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il rasoio di occam

Per una nuova teoria del valore

di Tommaso Redolfi Riva

Per Riccardo Bellofiore, che ha esposto questa tesi nel suo ultimo "Le avventure della socializzazione. Dalla teoria monetaria del valore alla teoria macro-monetaria della produzione capitalistica" (Mimesis), non è più possibile procedere a una semplice interpretazione dell’opera di Marx. È invece necessario guardare ai punti alti della teoria economica, svilupparli e incorporarli in una critica dell’economia politica che sia al contempo economia politica critica: messa in discussione del rapporto sociale capitalistico e indagine sulla sua forma di movimento

9788898971237 Una Ragionevole Asimmetria Bonelli GiovanniNella critica dell’economia politica, la legge dell’accumulazione capitalistica – che ha il suo principio nella valorizzazione del valore – rappresenta la forma di moto specifica che caratterizza il modo di produzione capitalistico. Il rapporto di produzione, che è sempre un modo particolare nel quale si realizza l’unione tra i lavoratori e i mezzi di produzione, una volta che ha assunto la forma capitalistica, una volta cioè che si è costituito come rapporto di capitale, “costringe senza scrupoli l’umanità alla produzione per la produzione[1]. Non è certo un caso che questa frase di Marx riappaia nella Dialettica negativa là dove Adorno vuole presentare il dominio dello spirito del mondo sulle azioni individuali, della storia sugli individui storici, dell’universale sul particolare: l’autonomizzazione della società, il farsi obiettivo del vincolo sociale, rappresenta un tema centrale della sua riflessione matura[2]. Nel modo di produzione capitalistico, il rapporto sociale che lega gli individui gli uni agli altri, il modo cioè in cui la società produce e riproduce se stessa, si rende indipendente dagli individui, i quali si trovano nella necessità di fungere da semplici momenti di un processo che ha una propria dinamica specifica e che si impone loro come contrainte esteriore. Per Adorno, l’individuo, che la sociologia comprendente vorrebbe sostanziale, decade a semplice luogo di un’azione che si svolge alle sue spalle e di cui diviene semplice portatore. Ma se la sociologia comprendente non coglie la costrizione esteriore che la società esercita sull’individuo, quella funzionalista la assume come dato, eternizzando, di fatto, l’autonomizzazione della società. Compito della teoria critica della società è quindi quello di superare l’unilateralità di entrambi gli approcci e mostrare “come quei rapporti che si sono resi indipendenti e impenetrabili per gli uomini, derivino proprio da rapporti fra gli uomini”[3].

La comprensione dell’autonomizzazione della società, della totalità che retrocede gli individui a meri portatori della sua riproduzione, del dominio e della violenza dell’universale sul particolare, risiede per Adorno, nell’analisi del processo di scambio. Esso si presenta da un lato, mediazione totalizzante, dall’altro, astrazione obiettiva capace di ridurre la differenza qualitativa di ogni oggetto alla comparabilità quantitativa del valore.

Tale astrazione, per Adorno, non è riconducibile alla coscienza degli scambianti: con Marx e di contro alle robinsonate dell’economia politica, gli scambianti “non lo sanno ma lo fanno”. Lo scambio si presenta quindi come quel processo obiettivo, indipendente, nel quale si realizza “la legge secondo cui si sviluppa la fatalità dell’umanità”. Lo scambio, il principio che sorregge la mediazione sociale complessiva nel modo di produzione capitalistico, diviene il luogo di costituzione dell’autonomizzazione della società, il momento fondante e fondativo della “riduzione degli uomini ad agenti e veicoli del valore di scambio”.

A dispetto della pervasività che questi temi avevano all’interno della riflessione di Adorno, nei quali è forte ed esplicita la discendenza dalla critica dell’economia politica marxiana, essi furono presto accantonati da chi assunse le redini dell’Istituto per la Ricerca Sociale e si preoccupò di perpetuarne lo spirito[6].

