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Introduzione a Marx e Hegel. Contributi a una rilettura
di Roberto Fineschi
[Roberto Fineschi, Marx e Hegel. Contributi a una rilettura, Roma, Carocci, 2006]
1. Premessa
Lo studio che presento è la continuazione organica di una ricerca iniziata da alcuni anni che ha dato i suoi primi frutti nel volume apparso alcuni anni fa dal titolo Ripartire da Marx. Processo storico ed economia politica nella teoria del “capitale”. Tenendo conto del legame esplicito valgono qui le stesse tre premesse di carattere generale allora introdotte.
Nella voce Karl Marx per il dizionario enciclopedico Granat Lenin scriveva: «Il Marxismo è il sistema delle concezioni e della dottrina di Marx» [Lenin (1914): 9], proseguendo poi con un’esposizione dei principi generali e concludendo con un capitolo sulla tattica del proletariato. Non intendo certo pronunciarmi qui su Lenin come personaggio storico, politico o come pensatore; limitandosi però a questa affermazione, mi pare si possa sostenere che egli operi una forzatura che è stata poi propria di tutta una tradizione, alla quale sono appartenuti anche gli oppositori di Lenin. Definirei, infatti, più propriamente il marxismo come “una prassi politica ispirata alle concezioni ed alla dottrina di Marx”. La teoria del modo di produzione capitalistico elaborata da Marx non è infatti – né può essere – immediatamente una teoria politica; si tratta piuttosto della ricostruzione, ad un altissimo livello di astrazione, del funzionamento “epocale” della società borghese, che implica delle linee di tendenza, delle forme di movimento, ma immediatamente non una politica.
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Dieci tesi contro il capitalismo predatorio1
di Jean-Claude Lévêque
Il capitalismo contemporaneo è la forma estrema dello stesso, ovvero il capitalismo nella sua fase discendente, ancora inedita nei suoi effetti complessivi. La «servitù del debito» è uno dei suoi modi di oppressione e controllo delle masse, ma non il solo.
Si può a ragione parlare di «capitalismo predatorio» o di «Capitalismo assoluto» (Preve), anche se entrambe le definizioni paiono ancora insufficienti per coglierne le caratteristiche dominanti. Il dibattito attuale (considero come posizioni interessanti e opposte quelle di Dardot/Laval, di Bidet, di Lazzarato, Negri, Zizek, Badiou, di Aglietta e di Lévy) stenta a trovare una strategia di uscita dal dominio del capitale finanziario, per ragioni teoriche e ideologiche. Si fanno delle analisi convincenti- anche se non sempre-, ma quello che risulta pressoché impossibile (forse soprattutto perché, in generale, non si tiene conto di Lenin) è trovare un modo per opporsi efficacemente alla retorica intransigente della classe dominante.
La strategia dei capitalisti sembra invece molto più efficace nello spuntare le armi dei movimenti che vi si oppongono. La constante criminalizzazione di qualsiasi forma di opposizione e l’affermazione constante e martellante dell’assenza di alternative lasciano poco spazio ai movimenti2.
Un’altra caratteristica del capitalismo predatorio è la sua connivenza con le mafie mondiali, che ormai spesso appare assolutamente evidente, sebbene negata dai media di regime.
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Più o meno Europa?
di Diego Fusaro
In una lettera recentemente apparsa on line, l’amico e collega Luciano Canova ha mosso delle obiezioni alle mie posizioni sull’euro e sulla necessità di congedarsene il prima possibile. Lo ringrazio fin da ora per le stimolanti riflessioni su temi così nodali. E proverò qui di seguito a elaborare una risposta, sia pure sintetica.
In primis, caro Luciano, mi permetto di rettificare due punti: il “cretinismo economico” (Gramsci) non è un’accusa rivolta a te e all’economia in quanto tale, ma, più in generale, all’odierno spirito del tempo, di cui l’economia è espressione quintessenziale. La riduzione dell’essente a quantità calcolabile, sfruttabile e valorizzabile non è forse – come ben sapeva Heidegger – la triste essenza del nostro tempo? Non è forse questo il cretinismo economico di un tempo in cui non si ragiona se non in termini di debiti e crediti, di crescita e di profitto, di austerity e fiscal compact, di spread e di deregulation? Questo è l’orizzonte in cui siamo, e di questo dobbiamo occuparci (né di Marshall, né di Smith): l’economia di cui parla Aristotele è tutt’altro che cretinismo economico, ovviamente; ma quella odierna, elevata dal pensiero unico a teologia della disuguaglianza sociale? L’economia è oggi la teologia del capitale finanziario. I pochi economisti che, come te, si sottraggono a questa follia generale sono i benvenuti e dovrebbero essere i primi a indirizzare i loro strali contro i colleghi organici al sistema finanziario.
Seconda precisazione: a rigore, il paragone tra Hitler e la Merkel che tu mi attribuisci non è mio, ma del conduttore televisivo della trasmissione a cui ho partecipato qualche settimana fa.
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Come difendere la nostra privacy dal "Grande Fratello"
Micah Lee intervista Edward Snowden
Avvertenza: nel seguito, quanto è in corsivo tra parentesi quadre, è di Micah Lee; quanto è in tondo corpo 8 tra parentesi quadre, è del traduttore.
Il mese scorso ho incontrato Edward Snowden* in un hotel nel centro di Mosca, a pochi isolati dalla Piazza Rossa. Era la prima volta che ci incontravamo di persona. Mi aveva scritto un paio di anni fa, poi avevamo creato un canale di comunicazione criptato per i giornalisti Laura Poitras e Glenn Greenwald, ai quali Snowden voleva rivelare la dilagante e frenetica sorveglianza di massa messa in atto dalla National Security Agency (NSA) e dal suo equivalente britannico GCHQ (Government Communications Headquarters).
Oramai Snowden non era più nascosto nell’anonimato. Tutti sapevano chi era, molte delle informazioni che aveva rivelato erano di dominio pubblico ed era noto che viveva in esilio a Mosca, dove era rimasto bloccato quando il Dipartimento di Stato USA gli aveva annullato il passaporto mentre stava recandosi in America Latina. La sua situazione adesso era più stabile e le minacce contro di lui un po’ più facili da prevedere. Quindi ho incontrato Snowden con meno paranoia di quella che era invece giustificata nel 2013, ma con più precauzioni per la nostra sicurezza personale, visto che questa volta le nostre comunicazioni non sarebbero state telematiche ma di persona.
