Marx, il marxismo italiano e lo Stato come problema
di Carla Maria Fabiani*
Es ist der Gang Gottes in der Welt
dass der Staat ist.
Es ist die Gewalt der sich
als Wille verwirklichenden Vernunft.
Hegel
È innanzitutto una falsa astrazioneconsiderare una nazione,
il cui modo di produzione
è fondato sul valore,
e per dipiù
organizzata capitalisticamente,
come un corpo collettivo
che lavora unicamente
per i bisogni nazionali.
Marx
L’autonomia relativa dello Stato
non è un dato,
è una creazione continua.
Suzanne de Brunhoff
§1. Esiste una dottrina dello Stato in Marx? Bobbio e i marxisti italiani negli anni Settanta. Una ricapitolazione sintetica
Vent’anni prima del confronto polemico, aperto da Norberto Bobbio con i marxisti italiani sulle pagine di «Mondoperaio» nel 1975 (Bobbio et al. 1976), il filosofo torinese ingaggiò una accesa discussione con Ranuccio Bianchi Bandinelli, Galvano Della Volpe e Palmiro Togliatti (Bobbio et. al. 1951-1955)1, intorno al problema del rapporto fra libertà e socialismo, democrazia e dittatura, durante il disgelo, seguito alla morte di Stalin, anticipando l’ondata revisionista, che investì la sinistra dopo il XX congresso del PCUS.
Secondo Bobbio occorreva evidenziare la distinzione concettuale tra democrazia e dittatura, tra democrazia liberale e democrazia sovietica, dittatoriale e illiberale. I comunisti italiani avrebbero dovuto scegliere, non potendo coerentemente ammettere entrambe come valide. In altri termini, riconoscendo la divisione dei poteri e il fatto che l’esercizio del potere in regime liberale fosse una tecnica neutra, dovevano poi trovare il modo di adottarla anche nell’ambito di un eventuale regime proletario. A tal proposito, Della Volpe contestò a Bobbio innanzitutto il tecnicismo attribuito all’esercizio del potere, distinguendo in modo netto il regime democratico – regime a democrazia proletaria il cui fondamento è la massa proletaria – dal regime liberal democratico. Della Volpe proponeva Rousseau di contro a Hegel, criticato dal giovane Marx; distinguendo la libertà borghese legata al diritto alla proprietà privata, dalla libertà egualitaria come libertas maior, libertà dalla miseria. Occorreva pertanto, secondo Della Volpe, tracciare un filo diretto fra Rousseau e il Comunismo. Comunismo visto come work in progress della democrazia moderna, destinata a riunire senso civico delle antiche democrazie e senso di umanità proprio di quelle moderne.
Bobbio incalzava Della Volpe con una requisitoria contro il concetto di potere illimitato. Insistendo sui limiti che l’esercizio del potere presenta in ambito liberale: proclamazione dei diritti e divisione dei poteri sono i due istituti fondamentali dello Stato liberale. Passava poi a una disamina del concetto di libertà, inteso come non impedimento e come autonomia, e sulla relazione tra le due accezioni, in base a cui si giocava, secondo Bobbio, la realizzazione sostanziale di uno Stato non solo liberale, ma anche democratico, fondato sul suffragio universale e sulla rappresentanza politica, in una prospettiva di integrazione democratica del regime liberale. Dire democrazia non liberale era una contradictio in adjecto, una mera finzione. In ogni caso, ragionando in termini minimali, occorreva domandarsi, un po’ retoricamente, se lo Stato sovietico fosse o no uno Stato di diritto, ovvero uno Stato in cui vi fossero strumenti atti ad assicurare il principio di legalità e quello d’imparzialità. In aggiunta a tutto ciò, veniva esplicitata da Bobbio la critica al messianismo marxista e al problema dell’estinzione dello Stato e della configurazione esatta del futuro stato di libertà.
Un bilancio critico complessivo di quel dibattito è stato efficacemente tracciato a più riprese da Domenico Losurdo (1992; 2010; 2017, 53-56), che ha evidenziato come il filosofo torinese avesse ascritto agli Stati socialisti di ispirazione marxista il merito di aver iniziato una nuova fase di progresso civile in paesi politicamente arretrati, introducendo istituti tradizionalmente democratici, di democrazia formale come il suffragio universale e l’elettività delle cariche, e di democrazia sostanziale, come la collettivizzazione degli strumenti di produzione. Il nuovo Stato socialista avrebbe dovuto però trapiantare sul suo seno i meccanismi garantisti liberali, versando «una goccia d’olio nelle macchine della rivoluzione già compiuta». Sebbene quindi Bobbio avesse giustamente insistito, secondo Losurdo, sul carattere essenziale della libertà formale e della sua consacrazione giuridico istituzionale, disgraziatamente però identificava senza scarti la causa della libertà formale con l’Occidente capitalistico-liberale, facendo totalmente astrazione dalla questione coloniale. Era invece Togliatti a rispondere a tono a Bobbio, evidenziando la cocente contraddizione insita nella sua argomentazione: «Quando mai e in quale misura sono stati applicati ai popoli coloniali quei principi liberali su cui si disse fondato lo Stato inglese dell’Ottocento, modello, credo, di regime liberale perfetto per coloro che ragionano come Bobbio?» La verità è che la «dottrina liberale [...] è fondata su una barbara discriminazione tra le creature umane». La controstoria del liberalismo di Bobbio, tracciata da Losurdo, evidenziava come oltre che nelle colonie, la discriminazione infuriava nella stessa metropoli capitalista, come dimostrava il caso dei neri statunitensi, «per così grande parte privi di diritti elementari, discriminati e perseguitati». La risposta di Della Volpe si concentrava sulla celebrazione della libertas maior, svalutando in tal modo le garanzie giuridiche dello Stato di diritto, tranquillamente degradate a libertas minor; finendo perciò, secondo Losurdo, con l’avvalorare la trasfigurazione cui Bobbio procedeva della tradizione liberale, quale campione della causa del godimento universale dei diritti civili, della libertà formale, della libertas minor, della limitazione del potere statale. Evidentemente, anche Della Volpe come Bobbio, rimuoveva del tutto la questione coloniale, a differenza di Roderigo di Castiglia, come si firmava allora Togliatti.
Tutto questo ritornerà, mutatis muntandi, in modo ancora più articolato ed esteso, nei due saggi di Bobbio, Esiste una dottrina marxista dello Stato? e Quali alternative alla democrazia rappresentativa?, apparsi su «Mondoperaio» nel 1975. Risponderanno a Bobbio, Umberto Cerroni, Roberto Guiducci, Domenico Settembrini, Massimo Boffa, Valentino Gerratana, Achille Occhetto, Furio Diaz, Giuseppe Vacca, Pietro Ingrao, Claudio Signorile, Giorgio Ruffolo, Aurelio Macchioro, sia sulle colonne di «Rinascita» che di «Mondoperaio»; a seguire, le controrepliche di Bobbio, Quale socialismo?, nel 1976, di nuovo su «Mondoperaio».
A soli due anni di distanza da quel dibattito, Claudia Mancina (1978) parlò di uso allegorico delle questioni teoriche e degli oggetti teorici affrontati in quella sede – lo Stato in Marx, in Engels, in Lenin e Gramsci – utilizzati piuttosto per coprire l’oggetto reale del contendere: i rapporti politici dell’allora situazione italiana ed europea. Mancina lamentava una evidente povertà culturale e l’approssimazione filologica di quel dibattito, che avrebbe avuto in realtà l’obiettivo di dare un senso alla presenza dei comunisti nella maggioranza di governo in Italia. Tuttavia, noi oggi, ormai totalmente emancipati da quei rapporti politici, possiamo contestualizzare e ricondurre a teoria quegli interventi. Cosa per altro fatta egregiamente, di recente, da Michele Prospero (2015), il quale ritiene che il marxismo, e non solo quello italiano degli anni Settanta, si sia interrogato soprattutto intorno alla possibilità di una transizione, che appariva allora addirittura già in fase di avvio; quando invece, per paradosso, secondo Prospero, era nitida, fin da quegli anni, la fine di una stagione teorica e politica, che aveva segnato il Novecento. Prospero rincara la dose, sostenendo che quegli anni, a guardarli oggi, non rivestono in tal senso alcuna importanza costruttiva nella predisposizione di nuove categorie d’analisi; sono per il marxismo politico e politologico l’occasione di un commiato, che per un colossale abbaglio prospettico, venne scambiato per l’annuncio di una grande trasformazione alle porte. Sebbene la transizione sia il concetto cardine condiviso da quei molteplici indirizzi di pensiero marxista, che postulavano come imminente e ormai all’ordine del giorno un grande salto qualitativo verso un’altra formazione economico sociale, ciò che a noi oggi resta, dice Prospero, è la presa d’atto che la fine del socialismo in Occidente precede di solo un decennio il crollo del comunismo in Oriente.
Una doppia débâcle, sia sul piano teorico che sul piano pratico. Questi due severi bilanci, di Mancina e di Prospero, sono condivisibili ex-post: e cioè, riflettendo ormai con un certo distacco, il deficit teorico di cui soffriva il marxismo italiano e quindi il declino che lo investì in quegli anni, è effettivamente tutto concentrato intorno al concetto di transizione e di rovesciamento; due concetti che però, a ben guardare, sono fortemente aporetici già nel giovanissimo Marx del manoscritto di Kreuznach, la critica al diritto statuale hegeliano del 1843. Hanno cioè radici lontane e profonde, in termini di antropologia filosofica, interne ai testi di Marx. Ma su questo diremo in seguito.
Veniamo allora ai termini del dibattito tra Bobbio e i marxisti.
§1a. La resa marxista a Bobbio. Non ci resta che dirci marxiani
La tesi centrale di Bobbio è che sia assente in Marx e nei marxisti italiani una dottrina articolata e compiuta sullo Stato. Gli interventi in risposta a Bobbio sono numerosi e non tutti prendono direttamente in considerazione la questione teorica, se e in che modo Marx abbia criticato lo Stato capitalistico e soprattutto fino a che punto nei suoi testi sia rintracciabile la costruzione positiva di uno Stato altro da quello borghese. Tutti invece (Bobbio compreso) discutono del rapporto fra democrazia e socialismo, incalzati dalle dure repliche della storia, che l’hanno reso assai problematico, anche e soprattutto in una prospettiva di modificazione politica della realtà capitalistica dell’Occidente europeo e italiano in particolare.
Secondo il filosofo torinese, viene realisticamente individuata da Marx l’essenza violenta dello Stato, ma non viene intrapreso un discorso politico e politologico sulla forma-Stato. L’urgenza che Bobbio manifesta è quella di concentrarsi, da una parte, sul concetto di democrazia – sia rappresentativa che diretta – e comunque sulle forme e gli istituti democratici che l’ordinamento borghese ha prodotto, e, dall’altra, sulla compatibilità fra questa e il socialismo, visto al di fuori della sua realizzazione pratica nell’Unione Sovietica, ma al di dentro di una prospettiva teorico-politica vicina al marxismo italiano, che deve prendere atto però dell’insufficienza teorica marxiana sulla questione dello Stato. Teoria e prassi politica, secondo Bobbio, non possono essere scorporate; tuttavia Marx scrive una critica esplicita dell’economia e non propriamente una critica della politica. Il tentativo dei marxisti di colmare questo vuoto, riconducendo Marx a Hegel ovvero tenendo insieme Marx con Weber, non è considerato da Bobbio fruttuoso e fondante una dottrina marxista dello Stato; piuttosto appare una scorciatoia estrinseca. Il problema che urge non è tanto quello di capire chi dovrà governare l’eventuale transizione dal capitalismo al socialismo, ma soprattutto come governerà lo Stato durante il socialismo. Bobbio ritorna ripetutamente sul significato minimalista di democrazia – in quanto rispetto delle regole del gioco – e sfida i marxisti a pronunciarsi sulla possibilità o meno di conciliare le libertà civili con quelle politiche, laddove la stessa democrazia potrebbe dar luogo a una serie di paradossi, innanzitutto alla possibilità del mancato rispetto di quelle stesse regole. Allora, la domanda conclusiva deve articolarsi intorno alla nozione di modello alternativo a quello dello Stato borghese, modello che però non può prendere spunto dal pensiero politico di Marx, per il quale lo Stato, alla fine, deve semplicemente scomparire.
Secondo Umberto Cerroni, si è voluto separare il piano pratico della politica da quello strettamente scientifico, cosicché il socialismo è apparso o solo come la scomparsa dello Stato – conseguenza teorica del superamento della formalità delle libertà borghesi – oppure come un innesto non meglio definito della democrazia diretta all’interno della democrazia rappresentativa. Viceversa, il marxismo deve unire in sé teoria e prassi, politica e scienza dello Stato, socialismo e democrazia; dando prova di essere proprio quella scienza critica del capitalismo che immediatamente accenna al superamento della gestione borghese del potere politico. «La mia conclusione – afferma Cerroni – è che il problema della mediazione della democrazia politica dentro al socialismo è anche il problema della mediazione del socialismo dentro la democrazia politica.» Certamente questo è ancora solo un proposito, avvalorato però già dalle parole di Gramsci, il quale individuava come esigenza storica, prima che politica, il superamento della divisione del genere umano in governanti e governati; l’attuazione del socialismo, in altri termini, non può ridursi a un problema meramente tecnico oppure solo astratto e lontano dalla realtà storica presente.
Roberto Guiducci si sofferma sul problema dell’estinzione dello Stato in Marx e nel marxismo, sulla inaccettabile meccanicità del processo che avrebbe dovuto far transitare la società borghese verso una società senza proprietà privata e senza Stato. In realtà, lo Stato si è conservato come organo burocratico-aristocratico e la politica come attribuzione indebita ed esclusiva ad un gruppo partitico élitario. Da una parte, si ha un modello autocratico di Stato in URSS, dall’altra uno Stato rappresentativo ormai in crisi in Occidente. Guiducci suggerisce a tal proposito di considerare favorevolmente l’esperimento cinese dove «l’eguaglianza è enorme e dove le libertà sono esercitate da rivoluzioni culturali continue».
Domenico Settembrini prende le mosse dalla definizione di socialismo in quanto libero sviluppo di ognuno come condizione del libero sviluppo di tutti, per poi testarla sul socialismo realizzato, mettendo in luce il fatto che quel socialismo sia una contraddizione in termini, poiché contrario alla volontà popolare. Il riferimento di Settembrini è piuttosto al programma tedesco di Bad Godesberg adottato dalla SPD dal 1959 in poi.
Massimo Boffa si concentra sulle dure repliche della storia, considerando l’impossibilità di un ritorno strategico all’opera di Marx, per l’assenza di una teoria politica in generale e in particolare di una compiuta mediazione fra socialismo e democrazia; laddove, nella concezione immediatamente popolare della democrazia e del potere politico, si celerebbe l’insidia di soluzioni politiche tendenzialmente totalitarie.