Questi motivi adorniani, di contro, divennero la base della riflessione del gruppo di allievi di Adorno e Horkheimer dai quali, sul finire degli anni Sessanta, ebbe inizio quella corrente interpretativa ad oggi nota come Neue Marx-Lektüre (NML). Questi motivi adorniani, ancora, rappresentano il punto di partenza del ricco e al contempo agile volume di Riccardo Bellofiore Le avventure della socializzazione. L’autore, in sprezzo alla ristretta divisione del lavoro accademico, ci offre un’interpretazione della teoria marxiana del valore – che egli concepisce già dal sottotitolo come “teoria macro-monetaria della produzione capitalistica” – in cui economia politica, critica dell’economia politica, teoria della società, e storia delle interpretazioni di Marx si compenetrano fin nell’intimo. Procediamo per gradi.

Nei primi capitoli Bellofiore ripercorre il rapporto di filiazione tra la riflessione di Adorno e le interpretazioni di Marx sviluppate dalla NML. Egli si concentra dapprima su Alfred Schmidt, del quale ripercorre i nodi interpretativi più importanti: la priorità del momento logico su quello storico nella costruzione della critica dell’economia, lo sviluppo categoriale come processo di concretizzazione e non come rispecchiamento, il rapporto tra modo dell’esposizione e della ricerca e i limiti della dialettica come metodo. Su quest’ultimo punto la riflessione di Schmidt viene affiancata a quella di Helmut Reichelt per il quale la dialettica marxiana si presenta come “metodo della revoca” [Methode auf Widerruf]: l’identità di oggetto (capitale) e metodo (l’esposizione dialettica) è tale che, una volta che l’oggetto non è più il capitale, è il metodo stesso a divenire inservibile. Una tale idea presuppone un’identità strutturale tra capitale e spirito in cui la filosofia hegeliana diviene l’ontologia della moderna società civile. Questa interpretazione, che in Italia è stata accennata da Colletti[7], viene riproposta da Bellofiore con la clausola che l’omologia tra capitale e spirito vale fin quando il capitale non è costretto a incorporare il lavoro vivo, cioè a far lavorare la forza-lavoro. Questo salto nel concreto, che non è mai garantito ed è sempre passibile di contestazione, rompe la circolarità e l’automaticità che invece, per l’autore, caratterizzano l’avanzare dello spirito nella filosofia hegeliana.

Le riflessioni di Reichelt e Backhaus vengono poi esposte nell’analisi della socializzazione capitalistica, un tema, questo, che Adorno aveva solo parzialmente anticipato nella sua analisi dello scambio. Perché sia possibile comprendere la genesi dell’autonomizzazione della società non è possibile fermarsi allo scambio e all’astrazione che esso istituisce obiettivamente. È necessario, invece, comprendere la forma specifica dello scambio capitalistico come processo di socializzazione del lavoro e chiedersi perché i lavori erogati privatamente debbano assumere la forma di denaro, riproporre, in sostanza, la domanda che caratterizza la differentia specifica della critica marxiana “perché questo contenuto assuma quella forma, […] perché, dunque, il lavoro si esponga nel valore dei prodotti del lavoro e la misura del lavoro attraverso la sua durata temporale nella grandezza di valore di essi”[8].

Reichelt e Backhaus sottolineano con forza che la produzione capitalistica è solo indirettamente sociale, i lavori erogati privatamente dalle imprese assumono carattere sociale solo attraverso uno scambio monetario sul mercato: la connessione tra le produzioni private, il rapporto sociale che si istituisce tra gli agenti della produzione, si determina solo dopo che l’erogazione del lavoro è avvenuta, nello scambio tra le merci prodotte e il denaro.

A partire da qui l’attenzione di Bellofiore si concentra sulla natura essenzialmente monetaria della teoria del valore che viene approfondita nell’esposizione dei contributi di Backhaus, dei quali viene messa in risalto l’idea della teoria marxiana del valore come critica delle teorie premonetarie del valore. Se i contributi di Backhaus e Reichelt risultano di importanza strategica nella comprensione di Marx, essi tuttavia si limitano alla presa in considerazione delle sole prime due sezioni del Capitale: “la critica dell’economia politica, per vivere e progredire sul solco di Marx, dovrebbe anche incarnarsi […] in una diversa economia politica del capitale […] finalmente capace di ‘sviluppare’ la categoria di denaro oltre i suoi limiti categoriali” (61-62).