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Dopo il 'Dopo la fisica'
Recensione di un libro di Carlo Rovelli
Pierluigi Fagan
Metafisica è un termine che inizialmente venne coniato per ragioni editoriali da parte di chi si occupò di ripubblicare le opere di Aristotele prelevandole dall’oblio in cui erano sparite due secoli dopo la loro prima apparizione. Esso ebbe quindi un significato tecnico: gli scritti di Aristotele pubblicati dopo quelli della Fisica, -metà ta physikà-, dopo la fisica. Da allora, sino ad oggi, il termine ha perso il suo specifico tecnico ed è diventato il titolo di una nuvola di pensieri astratti che ha determinato il corso della nostra filosofia, quindi della nostra facoltà pensante, delle sue regole e procedure, del come determiniamo l’esistenza stessa degli oggetti del pensiero, quel pensiero con cui pensiamo noi ed il Mondo, che orienta le nostre azioni nel Mondo. Lo statuto di questa nuvola di pensieri e modi di pensare nasce ambiguo poiché lo stesso Aristotele, a cui era ignoto il termine metafisica, definiva quell’ambito “filosofia prima”. Quel “prima” ingenerava una gerarchia controintuitiva, poiché ciò che si leggeva per primo (il mondo fisico e fenomenico) era in realtà causato da un prima, da principi precedenti, di cui appunto si occupava la filosofia prima, che però compariva per seconda. Il mondo che ci appare per primo è secondo alla lettura dei principi che lo determinano oggetto di una filosofi prima che retrocede quella che ha in oggetto il mondo, a seconda.
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Perché nel XVII secolo vi fu un crollo della ricerca scientifica italiana?
di Lucio Russo
Questo articolo riprende, in forma molto sintetica, una tesi esposta in L. Russo ed E. Santoni, Ingegni minuti, Una storia della scienza in Italia, Feltrinelli, 2010
Credo che si possa tranquillamente affermare che la moderna scienza europea nacque nel Rinascimento italiano (anche se gli storiografi anglosassoni tendono a spostare il lieto evento di qualche secolo, facendolo coincidere con il salto di qualità, sul quale torneremo, che si realizzò alla fine del Seicento).
Senza ricordare i tanti successi scientifici italiani del Quattrocento e del Cinquecento, notiamo solo che una chiara prova del ruolo centrale svolto dal nostro paese nella scienza dell’epoca è fornita dalla sua capacità di attrarre studiosi stranieri. È universalmente riconosciuto il ruolo chiave svolto dal fiammingo Andrea Vesalio (Andreas van Wesel) nella nascita dell’anatomia moderna; è perciò significativo che Vesalio, dopo aver studiato a Lovanio e Parigi, abbia voluto coronare la sua carriera laureandosi a Padova, divenendovi professore e svolgendovi le sue principali ricerche. In astronomia è universalmente noto il ruolo svolto da Niccolò Copernico (Mikołaj Kopernik), che aveva studiato a Bologna, Ferrara e Padova. Ancora nel Seicento il padre riconosciuto della geologia e della stratigrafia, il danese Niccolò Stenone (Niels Stensen), svolse quasi tutta la sua attività di ricerca in Toscana.
Nel Seicento ai successi italiani nelle scienze fisico-matematiche (soprattutto, ma non solo, ad opera della scuola galileiana) si accompagnò, nelle scienze della vita, il ruolo decisivo svolto da scienziati come Francesco Redi e Marcello Malpighi.
Nel Settecento, e già alla fine del Seicento, l’Italia era tuttavia divenuta un paese scientificamente sottosviluppato (con qualche eccezione nelle scienze della vita). Quali furono le cause di un crollo verticale così rapido?
La vulgata, ripetuta infinite volte, dà una risposta netta e chiara: la colpa fu della chiesa cattolica, che bloccò le ricerche scientifiche con i processi e le condanne di Bruno (1600) e di Galileo (1633).
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La società artificiale
Controllo sociale, lavoro e trasformazione del sistema politico
di Renato Curcio
Incontro-dibattito sul libro La società artificiale. Miti e derive dell'impero virtuale, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2017), presso il Csa Vittoria, Milano, 14 settembre 2017
Il lavoro di ricerca è sempre un lavoro teso su una corda, nel senso che stiamo cercando di affrontare dei processi sociali nuovi, che ci sorprendo perché, come abbiamo tentato di dire soprattutto nel primo lavoro, L'impero virtuale (1), sono processi ad altissima velocità storica e sorpassano la nostra capacità di adattamento. Il tempo, la storia, dell'Ottocento e del Novecento, per rimanere negli ultimi due secoli, aveva un passo molto più lento: il lavoratore del sud Italia che veniva a lavorare alla Pirelli a Milano o alla Fiat di Torino, poteva arrivare anche digiuno di quella che era una cultura del mondo del lavoro, sindacale, di classe ecc., e aveva poi il tempo per entrare progressivamente nei problemi che stava vivendo insieme ai diversi contesti che attraversava e che erano abbastanza omogenei: i contesti urbani dei quartieri, quelli di fabbrica, i contesti sociali più organizzati. Oggi questo non c'è più. Oggi i tempi sono talmente violenti e veloci che ci mettono di fronte a delle dinamiche che sono mondiali, e che solo dieci anni fa non esistevano. Facebook, per esempio, che nel 2007 entra come processo sociale non più riferito a un piccolo gruppo di università, e dieci anni dopo raggiunge i due miliardi di utenti. È quindi comprensibile che le persone che vi si sono riversate lo vivano più esperenzialmente e intuitivamente che avendone contezza e gli strumenti per leggere che cos'è, come funziona, come funzionano loro stessi mentre utilizzano questo tipo di strumenti.
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Gratificazione o sfruttamento?
Dal lavoro gratuito alle nuove forme di organizzazione e mutualismo
di Sergio Bologna
Un testo importante di Sergio Bologna che analizza tre libri collettanei pubblicati di recente, all’interno dei quali, nelle differenze di taglio e di configurazioni, è centrale il tema della gratuità del lavoro contemporaneo, cioè la crisi del “valore” del lavoro (“merce per eccellenza, la madre di tutte le merci”). Si tratta di: Salari rubati, a cura di Francesca Coin, Ombre Corte, 2017; Le reti del lavoro gratuito, a cura di Emiliana Armano e Annalisa Murgia, Ombre Corte, 2016; Platform capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali, a cura di Emiliana Armano, Annalisa Murgia e Maurizio Teli, Mimesis, 2017
*****
Il gruppo di ricercatrici e ricercatori che in Italia indaga sulla distruzione del lavoro salariato, la precarizzazione, il lavoro gratuito, l’estrazione di plusvalore dalle capacità relazionali e dagli stati emozionali, ha raggiunto ormai un grado di approfondimento analitico e di ampiezza di sguardo, che hanno permesso d’illuminare anche i lati più nascosti di questo universo del lavoro in costante decomposizione. E’ un segmento della sociologia del lavoro che ha raggiunto risultati eccellenti, in buon parte realizzati da ricercatori precari.