L’intervento di Valentino Gerratana prende anch’esso in considerazione il problema del rapporto democrazia-socialismo ed è tutto teso a dimostrare la massima compatibilità dell’una con l’altro; d’altra parte, riconosce come paradossale la pretesa di anteporre alla ricerca teorica marxista la preventiva liquidazione del pensiero politico di Marx. Sul problema della democrazia diretta, dei modi e delle forme della sua applicazione all’interno della democrazia rappresentativa o in sostituzione di essa, Gerratana crede che vi sia un’opposizione fra le due, tanto reale quanto vitale per la difesa delle libertà civili e politiche conquistate dal movimento operaio; conviene comunque con Bobbio nel definire sovversiva la democrazia in sé, nel senso che «[…]se davvero fosse pienamente realizzata […] sarebbe essa, e non la ipotetica società senza classi, la fine dello Stato[…]». La sua conclusione perciò non è così distante da quella di Bobbio, nella misura in cui ritiene che solo all’interno di un quadro democratico pienamente realizzato, il socialismo potrà affermarsi senza pericolo di autoritarismo.
Furio Diaz sottolinea la cautela con cui Marx si è espresso nel merito di una anticipazione dell’assetto politico postrivoluzionario e sulla transizione al socialismo; d’altra parte, se il modello alternativo di Stato democratico e socialista sembra inesistente e mistificato nella realtà effettuale dei regimi socialisti, il modello di Stato rappresentativo non vive una stagione felice, per esempio, con l’eliminazione negli Stati Uniti di una reale dialettica dei partiti, in Francia con una forte divaricazione fra presidente e rappresentanza legislativa, ma soprattutto in Italia, dove l’apparato dello Stato risulta disgregato, la tassazione colpisce pesantemente i redditi fissi di puro lavoro, lasciando evadere il grande capitale speculativo e dove gli strumenti dell’informazione sono appiattiti su posizioni per lo più conformiste. Concorda al fine con Bobbio, nel considerare comunque la democrazia rappresentativa come l’assetto politico maggiormente emendabile e rinnovabile sul piano storico.
L’ultimo intervento che vogliamo citare – prima delle controrepliche di Bobbio – è quello di Giuseppe Vacca. È un lungo intervento, che tende innanzitutto a chiarire il significato attuale di democrazia diretta intesa come democrazia consiliare (consigli di fabbrica, consigli di zona, etc.), democrazia dal basso o democrazia dei produttori, la quale comunque garantisce da sempre all’Italia una strenua opposizione contro forze antidemocratiche, fasciste o antiliberali in genere. Certamente da questa democrazia, non solo politica, deve avviarsi un processo di costruzione del socialismo come associazione dei produttori, riappropriazione da parte loro dei mezzi di produzione e come espropriazione del potere politico borghese. Per quanto riguarda poi la critica di Bobbio al marxismo teorico, non basta imputare ai testi marxiani la mancanza di una compiuta dottrina dello Stato; bisogna confrontarsi scientificamente con la storia e con i suoi processi. Innanzitutto, l’intellettuale marxista non può astrarre dal movimento operaio di massa, che costituisce la sua base essenzialmente pratica; d’altra parte, la scienza politica marxista si contraddistingue per essere soprattutto critica e non invece positiva, come lo è la modellistica giuridica borghese. Uno sviluppo non astratto di essa può perciò procedere solo dall’incontro di quella critica con la realtà delle masse; un incontro che deve passare attraverso la forma partito, prima che attraverso le istituzioni dello Stato. Il referente principale di Vacca è Gramsci e la sua teoria storico-politica dello Stato, inteso non come un luogo autonomo e razionale in sé, ma come una forma relativa e legata agli sviluppi riproduttivi della società borghese.
Il marxismo deve imporsi, prosegue Vacca, nell’età imperialista, come l’unica scienza integrale della politica, che unisca in sé critica del presente e consapevolezza dei processi storici a venire. Il prezioso nesso intellettuali-masse deve poi intervenire nella pratica democratica al fine di trasformarla dall’interno, non solo da un punto di vista politico, ma anche e soprattutto economico- riproduttivo. Solo su questi presupposti è possibile pensare una transizione democratica al socialismo, che prenda in considerazione, nel particolare, anche le forme di governo, gli istituti, il come oltre il chi, di un processo di sviluppo della società umana in senso socialista.
L’insoddisfazione che Bobbio esprimeva all’inizio non viene acquietata dagli interventi sopra esposti. Egli si stupisce innanzitutto del fatto che i suoi interlocutori non facciano precisi riferimenti alla teoria di Marx, piuttosto al marxismo, come scienza politica critica e in corso di formazione. D’altra parte, avrebbe voluto che i marxisti si fossero pronunciati più decisamente sulle cosiddette regole del gioco democratico, lasciando stare le finezze disquisitorie su che cosa sia o cosa debba essere democrazia diretta. È semmai il sistema parlamentare ciò che sta a cuore a Bobbio, anche se la democrazia può realizzarsi fuori del luogo strettamente politico; ma precisamente dove? È la domanda a cui i marxisti non avrebbero saputo rispondere. L’altra inquietante domanda a cui i marxisti non hanno dato risposta, secondo Bobbio, è quella che riguarda il nesso democrazia- socialismo; e più precisamente non si sono distinti esplicitamente da chi vorrebbe realizzare la società socialista, attraverso la distruzione violenta dello Stato borghese, intraprendendo un lungo cammino rivoluzionario senza l’accorto uso degli istituti democratici esistenti. Quale socialismo è l’uno e quale l’altro? Se la democrazia è il solo mezzo per guadagnare l’uomo nuovo, Bobbio si chiede quale sia questa umanità rinnovata a cui tenacemente aspirano, quale sia il socialismo che agognano nella teoria e nella prassi politica. Sebbene dunque, le posizioni di Bobbio da una parte e dei marxisti dall’altra rimangano, anche a conclusione del dibattito, non conciliate e in alcuni casi assai distanti, ciò che però le accomuna è il riferimento ai testi di Marx come ad una cassetta degli attrezzi: che per Bobbio non è completa, per i marxisti funziona se integrata con Lenin, ma soprattutto con Gramsci. In ogni caso, dal punto di vista teorico, l’obiettivo è la ricerca o la dimostrazione della mancanza di fondamenti scientifici per una politologia marxiana e marxista insieme.
Di contro alla débâcle politologica di questo marxismo, conviene citare le recenti parole di Prospero in merito a quello strabiliante, lucido e profetico al tempo stesso, quadro socio-politico che «Marx politologo» delineò per descrivere contestualmente il sistema di governo della Francia di Luigi Bonaparte e quello del Regno Unito di Palmerstone:
In uno scritto del 1857, Marx osserva che «il futuro storico, che scriverà la storia dell’Europa dal 1848 al 1858, sarà colpito dalla somiglianza tra l’appello alla Francia fatto da Luigi Bonaparte nel 1851 e l’appello al Regno Unito fatto da Palmerston nel 1857». S’intravede, nei sistemi politici europei più importanti, una metamorfosi dell’esperienza liberale indotta dalle dinamiche innescate dall’allargamento del suffragio elettorale. In Francia i cenni di una democrazia di massa vengono interrotti con i ritrovati del cesarismo come gestione autoritaria susseguente ai processi di mobilitazione, trovando così una certa stabilizzazione che smentisce la sensazione di un crollo fulmineo. Anche in Inghilterra l’età delle masse suscita inquietudini e viene gestita con l’emergere di uno schema populista attraverso il quale il capo dell’esecutivo si rivolge direttamente al popolo scavalcando le mediazioni della rappresentanza (Prospero 2020, 181)2.
Insomma, prosegue Prospero, Marx rintraccia una tendenza generale propria dei regimi e degli istituti tradizionali (liberali), secondo la quale quando questi si imbattono in una crisi funzionale, determinata dall’allargamento della partecipazione, in assenza di canali di mediazione precedentemente organizzati, le risposte fornite dalle agenzie del potere tendono a restringere le eterogeneità riscontrabili tra i vari sistemi. Dinanzi all’allargamento delle basi di massa dello Stato, le risposte delle strutture d’autorità tendono a convergere nel solco di una comune assunzione di alcune forme di semplificazione-verticalizzazione della linea di comando: personalizzazione della leadership e appello al popolo oltre le procedure della mediazione parlamentare.
L’indagine sul cesarismo, penetrata come espressione della personalizzazione autoritaria del potere, si accompagna perciò in Marx anche a un’analisi puntuale del fenomeno della leadership che emerge nel regime parlamentare inglese. Alle prese con grandi cambiamenti istituzionali innescati da dinamiche sociali inedite, il modello Westminster è indotto ad assumere misure di adattamento per affrontare nodi ormai maturi cui a lungo il sistema politico non risponde se non con sommovimenti che riguardano la collocazione delle persone, cioè «non i partiti ma gli uomini ai vertici dei partiti» (Prospero 2020, 182).
L’analisi politologica di Marx investe le istituzioni francesi e inglesi, collocandosi all’interno di una trama internazionale colta nella sua complessità – compresa la nazionalizzazione della Germania e dell’Italia – entro la quale emergono con chiarezza sia i processi di costruzione dell’entità statale sia i processi di metamorfosi e adattamento a condizioni nuove e critiche (come la politicizzazione della massa), che quell’entità è in grado di attivare: cesarismo e populismo della leadership governativa.
L’accostamento tra Francia e Inghilterra procede perciò in Marx – che scrive da politologo sui giornali e quindi con uno sguardo analitico ingiustamente ritenuto minore – anzitutto attraverso la rilevazione delle complicità private tra gli esponenti del potere, che intrecciano i loro rapporti nel contesto della politica europea e delle trame della diplomazia. I commenti a mezzo stampa presentano, nella mutazione dei soggetti e degli argomenti, una trama unitaria che affiora con una certa regolarità. Anche gli intrecci tra Francia e Inghilterra vengono perlustrati con un’attenzione al laboratorio politico europeo come livello di indagine centrale e insurrogabile (Prospero 2020, 183).
Non sarebbe oggi impossibile individuare, proprio seguendo e ricostruendo tutta la pubblicistica marxiana di quegli anni, quelle caratteristiche di fondo che contrassegnano la riflessione politologica di Marx; una riflessione che sembra ruotare attorno a una idea di Stato moderno-borghese in grado di reagire al pericolo della propria dispersione e del proprio declino, con processi di forte adattamento e metamorfosi, con processi di massima concentrazione e conservazione dell’autorità governativa che, anche nel Capitale, soprattutto all’altezza del 24o capitolo del I libro, rivestiranno un ruolo a dir poco sostanziale. L’entità statale moderno-borghese è in grado pertanto di adattarsi alle mutate condizioni storico-sociali, assumendo diverse e nuove forme con il compito, obiettivo e funzione principale di conservare e riprodurre il sistema socio-politico vigente, potenziando la sua funzione di governo3. Esiste eccome, secondo Prospero, una teoria dello Stato in Marx, da ricostruire a partire proprio dalla pubblicistica, dove le riflessioni di un Marx minore sono in verità le più attraversate dalla comprensione della complessità della politica. In qualità di politologo, Marx entra in un contatto più ravvicinato con le grandi questioni della governabilità, della tassazione, delle politiche economiche, delle riforme amministrative, dei processi legislativi, dell’oratoria politica. La scoperta del rapporto sociale, come dimensione che trascende gli istituti politici nazionali e locali, e si consolida entro uno spazio tendenzialmente globale, non comporta l’esclusione di una analisi scientifica della politica, ma richiede una sua collocazione come specifica dimensione entro una più diversificata esplorazione della struttura e del sistema sociale moderno4.
Ma torniamo agli anni Settanta, rivolgendoci alla riflessione di Antonio Negri (1976), apparsa su «Aut Aut». Negri considera una domanda seria quella che Bobbio rivolge ai cosiddetti marxisti riformisti, i quali sono sostanzialmente scollati, a suo parere, da qualsiasi prospettiva rivoluzionaria della realtà e dello Stato capitalistico-borghese. In questo senso non possono marxianamente rispondere alle domande di Bobbio. Manca loro il metodo (materialistico-storico e soprattutto dialettico), manca loro la base teorica su cui ricostruire, a partire da Marx, il nesso economico-politico fra Stato e capitale, e riconoscere lo Stato come il capitale collettivo per eccellenza. La democrazia è ormai solo l’involucro formale della negazione del potere politico della classe operaia; lo sfruttamento dell’operaio è affidato allo Stato, a fronte della progressiva messa in crisi della pura legge del valore. La crisi dello sviluppo capitalistico lascia che lo Stato sussuma il capitale e riproduca per esso l’essenza dello sfruttamento. È per questo che, dice Negri, ribellarsi è giusto, nella misura in cui la classe operaia ha di fronte a sé un potere massimamente visibile e concentrato, un potere politico del quale bisogna fare una critica teorica, che abbia un immediato risvolto pratico. La dialettica marx-engelsiana ci garantisce, dice Negri, la possibilità di un rovesciamento pratico del potere dello Stato, che segni contemporaneamente la fine di ogni legge del valore e di sfruttamento.
«Il testo fondamentale di Marx cui questa lettura si riferisce è quello dei Grundrisse: qui infatti la continuità metodologica del pensiero marxiano può essere ricostruita nella sua pienezza». Per quanto riguarda poi la forma concreta del rovesciamento dello Stato capitalistico, Negri vede bene la dittatura del proletariato, in quanto superamento definitivo di ogni formalismo democratico-costituzionale. Conviene altresì con Bobbio che Marx non ci ha lasciato una teoria dello Stato socialista, piuttosto la base teorica per interloquire con gli operai, con la loro ormai chiara coscienza di che cosa sia il potere e di che cosa debba essere il potere comunista. La sfida ultima lanciata da Negri al riformismo è perciò quella di provare a costruire una teoria della distruzione dello Stato, che proceda veracemente dalle indicazioni teoriche marxiane e da quelle pratiche della classe operaia rivoluzionaria.
L’anno successivo all’uscita del dibattito su «Mondoperaio», Danilo Zolo (1977) dava alle stampe la sua antologia di testi dal titolo I marxisti e lo Stato, che seguiva a una serie di interventi dello stesso autore soprattutto sul tema dell’estinzione dello Stato in Marx ed Engels, intorno a cui ebbe un confronto diretto proprio con Bobbio. La posizione e soprattutto l’opera di Zolo va ricordata, perché a oggi risulta essere la più lucida e preziosa per chi, come noi, intenda ricostruire, seppure a grandi linee, i termini teorici del problema dello Stato in Marx e nel marxismo degli anni Settanta. Zolo mette subito in chiaro la discrasia presente fra obiettivi teorici e realizzazioni storiche del marxismo, in quanto pretesa di formulare scientificamente il superamento dello sfruttamento e dell’oppressione dell’uomo sull’uomo. Siamo in presenza, secondo Zolo, di una vicenda teorico-politica dai tratti drammatici, dovuta anche alla rigidezza dogmatica dei suoi principali esponenti; unitamente al fatto che il capitalismo, nonostante le crisi, ha dimostrato un’alta capacità di resistenza, adattamento, flessibilità. L’antologia proposta da Zolo, pertanto, si vuole e si presenta in termini selettivi e critici: intende documentare i contributi scientifici maggiormente rilevanti sul tema e al contempo i limiti, le incongruenze e gli elementi di utopismo presenti nel marxismo occidentale, con uno sguardo ai problemi sollevati dal capitalismo contemporaneo. Intorno al tema della burocrazia, per esempio, la proposta del giovane Marx critico di Hegel, appare a Zolo particolarmente interessante e proficua, anche alla luce degli interventi di autori neo-marxisti non ortodossi, come Sweezy, Offe e O’Connor. Ovviamente, i riferimenti principali di Zolo, per la questione dello Stato in Marx, sono il dibattito di Bobbio con i marxisti italiani e l’Intervista politico-filosofica di Lucio Colletti del 1974, a partire dai quali vengono ricostruite le linee principali del marxismo occidentale: la scuola dellavolpiana (da Della Volpe a Cerroni); quella althusseriana (da Althusser a Poulantzas); lo hegelo-marxismo (da Lukács a Marcuse fino a Habermas, oltre ai più recenti Wolfe e Ollman). Anche secondo Zolo, come per Bobbio e Colletti, il problema dello Stato in Marx mette in luce un’aporia di fondo del marxismo in quanto pretesa di essere una scienza obiettiva dei meccanismi strutturali della produzione capitalistica e, al contempo, una teoria politica della rivoluzione socialista e dell’estinzione dello Stato; tale prospettiva politologica ambigua e debole accomunerebbe i massimi rappresentati della tradizione marxista: da Engels a Lenin, a Korsch a Stalin, a Gramsci e Della Volpe, fino a Vacca, Althusser, De Giovanni. Nonostante le profonde differenze fra loro, costoro non sembrano tener conto del fatto che il presupposto dell’estinzione dello Stato è riconducibile all’elementare assiomatizzazione engelsiana del sistema politico come mero apparato repressivo di classe, trascurando l’incompatibilità fra l’epistemologia marxiana del Capitale e una teoria politologica, che ignori i nessi specifici di funzionalità fra l’apparato istituzionale e il sistema produttivo, riducendo lo Stato, ogni Stato, compreso quello socialista, alla sola funzione repressiva. D’altronde, secondo Zolo, resta tutto da dimostrare, con i testi alla mano, se veramente tale prospettiva aporetica sia da attribuire senza scarti anche a Karl Marx, e soprattutto al Marx del Capitale.