È con l’analisi dell’opera principale di Michael Heinrich che Bellofiore inizia a porre le basi per questo sviluppo. Heinrich viene ricordato da un lato, per aver approfondito – anche attraverso la ripresa di inediti di Marx[9] – la natura a posteriori della socializzazione del lavoro, dall’altro, per aver affermato che la natura di merce del denaro non segue logicamente dallo sviluppo della forma di denaro, bensì è un carattere accidentale e non concettualmente derivabile dalla esposizione dialettica. Bellofiore discute le tesi di Heinrich, ne riconosce l’originalità e la coerenza, e infine ne sviluppa una critica determinata.

Sebbene anche Bellofiore ritenga necessario un superamento del denaro come merce, ciò non può però determinarsi attraverso una semplice rimozione, dato che egli ritiene che la merce denaro rappresenti la condizione di possibilità della riconduzione del valore al lavoro: se cade la natura di merce del denaro, cade anche la possibilità di ricondurre quantitativamente il valore al lavoro erogato. Se il denaro non ha valore ci troviamo di fronte ad un dualismo non conciliabile tra dimensione reale, in cui non si dà alcuna commensurabilità tra i valori d’uso, e una dimensione monetaria, che si trova ad essere priva di connessione col momento dell’erogazione del lavoro nella produzione.

Questa critica si prolunga nella messa in discussione dell’idea di Heinrich in base alla quale, data la natura a posteriori della socializzazione del lavoro, l’oggettualità di valore esiste solo nello scambio, e solo nello scambio tale oggettualità è misurabile. Bellofiore in un primo momento ricorda la posizione di Rubin, per il quale il valore esiste prima e indipendentemente dalla forma di valore nelle “anticipazioni” che i produttori fanno durante la produzione, poi cerca di istituire una connessione tra la socializzazione a posteriori del lavoro, che caratterizza lo scambio finale sul mercato delle merci, e il carattere sociale della produzione nella sussunzione reale del processo lavorativo – un punto questo che Bellofiore articola attraverso un dialogo con Guido Frison[10] e una critica a Roberto Finelli[11]. Nel capitolo Macchinario e grande industria del primo libro del Capitale, Marx parla di “lavoro immediatamente socializzato” o “lavoro comune” riferendosi al “carattere cooperativo del processo di lavoro” che diviene “necessità tecnica imposta dalla natura del mezzo di lavoro stesso”[12] e non più momento accidentale dettato dal modo nel quale il detentore di capitale organizza il processo. In questo Bellofiore riconosce una prima astrazione del lavoro – che “è astratto perché le sue proprietà si trovano fuori di esso, ‘oggettualizzate nel capitale’” – che anticipa la socializzazione a posteriori, che egli propone di chiamare “validazione monetaria ex-post” (118). Siamo già pienamente in fase di ricostruzione. Per Bellofiore non è possibile procedere a una semplice interpretazione dell’opera di Marx. È invece necessario guardare ai punti alti della teoria economica, svilupparli e incorporarli in una critica dell’economia politica che sia al contempo economia politica critica: messa in discussione del rapporto sociale capitalistico e indagine sulla sua forma di moto. Questa prospettiva teorica ha come obiettivo primo quello di vagliare la tenuta della teoria marxiana del valore nel suo confrontarsi con l’attuale realtà capitalistica, in particolare con i fenomeni monetari e con il definitivo sganciamento del denaro dall’oro.