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Migranti e keynesismo militare
di Guglielmo Carchedi
I. Nella discussione attuale sugli immigrati si fa una distinzione tra migranti economici e rifugiati politici. Solo i rifugiati politici dovrebbero essere accolti per ragioni umanitarie. I migranti economici dovrebbero essere messi in prigione (come proposto dal partito razzista olandese) o accolti a fucilate (come proposto dal partito razzista tedesco). La distinzione tra rifugiati politici ed economici è falsa, ipocrita e cinica. Se le guerre creano povertà, i rifugiati politici sono anche migranti economici. E se i migranti economici scappano dalla disoccupazione e dalla povertà creata dalle guerre, i migranti economici sono anche rifugiati politici. Tutti devono essere accolti per ragioni umanitarie.
Gli xenofobi e razzisti nostrani se ne fregano delle ragioni umanitarie. Per loro i migranti economici dovrebbero essere respinti perché essi ruberebbero il lavoro agli Italiani. Falso. L'Italia è un paese a forte decrescita. La presenza degli immigrati è tale che se improvvisamente domani partissero, il paese andrebbe a rotoli. Senza gli immigrati, interi settori fallirebbero e molti italiani perderebbero il loro lavoro.
Ma, proseguono i beceri difensori del patrio suolo, se non ci fossero stati gli immigrati, quei lavori sarebbero andati ai lavoratori Italiani. Questo è il tipico esempio in cui si dà la colpa alla vittima. La questione è: chi ruba il lavoro agli Italiani? Non certo gli immigrati. Sono certi imprenditori che, approfittandosi della debolezza contrattuale degli immigrati, possono assumerli illegalmente o comunque a salari inferiori a quelli che dovrebbero pagare ai lavoratori Italiani.
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L'"agenda Bagnai" e la maldicenza e mediocrità molto tenaci
di Alberto Bagnai
Tesi
luca grignani ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Una cortesia":
Comincio a notare anche qui sul blog di Bagnai una certa qual avversione verso la sovranità monetaria.....
Antitesi
Da "Il tramonto dell'euro", p. 277:
E dopo che si fa?
Proviamo allora a unire i puntini. Questa crisi richiede un deciso cambio di paradigma, che è fuori dalla portata di chi si ostina a difendere l’esistente, per difetto etico (collusione col potere, incapacità di ammettere un errore), o politico (incapacità di immaginare un cambio di rotta senza sopportare enormi costi in termini elettorali). Il nuovo paradigma, evidentemente, deve muovere dal superamento degli errori del vecchio, e da una percezione chiara, e articolata per priorità, dei problemi che abbiamo di fronte. Problemi, giova ricordarlo, che quando non sono stati creati, non sono stati nemmeno risolti dall’entrata nell’euro. Problemi, va anche detto, che non sono tutti alla nostra portata, né come singoli, né come collettività nazionale. Tuttavia se prima non si acquisisce una consapevolezza, è impossibile proporre un’azione politica tale da coinvolgere altri soggetti (siano essi il vicino di casa, o altre nazioni europee). L’agenda di quello che si può fare parte anche da una visione costruttiva, e non scaltramente distruttiva, di quello che non si può fare, o non da soli, o non adesso.
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"Totalitarismo", triste storia di un non-concetto
di Vladimiro Giacché
Con la risoluzione approvata il 19 di settembre il Parlamento Europeo ritorna ad utilizzare il concetto di totalitarismo per giungere ad un'antistorica e inconcepibile equiparazione tra nazismo e comunismo. In questo saggio che rilanciamo Vladimiro Giacché spiega perché il totalitarismo è un concetto utilizzato sostanzialmente per equiparare nazismo e comunismo. Da La Contraddizione del 23/01/2006 – www.contraddizione.it

Come le guerre di Bush, anche il lessico ideologico contemporaneo è animato dalla lotta tra il Bene e il Male. Una lotta sanguinosa che vede contrapposti ai nostri alleati, “Mercato”, “Democrazia” e “Sicurezza”, due nemici mortali: “Terrorismo” e “Totalitarismo” – tra loro complici, e sempre meno distinguibili l’uno dall’altro. Come è logico, l’esecrazione generale circonda questi due tristi figuri. L’appellativo di “Totalitario”, in particolare, è decisamente tra gli insulti più in voga. Di “atteggiamento totalitario” è stato recentemente accusato il ministro brasiliano per la cultura Gilberto Gil da Caetano Veloso, nel corso di una polemica sulla distribuzione di fondi pubblici. “Tipica di uno stato totalitario” è secondo Vittorio Feltri la (sacrosanta) decisione del Prc di espellere un consigliere comunale che prima ha difeso il diritto di Di Canio di fare il saluto fascista, poi lo ha imitato a beneficio del fotografo di un giornale locale. E “totalitario” è ovviamente anche ogni oppositore di Berlusconi che venga sorpreso a pronunciare con tono di rimprovero le tre parole “conflitto di interessi”.
Si tratta di usi grotteschi del termine, ma a loro modo significativi. Ancora più significativo è l’uso del termine da parte dell’ex direttore della Cia James Woolsey: il quale ha recentemente affermato che “una stessa guerra” contrappone oggi gli Usa a “tre movimenti totalitari, un po’ come avveniva nel secondo conflitto mondiale”. I tre “movimenti totalitari” sarebbero rappresentati dal baathismo (sunniti iracheni e Siria), dagli “sciti islamisti jihadisti” (appoggiati dall’Iran e legati agli hezbollah libanesi) e dagli “islamisti jihadisti di matrice sunnita” (ossia “i gruppi terroristici come al Qăīda”) [intervista a Borsa & Finanza, 5.11.2005]. Un dubbio sorge spontaneo: che cosa diavolo hanno in comune oggi un nazionalista arabo laico, un fondamentalista islamico sciita e uno sunnita? Praticamente nulla. Eccetto una cosa: il fatto di opporsi agli Stati Uniti. “Totalitario”, insomma, è chi si oppone all’Occidente, e più precisamente agli Usa.
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L’ammortamento del corpo-macchina
par Christian Marazzi
Una delle caratteristiche del nuovo capitalismo è la perdita di importanza del capitale fisso, della macchina nella sua forma fisica, quale fattore di produzione di ricchezza.
Las materializzazione del capitale fisso e dei prodotti-servizio ha quale suo corrispettivo concreto la “messa al lavoro” delle facoltà umane quali la capacità linguistico-comunicativa e relazionale, le competenze e le conoscenze acquisite in ambito lavorativo e, soprattutto, quelle accumulate in ambito extra-lavorativo (saperi, sentimenti, versatilità, reattività, ecc.), insomma l’insieme delle facoltà umane che, interagendo con sistemi produttivi automatizzati e informatizzati, sono direttamente produttive di valore aggiunto.