Sulla questione dell’estinzione dello Stato in Marx ed Engels, si è espresso significativamente e a più riprese Domenico Losurdo (1997, 181 e ss.; 2009, 195 e ss.), secondo il quale già all’altezza dell’Ideologia tedesca non è rintracciabile una mera riduzione del potere dello Stato a monopolio della violenza di classe borghese di contro le classi proletarie. Lo Stato certamente organizza e mette a forma gli interessi della classe dominante, mediandoli tra di loro e con gli interessi contrapposti della classe dominata. Ma mettere a forma implica proprio una limitazione dell’uso della forza diretta, tant’è che nel Capitale, sarà proprio il potere dello Stato a garantire la regolamentazione dell’orario di lavoro in fabbrica, ovvero a porre dei limiti all’uso capitalistico della forza-lavoro. L’imbarazzo teorico in cui si vengono pertanto a trovare i fondatori del comunismo, sta nell’agitare da una parte la parola d’ordine dell’estinzione dello Stato, recependo su questo la posizione anarchica, e dall’altra però rivendicando l’intervento del potere politico nella sfera economica, laddove invece i fautori della libera concorrenza invocano lo Stato minimo, convergendo così con la prospettiva dell’anarchismo.
Una ricapitolazione, anche sintetica, del problema dello Stato nel marxismo italiano degli anni Settanta, non può non tener conto del fatto che nel gennaio del 1977 venne organizzato, dalla sezione centrale scuole di partito e dalla sezione culturale del CC del Pci, presso l’istituto «P. Togliatti» di Frattocchie a Roma, un seminario di studio sul tema «Egemonia, partito, Stato in Gramsci» (De Giovanni, Gerratana, Paggi 1977). Si voleva evidenziare la novità dell’analisi di Gramsci precarcerario rispetto a Lenin, proprio intorno al tema dello Stato, da conquistare dopo un lungo processo di superamento della democrazia borghese e del mercato, valorizzando il motivo dell’autogoverno dei produttori, piuttosto che la rottura della macchina statale. D’altra parte, solo con il Gramsci maturo si chiariva il fatto che il proletariato avrebbe dovuto trasformare il principio d’egemonia, servendosi del partito in modo attivo, educando e autoeducandosi anche al pluralismo, in una società in cui vigeva ormai la massificazione della politica. La questione teorica dell’egemonia nel pluralismo teorico, era connessa a quella della sostenibilità pratica del «compromesso storico». Fu Gerratana, insieme a Pietro Ingrao e a Paolo Spriano, ad avanzare la proposta di riforma del concetto di egemonia, rispetto al quale il Partito comunista avrebbe invece scontato, proprio nel Settantasette, i ritardi più drammatici e pieni di conseguenze nefaste (Liguori 2012, 260 e ss.). Pur con tutte le differenze di posizione e di lettura dei testi gramsciani, era il concetto di transizione che richiedeva un’assunzione forte delle categorie gramsciane; anche se, come ben osserva Guido Liguori, erano già iniziati i processi che determineranno di lì a breve l’evoluzione moderata degli anni Ottanta.
Alla fine dello stesso anno, a Venezia, nell’ambito del convegno Potere e opposizione nelle società postrivoluzionarie, Louis Althusser affermava che non c’è una teoria dello Stato in Marx. Nel marzo seguente, il «Manifesto» (Althusser et. al. 1978) proponeva di inoltrarsi su questa affermazione, tenendo particolarmente in conto la discussione in atto in Italia nella sinistra e in particolare il dibattito che aveva avuto luogo su «Mondoperaio» e su «Rinascita» tra Bobbio e i marxisti. Due blocchi di domande furono rivolte ad Althusser: la questione dello Stato nelle esperienze rivoluzionarie passate; la questione teorica del ruolo giocato dalla sfera politica, con riguardo al rapporto fra Stato e partito, in riferimento alla transizione, ovvero al ripensamento della dittatura del proletariato, alla critica della politica, all’estinzione dello Stato. Sulle risposte di Althusser, si sviluppò un nutrito dibattito, a cui, fra gli altri, parteciparono Giuseppe Vacca, Biagio De Giovanni, Norberto Bobbio, Danilo Zolo, Francesco Fistetti, Cesare Luporini, Suzanne de Brunhoff, Christine Buci-Glucksmann, Rossana Rossanda, che curò anche l’introduzione al volume. Althusser, facendo riferimento soprattutto a Gramsci, per il quale «tutto è politico», propone una concezione di Stato allargato, visibile a occhio nudo già ai tempi della monarchia assoluta così come nello Stato del capitalismo imperialista, ma ignorato per lo più dai marxisti. L’obiettivo è quello di evitare accuratamente l’illusione giuridica della politica, che corrisponde esattamente alla ideologia politica borghese, che incardina la politica all’interno dello statuto giuridico borghese. Questa ideologia, dice Althusser, non è solo questione di idee, ma si realizza nell’organizzazione del partito operaio come pezzo dell’apparato ideologico di Stato, nonché nell’apparato ideologico sindacale di Stato, che distingue con cura la politica dalla non- politica. Al contrario, occorre accogliere tutte quelle iniziative politiche che nascono fuori dei partiti- sindacati (femminismo, forme del movimento giovanile, correnti ecologiche), sebbene in modo confuso e contraddittorio, ma profondo e fecondo. Il punto, secondo Althusser, è che su questa contaminazione della politica da parte dell’ideologia borghese, si gioca l’avvenire delle organizzazioni operaie. Non è pertanto sostenibile la formula gramsciana del partito che si fa Stato, laddove, in questo caso, avremmo non altro che l’URSS.
Le risposte ad Althusser sono ovviamente molto diversificate. Risulta particolarmente interessante dal nostro punto di vista la risposta di Suzanne de Brunhoff, perché ci proietta fuori della pura politologia, verso la critica dell’economia politica e dentro il Capitale di Marx. In sintesi, de Brunhoff apprezza le critiche althusseriane rivolte non solo al marxismo, ma alla stessa teoria marxiana, al «punto cieco» del problema dello Stato; tuttavia, lo sforzo di rinnovamento va fatto con Marx. È proprio nel I libro del Capitale che viene introdotta la questione dello Stato, nei capitoli sulla moneta (fissazione dello standard, fiscalità), poi a proposito delle lotte sull’orario di lavoro, nelle parti in cui affronta il tema dell’accumulazione originaria, infine in molte note storiche. D’altra parte, Marx non ha inteso elaborare una teoria economica alternativa a Smith e Ricardo, così come non ha inteso elaborare una teoria dello Stato alternativa a quella di Rousseau o di Hegel; ha piuttosto inteso rilevare elementi critici all’interno di una sfera particolare del sapere, fornendoci però, con la categoria di plusvalore, una novità assoluta, una svolta, in termini di analisi economica e politica. Lo Stato si viene a costituire come tale, proprio concorrendo all’accumulazione originaria interna e internazionale, occupando posizioni strategiche, come la gestione del denaro e della forza-lavoro, senza confondersi tuttavia col capitale. Dunque, per de Brunhoff, non è vero, come ritiene Althusser, che Marx si sia limitato a criticare il carattere giuridico dello Stato, e d’altronde non è nemmeno vero che lo Stato sia riducibile a Stato-gendarme: «Lo Stato in Marx non è solo violenza, né solo Diritto, è collocato al suo posto e al suo ruolo relativamente al capitale». In altri termini, va indagato il carattere allo stesso tempo immanente ed esogeno dello Stato in rapporto allo sfruttamento capitalistico. Altrimenti, si incorre nell’incapacità di pervenire ad una teoria generale della crisi, che dia conto del nesso che stringe insieme la sfera economica con quella politica.
L’adattamento più o meno efficace delle istituzioni statali alle esigenze presenti del capitale viene costantemente perseguito con nuovi provvedimenti […]: non esistono apparati immutabili in opposizione ai poteri che cambiano, né c’è una amministrazione che resta, mentre i governi passano. Lo Stato capitalistico deve assicurare il dominio e la riproduzione del capitale in una situazione in cui la società non è interamente capitalistica, né può esserlo nell’interesse stesso del capitale. Si produce uno scarto, questa autonomia relativa dello Stato che si esprime in particolare nel carattere spurio di molte istituzioni che vengono presentate come al di sopra delle classi, e come differenti dagli apparati repressivi e ideologici di Stato, ma sono di fatto adeguate ai bisogni presenti del dominio di classe del capitale. Così la gestione dei flussi […] dissimula quella dei rapporti di classe, mentre ne è una parte costitutiva. L’autonomia relativa dello Stato non è un dato, è una creazione continua. Precisarne il gioco significa anche far vedere come l’intervento economico dello Stato capitalistico metta assieme numerosi spazi di intervento e numerose dimensioni temporali (De Brunhoff 1979, 124).
Alla luce dell’intervento di de Brunhoff, vorremmo di seguito mostrare come effettivamente non sia possibile rintracciare una trattazione politologica pura nei testi di Marx, una tradizionale teoria dello Stato, nemmeno una cassetta degli attrezzi utile per costruire lo Stato socialista a venire; d’altra parte però, è presente in Marx, in modo esplicito, una trattazione della forma borghese di Stato capitalistico, interna al sistema di critica dell’economia politica, e pertanto esposta essa stessa in termini sistemici5.
§2. Una breve panoramica dei testi di Marx
Ci sembra doveroso citare qui la fondamentale ricostruzione della teoria sullo Stato in Marx ed Engels di Bob Jessop (1978)6. A cui ne seguirà una nostra, piuttosto calibrata sul rapporto Hegel-Marx.
Secondo Jessop, a partire dalla critica allo Stato astratto hegeliano e poi dalla teoria di classe dello Stato, Marx passa alla concezione dello Stato come sovrastruttura e riflesso della base economica; ma quest’ultima accezione, il monodeterminismo economico come principio di spiegazione della evoluzione sociale, viene fortemente messa in discussione da Jessop, perché aporetica, logora, inservibile:
This theme was described by Marx in his 1859 Preface as a guiding thread for his studies and no doubt Engels would acknowledge this too. But it is a thread which is split and frazzled. For it is subject to various twists in their work and is often interwoven with other ideas and themes. At its most extreme this theme could be taken to imply that the state is a pure epiphenomenon of the economic base with no reciprocal effectivity and that there is a perfect correspondence between base and superstructure. This version is not stated explicitly anywhere in the work of Marx and Engels although certain formulations are susceptible to such a construction (Jessop 1978).
Lo Stato come strumento del dominio di classe va inserito in una teoria più generale sulla composizione e sulla lotta di classe – da non intendersi però solo come lotta fra classe lavoratrice e classe capitalistica –, che nel marxismo più recente, dice Jessop, si aggancia alle teorie sul capitalismo monopolistico di Stato, dove Stato e monopoli si intendono fusi in un unico meccanismo, che agisce per conto del capitale monopolistico. Il dibattito intercorso fra Miliband e Poulantzas, su questi temi, dimostra l’estrema problematicità di una teoria tutta schiacciata sullo strumentalismo, che non spiega né le diverse forme assunte dagli Stati particolari né la prospettiva di distruggere e/o trasformare lo Stato-strumento. Tali difficoltà inducono una parte dei marxisti a prediligere una visione dello Stato come forza indipendente e al di sopra della società; lo Stato come fattore di coesione sociale, che comparirebbe prima dell’avvento del capitalismo; è Gramsci ad aver significativamente approfondito il problema della coesione e del ruolo dello Stato nel mantenere una certa corrispondenza tra base e sovrastruttura, senza che il suo approccio risulti meccanicistico. Da qui gli sviluppi neogramsciani di Poulantzas, Laclau, Mouffe, nonché la questione della compatibilità o meno fra coesione e accumulazione. Secondo Jessop, non è in ogni caso corretto adottare un approccio essenzialista sullo Stato in Marx ed Engels, ma occorre sempre impegnarsi in un complesso processo di analisi e sintesi, sia per comprendere che per cambiare gli Stati concretamente esistenti. Risulta al dunque impossibile stabilire una teoria unitaria e coerente dello Stato in generale, sulla base dei metodi e dei principi della critica marxiana dell’economia politica; pena il cadere alternativamente nel riduzionismo o nell’essenzialismo, laddove entrambi verrebbero a collidere con gli assunti fondamentali del materialismo storico.
They[Marx ed Engels] focus upon the organisation of the state apparatus as well as the appropriation and organisation of state power. But they do not offer a systematic and coherent theory of the state based on any one given causal principle or major theme. It is the exegetists who have blocked further advance in the Marxist analyses of the state and state power through their desire to present a simple theory of this kind (Jessop 1978).
Pertanto, secondo Jessop, da una parte non possiamo ricavare una teoria forte dello Stato in generale; dall’altra dobbiamo però fare i conti con l’esistenza concreta degli Stati, sia dal punto di vista teorico che pratico. La riflessione di Jessop continuerà poi, fino ad oggi, con particolare riguardo all’impatto della cosiddetta globalizzazione sia sulla sovranità degli stati-nazione sia sui rapporti interstatali. Ma di questo più avanti7.
La centralità del problema dello Stato nel pensiero giovanile marxiano mi sembra non possa essere in ogni caso contraddetta: la critica alla monarchia costituzionale-ereditaria di Hegel non è solo presente nel manoscritto di Kreuznach del 1843, ma viene preceduta da tutta quell’attività giornalistica svolta da Marx fra il 1842 il 1843, sulle pagine della Rheinische Zeitung, nelle quali la critica dello Stato prussiano si unisce alla critica della moderna estraneazione fra Stato e società civile. Per quanto Marx non riesca a sviluppare la sua concezione democratica di Stato, per quanto muova critiche a Hegel che non trascendono compiutamente l’eticità hegeliana, l’idea che contraddistingue lo Stato marxiano a questa altezza è la nozione di sistema organico, che porta tuttavia dentro di sé il germe del conflitto, dell’ostile opposizione, della guerra civile e della propria rovina.
