad esempio a mero dispensatore di programmi terapeutici preconfezionati utili al ricercatore caccia di impact factor.

Primo Levi diceva che il “futuro ha un cuore antico”: quale è secondo lei il peso della “storia” e del “passato” nella carriera di una persona? Lei come ha vissuto questa “contrapposizione” (o conflittualità?) tra l’importanza di consolidare le esperienze acquisite e la ricerca di nuove frontiere?

E’ da sempre assai solida l’abitudine di prevedere il futuro sulla base del passato. Leibniz usò il termine “futurizione”, espressione che mi piace da morire, per definire la determinazione degli avvenimenti futuri. La scolastica attribuiva la proprietà della prevedibilità solo a Dio e alla sua percezione infallibile. Nell’evoluzione professionale di una persona conta moltissimo la propensione nei confronti del futuro. L’atteggiamento mentale dinamico costa molto in impegno e fatica mentale, in quanto ha in sé più valore rispetto alla staticità delle esperienze passate. E’ difficile stabilire se esso sia elemento di spinta al progresso o di ostacolo epistemologico (secondo la definizione di Gaston Bachelard).
Anni addietro, leggendo il libro dell’economista statunitense Edward Hastings Chamberlin (The theory of monopolistic competition), ricordo di essere stato colpito dall’espressione “faraonismo elettronico”: l’autore incolpava il fallimento di alcune grandi aziende industriali statunitensi al fatto di aver affidato al computer ciò che la mente umana poteva tranquillamente affrontare e risolvere. E questo è ciò che anche oggi accade, travolti spesso da un eccesso di utilizzo delle tecnologie. Il futuro non ha quindi solo cuore antico, ma anche in testa riferimenti al passato con tutti i rischi di diventare, secondo Werner Karl Heisenberg, un ostacolo epistemologico per il progresso.... - ° -

(Da parte mia) - Edward Hastings Chamberlin sviluppò una teoria sul valore e sul monopolio, dove si affermava che la tendenza economica era al Monopolio, il quale non andava considerato come un aspetto marginale degli studi e delle relazioni economiche, ma piuttosto tenuto come unica tendenza e quindi da porre in assoluto rilievo. Arrivò ad affermare che lo sviluppo monopolistico totale in fondo non si differenziava da un regime socialista. Caratteristica del Monopolio era anche la territorialità; motivo dello sviluppo tentacolare ad esempio, del regime cinese... Certamente dunque, la concorrenza perfetta e quantunque imperfetta non è mai esistita, oggi che siamo nello strafuturo dello ieri sappiamo come è andata... C'è poco da dibattere! Quindi il Liberismo non è mai esistito, eppur definito da Sinistra come fascista, eppure dov'è la sostanziale differenza? Quel che conta allo stadio attuale è che il Monopolio si è fatto globale e non può essere dunque nazionalizzato, perchè manca l'Istituzione Statale globale che gli corrisponda... Questo è il punto.
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