La dematerializzazione del capitale fisso e il trasferimento delle sue funzioni produttive e organizzative nel corpo vivo della forza-lavoro, è all’origine di uno dei paradossi del nuovo capitalismo, ossia la contraddizione tra l’aumento d’importanza del lavoro cognitivo, produttivo di conoscenza, quale leva della ricchezza e, contemporaneamente, la sua svalorizzazione in termini salariali e occupazionali.
Le difficoltà in cui ci si imbatte in tutte le analisi delle tendenze del mercato del lavoro confermano indirettamente che il modello emergente nei paesi economicamente sviluppati è di tipo antropogenetico, un modello cioè di “produzione dell’uomo attraverso l’uomo” in cui la possibilità della crescita endogena e cumulativa è data soprattutto dallo sviluppo del settore educativo (investimento nel capitale umano), del settore della sanità (evoluzione demografica, biotecnologie) e di quello della cultura (innovazione, comunicazione e creatività). Un modello in cui i fattori di crescita sono di fatto imputabili direttamente all’attività umana, alla sua capacità comunicativa, relazionale, innovativa e creativa. E’ la capacità di innovazione, di “produzione di forme di vita”, e quindi di creazione di valore aggiunto, che definisce la natura dell’attività umana, non il fatto che appartenga a questo o quel settore occupazionale.
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La libertà al di là della retorica della libertà
di Andrea Zhok
Ieri, stremato dall’ennesimo scempio argomentativo ascoltato nell’ennesima discussione su Green Pass e dintorni avevo pensato di provare a redigere (di nuovo) una sorta di vademecum con domande e risposte, magari solo per un senso di ordine mentale. Tuttavia ho l’impressione che siamo oramai andati oltre il livello in cui questo livello di ragioni poteva avere preminenza. Se non hanno attecchito a sufficienza da due mesi a questa parte, oramai siamo arrivati ad un livello ulteriore.
Sul piano di merito al di là dei mille argomenti di dettaglio in cui ci si può perdere, per stabilire l’illegittimità del Green Pass nella sua versione italiana bastavano due argomenti, semplici, e che chiunque avesse fatto un minimo sforzo di approfondimento poteva acquisire subito.
Per definire sul piano scientifico l’illegittimità del GP basta stabilire che:
1) anche i vaccinati contagiano;[1]
2) nessuno è nella posizione di garantire la piena sicurezza dei preparati da inoculare ora in uso.[2]
Non ci voleva assolutamente niente altro. Ed entrambi i punti sono accertati al di là di ogni possibile dubbio (vedi un po’ di riferimenti in nota).
Il primo punto elimina alla radice la presunzione di dover “tenere alla larga” il non inoculato in quanto potenzialmente lesivo (in effetti non godendo della protezione del farmaco il non inoculato è più facilmente la parte lesa.)
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Mercificazione, consumismo, desublimazione repressiva
Il viaggio di Woody Allen nella terra di Machiavelli, Leopardi e Gramsci
di Salvatore Cingari*
Fra le varie critiche mosse al film di Woody Allen ambientato a Roma, To Rome with love, c’è quella di non reggersi su un “nucleo centrale”. Parto da qui per cercare di sovvertire il giudizio maggioritario di critica e pubblico su questa che invece ritengo essere una delle opere più “impegnate” del regista di Manhattan. Il nucleo centrale è infatti l’incessante processo di mercificazione del mondo della vita, il progressivo dominio di una pratica consumistica e l’esito estremo della massificazione culturale rappresentato dalla logica del reality. Questi sono i motivi che tengono assieme i quattro episodi. Che l’Italia fosse il luogo storico in cui ambientare la deriva non è strano: essa, con il berlusconismo, è stata laboratorio delle dinamiche globali, così come, fra i grandi paesi dell’Occidente, ha espresso punte di massima resistenza, rideclinando con i movimenti popolari il “pensiero vivente” della sua tradizione civile (R. Esposito, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Torino, Einaudi, 2012). Il Bel paese – lo notavano del resto Leopardi e Gramsci (S.Cingari, Appunti per uno studio sulla storia dell’industrializzazione della cultura nell’ideologia italiana, in “Bollettino della Domus mazziniana”, Pisa, anno LIV, 2009, num.1-2, pp.191-202) – è caratterizzato da una particolare tendenza a restringere lo spazio pubblico in un perimetro “estetico-spettacolare”. Ciò fa si che se da un lato, quindi, essa può esprimere uno scarto massimo con la commercializzazione della vita, si trova su un crinale in cui massimo è anche il rischio dell’estetizzazione della politica e del dominio dell’economia attraverso lo spettacolo.
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L'inedita pericolosità dello scandalo Obama-Snowden
L'economia dei big data
nique la police
Tempi duri per l'ideologia Emergency, quel corpo di suggestioni e convinzioni che considera come invariabilmente positivi, degni di un incondizionato medium fiducia, gli elementi di pensiero e pratiche progressiste sparsi a giro per il pianeta. In pochi giorni due duri colpi, per chi li vuol vedere, a questo genere di ideologia arrivano da due paesi, gli Usa e il Brasile, che nella prima e nella seconda metà della scorsa decade avevano nutrito la punta di diamante di quell'immaginario e di quel corpo di convinzioni. Il primo viene da Obama, il nobel per la pace più bombardiere della storia, che è partito dall'alleanza con il social network alle elezioni per arrivare a spiarli come pratica prevalente e intensiva. Il secondo viene dal partito dei lavoratori (sic) al potere in Brasile, dove il governo che si voleva entro un processo di mediazione tra movimenti, bilancio partecipato, grande business industriale e delle infrastrutture e crescita della borsa di Rio si è trovato di fronte a manifestazioni imponenti composte da praticamente ogni strato della società brasiliana escluso quello dei ricchissimi.
E' finita, per adesso, con la polizia a tentare di reprimere i manifestanti in un centinaio di città indossando, solita ironia della storia e potenza rappresentativa di youtube, anche un bel casco bianco con stampati sopra i colori dell'arcobaleno.
Ma mentre la questione brasiliana ha una propria evidenza e fornisce immediatamente chiavi di lettura, la portata storica del Datagate che ha coinvolto l'amministrazione Obama è molto più profonda di quanto possa immaginare l'ideologia italiana.