Se dunque l’obiettivo è il superamento dell’“impostazione tradizionale secondo cui la dimensione monetaria si limita a retroagire dalla circolazione alla produzione” (119), e dato che, per Bellofiore, una volta caduto il riferimento al denaro come merce cade anche la possibilità di una mediazione tra dimensione reale e dimensione monetaria, si tratta allora di procedere nella ricostruzione della teoria del valore come teoria monetaria nella quale il denaro cessi di presentarsi come merce ma al contempo consenta una riconduzione del valore al lavoro erogato nella produzione: questo il tema dell’ultimo capitolo del libro. Per Bellofiore, un tale risultato è possibile se la teoria del valore è ricompresa nella cornice della teoria monetaria della produzione sviluppata da Augusto Graziani. In questo modo la fondazione dell’identità tra valore e lavoro non passa più attraverso il denaro merce, bensì attraverso il denaro come capitale nella forma del finanziamento bancario che vale come “socializzazione a priori, pur provvisoria e incerta: è l’antevalidazione sociale dell’erogazione del lavoro vivo dei salariati nella produzione immediata, e della sua attualizzazione in denaro e più denaro nella realizzazione attesa della circolazione” (135). Il circuito si apre attraverso il credito che le banche offrono alla classe dei capitalisti industriali, costituito dal monte salari monetario necessario all’acquisto della forza-lavoro (in una prospettiva macro-sociale è questo l’unico acquisto esterno che il capitale deve fare per mettere in moto il processo produttivo); segue la produzione immediata, nella quale il capitale deve incorporare lavoro attraverso l’uso della forza-lavoro vincendo il possibile conflitto e antagonismo del lavoro; si conclude infine attraverso la restituzione del finanziamento e la capitalizzazione del plusvalore ottenuto. In questa prospettiva “la produzione complessiva di merci nel periodo, dunque lo stesso neovalore, non dipende altro che dall’uso della forza-lavoro” (124). Per quanto sia caduta la riconduzione del valore al lavoro per mezzo del denaro-merce, la commensurabilità tra i lavori è garantita dall’antevalidazione monetaria all’apertura del circuito: “in quanto lavori concreti che al tempo stesso producono denaro (in potenza), e sono dunque già lavoro astratto ‘in movimento’” (126). Questo permette di evitare quella bidimensionalità (reale/monetario) che Bellofiore imputava alla socializzazione a posteriori nella versione di Heinrich. Inoltre, fissato come dato il salario reale della classe dei lavoratori, è possibile ridefinire in termini di valore il finanziamento bancario alla produzione e determinare quantitativamente il lavoro necessario e il pluslavoro (dunque il saggio di sfruttamento).

A questo punto è possibile ritornare al tema fondamentale del libro, la socializzazione, e vedere come essa si ridefinisca attraverso le innumerevoli torsioni a cui è stata sottoposta. Il rimprovero che gli autori della Neue Marx-Lektüre muovevano ad Adorno era di essersi fermato allo scambio quale luogo di costituzione dell’autonomizzazione dei rapporti sociali. L’‘anamnesi della genesi’ dell’autonomizzazione non era stata approfondita fino a cogliere nello scambio la socializzazione del lavoro che caratterizza il modo di produzione capitalistico, la forma specifica, cioè, attraverso cui il lavoro erogato privatamente si afferma come denaro. Il discorso di Bellofiore muove da qui e, attraverso un’originale ricostruzione della teoria marxiana del valore, in cui il momento attivo-costruttivistico è prioritario su quello interpretativo, enuclea la natura processuale della socializzazione capitalistica partendo dall’antevalidazione monetaria del circuito capitalistico, passando per la sussunzione reale in cui il carattere cooperativo del processo di lavoro si impone attraverso lo stesso mezzo di lavoro, e giungendo infine alla validazione monetaria finale del lavoro privato.

Il senso complessivo dell’operazione teorica di Bellofiore si rivela, in conclusione, duplice: da un lato, la fondazione della teoria del valore di Marx a partire da una teoria monetaria in cui il denaro cessi di presentarsi come merce, dall’altro, lo sviluppo di un concetto di lavoro astratto che si sganci dalla socializzazione a posteriori ma che al contempo non perda la connessione fondamentale con la forma di valore.