La costituzione politica è l’organismo dello Stato o l’organismo dello Stato è la costituzione politica. […]. È un grosso progresso trattare lo Stato politico come organismo, quindi trattare la diversità dei poteri non più come distinzione inorganica, ma come distinzione vivente e razionale. Ma come presenta Hegel questa scoperta? (Marx 1983, 50)
Questa precisa considerazione da parte di Marx, lo Stato come un organismo sistemico (vivente e razionale), però affetto da rapporti meccanici, non etici e lacerati (la vita del popolo estraniata da se stessa, il meccanismo della mediazione degli ordini, etc.); questa convinzione porta Marx ad abbandonare la sua ricerca sul diritto statuale hegeliano, per cercare altrove il reale principio di spiegazione della moderna estraneazione fra società civile e Stato politico.
Insieme alla sua insoddisfazione per non essere riuscito a criticare compiutamente Hegel, Marx va alla ricerca, dopo il 1843, al di fuori dell’ambito strettamente filosofico-politico, della genesi storica della moderna contraddizione fra Stato e società civile. Ci riferiamo non solo alla concezione materialistica della storia, ma alla scoperta dell’economia politica classica e della sua critica, attraverso la quale egli giunge a istituire un nesso essenziale fra forme dell’economia e forme della politica. Lo Stato moderno diventa definitivamente Stato capitalistico-borghese, l’età moderna si riempie di categorie che fanno diretto riferimento a quella neoformazione sociale che è il rapporto di produzione capitalistico; il nesso organico-riproduttivo della moderna società non viene più ricercato all’interno delle (mancate) mediazioni statali, piuttosto nelle autonomizzazioni del processo capitalistico di riproduzione dell’ordinamento sociale borghese e delle sue disjecta membra. Anche lo Stato entra a far parte – come sovrastruttura, come sistema, come potere – di quel processo che inizialmente si impone all’interno di una singola nazione, dando vita alla formazione economica del capitale complessivo sociale su base nazionale. Ma lo Stato, almeno inizialmente, agisce come forza extraeconomica della società, storicamente preesistente al capitale e sistemata dal potere legislativo che, nel corso della cosiddetta accumulazione originaria, rende valide su tutto il territorio nazionale quelle conquiste – ottenute con l’uso della forza e con la guerra – a cui la classe dei proprietari fondiari era pervenuta, espropriando la classe dei lavoratori diretti, proprietari dei loro mezzi di produzione.
Successivamente, lo Stato viene, una volta per tutte, sussunto dal capitale e precisamente dall’autonoma forma di capitale produttivo d’interesse. Si crea un nesso inscindibile fra Banca centrale e Stato, fra sovrastruttura creditizia e spesa pubblica, fra sistema del credito e sistema statale. Anche la riproduzione della società nel suo insieme viene fatta dipendere da questo binomio economico-politico, che, a livello nazionale è rappresentato dal rapporto del potere governativo (e per suo tramite di tutto l’apparato statale) con il sistema del credito pubblico.
Nel Capitale, Marx sembra giungere a un punto decisivo della sua riflessione sullo Stato. Era partito dal concetto di Stato solo politico, ne aveva criticata l’astrattezza, aveva pure considerato la politica come un aspetto unilaterale della moderna estraneazione (e che certo non poteva diventare suo principio di spiegazione né di emancipazione pratica), ma lì si era fermato, interrompendo l’analisi del sistema hegeliano, interrompendo il suo studio filosofico-politico dell’età moderna. Il passaggio al metodo materialistico di indagine storica, ossia la critica della sua anteriore coscienza filosofica, la scoperta della critica dell’economia politica, ma anche il passaggio al comunismo, segnano certo un terminus a quo, dal quale Marx non tornerà più indietro, ma non fanno scomparire, anzi per certi aspetti arricchiscono, il suo interesse per il sistema statale moderno-borghese.
Come ho accennato, in Marx certamente c’è una complessa e articolata, non definitiva, teoria dello Stato borghese-capitalistico, manca una esplicita teoria socialista dello Stato (e comunque alternativa a quella hegeliana) – anche se, a ben vedere, una teoria dello Stato socialista c’è, coincidendo con il secondo Impero di Napoleone III in Francia, il socialismo imperiale, preso di mira da tutta una serie di articoli sul New York Daily Tribune8 – manca cioè un programma pratico e dettagliato che indichi tutte le tappe che il proletariato dovrà percorrere per arrivare alla conquista del potere. Manca anche una teoria sulle forme di governo, sulla gestione del potere e soprattutto una considerazione particolareggiata della forma democratica di Stato. D’altra parte, tutto questo uscirebbe fuori della critica dell’economia politica, potendo essere considerato piuttosto come un percorso squisitamente politico, un percorso che Marx non intraprese, scegliendo piuttosto di immergersi nello studio del capitale come cosa, come rapporto, come modo, come sistema e come regime internazionale di produzione e riproduzione allargata della società moderno-borghese, al fine di ricostruirne la genesi storico-logica, criticando le distorsioni materiali e di coscienza che quel sistema necessariamente porta con sé.
Ma veniamo innanzitutto al giovane Marx, letto con la lente della critica a Hegel e al fallimento teorico a cui quella critica perviene.
§ 3. La Kritik del 1843 o dell’impolitico
L’incipit è esplicito: il manoscritto si presenta come una critica dettagliata ai paragrafi 261-313 dei Lineamenti di filosofia del diritto hegeliani, una critica non solo al passaggio dalla società civile allo Stato politico, una critica alla forma solo politica di Stato, allo Stato moderno hegeliano, ma più precisamente al sistema statuale concepito da Hegel, all’orizzonte etico e categoriale in cui viene a configurarsi l’idea di Stato, lo Spirito che si sa e si vuole, e infine al modo hegeliano di dire lo Stato, contraddittorio e paradossale, acritico e dissimulatorio nei confronti della moderna realtà. Se la forma della critica a Hegel appare analitica, interna al testo dei Lineamenti ma non sistematica, il contenuto si presenta a più livelli di lettura (teoretico, filosofico-politico, etico), complesso ma non connesso. Insomma, la ragione della mancata pubblicazione del manoscritto – lamentata dallo stesso Marx nel 1844 – consisterebbe in quell’aspetto aforistico della critica, che renderebbe la lettura gravosa all’intelligenza. Ma il fallimento della pretesa marxiana di sistemare la critica alla speculazione hegeliana insieme alla critica del diritto pubblico hegeliano, non può attribuirsi a un vizio di forma soltanto, piuttosto alla concezione stessa, che in quegli anni aveva Marx, del sistema della filosofia e dello Stato presi insieme; e più che fallimento, si potrebbe dire meglio esito aporetico, senza via d’uscita, di questa ricostruzione critica della forma moderna di Stato, così come Hegel l’aveva concepita. E cioè nella Kritik del 1843 non prende corpo quella che Marx, di lì a poco, definirà come la critica connessione dell’assieme; in altri termini, la pretesa di connettere le contraddizioni della moderna realtà, in un sistema critico che pure ne disveli la genesi, qui si ferma, di fronte alla scelta di dover mostrare o la genesi reale delle contraddizioni hegeliane o, altrimenti, l’indicibilità della contraddittoria realtà. Nello Stato hegeliano si concentra la complessità dell’estraneazione della moderna società civile, nello Stato hegeliano si realizza così la società civile. D’altronde il passaggio dall’una all’altro, dice Marx, è l’estraneazione stessa che, inconciliabile, non può riguardarsi come risultato teoreticamente ed eticamente valido. Allora si pone la scelta: o il due moderno – società civile/società politica – è articolabile come una totalità estraniata ma concreta, oppure è un’opposizione essenzialmente irredimibile, in cui ogni tentativo di connessione si presenta piuttosto come acritica falsificazione di una realtà che di per sé manca assolutamente di principio unitario.
Il contenuto del manoscritto interseca piani diversi, teoretico-politico-etico, tutti concentrati intorno alla nozione feuerbachiana di Volk-Gattung, l’uomo-popolo-genere, il vero principio unitario, solo a partire dal quale lo Stato si configurerebbe come una totalità razionale, organica e spirituale insieme. L’organismo politico, che è lo Stato, sarebbe, senza mediazione, popolo, e viceversa; una mediazione non astratta dalla realtà, una mediazione non solo logica, cioè estrinseca alla logica specifica dell’oggetto specifico. L’inversione hegeliana di soggetto e predicato, la speculazione, il misticismo del soggetto logico, l’idea-Stato, e di contro, la surrezione della bruta empiria, proverebbero l’irrealtà dell’astrazione. Lo Stato-popolo invece rifletterebbe l’essenza generica dell’uomo, in sé già sociale, politico ed etico insieme. Il sostrato della predicazione statuale sarebbe quel Volk-Gattung che si realizza nei contenuti particolari della propria vita, ma, in quanto universale reale, si fa Stato. È qui che il piano filosofico-politico prende il sopravvento; la modernità della società civile e dello Stato hegeliano viene messa alla prova dalla nozione marxiana di democrazia e dalla connessa critica al principio della deputazione-rappresentanza.
Non mi sembra che si possa comunque attribuire al Marx della Kritik un disegno categoriale di carattere specificamente teorico-politico. E cioè, lo stesso Volk non vale solo e tanto come principio di superamento pratico della scissione moderna del civile dal politico, piuttosto come orizzonte etico e metafisico – è l’essenza generica che si svolge a Stato – di quello che, per Marx, è lo Stato reale, la società come totalità concreta, che organicamente e consapevolmente mantiene e conserva se stessa nella razionalità del suo essere presso di sé. Pertanto, la configurazione politica dello Stato marxiano, seppure altra rispetto a quella hegeliana, mostra in comune con questa l'orizzonte etico: l’unità consapevolmente realizzata di particolare e universale, la realizzazione cioè della libertà dell’uomo moderno, non come arbitrio del singolo, dell’interesse privato, dell’uomo economico (del bourgeois), piuttosto come l’autodeterminazione dell’interesse universale, del cittadino dello Stato (del citoyen), dell’intero. È perciò che la dissoluzione dello Stato politico e della società civile presi insieme, la dissoluzione della loro estraneazione, più che configurare una teoria statuale altra rispetto a quella di Hegel, può essere considerata come la conseguenza diretta dell’immediata identità d’essenza fra Stato e popolo, posta da Marx in sede etico-filosofica.
Non c’è, nel manoscritto, un pensiero politico svolto da Marx, una positività della teoria politica9. Eppure, il disegno era proprio quello di coniugare critica della forma politica di Stato e critica della forma speculativa di pensare la società. Un disegno, che si presenta nel manoscritto come pretesa marxiana di tenere insieme il piano teorico e pratico delle forme politiche moderne. Insomma, questo Marx sembra concepire lo Stato come totalità non scissa che sa e vuole se stessa come la realizzazione del bene universale; uno Stato identico immediatamente col Volk, e perciò etico e democratico, uno Stato che, solo in questa immediatezza, ricompone realmente l’estraneazione. Allora le difficoltà a cui la Kritik dà luogo trovano la loro spiegazione, la loro origine comune, proprio nel tentativo di Marx di criticare la forma mediata dello Stato hegeliano, mantenendone però la configurazione di totalità concreta, organica, autocosciente e perciò massimamente dicibile. Una forma di Stato di cui si può e si deve fare la genesi storica e quindi scientifica; una forma di Stato la cui essenza etica – il Volk/Gattung – sia teoreticamente concepita, proprio in virtù dell’immediata unità di ciò che altrimenti non può che mostrarsi come assoluta e insolubile opposizione. Lo Stato-popolo marxiano unisce in sé, senza mediazione, il piano teorico e quello pratico della sua eticità; e il suo orizzonte etico, se lacerato, non ammette ricomposizioni di sorta, le quali, per altro, cadrebbero fuori della sua stessa essenza. Allora, l’estraneazione reale dell’eticità moderna potrebbe risolversi solamente nella dissoluzione reciproca degli opposti, come dissoluzione dello Stato solo politico e della società solo civile; una dissoluzione, altrettanto immediata quanto la loro perduta identità.
Sebbene nella Kritik non vi sia un disegno politico ben definito, né teorico né pratico, vi è tuttavia la forte tendenza a considerare la nozione di guerra civile – conflitto fra civile e politico, fra potere del popolo e potere dello Stato, etc. – come una categoria esplicativa e risolutiva delle moderne contraddizioni che si presentano nella società, nello Stato e fra di essi.
L’identità, che Hegel ha costruito tra società civile e Stato, è l’identità di due eserciti nemici, dove ogni soldato ha la «possibilità» di divenire attraverso «diserzione» membro dell’esercito «nemico», e certamente con ciò Hegel descrive correttamente la situazione empirica presente (Marx 1983, 115).
La dissoluzione cui giungerebbe l’opposizione di civile e politico, di Stato e popolo, la dissoluzione di entrambi i termini, sarebbe l’unico risultato da attendersi dal loro inevitabile e aperto conflitto, portato alle estreme conseguenze proprio dalla forma democratica di Stato, nella quale, tramite elezione, il popolo verrebbe rappresentato al meglio nell’ambito della società politica. Tuttavia, dice Marx, anche lo Stato democratico, superamento positivo della limitata e retrograda organicità della monarchia ereditario-costituzionale di stampo hegeliano, non riuscirebbe nel suo intento etico cioè in quello di mantenere intatta la vita generica dell’uomo-popolo. Il conflitto dissolverebbe perciò, più che risolvere, il dualismo e l’estraneazione etico-politica della moderna società civile; ma insieme dissolverebbe la stessa forma politica di Stato, mostrandone i limiti e le contraddizioni interne alla sua stessa essenza. Logicamente viene tenuta ferma da Marx l’impossibilità di qualsivoglia mediazione fra termini opposti, fra la società e lo Stato, il popolo e la costituzione, etc.; contemporaneamente però si fa valere l’esigenza pratica e teorica di una ricomposizione dell’estraneazione, tramite il superamento della costituzione per ordini e della monarchia hegeliana, attraverso la conquista da parte del popolo di una costituzione veramente rappresentativa, che sia la base di uno Stato democratico, nel quale il diritto di voto venga esteso universalmente, affinché la società civile sia innalzata al suo vero significato politico. La realizzazione, resta comunque solo politica – non ricompone l’orizzonte etico della modernità – fino al punto che anche lo Stato democratico, vero compimento della libertà (rappresentata) del popolo, si dissolve in se stesso, portando il conflitto fra civile e politico all’esaurimento, non risolvendolo attraverso alcuna mediazione di sorta.
Nell’elezione illimitata, sia attiva che passiva, la società civile è in primo luogo sollevata realmente all’astrazione da se stessa, all’esistenza politica come sua vera, universale, essenziale esistenza. Ma il completamento di questa astrazione è contemporaneamente il superamento dell’astrazione. […] La riforma elettorale è dunque la richiesta, all’interno dello Stato politico astratto, della dissoluzione di questo Stato, ma nello stesso tempo della dissoluzione della società civile (Marx 1983, 224-225).