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I vostri segreti in vendita
di Pratap Chatterjee
Immaginate di poter gironzolare non visti attraverso una città, intrufolandovi a vostro piacimento in qualsiasi momento, di notte o di giorno, in case e uffici. Immaginate di poter osservare, una volta all’interno, tutto quel che succede, non notati da altri, dalle combinazioni delle casseforti bancarie agli incontri clandestini di amanti. Immaginate anche di essere in grado di registrare silenziosamente le azioni di tutti, che siano al lavoro o al gioco, senza lasciare traccia. Tale onniscienza potrebbe, naturalmente, rendervi ricchi, ma, cosa forse più importante, potrebbe rendervi molto potenti.
Tale scenario da romanzo di fantascienza futurista è oggi di fatto quasi una realtà. Dopotutto la globalizzazione e Internet hanno collegato tutte le nostre vite in un’unica fluida città virtuale dove tutto è accessibile al tocco di un polpastrello. Depositiamo il nostro denaro in casseforti in rete; conduciamo le nostre conversazioni e spesso ci spostiamo da un luogo all’altro con l’aiuto dei nostri dispositivi mobili. Quasi tutto ciò che facciamo nel regno digitale è registrato e sopravvive per sempre nella memoria di un computer cui, con il software e le password giuste, altri possono avere accesso, che lo vogliate o no.
Ora – ancora un momento d’immaginazione – che ne direste se ogni vostra transazione in quel mondo fosse infiltrata? Se il governo avesse pagato sviluppatori per inserire botole e passaggi segreti nelle strutture costruite in questo nuovo mondo digitale per tenerci continuamente connessi gli uni agli altri?
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Il grande esperimento Invalsi
di Gianluca Gabrielli*
Non sono prove anonime, stravolgono i programmi scolastici, mettono in discussione l’aiuto reciproco tra bambini e soprattutto la loro serenità, tra deliranti cronometri, insegnanti che diventano sorveglianti e aule trasformate in celle di massima sicurezza, da cui a bambini e bambine di sette anni non è consentito allontanarsi per fare la pipì. Tuttavia quando si ragiona sulle motivazioni del rifiuto delle prove Invalsi, previste da queste settimana, si sottovaluta un aspetto, il più inquietante ma anche motivo di speranza: quei test si reggono prima di tutto sull’obbedienza gratuita dei docenti chiamati a somministrarli seguendo un vergognoso Manuale. Se gli insegnanti decidessero di non rinunciare al loro ruolo e presentassero le Invalsi senza tenere conto del Manuale del somministratore, tutto quell’odioso esperimento crollerebbe
Il grande esperimento Invalsi: appunti sull’eteronomia
Anche quest’anno, come ormai da una quindicina di anni a questa parte, si svolgeranno i test Invalsi. Anche quest’anno nelle classi seconde e quinte della scuola primaria. Anche quest’anno poco più di un milione di bambine e bambini di sette e dieci anni verranno sottoposti ai test. A sottoporli alla somministrazione saranno circa 50 mila maestre e maestri (su circa 250 mila in servizio nella scuola primaria), ma il calcolo è approssimativo, perché è difficile prevedere quanti insegnanti verranno chiamati a somministrare più volte. Le prove sono rimaste due per le classi seconde (lettura e matematica) e sono diventate tre per le quinte, con l’aggiunta dell’inglese. Anche quest’anno il Grande Esperimento prende il via.
Nel tempo si sono sciolti molti dei dubbi e delle controversie che accompagnavano l’introduzione di queste prove nella scuola italiana. All’inizio l’Invalsi e il Ministero sostenevano che le prove fossero anonime e raccolte ai soli fini statistici, mentre l’evoluzione e le dichiarazioni degli ultimi anni hanno chiarito che i dati sono collegati in maniera stringente al singolo bambino e alla singola bambina per formare un profilo valutativo che li accompagna nel corso degli studi e che in futuro potrebbe benissimo venire utilizzato per selezionare – ad esempio – gli accessi universitari, come d’altronde era stato ventilato nella prima versione del decreto attuativo dell’esame di maturità, o – chissà – addirittura nelle procedure di selezione del personale lavorativo.
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Marx e la critica del liberalismo
Stefano Petrucciani
Dal 22 al 24 ottobre prossimi si svolgerà nei pressi di Alessandria un convegno, organizzato dalla Fondazione Longo e dalla rivista “Critica Marxista”, dedicato alla riflessione sullo stato attuale della ricerca intorno al pensatore di Treviri. Qui anticipiamo, per gentile concessione dell'autore, una parte della relazione che vi terrà Stefano Petrucciani
Nell’epoca caratterizzata dall’egemonia ideologica del neoliberismo e dalla crisi delle teorie politiche ad esso alternative, di ispirazione socialista o radicale, può essere utile rileggere alcuni aspetti della critica marxiana del liberalismo, per capire se essa può avere ancora oggi una sua validità e, soprattutto, per comprendere quali sono i suoi punti di forza e quali quelli di debolezza.
1.C’è un Marx liberale
Ma prima di affrontare questo aspetto del discorso, è necessaria innanzitutto una precisazione: sarebbe del tutto errato considerare Marx semplicemente come un nemico del liberalismo; anzi, bisogna ricordare che la presenza di temi schiettamente liberali è una costante che attraversa tutto il suo pensiero, anche se nelle diverse fasi assume modalità estremamente differenti. L’esperienza politica di Marx, com’è noto, comincia proprio nel segno del liberalismo: negli articoli che pubblica sulla Gazzetta renana, tra il maggio del 1842 e il marzo del 1843, il giovane filosofo è impegnato in battaglie tipicamente liberali come quelle in difesa della libertà di stampa, contro la censura, per l’autonomia dello Stato e la laicità rispetto alle confessioni religiose. La libertà, scrive Marx intervenendo nel dibattito sulla censura, si identifica completamente con l’essenza dell’uomo[1]. Non solo, difendendo la libertà di stampa, Marx sottolinea (dimostrandosi così, nonostante la sua giovane età, un ottimo maestro di liberalismo) che “ogni forma di libertà presuppone le altre, come ogni membro del corpo presuppone gli altri. Ogniqualvolta vien posta in discussione una determinata libertà, è la libertà stessa che viene posta in discussione”[2] .
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“Esserci” in Expo 2015
Mario Agostinelli
Il diritto di criticare Expo
Sono tra coloro che ritengono che le rilevanti risorse messe in campo per la realizzazione di questo “grande evento” avrebbero potuto essere spese più utilmente in altri modi, con ricadute probabilmente superiori in termini di posti di lavoro, di benessere per i cittadini e di sviluppo per la città di Milano. In questi mesi, di fronte a tutto quello che è accaduto, dall’illegalità allo sperpero di ingenti risorse economiche per l’organizzazione di Expo in una città e in un Paese dove la povertà e la diseguaglianza crescono quotidianamente e che avrebbero urgenza di ben altri interventi, ho maturato un giudizio complessivamente negativo. L’occasione di Expo si è consumata oscillando fino ad arretrare sui contenuti più innovativi e dirompenti, ritenuti troppo vicini ad ipotesi di trasformazione. Idee e progetti che si possono azzardare e mostrare di condividere solo nei convegni, ma non si praticano in realtà né nella prassi amministrativa né nella pratica economica e politica.