In un contesto generale definito da una sempre meno circoscritta riscoperta dell’opera di Marx e con alle spalle le celebrazioni per il bicentenario della nascita, Le avventure della socializzazione suggerisce una strada per costruire un circolo virtuoso tra le categorie della critica dell’economia politica e l’analisi (critica) dei fenomeni che caratterizzano il nostro presente. Fenomeni che, come suggerisce la genealogia di autori ricostruita in questo libro, debbono essere indagati nella loro più intima natura sistematica di parvenze tanto illusorie quanto necessarie.

In questo libro breve ma assai denso, Bellofiore definisce una cornice interpretativa all’interno della quale tornare a riflettere sull’attualità di Marx – un’attualità non ideologicamente e idealisticamente rivendicata, ma praticata attraverso l’esercizio (spesso faticoso, assai mediato e articolato) della critica.


NOTE
[1] K. Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Napoli, La Città del Sole, 2011, tomo I, p. 656.
[2] Cfr. Dialettica negativa, Torino, Einaudi, 1970, p. 275, ma più in generale tutto il capitolo Spirito del mondo e storia naturale.
[3] T. W. Adorno, Società, in La scuola di Francoforte. La storia e i testi, a cura di Enrico Donaggio, Torino, Einaudi, 2005, p. 319.
[4] T. W. Adorno, Sociologia e ricerca empirica, in Dialettica e positivismo in sociologia. Dieci interventi nella discussione, Torino, Einaudi, 1972, p. 96.
[5] T. W. Adorno, Introduzione, in Dialettica e positivismo in sociologia, cit., p. 23.
[6] Valga il monito di Habermas pubblicato su “Die Zeit” a poco più di un mese dalla morte del maestro: “Adorno non si occupò mai di economia politica. […] L’azionismo di alcuni suoi studenti ci fa sospettare che essi confondano prematuramente una decifrazione dello spirito oggettivo fatta in termini di critica dell’ideologia (ossia l’impresa cui Adorno dedicò sempre tutte le sue energie) con una teoria della società tardo-capitalista” in J. Habermas, Profili politico-filosofici, Milano, Guerini e Associati, 2000, pp. 148-9.
[7] Cfr. L. Colletti, Il marxismo e Hegel, Roma-Bari, Laterza, 1969, in particolare l’ultimo capitolo.
[8] K. Marx, Il Capitale, cit., Tomo I, p. 92.
[9] Heinrich, così come Fineschi in Italia, insiste molto sul manoscritto che Marx redasse tra 1871 e il 1872 dedicato alla modifica del primo capitolo e dell’appendice dell’ed. 1867 del Capitale. Cfr. Marx K., Il Capitale. Critica dell’economia politica, a cura di Roberto Fineschi, Napoli, Città del Sole, 2011, tomo II, pp. 1123-94.
[10] Bellofiore concentra la sua attenzione sull’uso marxiano dei concetti di tecnica e tecnologia, di cui Frison, nei suoi lavori, ricostruisce la distinzione a partire dalle scienze camerali tedesche del XVIII sec. fino all’uso che ne fa Marx nel Capitale. Mentre la tecnica pensa il processo lavorativo come atto teleologico compiuto da un soggetto su un oggetto tramite un mezzo di lavoro, la tecnologia si rivolge al processo lavorativo come ad un processo naturale, nel quale scompare la distinzione tra soggetto e oggetto, che adesso sono considerati come cose, scomponibili nei loro elementi costituenti e ricomponibili a piacere in base alle esigenze della valorizzazione. Se la tecnica ha ancora come base il lavoro artigiano e la manifattura, per la tecnologia si tratta di creare il processo di produzione stesso, scomponendo i momenti a proprio piacimento, in base all’imperativo della valorizzazione e attraverso l’uso consapevole delle scienze della natura. Cfr. G. Frison, Technical and technological innovation in Marx, in “History and Technology: An International Journal”, 6, 4, 1988, 299-324.
[11] In particolare Bellofiore si rivolge al volume di R. Finelli, Un parricidio compiuto, Milano, Jaca Book, 2014.
[12] K. Marx, Il Capitale, cit., tomo I, p. 421.
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Comments   