Da una parte Marx fissa l’opposizione dei termini – popolo/costituzione, civile/politico, potere di massa/potere sovrano, etc. – e dall’altra prospetta un superamento immediato del loro conflitto; da una parte esige che l’identità così raggiunta sia organica, sistematica, connessa al suo interno e articolata, sia cioè la vita del popolo che si universalizza determinandosi politicamente; dall’altra prospetta una dissoluzione della politica stessa, dello Stato monarchico-costituzionale e pure di quello democratico, criticato sulla base di quel principio etico di uomo-genere che è già in sé popolo, ed è immediatamente Stato. La politica viene perciò criticata da Marx, poi recuperata, per essere di nuovo negata al suo culmine, cioè con lo Stato democratico, nel quale, il conflitto, la guerra e l’opposizione di civile e politico lascerebbero il posto assoluto a quel Volk-Gattung che, bisogna dire, non riceve nel corso della trattazione, alcuna forma articolata e tantomeno sistematica.
Le contraddizioni solo logiche che Hegel ha il merito di aver individuato, sono, secondo Marx, reali e realmente devono manifestarsi, certamente devono risolversi da un punto di vista etico, ma in quanto contraddizioni solo politiche non possono non entrare in conflitto, manifestandosi come guerra civile (l’opposizione fra il potere di massa e il potere sovrano, fra la plebe e gli ordini e la plebe e il governo), oppure come mancate mediazioni costituzionali (la contraddizione fra la costituzione e il potere legislativo), certamente dissolversi in uno Stato democratico, al limite ancora politico, ma nella sua stessa dissoluzione già etico. Quello che perciò risulta complessivamente dalla lettura della Kritik è la sostanziale differenza con cui Hegel e Marx attribuiscono alla forma statale un valore etico; per l’uno la politica, la libertà, l’intero civile, si realizzano pienamente nel sistema statale, vengono da esso tesaurizzati e superati nella loro unilateralità, vengono ricompresi entro un orizzonte etico universale e razionale; per l’altro invece il sistema dello Stato lascia dietro di sé un residuo, una mancanza etica, che, modernamente, prende il sopravvento sulle inevitabili e insuperabili contraddizioni della politica, al di là della quale tuttavia Marx qui non prospetta alcuna ricomposizione. Una volta arrivati allo Stato democratico, si deve prendere atto dell’insufficienza etica e della dissoluzione di esso, si deve cioè prendere atto della fittizia organicità della politica in se stessa, la quale teoricamente non può costituirsi a principio di spiegazione della moderna società, e non può praticamente realizzare, senza contraddizione e conflitto, le libertà civili. L’esito cui alla fine si giunge si presenta pertanto sotto il segno dell’impolitico. Ovviamente, su queste basi, non è dato costruire nessuna scienza politologica, ma nemmeno alcuna prospettiva pratica verso il superamento dell’estraneazione della moderna società.
Vediamo invece se nell’opera più importante di Marx, Il capitale, si possa rintracciare un nesso non estrinseco fra dimensione politologica e dimensione sociologica; fra critica della politica e critica dell’economia politica classica.
4. Lo Stato, il sistema organico: uno sguardo alla cosiddetta accumulazione originaria
L’arcano dell’accumulazione originaria va svelato, risolvendo l’apparente circolo vizioso che connette la produzione capitalistica ai suoi presupposti. Ci si domanda se i presupposti siano di già capitale, oppure, se all’inizio, il capitale non sia ancora tale. Ma, in quest’ultimo caso, bisognerebbe spiegare in che modo il passaggio, da condizioni non capitalistiche della produzione a condizioni capitalistiche sia un salto oppure un processo.
L’accumulazione originaria non è però una trovata filosofica di Marx; lo precede l’economia politica classica di Smith (la previous accumulation). Il terreno su cui Marx si muove, anche qui – come nella teoria del valore – non è un terreno vergine, ma in parte già arato. Abbiamo a che fare non solo con l’economia politica classica e con le sue categorie, ma con le sue irrisolte mistificazioni e con i suoi circoli viziosi, i quali, riguardo all’origine di questo rapporto di produzione, creano l’illusione che il capitale sia da sempre esistito e sempre esisterà. Se dal denaro puro e semplice, dice Marx, si crea il capitale (= produzione di plusvalore) e da questo si trae il plusvalore e dal plusvalore, di nuovo capitale (= produzione di plusvalore); questo processo di accumulazione del capitale (cioè di produzione e accumulazione di plusvalore) «[…] presuppone il plusvalore, e il plusvalore la produzione capitalistica e questa presuppone a sua volta la presenza di masse di capitale e di forza- lavoro di entità considerevole in mano ai produttori di merci» (Marx 2011, 787). L’accumulazione presuppone l’accumulazione; il capitale presuppone il plusvalore, ma il plusvalore presuppone il capitale. La produzione capitalistica presuppone nient’altro che se stessa. Le condizioni materiali e sociali del capitale – masse di capitale e di forza-lavoro tra loro corrispondenti – presuppongono una società e una produzione già capitalistica. Occorre pertanto presupporre «[…] un’accumulazione “originaria” […] precedente l’accumulazione capitalistica: una accumulazione che non è il risultato, ma il punto di partenza del modo di produzione capitalistico» (Ivi). Ma questo presupposto ha, per Marx, un valore teorico molto preciso: è la critica dell’unilateralità dell’economia politica classica, che in questo inizio vede solo idilliaci equilibri formali. E, ancora di più, è la sistemazione di un processo, che, seppure originario, è storicamente denso di eventi, la cui ricostruzione logica ne permette la piena comprensione genetica. Insomma, l’economia politica classica astrae dal reale processo storico della formazione del capitale, rispecchiandolo – come fa la teologia col peccato originale – in un’età mitica nella quale vi erano «[…] da una parte una élite […] risparmiatrice, e dall’altra […] degli sciagurati oziosi che sperperavano tutto il proprio e anche più» (Ivi). È da questo momento in poi che inizierebbe, come dal nulla, la povertà dei più e la ricchezza dei pochi. Invece, «Nella storia effettuale [wirklichen] il ruolo importante è giocato, come è noto, dalla conquista, dal soggiogamento, dall’assassinio e dalla rapina, in breve dalla violenza [Gewalt]» (Ivi).
La mossa teorica di Marx sta nell’attribuire sistemica organicità all’accumulazione precapitalistica (cosiddetta originaria dall’economia politica classica), non solo per squarciare il velo mitico di un tempo passato, in cui tutto avvenne nell’armonia di un idillico rapporto (già capitalistico) fra risparmiatori e oziosi; ma, per demistificare ancora di più la semplicità di un’accumulazione originaria come di un atto unico, che invece, nella storia, procede secondo propulsioni e metodi, legati a figure sociali e a forze economiche ed extraeconomiche, fra loro anche altamente disomogenee, ma connesse, in modo tale da non poter essere ridotte a un mero meccanismo automatico né a un salto incondizionato (da una forma sociale a un’altra), e nemmeno a un processo solo economico. È un sistema organico che si rinnova ciclicamente su scala allargata. La ciclicità con cui il capitale si riproduce ha un andamento ricorsivo: alla conclusione di ogni ciclo, i risultati raggiunti vengono utilizzati all’interno del nuovo ciclo che nel frattempo si apre e che darà luogo ad ulteriori risultati, di nuovo utilizzati nel ciclo successivo, e così via di seguito, secondo una progressione allargata e tendenzialmente indefinita. Nulla viene accantonato o perduto, ma piuttosto ripreso, riciclato, rimodulato a un livello ulteriore, non per essere ripetuto sic et simpliciter, ma per interagire con elementi costitutivi di nuovo livello. Così, i risultati raggiunti alla fine di ogni ciclo trasformano e rimodulano continuamente sia se stessi sia gli elementi con cui interagiscono attraverso il processo globale (Chiereghin 2011, 25)10. Solo nel quadro di tale ricorsività – che ricicla su scala allargata ciò che trova ovvero trasforma i propri presupposti in propri risultati, secondo una costruzione sistemica bottom-up – è possibile distinguere la nozione di sussunzione formale (subordinazione senza trasformazione) da sussunzione reale (subordinazione con trasformazione) delle condizioni storiche nelle quali il capitale necessariamente si radica11.
In questo senso, tale processo si rende autonomo dalle sue condizioni d’origine, poiché queste ultime vengono riprodotte – in forme anche mutate o ex novo là dove non ci sono ancora – e poste come membra di quello stesso organismo che è l’incipiente rapporto di produzione capitalistico. Ma, se questo rapporto materiale di produzione di ricchezza si autonomizza dai suoi presupposti, proprio in quanto li riproduce organicamente, al contempo si estende e si generalizza, diventando il modo di produzione di un’intera e nuova società. L’era capitalistica si caratterizza storicamente per il passaggio traumatico e complesso, avvenuto a partire dai precedenti rapporti feudali di produzione, ma, ancora di più, la sua storia può essere compresa, fin dall’inizio, in quanto combinazione sistemica di momenti; ciò che contraddistingue specificamente quest’organismo sociale storicamente determinato che è il capitale.
È la preistoria del sistema capitalistico di produzione e riproduzione sociale ciò di cui Marx ci parla nel 24o capitolo del I libro del Capitale, non un astratto inizio, meccanico, accidentale. Questo carattere sistemico del capitale è la chiave, il nesso, che lega l’organicità di questo rapporto di produzione alla forma nazionale di Stato, al potere dello Stato. Se è vero che, in questo capitolo, Marx concentra la sua attenzione soprattutto sui metodi (per lo più violenti) dell’accumulazione originaria, per svelare il carattere, fin dall’inizio, storico del capitale; è pur vero che il passaggio dalla struttura feudale a quella capitalistica, la vera preistoria del capitale, ha dei «[…] motivi propulsori […] [di] carattere puramente economico […]» che innescano quella rivoluzione agricola che, in Inghilterra, porterà alla totale scomparsa della yeomanry e della proprietà comunale dei coltivatori. Ma, dice Marx: «Qui prescindiamo [dal carattere puramente economico della rivoluzione agricola] […]: qui cerchiamo le sue leve violente» (Marx 2011, 797). È questo il senso storico della genesi del capitalismo: far emergere quelle forze extraeconomiche che determinarono e accelerarono il passaggio, tutt’altro che idilliaco, dalla società feudale a quella capitalistica, secondo un sistema di metodi e leve, che ritrovano nello Stato la loro consapevole forma organizzata, la quale, fin dall’accumulazione originaria, combina sistematicamente i momenti di questo processo organico che è il capitale. La considerazione marxiana del capitale come sistema si impone perciò, in questo capitolo, su quella che pure lo rappresenta come rapporto, modo di produzione, nonché come cosa e feticcio automatico12; il capitale nasce come sistema di forze extraeconomiche organizzate dal potere dello Stato. La forma sistemica assunta dal capitale già nel corso della sua preistoria, garantisce al processo riproduttivo di allargarsi ed estendersi socialmente su scala innanzitutto nazionale.
Il contributo imprescindibile che il potere dello Stato fornisce al capitale, fin dal suo primo vagito, come rapporto di produzione e riproduzione sociale storicamente determinato, sta nell’adattarsi al suo carattere sistemico, riconoscendo in esso sia la fonte della propria riproduzione che il risultato della propria azione di sistemazione. È perciò che, se parliamo di sistema organico, dobbiamo intendere non solo il capitale ma anche lo Stato, e viceversa. Da una parte, il rapporto di produzione capitalistico ha già in sé tutti i caratteri di organica sistemicità: date tutte le condizioni storiche di possibilità per il suo avvento – ovvero, ceteris paribus, la formazione di un mercato mondiale in nuce e la contestuale liberazione del lavoro servile, almeno nello spazio geopolitico connesso a quel mercato – il capitale si impone come forma storicamente determinata del ricambio organico uomo- natura, riproducendo se stesso su scala allargata. D’altra parte, la riproduzione delle condizioni storiche che l’hanno posto in essere, implica che vengano riprodotte anche tutte quelle formazioni sociali preesistenti il suo avvento, che possano essere proficuamente sussunte – cioè conservate in modo subordinato – come funzioni organiche del sistema stesso. Innanzitutto il potere dello Stato. Tanto più che tale forma di sovranità, su base nazionale, si presenta in età moderna, almeno dall’assolutismo in poi, con caratteristiche che la rendono particolarmente adatta ad assumere la funzione conservativa del rapporto di produzione capitalistico sia su scala nazionale che internazionale. Una funzione di conservazione che si articola nel tempo e nello spazio concentrando, organizzando e soprattutto intenzionalmente sistemando. Se il capitale è una formazione acefala, non antropomorfa – non riconducibile ad un unico capitale cioè ad un unico e concentrato agente economico dotato di intenzionalità pianificatrice –, ciò non toglie che i molti capitali presenti sul mercato nazionale e mondiale in fieri, seppure in concorrenza fra loro, riconoscano nello Stato quella matrice data storicamente, in base alla quale strutturare la propria capacità di agire intenzionalmente (agency), anche in modo coordinato, organizzato e concentrato nel tempo e nello spazio; a sua volta lo Stato viene assimilato, riprodotto e conservato dal capitale, proprio sotto questo profilo funzionale, che potremmo semplificare nella celebre formula dell’Io voglio del monarca assoluto13.