La tragedia poi della confusa, contradditoria e irregolare gestione preparatoria va rintracciata nella mancanza di una chiara catena di comando, con il ricorso alla nomina di commissari più o meno straordinari incardinati assurdamente su di una legge che riguardava la Protezione Civile e con provvedimenti che hanno rappresentato una specie di falso ideologico di Stato.
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Commento al dibattito Blanchard-Brancaccio
di Annalisa Rosselli*
Crisi e rivoluzioni della teoria e della politica economica: un simposio
Abstract: Il dibattito tra Blanchard e Brancaccio suscita due riflessioni. La prima è relativa alla possibile alleanza tra economisti che appartengono a tradizioni culturali diverse per promuovere misure forti di rilancio dell’economia e di diminuzione della disuguaglianza per evitare conseguenze che potrebbero sconvolgere le nostre democrazie. La seconda riflessione riguarda la rarità di dibattiti tra economisti mainstream e non. Numerosi studi evidenziano che la professione di economista è oggi fortemente gerarchizzata, con uno stretto controllo su quello che è ritenuto ammissibile dal punto di vista del metodo, del campo di studio, dello strumento della diffusione dei risultati. La mancanza di pluralismo è una caratteristica unica dell’economia tra le scienze sociali.
* * * *
Cosa hanno in comune due economisti come Emiliano Brancaccio e Olivier Blanchard, aldilà della stessa origine europea? Apparentemente molto poco. Li separano gli anni di un’intera generazione, un oceano, diversità di formazione, idee e potere. Blanchard si è formato nella tradizione del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Solow e Modigliani, che ha creato il mainstream della macroeconomia del ventesimo secolo mantenendo una democratica attenzione per il problema della disoccupazione e una fiducia nella necessità e possibilità di intervenire a correggere i più clamorosi fallimenti del mercato. La tradizione culturale di Brancaccio è invece quella che è stata avviata più di mezzo secolo fa dagli italiani a Cambridge (UK) e che sopravvive in molte diverse versioni nelle riserve di alcuni dipartimenti del nostro paese, sfuggendo all’omologazione con il modello di importazione USA prevalente. È una tradizione che non ha espulso la storia – dei fatti e delle idee – dagli studi economici, che ha il coraggio di sfidare il pensiero dominante di cui non si stanca di mettere in rilievo i bias ideologici e che persegue la ricerca di un “paradigma economico alternativo” ( Blanchard e Brancaccio, 2019, p. 9).
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America anno zero
La presidenza modernariato
di Piotr
Offriamo ai lettori un saggio di Piotr sul contesto della presidenza Trump (il saggio è qui disponibile in formato pdf). Scenari nuovi, inediti, non preventivati
... i fatti che oggi osserviamo sono il risultato di
eventi la cui origine risiede in un passato molto
distante, così la soluzione dei problemi che
censiremo, e l’intera ipotesi di adattamento ai
tempi nuovi che ci riguardano da vicino, non deve
pretendere che una singola azione, un singolo
attore, un tempo breve e decisivo possano
risolvere tutto con immediatezza.1
1. Premessa
Il mangiadischi è forse uno degli oggetti culto del modernariato proposto nei mercatini. Questo oggetto è carico di nostalgia, per chi lo utilizzò quando era una novità. Ad esso associamo un’epoca, un vissuto, di cui la musica riprodotta con quell’oggetto era una colonna sonora. Ma oggi, anche se è vero che il vinile gode di un importante revival, il mangiadischi è stato soppiantato dall’Ipod. Possiamo sbizzarrirci a valutare i pregi e i difetti del mangiadischi, quelli estetici, di ingombro, di fedeltà della riproduzione. Possiamo anche decidere che ci piace di più dell’Ipod.
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Noioso ripetere, ma...obbligatorio (data l’ignoranza imperante)
Gianfranco La Grassa
1. Ancora pochi giorni fa, un amico (nemmeno proprio un semicolto, anche se, ahimé, legge “Micromega”, il concentrato della demenza di “sinistra”) mi ha contestato il fatto d’aver sostituito la lotta tra capitale e lavoro con la geopolitica. Bontà sua, mi ha risparmiato la “lotta di classe”, la lotta tra borghesia e proletariato. Tuttavia, non c’è un gran miglioramento, anzi! La “lotta di classe”, come idea intendo dire, è partita quasi due secoli fa, ha avuto poi un rigurgito un po’ nauseante (sempre come idea) con il ’68 del secolo scorso ed infine è finita in conflitto capitale/lavoro; in Italia, direi soprattutto dopo la sconfitta della “Classe Operaia” alla Fiat nel 1980.
La lotta di classe partiva da certe analisi di Marx – compiute nel suo “laboratorio” d’epoca, l’Inghilterra – che avevano un loro realismo, non avevano comunque proprio nulla dell’utopia. A metà ‘800 era appena terminata la prima “rivoluzione industriale” (grosso modo 1760-1840). Appena appena si cominciava ad intravvedere quella che verrà denominata impresa, che significa appunto iniziativa di un dato “soggetto” (non di un individuo). In definitiva, si indica una unità organizzativa attiva nella sfera economica; ma non necessariamente nel processo produttivo in senso stretto, di trasformazione di dati materiali in prodotti per soddisfare certe esigenze, trasformazione attuata in quelle che vengono più specificamente denominate fabbriche e che sono prese in considerazione da Marx quale struttura portante della società nel suo complesso. In base all’idea che per poter sopravvivere, ogni società (non solo quella capitalistica) deve produrre, nel senso di trasformare materiali forniti dalla natura in oggetti d’uso sociale; anche come mezzi di produzione per successivi processi trasformativi.
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Riforme lacrime e sangue
Storia recente del saccheggio pensionistico
di coniarerivolta
Il recente studio a cura del Fondo Monetario Internazionale “Italy: Toward a Growth-Friendly Fiscal Reform” (“Italia: verso una riforma fiscale amica della crescita”) pubblicato a marzo di quest’anno, oltre a tracciare la rotta ortodossa delle più congrue politiche fiscali e del lavoro per il nostro Paese, fissa anche le priorità di nuovi interventi in tema previdenziale. Evidentemente le riforme più recenti, che hanno già stravolto in senso restrittivo le pensioni dei lavoratori italiani, non sono state sufficienti a saziare gli appetiti dei sostenitori della presunta insostenibilità del sistema previdenziale italiano.