#3 ernesto rossi 2019-04-19 04:06
Eros Barone, i cavalli non sono di bronzo, e così anche gli uomini...Il cavallo ha una validazione diacronica non sincronica. Certo non esiste per nostro comodo un insieme che sia chiuso e nulla è perfetto.
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#2 Eros Barone 2019-04-17 00:05
Quello che l'interpretazione delle interpretazioni delle interpretazioni della teoria del valore-lavoro di Marx si lasciano sfuggire (e anche l'interpretazione ecc. ecc. di Bellofiore non sfugge a questo gioco di specchi ermeneutico) è che per Marx il valore di scambio è forma necessaria ma non fedele del valore. Già Ricardo aveva posto in rilievo la questione che Marx sviluppa: dato un certo rapporto di scambio fra due merci, le variazioni di valore dànno luogo a variazioni del valore di scambio che rispecchiano fedelmente le variazioni di valore 'solo' nel caso in cui la variazione avvenga in una sola merce, costante rimanendo il valore dell'altra. ma questo unico caso è del tutto irrilevante non appena si consideri il processo di circolazione delle merci nel suo insieme. Allorché le merci rappresentano il loro valore nel denaro (va ricordato che Marx si riferisce alla merce-oro come denaro) il prezzo è esponente della grandezza di valore della merce e quindi esponente del rapporto di scambio della merce con il denaro: ma da ciò non deriva necessariamente l'inverso e cioè che l'esponente del valore di scambio della merce con il denaro sia l'esponente della grandezza di valore della merce stessa. Non solo perché le variazioni di valore delle merci e del denaro non sono espresse fedelmente dai prezzi, ma anche perché il prezzo esprime anche il fatto che la merce sia venduta al di sotto o al di sopra del suo valore. Scrive Marx: "La 'possibilità di un'incongruenza quantitativa' fra prezzo e grandezza di valore, sta dunque nella 'forma' stessa 'di prezzo'. E questo non è un difetto di tale forma, anzi al contrario ne fa la forma adeguata di un modo di produzione, nel quale la regola si può far valere soltanto come legge della media della sregolatezza, operante alla cieca" ("Il Capitale", libro primo, prima sezione su 'Merce e denaro'). Inoltre, continua Marx, la forma di prezzo ammette anche la possibilità di una incongruenza qualitativa, nel senso che le cose possono avere un prezzo senza avere un valore: "Qui l'espressione di prezzo diventa 'immaginaria', come certe grandezze della matematica. D'altra parte, anche la forma di prezzo immaginaria, come per esempio il 'prezzo del terreno incolto' che non ha 'nessun valore', perché in esso non è oggettivato lavoro umano, può celare un rapporto reale di valore o una relazione da tale rapporto derivata" (Ibidem). In realtà, la critica della teoria del valore-lavoro in quanto diretta a dimostrare che i prezzi non sono riducibili a quantità di lavoro tutto critica fuorché Marx. la vera critica di marx dovrebbe 'al contrario' provare che il lavoro sociale non si estrinseca, in una società ove lo scambio costituisce il tessuto connettivo della divisione del lavoro sociale, nella forma di valore di scambio. Il che pare alquanto difficile. Sennonché Bellofiore non distingue, sulle orme di Boehm-Bawerk e di Wagner, il valore di scambio dal valore e finisce col costruire, servendosi all'uopo anche dei filosofemi di Adorno, un mondo immaginario denominato "validazione monetaria ex-post". Afferma, cioè, in buona sostanza, che la nozione di valore è inseparabile dalla nozione di valore di scambio, il che, più o meno, è come dire che il cavallo è il prodotto della cavallinità. In altri termini, quel che i critici (e talvolta anche i difensori) di Marx non hanno capito è lo scopo della I sezione: la ricchezza della società capitalistica si presenta 'prima facie' come un'immane raccolta di merci e - aggiungerei con Pasukanis - un'infinita catena di rapporti giuridici.
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#1 ernesto rossi 2019-04-16 16:41