Da un punto di vista strettamente storico, la genesi di questo modo di produzione, la sua preistoria, che Marx ritiene di dover collocare, per chiarezza di svolgimento, sul suolo inglese, è segnata da avvenimenti di carattere certamente extraeconomico – l’espropriazione e l’estinzione della yeomanry, il furto a danno dei beni ecclesiastici e demaniali, la recinzione delle terre comuni, etc. – i quali possono essere sintetizzati bene dalla nozione di guerra civile, che non solo ricomprende entro di sé la nozione di lotta di classe, ma ci descrive i metodi, i fatti e la portata del rivolgimento epocale (la dissoluzione della società feudale) consumatosi in Inghilterra dalla fine del XV secolo in poi. Ma questa resta comunque una nozione insufficiente, quando del capitale si voglia dare una spiegazione logica che ne indichi la differenza specifica rispetto ai modi di produzione precedenti; quando cioè si voglia misurare il suo grado di sostanziale autonomia dalle condizioni storiche e sociali che pure l’hanno posto in essere. La stessa violenza della società – la forza extraeconomica per eccellenza – viene trasformata in forza economica del capitale; così anche la guerra civile viene al fine superata e sistemata da quel potere dello Stato di cui, fin dall’inizio, il capitale si è essenzialmente servito. È l’introduzione della Poor law a sancire la legalità di fatto dell’avvenuta trasformazione cruenta dei contadini in proletariato; ed è grazie a questo diretto riconoscimento da parte dello Stato della soppressione della proprietà ecclesiastica (a partire dal quarantatreesimo regno di Elisabetta fino al 1834) che si ebbero gli effetti più duraturi della Riforma: «[…] la proprietà ecclesiastica costituiva il baluardo religioso dell’antico ordinamento della proprietà fondiaria, e caduta la proprietà ecclesiastica, neppur questo ordinamento si poté più sostenere.» (Marx 2011, 795-796)
L’intervento del potere legislativo è ritenuto necessario dagli stessi autori dell’espropriazione (i grandi proprietari e i grandi fittavoli), perché sancisce ma soprattutto sistema una situazione scaturita da violente usurpazioni e da furti a danno di quella parte della popolazione che, improvvisamente immiserita, non avrebbe altrimenti avuto una funzione capitalistica nel territorio nazionale; con la Poor law e con le misure atte a trasformare il semplice povero in lavoratore coatto, si ebbe immediatamente un risultato economico scaturito da quei metodi e da quelle forze extraeconomiche, che avevano stravolto l’aspetto e l’ordinamento della società feudale. L’intervento del potere (legislativo) dello Stato non è perciò solo volto alla pacificazione di una guerra civile, o alla legittimazione di forze e metodi extraeconomici che avevano da sé raggiunto l’obiettivo di dissolvere i rapporti di proprietà e di produzione feudali; e cioè non è solo volto alla presa d’atto di una mutata configurazione sociale, piuttosto è direttamente chiamato a partecipare all’incipiente trasformazione economica della società feudale in società capitalistica. È chiamato non solo a legittimare i nuovi rapporti sociali di proprietà, ma a inserirsi in essi con mutate funzioni e assumendo nuove forme. La modernizzazione della forma nazionale di Stato – cioè la sua definitiva e completa liberazione da istituti e formazioni feudali – si pone proprio nei termini di un suo diretto e interno coinvolgimento nel processo di trasformazione capitalistica della società. Se la forma statale continua a sussistere – dopo un attimo di autosospensione durante e difronte la cruenta espropriazione dei produttori diretti - è perché risponde essenzialmente alla richiesta capitalistica di sistemare quello che con altri metodi (violenti ma non sistematici, né concentrati e organizzati) si era ottenuto. La sistemazione dell’ordinamento raggiunto dalla guerra dei landlords viene affidata perciò al potere dello Stato, poiché prosegue con altri mezzi la violenta azione extraeconomica da quelli intrapresa, al fine di sciogliere fino all’ultimo vincolo premoderno presente nella società, e di estendere a livello nazionale la conquistata modernità. «Sotto la restaurazione degli Stuart i proprietari fondiari riuscirono a imporre in forma legale una usurpazione […]. Essi abolirono la costituzione feudale del suolo, cioè scaricarono sullo Stato gli obblighi di servizio che essa comportava, “indennizzarono” lo Stato per mezzo di tasse sui contadini […], rivendicarono la proprietà privata moderna su quei fondi […]» (Marx 2011, 797). L’appropriazione privata della terra usurpò direttamente anche lo Stato e trasformò definitivamente i beni fondiari in merce. «La “glorious revolution” […] portò al potere, con Guglielmo III di Orange, facitori di plusvalore fondiari e capitalistici, che inaugurarono l’era nuova, esercitando su scala colossale il furto ai danni dei beni demaniali che fino a quel momento era stato perpetrato solo su scala modesta. Le terre demaniali venivano regalate, vendute a prezzo irrisorio, oppure annesse a fondi privati per usurpazione diretta. Tutto ciò avveniva senza osservare minimamente l’etichetta legale. I beni statali […] costituiscono […] la base degli odierni domini principeschi dell’oligarchia inglese. I capitalisti borghesi favorivano l’operazione, fra l’altro allo scopo di trasformare i beni fondiari in un puro e semplice articolo di commercio, di estendere il settore della grande impresa agricola, di aumentare il loro approvvigionamento di proletari eslege provenienti dalle campagne, ecc. Inoltre, la nuova aristocrazia fondiaria era alleata naturale della nuova bancocrazia, dell’alta finanza, allora appena uscita dal guscio, e del grande manifatturiero che allora si appoggiava ai dazi protettivi» (Marx 2011, 797-798).
La complessità con la quale si svolse il processo originario dell’accumulazione capitalistica, nonché la produzione di una pluralità di figure sociali fra loro strettamente connesse, ha il suo fondamento primario nella trasformazione di un bene irriproducibile e senza valore quale la terra, in valore di scambio, in capitale-merce, senza la quale non sarebbe possibile poi dare avvio a quella produzione e distribuzione di plusvalore, che può definitivamente considerarsi la caratteristica fondamentale della produzione capitalistica. Ma ciò che rende ancora più complessa l’analisi di questo processo, è la presenza in esso dello Stato, non come di una forma ereditata dal passato, da utilizzare e poi eliminare, semmai da trasformare, certamente da sussumere, ma soprattutto da assumere come la forma propria del nascente sistema capitalistico, il quale deve innanzitutto estendersi e mettere radici sul territorio nazionale, per essere individuato come capitale complessivo sociale su base nazionale e in quanto tale soggetto storico.
L’espropriazione della terra demaniale è il segno dell’avvenuta sussunzione formale dello Stato al capitale; l’infrazione della «etichetta legale» non solo esautora lo Stato del potere giurisdizionale su quelle terre, ma ne ridimensiona e modifica la funzione di garanzia per il bene comune che lo Stato esercitava direttamente e/o indirettamente sul suolo nazionale. Non solo la proprietà dello Stato viene trasformata in proprietà privata dei nuovi fondiari, ma l’espropriazione avviene senza che si rispetti l’interesse generale della società e cioè l’interesse proprio dello Stato a che questa si conservi e si riproduca nel suo insieme. L’appropriazione privata delle terre provoca una rottura all’interno del normale corso riproduttivo della società, un’interruzione nel processo di riproduzione sociale, tale che un’intera classe, la yeomanry, scompare (non si riproduce più) e la gran massa della popolazione viene ridotta in miseria. Tutto questo poi avviene senza che lo Stato (la garanzia della legalità) possa intervenire attivamente, sia perché a sua volta espropriato sia perché reso impotente da quei «facitori del plusvalore» che lo utilizzano per i loro privati interessi. La forma statale moderna continua però a permanere rafforzandosi, durante tutto il corso dell’accumulazione originaria e oltre, perché quella forma continua a garantire la riproduzione sistemica di una società che, stravolta nella sua configurazione, necessita che quello stravolgimento divenga il suo proprio ordinamento. Con l’innesco del modo di produzione capitalistico lo Stato arriva alla sua piena realizzazione e modernizzazione; è infatti con il processo di formazione economica del capitale complessivo sociale che lo Stato diventa il sistema della intera riproduzione sociale: organizza e concentra i metodi dell’accumulazione originaria, combina sistematicamente fra loro i settori del capitale ancora in formazione, legalizza il nuovo mercato della forza lavoro. La legalità viene stravolta, ma continua a sussistere non solo nella nuova forma di garanzia della proprietà privata moderna e capitalistica della terra, ma anche in quella di nuovo ordinamento della riproduzione sociale, organizzato e sistemato capitalisticamente. Lo Stato cioè continua a rappresentare, anche e soprattutto per la società capitalistica, l’organizzazione sistematica e generalmente consaputa della riproduzione di tutte quelle figure sociali, che sono venute formandosi durante il processo storico dell’accumulazione originaria; prima fra tutte quella del proletariato eslege e quella del proprietario fondiario capitalista.
La proprietà comune […] era un’antica istituzione germanica, sopravvissuta sotto l’egida del feudalesimo. Si è visto come l’usurpazione violenta della proprietà comune, per lo più accompagnata dalla trasformazione del terreno arabile in pascolo, cominci alla fine del secolo XV e continui nel secolo XVI. Ma allora il processo si attuò come azione violenta individuale, contro la quale la legislazione combatté, invano, per 150 anni. Il progresso del secolo XVIII si manifesta nel fatto che ora la legge stessa diventa veicolo di rapina delle terre del popolo, benché i grandi fittavoli continuino ad applicare, in aggiunta, anche i loro piccoli metodi privati indipendenti. La forma parlamentare del furto è quella dei Bills for Inclosures of Commons (leggi per la recinzione delle terre comuni), in altre parole, decreti per mezzo dei quali i signori dei fondi regalano a se stessi, come proprietà privata, terra del popolo; sono decreti di espropriazione del popolo. […] La borghesia, al suo sorgere, ha bisogno della violenza dello Stato, e ne fa uso, per “regolare” il salario del lavoro, cioè per costringerlo entro limiti convenienti al fare surplus, per prolungare la giornata lavorativa e per mantenere il lavoratore stesso a un grado normale di dipendenza. È questo un momento essenziale della cosiddetta accumulazione originaria (Marx 2011, 798 e 812).
Il precipitato storico più infimo dell’espropriazione del lavoratore diretto dalla terra e dai suoi mezzi di lavoro è il pauper irriproducibile – il segmento più basso dell’esercito industriale di riserva -destinato all’estinzione o alla marginalità sociale (vagabondi, plebe, lazzari, etc.). È quella condizione sociale di povertà che segue immediatamente l’usurpazione delle terre da parte dei grandi proprietari o dei grandi fittavoli; quella misera condizione sociale in cui un’intera generazione di lavoratori agricoli (la yeomanry) si è trovata all’indomani dell’espropriazione violenta condotta individualmente dai landlords, senza l’aiuto diretto del potere dello Stato. Il pauper è in questo senso, per definizione, fuori del mercato del lavoro, in cui si viene a costituire la popolazione operaia, anche quella non immediatamente destinata all’occupazione; ossia, è precisamente quella generazione di liberi lavoratori (proletariato eslege) che precede la generazione vera e propria dei lavoratori salariati capitalisticamente occupati e che tuttavia viene ciclicamente riprodotta come irriproducibile, secondo quella che Marx definisce, nel 23o capitolo del I libro, la legge generale dell’accumulazione capitalistica: «Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l’espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege, fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con la quale quel proletariato veniva messo al mondo. D’altra parte, neppure quegli uomini lanciati all’improvviso fuori dell’orbita abituale della loro vita potevano adattarsi con altrettanta rapidità alla disciplina della nuova situazione. Si trasformarono così, in massa, in mendicanti, briganti, vagabondi, in parte per inclinazione, ma nella maggior parte dei casi sotto la pressione delle circostanze. […] I padri dell’attuale classe dei lavoratori furono puniti, […] La legislazione li trattò come delinquenti “volontari” […]» (Marx 2011, 808). È alla fine del XV secolo fino a tutto il XVI che si ha in tutta l’Europa occidentale la legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio, che assolve al doppio compito di irreggimentare la forza-lavoro e gestire, anche con metodi eliminazionisti, quel segmento di popolazione operaia non altrimenti assimilabile nel sistema di lavoro salariato. Lo Stato partecipa direttamente alla sussunzione del lavoro al capitale, alla trasformazione del mendicante in lavoratore coatto e del lavoratore in salariato, oltreché all’eliminazione di ogni traccia di plebe14 che si collochi fuori del libero mercato della forza-lavoro. Sebbene la sussunzione, in questa prima fase, sia solo formale – si limita a unire i lavoratori combinando le loro forze-lavoro sullo stesso terreno o dentro la stessa manifattura – in realtà, questa pur forzata (e obbligata dalla legge) trasformazione del popolo in vero e proprio proletariato, coincide storicamente con la legge stessa della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica. Coincide cioè con l’esigenza primaria del capitale di estrarre plusvalore.
Tappe imprescindibili per il passaggio da una sussunzione formale – la preistoria del capitale – a una sussunzione reale del lavoro – la storia – sono, schematicamente, il prolungamento per legge della giornata lavorativa e la connessa regolamentazione del salario al di sotto il valore della forza- lavoro (estrazione di plusvalore assoluto), a cui segue, in modalità e tempi ovviamente non omogenei né preordinati, ma comunque sempre con il protagonismo del potere dello Stato, la fissazione per legge dei limiti massimi della giornata lavorativa (estrazione di plusvalore relativo), risultato di quella multisecolare lotta di classe fra capitalista e operaio, la cui storia, dice Marx, mostra correnti contrapposte. «Con il prolungamento della giornata lavorativa, la produzione capitalistica, che è essenzialmente produzione di plusvalore, […] non produce dunque soltanto il deperimento della forza-lavoro umana, […] ma produce anche l’esaurimento e la estinzione precoce della forza-lavoro stessa. […] Quindi sembra che il capitale sia indotto dal suo stesso interesse a una giornata lavorativa normale» (Marx 2011, 288-289). La lotta di classe nella produzione15 appare perciò come quel lento processo storico che ha portato al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dell’operaio salariato e ha al contempo accompagnato – se non proprio causato – il passaggio dall’estrazione di plusvalore assoluto all’estrazione di plusvalore relativo in gran parte dei settori della produzione, segnando il definitivo affermarsi della grande industria moderna e dell’eguagliamento in essa del saggio di sfruttamento. Ma la lotta di classe, dice Marx, si afferma storicamente anche come vera e propria guerra civile, poiché le due classi in lotta stravolgono l’ordine sociale vigente coinvolgendo direttamente nel loro antagonismo il potere dello Stato. È questa una guerra civile tutta particolare: per certi aspetti, sembra essere funzionale allo stesso mantenimento del rapporto antagonistico che il capitale rappresenta. Una volta fissata per legge la lunghezza della giornata lavorativa, il capitale tende di per sé a progredire, senza l’uso della forza extraeconomica, utilizzando quelle forze produttive del lavoro, che gli permettono di estrarre sempre maggiori quantità di plusvalore, tramite la diminuzione del valore della forza-lavoro e contemporaneamente tramite il contenimento del salario, regolato a sua volta all’interno del libero mercato del lavoro. I risultati raggiunti da questa guerra civile, sembra voler dire Marx, non hanno arrecato danni sostanziali al capitale, che anzi è progredito, e, là dove ha potuto, ha continuato pure ad estrarre in vario modo plusvalore assoluto; semmai, i risultati che storicamente si sono affermati sono tutti volti al mantenimento del rapporto di capitale in condizioni sempre più autonome, cioè pienamente organiche e sistemiche. D’altronde, l’autonomia del capitale rimane sempre relativa, e cioè non può disfarsi dello Stato (almeno dal punto di vista funzionale), proprio in ragione del fatto che questo rapporto di produzione e riproduzione allargata deve rinnovare ciclicamente – tramite il superamento di crisi 16 – i propri presupposti fondamentali: da una parte masse di forza-lavoro libera e dall’altra masse di capitale da impiegare nell’uso di quella forza-lavoro ovvero nella estrazione di plusvalore. Deve cioè rinnovare quel processo di accumulazione che, impropriamente, viene detto originario, ma che al contrario ritorna a tempo debito, su scala sempre crescente. Sicuramente lo Stato, all’inizio, favorisce l’estrazione di plusvalore assoluto – estendendola e rendendola valida sul territorio nazionale – e successivamente, prendendo atto di come il nuovo rapporto sociale si sia trasformato, sistema i risultati a cui la lotta di classe ha condotto. Il potere dello Stato gioca pertanto un ruolo di parte e al contempo sistematico. Fissando per legge i limiti della giornata lavorativa, argina e blocca la tendenza all’estinzione della forza-lavoro, favorisce l’estrazione di plusvalore relativo – a cui va ricondotta l’innovazione tecnologica ovvero l’aumento della produttività del lavoro nonché l’intensificazione dell’uso capitalistico della forza-lavoro – e rende ugualmente valido per tutti i capitali lo stesso saggio di sfruttamento.