Dopo venti anni di stravolgimento del sistema previdenziale, cerchiamo di capire in modo più approfondito qual è il quadro attuale delle pensioni in Italia così come plasmato dalle ultime riforme del biennio 2010-2012, la duplice Riforma Sacconi 2010-11 e la Monti-Fornero del 2011. Tali riforme meritano particolare attenzione: in primo luogo poiché sono state le ultime vaste riforme che hanno fortemente modificato in direzione restrittiva il sistema pensionistico; in secondo luogo perché i contenuti stabiliti esprimono in modo palese la furia controriformistica dettata dal dogma dell’austerità finanziaria che, seppur già pienamente vigente dagli anni ’90, ha visto una forte accelerazione negli anni della crisi economica e in particolare in concomitanza con la crisi dei debiti sovrani dei Paesi periferici dell’eurozona (2009-2011).
I provvedimenti restrittivi hanno colpito due aspetti: l’età pensionabile e l’entità della pensione media attesa.
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Ricchezza e povertà, i successi della globalizzazione
Bruno Amoroso*
I. INTRODUZIONE
La produzione e riproduzione continua della povertà avviene oggi su scala globale dentro un sistema di potere che comprende l`economia, le istituzioni, i mass media e anche una parte importante dei centri di ricerca e formazione.
Questo sistema è stato chiamato Globalizzazione ed ha prodotto in cinquanta anni i recinti che delimitano gli ambiti delle nuove ricchezze e dei nuovi privilegi, a scapito degli impoveriti e degli esclusi. Un sistema di apartheid globale che ha trasformato la società dei 2/3 costruita con i sistemi di welfare (dove gli esclusi, i poveri, erano un terzo) nella società di 1/6, mediante la caduta verticale delle condizioni di vita di gran parte della popolazione mondiale (Petrella 1993, Amoroso 1999).
Il fenomeno più eclatante, via via accresciutosi nel corso degli ultimi trenta anni, è stato il crescere della povertà, anche nelle forme più manifeste, all`interno dei paesi industrializzati e dei sistemi di welfare europeo a fronte dell`ulteriore impoverimento e finanche della distruzione fisica delle aree remote e rurali e dei ghetti urbani. Il fallimento del Millennium Development Goal (MDG) che si proponeva di dimezzare la povertà nel mondo è riconosciuto dagli stessi organismi delle Nazioni Unite.
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Siamo dentro la “Tempesta perfetta”…
di Giuseppe Amata
Recensione al libro La Tempesta perfetta, Odradek, Roma 2016 – Campagna Noi Restiamo
In tutti gli interventi si riscontrano interessanti analisi sui diversi aspetti della crisi nell’accertamento delle cause che l’hanno originata, pur se le diverse analisi esprimono ovviamente posizioni contraddittorie non soltanto tra esse, ma anche all’interno di ciascuna di esse. Nell’insieme però la lettura del libro è molto interessante, non solo per avere un’informazione vasta sui diversi aspetti della crisi e delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, bensì perché stimola lo sviluppo di un profondo dibattito all’interno della sinistra di classe. E infatti ho letto su Contropiano on-line diversi interventi di recensione. Con questo spirito mi accingo a svolgere le considerazioni che seguono.
Voglio, però, subito evidenziare che dalla lettura del libro si riscontra, a mio modesto avviso, per il movimento di classe la necessità di costruire una teoria economica per l’attuale fase dello sviluppo capitalistico o se si vuol dire meglio per la fase dell’imperialismo nel XXI secolo. Sia perché, in qualche intervento, le categorie economiche marxiane non sono correttamente approfondite alla luce della nostra fase storica, che è diversa da quella in cui visse Marx, sia perché alcune di esse si giudicano superate, come ad esempio la caduta tendenziale del saggio del profitto. Sia infine perché, nella contraddizione generale evidenziata da Marx per la trasformazione di una formazione sociale, contraddizione come è noto rappresentata dal contrasto tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione,
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Questione di classe. Le classi sociali nella modernità liquida
di M. Sgobio
Bauman sembra attribuire la “liquefazione” della società a un cambiamento nella mentalità dei capitalisti, mentre, nella sua analisi, la classe sociale di coloro che per vivere vendono la propria forza lavoro sembra sciogliersi. Però, se si cambia il punto di osservazione, si possono scorgere le radici materiali del cambio di mentalità che descrive. Da questa visuale, le gocce, i singoli individui, assumo nuovamente l’aspetto di un fiume: un corso d’acqua che potrebbe modellare la società in forme del tutto nuove.
Negli ultimi quarant’anni diverse teorie hanno cercato di descrivere la società contemporanea e i fenomeni che l’hanno modellata, dando vita a interpretazioni che, anche se accolte in modo critico, lasciano la consapevolezza di un mutamento, a volte radicale, rispetto al recente passato.
Un nuovo inizio
Nell’esperienza della società attuale, scrive Krishan Kumar, vi è qualcosa “che insistentemente suscita non solo «il presentimento di una fine» ma anche quello di nuovi inizi”i.
Siamo nel 1995, e l’autore traccia una rassegna critica di quelle che chiama “le nuove teorie del mondo contemporaneo”. Teorie accomunate, anche quando divergono, dal prefisso post, che antepongono, di volta in volta, ad aggettivi come industriale, fordista o moderna, riferiti alla società che descrivono.
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Street-Fightin’ Press?
Dal “Trojan Journalism” al disprezzo di classe
di Paolo Mossetti
Qualche settimana fa ho notato una foto, nella sezione “culturale” dell’Evening Standard: erano ritratti otto ragazzi, sui venti anni, seduti su una scalinata di un palazzo medievale. Erano vestiti, da buoni londinesi “intellettuali”, in uno stile un po’ casual-sciatto; erano tutti sorridenti; due di loro maneggiavano un cellulare; una giovinetta aveva un pc sulle ginocchia: «Stiamo parlando di tecnologia», sembrava dirmi. Chi erano costoro? Erano loro quelli che lo Standard chiamava, con un bel titolone, Clicktivists, attivisti del “click”. Ecco i volti nuovi della protesta di questi mesi: coloro che usano i social network come Facebook o Twitter per organizzare manifestazioni, coordinarsi, promuovere scioperi.
Contava poco il contenuto dell’articolo, quanto il messaggio di quella foto: vedete, ecco la parte decente della protesta, ecco quelli che non spaccano le vetrine, che non puzzano. Ci sono, eccome se ci sono! In fondo, basta cercarli. Sono loro il futuro, paura bisogna non averne!