Quando uno rompe le scatole, qualcosa pure ottiene, a ribrottare Bellofiore, che un bravissimo e buonissimo ragazzo, finalmente si è deciso a tirar fuori qualcosa di concreto. Praticamente ci son voluti due secoli, per superare la soggezione all'ipse dixit di Marx. Grazie a Bellofiore ci potremo godere dei bei fuochi artificiali, che la musica non la capimo... Il tipo di impresa originario,, nasceva da una scoperta, "il grano a Troia costa meno che ad Atene", "ragazzi se mettiamo un pò di soldi ciascuno, andiamo, lo compriamo e lo vendiamo; la differenza rimarrà la nostra. Quindi i partecipanti, spesso un intero villaggio, partecipava di questa idea, mentre alcuni si mettevano direttamente ai remi. Al ritorno... Dall'impresa, (presa insieme), avveniva la divisione in base ai conferimenti, più un premio per l'ideatore. Gli aristocratici ateniesi, che detenevano il monopolio del grano in quanto diretti produttori, imposero una tassa sulle esportazioni, in modo da arginare la situazione a quel punto catastrofica per loro. Da quel momento nasce la lotta e il motivo di questa, tra Aristocrazia e Borghesia. In contemporanea dunque le istanze liberali che vorrebbero operare appunto liberamente e senza costrizioni visto l'evidente forzatura. A prima vista hanno dunque ragione e vittime di camorria, i poveri liberali. Spostiamoci a Sparta, dove sono ben oltre, agiscono in maniera comunista, in maniera rigorosa e seria, niente strictum jus dei bambini dell'asilo, i terreni sono divisi equamente a tutti, ma non basta, la questione è agita seriamente, per cui tutti hanno un terreno ma questo non è uguale nella dimensione, ma nella misura variabile in base alla resa. Perchè ci sono terreni migliori e peggiori, a monte o a valle, a solatìo o a bacìo... Eppure si verifica un problema quando i quadratini sono colmi come ad occupare una intera scacchiera, non esiste altro spazio per i figli; per cui bisogna conquistare altra terra e uccidere gli occupanti, con la scusa allora plausibile che costoro non erano spartani, ma solo stranieri. Ora si capisce che ad occupare tutto lo spazio che è comunque limitato non resta che passare al maggiorascato, è il nero periodo del medioevo. Dal quale si uscirà grazie all'enclosure, ovvero a tecniche di coltivazione più razionali, cosa che non sarebbe comunque bastata se non fosse intervenuto ad un certo punto Liebig con i suoi fertilizzanti chimici. Sarà bene notare che il grande chimico, salvò l'Europa dalla morte per fame e si accorse che pur servivano, visto che esistevano gli oligoelementi. Non terminò mai questi studi e i suoi successori fecero finta di non saperlo, questo darà la stura agli pseudoecologisti degli anni 80, di scoprire questa singolo motivo e porlo come un'ossessione a ragione di vita e di politica. L'enclosure determinarono la fuga dalle campagne, ma anche la morte per fame di un numero altissimo di soggetti. Chi si salvò lo fece non solo che breadwinner, ma anche perchè proletario, esatto esatto come i negher, che è il modo in cui l'Umanità è ancora presente e numerosa, altrimenti non staremmo quì a parlare di un bel niente. Aumentarono di numero, grandemente, dimostrando dunque che le risorse alimentari, pure bastavano, mentre la moneta o di rame, o di argento o di oro, era già forzosa, ovvero un semplice certificato di partecipazione, che gli consentiva l'acquisto dei beni per vivere, chi era privo di questo certificato, moriva di fame. Quindi se osserviamo, ci sono dei soggetti, che hanno il potere non di dare lavoro e dividere monete, ma di decidere chi deve vivere e chi deve morire. Ottenendo come plusvalore l'onore e il il rispetto. L'operaio FIAT mangiava un piatto di pasta la giorno, mentre Agnelli poteva mangiare un piatto di pasta al salmone selvaggio, ma non tre milioni di piatti... Quel che conta è che sin dalle origini chi è più forte campa e chi è più debole perisce, da cui l'onore e