L’aspetto sistematico-sistemico che il potere dello Stato imprime fin dall’origine al capitale produttivo non si limita solo alla regolamentazione del mercato del lavoro, all’estrazione di plusvalore, al processo lavorativo e di valorizzazione; si esplica in modo assai complesso anche su piani che coinvolgono forme di capitale non produttivo, e per altro oltre i confini nazionali: «I diversi momenti dell’accumulazione originaria si distribuiscono ora, più o meno in successione cronologica, specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del secolo XVII quei divesrsi momenti vengono combinati sistematicamente [mio il corsivo] in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale, come p. es. il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza economica» (Marx 2011, 825-826).
§ 5. Dall’accumulazione originaria al sistema del credito. Lo Stato e il capitale del debito pubblico
Quello che si è rilevato finora è che per Marx vi sia un nesso, innanzitutto da ricostruire storicamente, che vede sorgere insieme la forma pienamente moderna di Stato e la forma capitalistica della riproduzione sociale su base nazionale. Potrebbe sembrare un processo di subordinazione dello Stato al capitale, una perdita totale di autonomia del potere e del sistema statale nei confronti del capitale; tuttavia a ben vedere si presenta come processo di convergenza funzionale della forma moderna di Stato con quella particolare forma di capitale produttivo d’interesse, che è capitale del debito pubblico. «Il sistema del credito pubblico, cioè dei debiti dello Stato, […] s’impossessò di tutta l’Europa durante il periodo della manifattura […]. Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano che sia – imprime il suo marchio all’era capitalistica» (Marx 2011, 829).
L’alienazione ovvero l’identificazione della forma statale con una forma particolare di capitale (il capitale del debito pubblico), segna l’avvenuta trasformazione sociale dell’intera nazione. La sussunzione reale dello Stato al capitale è ormai visibile a occhio nudo, nella misura in cui sul processo di valorizzazione capitalistico non incide la specifica forma politica dell’ordinamento statale (dispotico, costituzionale o repubblicano che sia), viceversa incide la sistematicità con la quale quel processo viene organizzato nazionalmente e regolato, in una parola gestito e riprodotto dal capitale del debito pubblico, cioè da quella ricchezza nazionale che a tutti gli effetti può ora considerarsi proprio come una sfera d’investimento del capitale complessivo sociale. «L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è {...} il loro debito pubblico. […] Il credito pubblico diventa il credo del capitale. […] Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio […]. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili […]. Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro» (Marx 2011, 829).
Lo Stato sussunto dal capitale – alienato nella sfera d’investimento del capitale del debito pubblico – è certamente uno Stato riprodotto dal capitale e identificabile con l’andamento del capitale monetario nazionale (con la politica economica della Banca centrale), ma è anche uno Stato che ha dato prova di essere fin dall’inizio una forma autonoma e sistematica, capace di intervenire essenzialmente all’interno del rapporto di produzione e capace pure di autonomizzarsi da esso, tenendosi al margine dello sviluppo autonomo del capitale, oppure dirigendone l’evoluzione e attribuendo carattere politico alla lotta di classe, trasformata in vera e propria guerra civile dall’azione intrapresa dal potere statale a favore dell’interesse borghese. La complessità di questa configurazione capitalistica della forma nazionale di Stato, non può essere sciolta dalla categoria – che pure si trova nel Capitale – di rapporto dialettico fra base economica della società e sovrastruttura corrispondente.
Vediamo allora che cosa effettivamente sia il capitale del debito pubblico e come in esso venga rappresentato visibilmente il nesso economia-politica a livello nazionale, e in che misura poi questo nesso venga interrotto in tempo di crisi. Ma soprattutto vediamo come lo Stato, pur unificando, in sé e nella Banca centrale, la forma monetaria della valorizzazione capitalistica (D-D' la formula del capitale produttivo d’interesse o del feticcio automatico) con l’interesse collettivo della nazione (con la riproduzione della società e delle sue classi), si possa trasformare di volta in volta in sistema extraeconomico di neoaccumulazione. Il sistema statale fin dall’inizio tiene insieme le forze extraeconomiche (i metodi e le leve individuali e violente dell’accumulazione) con quelle economiche, intervenendo non solo nella lotta di classe fra capitale e lavoro, ma anche all’interno della lotta intercapitalistica fra profitto e rendita 17. La traduzione piena e visibile della forza extraeconomica in forza economica avviene con la formazione del capitale del debito pubblico. La ricchezza nazionale, cioè la riproduzione sociale della nazione, dell’ordinamento statale che le è proprio, si identifica con la spesa statale, con il credito che privati capitalisti concedono in forma monetaria al potere dello Stato. Le somme così anticipate vengono trasformate dallo Stato in titoli di credito (obbligazioni) facilmente trasferibili, che a loro volta continuano a circolare nelle mani di quegli stessi capitalisti, fungendo da denaro, ma soprattutto da capitale monetario produttivo d’interesse. L’improduttività del denaro – la sua impossibilità di valorizzarsi di per sé – viene superata proprio da questa forma autonoma di capitale, che, fuori della produzione e circolazione delle merci, si valorizza automaticamente (produce interesse), passando semplicemente dalla mano del creditore a quella del debitore, il quale resta obbligato a pagare su quella somma prestatagli, rappresentata nominalmente ormai solo dal titolo di credito in mano al creditore, un interesse calcolato e regolato sulla base di quel mercato azionario in cui circolano come merci tutti i titoli, il cui singolo valore varia al variare del rapporto fra la domanda e l’offerta che ogni volta si determina nei loro confronti.
L’interesse valorizza perciò l’obbligazione (il titolo di credito, l’azione, il titolo pubblico, etc.), secondo un saggio generale d’interesse, che lo mette in rapporto percentuale al valore del capitale monetario prestato e rappresentato dal titolo; se il valore diminuisce (diminuendo la domanda o aumentando l’offerta del titolo sul mercato azionario), rimanendo costante il saggio generale d’interesse, deve aumentare la sua valorizzazione, se il valore aumenta (aumentando la domanda o diminuendo l’offerta), diminuisce l’interesse prodotto da quel titolo, rimanendo sempre costante il saggio. Ma il gioco della domanda e dell’offerta che qui effettivamente determina il valore dei titoli e la loro valorizzazione, determina altresì quel saggio generale d’interesse che potremmo considerare come la media in percentuale, ognora valida e visibile sul mercato azionario, fra il valore monetario della massa di titoli offerta (per essere riconvertita in denaro liquido o investita produttivamente, oppure per ragioni speculative, etc.) e il valore di quella richiesta (per investimenti, finanziamenti, per semplice risparmio o gioco di Borsa, etc.); appare chiaro come il saggio (l’interesse medio di tutti i titoli in rapporto percentuale con il valore monetario della loro massa) indichi la produttività generale dei titoli e il loro valore di Borsa, ma soprattutto come e in che misura la formazione del capitale produttivo d’interesse sia sostanzialmente autonoma dalla valorizzazione reale del capitale, dalla produttività dei capitali operanti e rappresentati da quei titoli.
L’arcano della forma autonomizzata del capitale monetario da prestito, e cioè di dove venga l’interesse prodotto da quelle merci sui generis, viene presto risolto, riconducendo questo reddito da capitale alla sua unica e vera fonte originaria, al plusvalore prodotto dai capitali realmente operanti (anche nella sfera circolatoria), il cui valore monetario viene appunto capitalizzato (quotato in Borsa), riportando la loro valorizzazione a un saggio diverso dal saggio generale di profitto (pv/C), nella misura in cui solo una parte del plusvalore prodotto viene monetariamente calcolata e misurata appunto come l’interesse del capitale. La detrazione dell’interesse dal plusvalore (quanta parte del profitto si trasformerà in interesse e quanta in guadagno d’imprenditore) dipende sostanzialmente, e in riferimento al capitale complessivo sociale, dal rapporto in cui si trovano sul mercato i capitalisti monetari da una parte e i capitalisti operanti dall’altra. Dipende cioè dalla entità della domanda di credito che i capitalisti rivolgono ai detentori di capitale monetario da prestito, dipende, a livello nazionale, dal saggio d’interesse – saggio di sconto – con cui la Banca centrale si dispone a prestare denaro in tutte le sue forme e funzioni, ma soprattutto in tutte le direzioni (a privati, capitalisti e non, allo Stato, a società per azioni, etc.). Il capitale monetario sociale giace come una massa in mano dei prestatori di denaro (bancocrati, finanzieri, lupi di borsa, etc.), i quali vengono regolati, nelle loro operazioni finanziarie, proprio da quel saggio d’interesse con cui la Banca centrale presta e anticipa denaro al sistema bancario-creditizio nazionale, oltreché allo Stato; saggio che dipende direttamente dal rapporto monetario-creditizio che il capitale bancario centrale instaura col Tesoro, cioè con quell’istituzione governativa dello Stato, che gestisce e rappresenta il capitale del debito pubblico, oltreché la riserva aurea nazionale depositata presso la Banca.
Quanto lo Stato sia indebitato con la Banca centrale (che rappresenta, fin dalla sua nascita, una massa di creditori privati) e in che misura sia solubile o se sia capace di pagare gli interessi sul debito pubblico, determina non solo le operazioni e i rapporti monetari fra Stato e Banca (l’emissione o il ritiro di titoli pubblici e/o buoni del tesoro dal mercato finanziario, il controllo della moneta in circolazione tramite interventi diretti sul saggio di sconto, etc.), ma anche il rapporto diretto fra la Banca e il resto del sistema creditizio-bancario. La crescita e l’espansione capitalistica della ricchezza nazionale si identifica con l’aumento della spesa statale, che a sua volta si rappresenta nella tendenza all’aumento del debito pubblico; cioè ad un costante aumento sul mercato finanziario e creditizio nazionale della domanda di capitale monetario da parte dello Stato, che mantiene a livelli medio alti il saggio d’interesse, con il quale la Banca centrale concede prestiti anche a privati capitalisti (operanti), per i quali l’interesse è nient’altro che un costo – il prezzo del denaro appunto – aggiunto alle spese fisse e circolanti del proprio capitale reale; è quel costo che il capitalista tende a farsi ripagare con l’aumento dei prezzi delle merci, con la tendenza inflazionistica del mercato generale. Per il capitalista operante l’interesse detratto dal plusvalore realizzato o ancora da realizzare è un mancato profitto o guadagno, che limita anche – con l’aumento del saggio d’interesse – la disponibilità di capitale monetario, cioè la sua offerta, da parte del sistema bancario centrale.
Vediamo allora come il capitale del debito pubblico costituisca certamente la parte più importante e determinate del mercato azionario (fatta astrazione dal capitale delle S.p.A.), perché rappresenta immediatamente il rapporto creditizio-monetario che l’intera nazione, la ricchezza nazionale, intesse con i prestatori di denaro (capitalisti monetari nazionali), concentrati in quella Banca centrale che a sua volta determina, con la fissazione del saggio d’interesse (in rapporto inversamente proporzionale alla richiesta di denaro da parte del pubblico), non solo il prezzo del denaro, ma l’andamento stesso del mercato azionario; un alto saggio d’interesse (conseguente al tendenziale aumento della spesa pubblica), farà pagare allo Stato alti tassi d’interesse sui prestiti ottenuti, facendo altresì lievitare non solo il tasso d’interesse dei titoli pubblici, ma di conseguenza il livello generale dei tassi sul mercato azionario, provocando perdite di valore-capitale sugli stessi titoli. Per quanto tutto questo rappresenti una forte e continuata decurtazione del profitto del capitalista operante, d’altra parte costituisce, come dice Marx, una delle leve più energiche di accumulazione.
Chi presta denaro allo Stato (la Banca centrale nata come società di speculatori privati) acquisisce il diritto incontestabile di prelevare, dal capitale monetario sociale pubblico e privato (dal capitale complessivo sociale in forma monetaria), una parte del plusvalore come interesse, come reddito da capitale, senza aver operato o investito realmente il denaro così anticipato. «Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’8%; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Con queste banconote essa poteva scontare cambiali, concedere anticipi su merci e acquistare metalli nobili. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano al fine di ricevere di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato. A poco a poco essa divenne inevitabilmente il serbatoio dei tesori metallici del paese e il centro di gravitazione di tutto il credito commerciale» (Marx 2011, 830). Vediamo bene allora come Marx faccia nascere la Banca centrale inglese da una società di speculatori privati, ossia da una privata società per azioni di capitalisti monetari, i quali si apprestano innanzitutto a finanziare la spesa pubblica del governo (il potere dello Stato e la ricchezza nazionale) ricavandone un interesse fissato arbitrariamente in base a un saggio concorrenziale rispetto ai saggi vigenti sul resto del mercato nazionale. Il privilegio politico a cui la Banca mirava era evidentemente quello di monopolizzare il suo rapporto con lo Stato, diventando al contempo Banca delle banche, centro nevralgico di tutti i rapporti creditizi e monetari nazionali. Il capitale del debito pubblico e cioè i titoli di credito che la Banca vantava nei confronti dello Stato, furono considerati come la base legale dell’emissione di banconote, e cioè di quella moneta di credito creata dalla Banca per scontare cambiali, concedere anticipi su merci, acquistare metalli nobili. Il capitale bancario centrale veniva così a strutturarsi sostanzialmente attorno ai titoli del debito pubblico e alla riserva metallica, che insieme permettevano alla Banca operazioni in attivo nei confronti dello Stato e di tutto il sistema bancario nazionale. La circolazione legale di questa moneta bancaria tornava a funzionare come capitale monetario da prestito (anche verso lo Stato) e come mezzo di pagamento degli interessi versati a chi aveva intanto acquistato dalla Banca titoli pubblici emessi sul mercato azionario. Le passività della Banca (il pagamento d’interessi su titoli o su depositi) erano di gran lunga superate non solo dalla sua attività di sconto cambiario, dalla percezione d’interesse a vario titolo e dal commercio dell’oro sul mercato mondiale, ma soprattutto dall’inestinguibile debito che lo Stato (la nazione) aveva ormai accumulato nei suoi confronti. La Banca centrale aveva accumulato con quel credito pubblico il diritto di prelevare sul plusvalore nazionale (sul plusvalore prodotto dal capitale complessivo sociale della nazione) una quota in forma di interesse, decurtante il profitto del capitale operante, sulla base della domanda di capitale monetario da prestito che si andava formando di volta in volta sul mercato. Il saggio di sconto cambiario e il saggio d’interesse sul debito pubblico accumulavano in forma monetaria parte del plusvalore complessivo sociale, trasformandolo in reddito (interesse) percepito da quella classe di prestatori di denaro che, concentratisi nell’istituzione bancaria centrale, avevano monopolizzato, con il diretto riconoscimento dello Stato, non solo il controllo della circolazione monetaria in genere (con l’emissione di banconote garantite dal capitale del debito pubblico o con la gestione diretta del fondo nazionale di riserva metallica), ma anche l’insieme del credito commerciale e bancario della nazione; e cioè detenevano l’autonomo controllo di tutta la ricchezza nazionale in forma monetaria.
In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò a impiccare i falsificatori di banconote. Gli scritti di quell’epoca, p. es. quelli del Bolingbroke, dimostrano che effetto facesse sui contemporanei l’improvviso emergere di quella genìa di bancocrati, finanzieri, rentiers, mediatori, agenti di cambio e lupi di Borsa. Con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde una delle fonti dell’accumulazione originaria di questo o di quel popolo. […] Già all’inizio del secolo XVIII le manifatture olandesi sono superate di molto e l’Olanda ha cessato di essere la nazione industriale e commerciale dominante. Quindi uno dei suoi affari più importanti diventa, dal 1701 al 1776, quello del prestito di enormi capitali, che vanno in particolare alla sua forte concorrente, l’Inghilterra. Qualcosa di simile si ha oggi fra Inghilterra e Stati Uniti: parecchi capitali che oggi si presentano negli Stati Uniti senza fede di nascita sono sangue di bambini che solo ieri è stato capitalizzato in Inghilterra. (Marx 2011, 830).