Il Potere è ancora, oggi come ieri, il potere di dare nomi alle cose, e questo potere lo detengono, oggi come ieri, esclusivissime oligarchie finanziarie e mediatiche: un elenco di cinquanta o sessanta famiglie, un centinaio di corporation, una manciata di leader religiosi.
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Reddito e salario: la vera posta in gioco
di Marta Fana e Simone Fana
Per il blocco neoliberista il principale problema del Reddito di cittadinanza è di essere troppo generoso rispetto alle retribuzioni italiane. Emerge allora il vero oggetto dello scontro: continuare a svalutare il lavoro
Da mesi si parla dei due cavalli di battaglia dell’ultima legge di stabilità: quota 100 e Reddito di cittadinanza. L’audizione alla Commissione Lavoro del Senato sul decreto legge 4/2019 che li introduce si è dimostrata la sede privilegiata in cui vengono scoperte le carte delle parti sociali chiamate a esprimersi. È stato in quel momento infatti che i veri nodi politici sono venuti al pettine: il problema principale del Reddito di cittadinanza è di essere troppo generoso rispetto ai salari italiani: la distanza tra i due è minima e questo comporterebbe che i lavoratori potrebbero rinunciare ai magri salari preferendo il sussidio.
In particolare, Tito Boeri, presidente (in scadenza) dell’Inps, spiega che «secondo i dati Inps, quasi il 45% dei dipendenti privati nel Mezzogiorno ha redditi da lavoro netti inferiori a quelli garantiti dal Reddito di cittadinanza» e che pur considerando il 50% dei trasferimenti meno generosi questi rimangono più alti «dei redditi da lavoro del 10% più basso della distribuzione dei redditi da lavoro». Sulla stessa barricata si trova Confindustria, preoccupatissima della potenziale riduzione dell’offerta di lavoro da parte dei poveri disgraziati, accusa il «livello troppo elevato del beneficio economico. I 780 euro mensili che percepirebbe un single, privo di altro reddito dichiarato, potrebbero scoraggiarlo dal cercare un impiego, considerando che in Italia lo stipendio mediano dei giovani under 30, al primo impiego, si attesta sugli 830 euro netti al mese: 910 al Nord (820 per i non laureati) e 740 al Sud (700 per i non laureati)».
La critica, avanzata dal blocco liberista italiano, che si estende al Pd e a Carlo Calenda, è nei fatti infondata dal momento che il Reddito di cittadinanza obbliga i lavoratori ad accettare una delle prime tre offerte di lavoro a prescindere dalla retribuzione, pena la decadenza del diritto al sussidio. Tuttavia, la psicosi provocata dal decreto mette in chiaro quello che fin qui in molti non avevano voluto vedere: l’oggetto dello scontro in atto non è il reddito in sé, ma il diritto del padronato italiano a perseverare nella svalutazione del lavoro e dei salari. Bassi sono e bassi devono restare altrimenti addio competitività.
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«La nostalgia non basta, ma è un buon punto di inizio»
V. Montebello intervista Giorgio Agamben
Introduzione
In questa intervista, gentilmente concessa da Giorgio Agamben, si discutono alcuni dei temi più cari a Pier Paolo Pasolini, sia da un punto di vista teoretico che da un punto di vista personale. Agamben conosceva Pasolini e ha interpretato il ruolo di Filippo ne Il Vangelo secondo Matteo. La conversazione si concentra sull’anarchia del potere, la scomparsa delle lucciole e la potenza aristotelica, con l’intenzione di riportare in vita questi concetti, di evocare scenari. Dai ricordi di Agamben al presente, attraverso la strumentalizzazione del cibo, la decadenza delle città, fino al futuro, accennando ad un nuovo modo di abitare e ad una politica che possa esserne all’altezza.
***
Pasolini è stato un lucido analista di quel Potere che definiva «senza volto» e della sua congenita arbitrarietà. A proposito dell’origine anarchica che lo contraddistingue - anarchia che al fondo sarebbe anche il suo fine - e al tuo riferimento a Salò o le120 giornate di Sodoma in Nudità («La sola vera anarchia è quella del potere»), come s’inserisce l’ingovernabile, «ciò che è al di là del governo e perfino dell’anarchia»? Si può pensarlo come una forma di resistenza prima, di principio, invece che di reazione?
Il potere si costituisce catturando al suo interno l’anarchia, nella forma del caos e della guerra di tutti contro tutti. Per questo l’anarchia è qualcosa che diventa pensabile solo se si riesce prima ad esporre e destituire l’anarchia del potere. Klee, nelle sue lezioni, distingue il vero caos, principio genetico del mondo, dal caos come antitesi dell’ordine. Nello stesso senso penso che si debba distinguere la vera anarchia, principio genetico della politica, dall’anarchia come semplice antitesi dell’archè (nel suo duplice significato di ‘principio’ e ‘comando’). Ma in ogni caso essa è qualcosa che diventerà accessibile solo quando una potenza destituente avrà disattivato i dispositivi del potere e liberato l’anarchia che essi hanno catturato.
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L’incubo tedesco di Berlino
Una voce fuori dal coro del "sogno tedesco"
Piotr Zygulski intervista L.F. Palazzini Finetti
Ciao Filippo, raccontaci brevemente di te. Come mai ti trovi in Germania e precisamente a Berlino?
Come neo-laureato alla triennale di Filosofia all’Alma Mater di Bologna scelsi, consapevole dell’importanza che la conoscenza del tedesco ha per lo studio della tradizione filosofica occidentale e non solo, di continuare il mio percorso di formazione professionale in una città della Germania, ove avrei potuto tanto imparare ex novo ed esercitare questo idioma, quanto eventualmente trovare un ambiente umanamente fertile ed accogliente in cui gettare le basi per la mia vita futura, viste e considerate le tragiche sorti in cui versa il mio paese e le scarse aspettative consentite in patria a noi giovani. Inizialmente influenzato da una certa mitologia tuttora molto forte in Italia che vede la Germania come quella nuova terra europea dove tutto è possibile, dove tutto funziona bene per tutti, e in particolare dalla storica fama di Berlino. Pianificai quindi di terminare i miei studi proprio in quella grande città di cui tutti parlavano sempre così bene e che da una mia precedente breve visita ricordavo positivamente.
Poiché l’hai effettivamente vissuta per alcuni mesi, puoi raccontarci come è la città di Berlino.
Sì, avvicinandomi all’ottavo mese di vita qui, penso di poter ora dare alcune indicazioni, di carattere personale, che descrivano in qualche modo la realtà sociale che mi circonda, secondo le impressioni e le idee che mi sono fatto sinora.
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