il rispetto che Agnelli ottiene è proprio questo Lui è certo di campare, perchè Lui è Lui e gli altri non sono un cazzo! Tutto questo per "la certezza che non vè per nessuno", come ebbe a notare Agostino, questo poi nello specifico del senso del prestito, a parte gli interessi, che già basta il prestito. Visto che c'è... Allora c'è. Se non vi fosse stato allora non sarebbe stato... ultimamente ho avuto il piacere di assistere ad un altro grande passo per la Sinistra, quando su facebook, quando Sofri ha rimpianto "L'Abolire la Miseria" di Ernesto Rossi, volumetto pubblicato all'avventura nel periodo post bellico, in sole mille copie, stampate così male che l'autore si vergognava anche solo a regalarli. Nel 77 Sylos Labini ripubblicò a sue spese lo scomparso volume, in modo che questo è venuto comunque a conoscenza dell'umanità. Si trattava di una sintesi e mediazione possibile, tra Libertà e Necessità, tra ricchi e poveri. In pratica i giovani tutti, come se fosse un servizio militare, dovevano lavorare a produrre case, alimenti, vestiti, servizi, per la durata tecnica da definirsi in uno, due anni all'incirca. Una schiavitù che avrebbe portato a godere essi stessi di una completa libertà dai bisogni primari, senza il bisogno di lavorare per il resto della vita, dato che successivamente avrebbero provveduto le leve giovanili, maschi e femmine, successive. Non se nè mai fatto niente, neanche a parlarne, "tutte cazzate borghesi"! Mentre quelle fasciste e quelle comuniste ci hanno portato all'oggi... Da notare l'inserimento in economia l'aspetto psicologico, visto che non cambierebbe molto, se i beni distribuiti, fossero in prima istanza le monete che restano fungibili per eccellenza. Cambia il risultato psicologico, così si è mantenuti, nell'altro si è parte attiva e detentrice di pieno diritto. Tutto il gioco si basa comunque nella fascia illuminista e finalmente ottocentesca, con il passaggio dalla Filosofia Speculativa alla Filosofia Scientifica, dove la matematica è speculativa , badate bene, usa sempre la Logica Formale e pone dunque la possibilità di "misurare" appunto i valori che è pura pazzia! Ma anche opera di malizia dei fascisti e dei preti, che queste cose ormai non potevano negarle, ma hanno stravolto il senso di scientifico, anche perchè detentori e ancora oggi del ramo culturale, il popolo invece non sapendo ma essendo fino agli enciclopedisti cresciuto insieme ai Signori, è speculativo originario, pur divenendo a quel punto "ignorante". I comunisti essendo popolani, hanno studiato dai preti, per cui sanno solo quel che conveniva a questi, sia sul piano sentimentale, sia razionale che cosciente. Se non ci fossero stati gli americani, saremmo ancora in mano ai cattolici romani, per fortuna questa Chiesa è scomparsa ed è divenuta protestante, in ossequio allo strapotere oltre Atlantico. Anche perchè e a proposito di Sovranità, la conquista concettuale, con la mente, oltre che pratica di un territorio, impone un limite che è fine a se stesso, alla sua misura... Quindi se la dimensione vuole essere globale, allora vien fuori il limite assoluto, o si cacciano, rendendoli migranti gli esuberi, spedendoli su Marte o questi necessita ucciderli. Esiste una terza possibilità che è il controllo delle nascite, fattore che neanche Rossi ebbe a considerare, mentre i cinesi sì, lo fecero, poi si sono scassati il cazzo di sacrificarsi solo loro, che invece ci tenevano tanto; per cui hanno deciso che è meglio prendersi il globo che poi si vede... Ovvero fino a quando raggiunto il limite dello spazio e dunque del tempo, per perfetta teoria marxista la Storia si fermerà... Però però però, quando si è sui limiti, si manca di spazio e quindi di tempo, per ammortizzare, gli eventuali cambiamenti di inclinazione terrestre e altri sommovimenti, tellurici o spaziali...Ciao Bellofiore, sei un ragazzo con tanto di cazzo! Complimenti.
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