Il potere tecnico-politico che la Banca d’Inghilterra aveva ottenuto da e nei confronti dello Stato, le derivava essenzialmente dal fatto che la forma autonoma del capitale monetario da prestito, o del capitale produttivo d’interesse in essa concentrato e organizzato come una massa, si era assunta l’onere di finanziare la riproduzione della sovrastruttura e dell’ordinamento sociale della nazione; l’autonomizzazione del capitale produttivo d’interesse dal processo reale della produzione capitalistica andava di pari passo, e si identificava via via, con la formazione del capitale del debito pubblico che, a livello nazionale, rappresentava proprio quella classe di capitalisti monetari (bancocrati, finanzieri, etc.), che regolarmente e a diritto prelevavano dalla produzione e riproduzione sociale una quota di plusvalore (capitalizzata al saggio d’interesse corrente), che li manteneva e rafforzava come gli unici proprietari del capitale monetario sociale. Ma gli interessi sul capitale del debito pubblico e il loro livello regolato dal saggio arbitrariamente fissato dalla Banca centrale, non solo permettevano a quest’ultima di controllare la circolazione e in più il corso degli affari (il saggio di sconto cambiario, le riserve auree, etc.), ma le davano anche il potere di far circolare fuori della nazione quei titoli pubblici, che venivano così accumulati in un sistema di credito internazionale, che a sua volta rendeva dipendente la ricchezza nazionale (la riproduzione sociale di una nazione) non solo dal debito e dai finanziamenti interni, ma anche da quelli contratti con l’estero. Questa forma particolare di accumulazione del debito con l’estero (diversa dal debito legato alla bilancia dei pagamenti, cioè ai rapporti di scambio commerciali fra paesi diversi) nasconde in realtà una delle fonti originarie di accumulazione capitalistica di una nazione in ascesa produttiva (come dell’Inghilterra nei confronti dell’Olanda), rispetto a un’altra invece in declino (come in seguito l’Inghilterra nei confronti degli Stati Uniti). La sostanziale riduzione del capitale complessivo sociale di un paese a capitale monetario da prestito (oro, banconote, etc.) e capitale produttivo d’interesse (titoli di credito esteri), per quanto valorizzi la ricchezza nazionale (per esempio dell’Olanda) decurtando il plusvalore dei capitali operanti di altri paesi (dell’Inghilterra per esempio), rendendoli cioè dipendenti dai prestiti contratti e obbligandoli a pagare gli interessi, rispecchia però una modificazione della struttura interna di quel capitale complessivo sociale che, non potendo più allargare qualitativamente e quantitativamente la scala riproduttiva, derubrica l’accumulazione produttiva ad accumulazione solo monetaria. È come se la trasformazione del capitalismo produttivo- commerciale olandese in capitalismo solo finanziario segnasse in realtà il declino di quel capitale sulla scena internazionale e finanziasse al contempo l’ascesa di quello inglese; la divisione del lavoro fra diverse nazioni capitalistiche apparirebbe come processo di specializzazione dell’una nei confronti dell’altra, come autonomizzazione del capitale finanziario nazionale dell’una, dal capitale produttivo dell’altra, o come, infine, processo di estensione del capitale (in tutte le sue forme) oltre il territorio puramente nazionale (dall’Olanda all’Inghilterra, dall’Inghilterra agli Stati Uniti).
L’accumulazione originaria di un popolo, dice Marx, cioè l’innesco del rapporto di produzione capitalistico all’interno di uno Stato nazionale, può passare attraverso la trasformazione del capitale complessivo sociale di un altro paese, può procurarsi una delle sue fonti dall’accumulazione monetaria che altri hanno raggiunto e che non possono più impiegare produttivamente; può, in altri termini, essere mediata dalla formazione del capitale del debito pubblico all’interno di un più vasto sistema di crediti internazionali.
Potrebbe a questo punto sembrare che la forma nazionale di Stato – il potere e il sistema statale – si allontani sullo sfondo di un mercato e di un sistema capitalistico ormai internazionalizzato proprio dalla forma autonoma del capitale produttivo d’interesse e dal suo nesso essenziale con la riproduzione della ricchezza nazionale. Vorremmo anzi sottolineare, a questo proposito, come Marx consideri, alla fine del XXIV capitolo, l’estensione e l’intensificazione del capitale non più solo da un punto di vista nazionale (in particolare in Inghilterra), ma ne veda chiaramente lo sviluppo in atto (tramite rinnovate accumulazioni originarie) in un quadro ormai mondiale. Il sistema internazionale dei crediti, «il crescente carattere internazionale del regime capitalistico» (Marx 2011, 838), sembrerebbe lasciare in ombra, come inessenziale, quel potere dello Stato intorno al quale non solo si era organizzata l’accumulazione originaria, ma si era pure formato il capitale complessivo sociale (la riproduzione capitalistica di una nazione) e il nesso fra l’economia e la politica nazionali. Sembrerebbe cioè che la forma autonomizzata del capitale produttivo d’interesse, riproducendo il sistema statale come sistema del debito pubblico, come rapporto economico e di potere fra Banca centrale e governo, tenda di fatto a spostare quel nesso fuori del controllo nazionale, cioè nella rete del mercato e del credito mondiali.
Sembrerebbe che la forma nazionale di Stato debba perdere prima o poi il controllo politico sull’economia o sulla anarchia della concorrenza internazionale; controllo monopolizzato invece dall’istituto bancario centrale. Il potere dello Stato – la sua contestuale e ambivalente sistematicità e parzialità a favore della borghesia – così come l’avevamo incontrato durante tutto il processo dell’accumulazione originaria, sembra sfuggirci di mano e perdersi, non solo di fronte al potere tecnico-politico che la Banca centrale conquista nei suoi confronti con la formazione del debito pubblico, ma soprattutto di fronte all’internazionalizzazione dei debiti, conseguente all’estensione del mercato e del credito mondiali. Tutto questo certamente avviene – alla luce in particolare della V sezione del III libro del Capitale –, ma in modo tale da mantenere la configurazione nazionale del potere statale e conservare al contempo il nesso economia-politica all’interno del rapporto nazionale e internazionale fra Banca centrale e Stato. È appunto proprio questo nesso che spiega le ragioni della permanenza della forma nazionale di Stato e del suo potere, in un contesto più ampio di regime capitalistico internazionale. Il capitale (nella sua configurazione mondiale di capitale finanziario) potrà continuare a riprodursi e ad allargarsi solo per mezzo di successive e rinnovate accumulazioni che, soprattutto in tempo di crisi, quando ogni nesso è reciso, assumeranno di nuovo aspetto extraeconomico, solo politico, essenzialmente violento. La crisi riproporrà necessariamente la separazione originaria fra metodi e leve extraeconomiche e forze economiche, fra l’ordinamento sociale di un paese e la sua capacità di riprodursi capitalisticamente, fra la produzione e la realizzazione del valore, fra queste e la valorizzazione del capitale; fra la politica (anche come politica della Banca centrale e del governo presi insieme) e l’economia (come struttura riproduttiva dell’insieme sociale). Durante la crisi lo Stato nazionale dovrà ripresentarsi nella sua veste originaria, non solo di organizzatore della violenza espropriatrice, ma anche in quella di sistema della rinnovata accumulazione. Il potere dello Stato nazionale sembra perciò permanere anche dopo il processo dell’accumulazione originaria e durante la stessa internazionalizzazione del regime capitalistico; se nei confronti della Banca centrale e del credito mondiale apparirà come momentaneamente sospeso, la sua azione e funzione sistematica e organizzatrice non verrà certamente persa.
Poiché il debito pubblico ha il suo sostegno nelle entrate dello Stato che debbono coprire i pagamenti annui d’interessi, ecc., il sistema tributario moderno è diventato l’integrazione necessaria del sistema dei prestiti nazionali. I prestiti mettono i governi in grado di affrontare spese straordinarie senza che il contribuente ne risenta immediatamente, ma richiedono tuttavia un aumento delle imposte in seguito. D’altra parte, l’aumento delle imposte causato dall’accumularsi di debiti […] costringe il governo a contrarre sempre nuovi prestiti […]. Il fiscalismo moderno, il cui perno è costituito dalle imposte sui mezzi di sussistenza di prima necessità (quindi dal rincaro di questi), porta perciò in se stesso il germe della progressione automatica. Dunque, il sovraccarico d’imposte non è un incidente, ma anzi è il principio. […] l’influsso distruttivo che questo sistema esercita sulla situazione dell’operaio salariato qui ci interessa meno dell’espropriazione violenta del contadino, dell’artigiano, in breve di tutti gli elementi costituenti della piccola classe media, che il sistema stesso porta con sé. Su ciò non c’è discussione, neppure fra gli economisti borghesi. […] Il ruolo notevole che il debito pubblico, e il sistema fiscale ad esso corrispondente, gioca nella capitalizzazione della ricchezza e nell’espropriazione delle masse, ha indotto una moltitudine di scrittori, […] a vedervi a torto la causa fondamentale della miseria dei popoli moderni. (Marx 2011, 831)
Il potere economico-politico che lo Stato nazionale aveva esercitato durante l’accumulazione originaria non viene meno nemmeno con la formazione del sistema internazionale dei crediti pubblici, o meglio, viene rafforzato e integrato dal moderno sistema fiscale, che non solo mette in grado il governo di ampliare la spesa pubblica, grazie al prelievo delle imposte come copertura annua degli interessi da versare, ma esercita altresì un’espropriazione continuata (e in aumento progressivo) nei confronti della classe operaia e in generale della piccola classe media, considerata da Marx come una parte importante della popolazione nazionale; come quella parte che pur non essendo tenuta in conto dall’economia politica classica, subisce gran parte di quell’espropriazione messa in atto dal prelievo fiscale e più in generale dal sistema tributario nazionale. Con l’aumento del prezzo dei beni di prima necessità (conseguente all’imposizione fiscale sui mezzi di sussistenza) viene ogni giorno decurtato di una parte (che andrà direttamente allo Stato) non solo il salario dell’operaio (regolato comunque dall’autonoma legge generale dell’accumulazione capitalistica), ma anche il reddito del contadino e dell’artigiano che si trovano al limite fra la miseria e il benessere, o, come dice Marx, per metà al di fuori della società. Sono, questi, i cosiddetti redditi spuri che ricomprendono in sé tutte e tre le forme di reddito che la società capitalistica genera. Per quanto possano rappresentare, durante tutto il periodo della manifattura, la massa popolare – rispetto alla classe operaia che si va invece lentamente formando – sono proprio loro a subire i danni maggiori dell’accumulazione capitalistica, condotta sistematicamente dallo Stato anche attraverso l’imposizione fiscale. È il loro modo di produrre ad essere ognora messo in pericolo, non solo dall’ingresso delle macchine nella produzione (dalla nascita della grande industria), ma anche dall’estensione del commercio capitalistico e soprattutto dalla politica economica condotta dallo Stato nei loro confronti. La grigia società borghese, come immane raccolta di merci, si configura qui, dal punto di vista della composizione di classe, come un pullulare variopinto ed articolato di figure sociali che si moltiplicano, l’una in connessione con l’altra, tendenzialmente ad infinitum.
L’espropriazione generalizzata e socialmente visibile, che il sistema fiscale compie certamente nei confronti del salario, ma ugualmente nei confronti di questi ceti medi, non li vede passivamente subire, come se fossero destinati a rimanere al margine della società, viceversa li attiva politicamente. La loro azione antiborghese o anticapitalistica però, non ha carattere di lotta di classe (antagonismo economico-politico interno al rapporto di produzione), semmai è un ancoraggio che la classe media attua verso lo Stato, riuscendo a introdursi stabilmente in esso (per esempio come burocrazia) e ad opporsi a quelle leggi del mercato che sembrerebbero ridurla decisamente in miseria. In realtà, dice Marx, la miseria vera e propria dei popoli moderni non è certo ascrivibile all’espropriazione attuata dal sistema del debito pubblico e fiscale nei confronti di questa classe, che invece viene continuamente riprodotta anche nella sua azione politicamente reazionaria o antirivoluzionaria, comunque contrapposta all’antagonismo politico e sociale della classe operaia nei confronti della borghesia al potere. Potremmo dire allora che il suo carattere di massa reazionaria, il carattere spurio del suo reddito, la posizione socialmente incerta della sua riproduzione, la rende più che mai visibile e al contempo adattabile alle alterne vicende del mercato e della politica nazionali.
Vediamo in conclusione come Marx, in questi testi, si sia concentrato sugli elementi essenziali che contraddistinguono il capitale come rapporto di produzione e come sistema di metodi e leve, come processo di espropriazione e separazione del produttore diretto dai suoi mezzi di produzione e sussistenza (genesi dell’operaio salariato e del capitalista), al tempo stesso come processo extraeconomico di violenza della società, concentrata e organizzata dal potere dello Stato. Il nesso economico-politico che così ci è stato delineato in questo XXIV capitolo, troverà la sua ulteriore e complessa argomentazione alla fine del III libro del Capitale, nelle ultime sezioni e in particolare nella quinta, dove il capitale produttivo d’interesse – e la immane sovrastruttura creditizia ad esso connessa – sembrerà trascendere e trasfigurare la violenza espropriatrice originaria, nella pura forma monetaria, riproponendola poi però al momento opportuno, proprio durante e intorno ai tempi di crisi e soprattutto su scala planetaria. A quell’altezza infatti, occorrerà affrontare i testi e l’analisi di Marx in un’ottica davvero scevra da false opposizioni, prima fra tutte quella che oppone lo Stato, come mero «contenitore di potere», che opera entro confini territoriali definiti una volta per tutte, all’economia, come meccanismo di scambio senza frontiere e senza ancoraggio territoriale (Jessop 2014, 130). Se è vero, come è vero, che per Marx il mercato mondiale è la base e il presupposto dell’accumulazione capitalistica (e non propriamente il télos), quel sistemaorganico Stato/Capitale di cui abbiamo seguito con Marx la preistoria, si presenta su scala mondiale come «connettore di potere», Stato nodale o reticolare, fondamentalmente impegnato nel ridisegnare le matrici spazio- temporali entro cui il capitale (l’economia capitalistica) necessariamente opera (Jessop 2014, 131 e ss.) Ma su tutto questo rimandiamo ad altra sede18.










































Interessante aperta riflessione.
"Altri riferimenti " esistono, ma prima di tutto bisogna darsi i propri per trovarli.
La difficile sequenza mi pare questa:
1) Cercare dentro di sé
"altri riferimenti".
2) Cercare fuori di sé se esistono quelli che si cercano.
3) Capire " gli altri riferimenti" eventualmente trovati.
4) Non essere mai sicuri di niente.
Tutto Difficile.. Troppo Difficile..!!
Vale per tutti naturalmente.
Compreso me.
Buona Fortuna