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Immigrazione e capitale
di Maximilian Forte
Pubblichiamo la traduzione dell’importante articolo di Maximilian Forte su Zero Anthropology – già segnalato dal prof. Alberto Bagnai su Goofynomics – in cui l’antropologo italo-canadese analizza impietosamente la svolta storica cui stiamo assistendo: la scomparsa della sinistra dal panorama del futuro. Concentrandosi sul caso degli Stati Uniti, egli fa un ritratto impietoso di una sinistra doppiamente ipocrita che rincorre i liberisti sul loro stesso piano abdicando totalmente ai suoi valori. Una sinistra che da un lato difende un’immigrazione senza limiti, dimenticando che questo significa generare una guerra tra poveri le cui prime vittime sono le classi locali meno abbienti assieme agli immigrati stessi. Dall’altro lato, una sinistra che tace sulle cause delle migrazioni: le invasioni e i bombardamenti dell’occidente. E’ ora di porre il tema dell’immigrazione al centro del dibattito politico, senza ipocrisie
L’immigrazione, a torto o a ragione, è diventata uno dei temi più dibattuti nell’attuale scontro politico in Europa e Nord America. Forse esagerando, il ruolo dell’imigrazione è considerato un fattore centrale per la scelta del Brexit nel Regno Unito, e per l’ascesa del movimento “America First” di Trump negli Stati Uniti. Sembra oggi impossibile poter discutere serenamente sull’immigrazione, senza che nel dibattito entrino in gioco ogni sorta di ordini del giorno, preconcetti, insinuazioni e ricriminazioni. Attori e interessi di ogni tipo rivendicano una voce nel dibattito, dall’identità e sicurezza nazionale al multiculturalismo, ai diritti umani, al cosmopolitismo globalista. Al contrario, ciò che viene generalmente ignorato nei dibattiti pubblici è una discussione della politica economica dell’immigrazione ed in particolar modo una critica del ruolo dell’immigrazione nel sostenere il sistema capitalista.
Prima di proseguire, dobbiamo innanzitutto smontare alcune tattiche di distrazione, spesso usate nel dibattito pubblico, che purtroppo confondono troppe persone. Primo: essere contrario all’immigrazione non rende una persona razzista. Le due cose non sono consequenzali. Essere razzista significa adottare una visione dell’umanità ordinata in base a delle differenze biologiche, che si immagina stabiliscano una gerarchia. Preferire “i propri simili” (qualsiasi cosa significhi) potrebbe essere la base di un certo etnocentrismo, ma non necessariamente del razzismo in quanto tale.
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Brecht: "Cinque difficoltà per chi scrive la verità"
di Pierluigi Vuillermin
Premessa
In questo saggio1 mi propongo di rileggere, e in un certo senso riattualizzare, un famoso testo brechtiano degli anni Trenta. Si tratta di uno scritto politico-letterario che Brecht pubblica nel 1935, dopo l'avvento di Hitler al potere, in cui il drammaturgo tedesco, ormai in esilio, rivolgendosi agli artisti e agli intellettuali, enuncia le regole programmatiche (quasi un manuale di strategia militare) per dire la verità ai deboli e combattere la menzogna dei potenti. Il 1935 è un anno importante nella storia d'Europa e anche nella vita di Brecht. Il Komintern inaugura la stagione dei fronti popolari, l'alleanza tra le forze democratiche e il comunismo, per contrastare l'avanzata del nazi-fascismo, in marcia verso la guerra. Nello stesso anno, lo scrittore viene ufficialmente privato della cittadinanza tedesca e costretto a peregrinare per diversi paesi europei, prima del definitivo approdo negli Stati Uniti. In questo contesto drammatico, mentre si dedica allo studio sistematico delle opere di Marx, Brecht si pone il problema dell'impegno e della responsabilità dell'intellettuale nella lotta contro il terrore del nazismo. Dopo aver criticato la cultura borghese per la sua assenza di valore pratico, egli si interroga su come l'intellettuale debba rivolgersi al popolo, alla luce soprattutto delle nuove forme dell'industria culturale e dei mass media, per smascherare l'inganno del potere e spingere le masse ad agire efficacemente per cambiare la realtà sociale. Questo argomento troverà poi formulazione completa, alcuni anni dopo, nel dramma Vita di Galileo, il capolavoro della maturità. Sempre nel 1935, Brecht partecipa a Parigi al Primo Congresso degli scrittori per la Difesa della Cultura. In una perorazione lucida e polemica, egli denuncia le carenze di ogni critica moralistica del potere (oggi parleremmo di indignazione), che non investiga i rapporti materiali che sono alla base della realtà storica e sociale. Il messaggio è esplicito: solo una verità concreta può diventare un'arma efficace, nelle mani del popolo, per contrastare la barbarie del nazismo (e del capitalismo). Come si vedrà, il testo brechtiano presenta, ancora oggi, grandi elementi di attualità. Molte sono le somiglianze tra la crisi economica e sociale degli anni Trenta e quella in corso in questi anni, come hanno messo in luce diversi studiosi. Siamo in guerra, è stato autorevolmente detto.
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Se questo è il Partito Democratico
L'intervista di D'Alema al Sole 24 Ore
Moreno Pasquinelli
Ci siamo occupati, l'altro ieri, del convegno di Parma di Confindustria. Segnalavamo come il basso clero della borghesia padana, non senza disappunto dei vecchi cardinali del Capitale, si sia spellato le mani per osannare l'archetipo di ciò che questi peones vorrebbero essere, ovvero Silvio Berlusconi. A rappresentare il PD c'era Bersani il quale ha svolto, senza infamia né lode, il melenso discorsetto a cui ci ha abituati. Ben sapendo chi sia il demiurgo dei "democratici", Il Sole 24 Ore, ha ben pensato di fare una corposa e programmatica intervista a D'Alema, pubblicandola proprio domenica 11 aprile, affinché i peones padani se la trovassero per mano e si ficcassero bene in testa quale sia il cavallo di razza, il deus ex machina su cui le eminenze grigie del grande Capitale fanno affidamento per preparare l'agognato dopo-Berlusconi.
Consigliamo vivamente i nostri lettori, se vogliono farsi un'idea di ciò che bolle in pentola, di andarsi a leggere questa intervista. (clicca qui).
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Rossobruni maior e rossobruni minor
Perché, perché sì e perché no
di Piero Pagliani
1. Per capire che cos’è il cosiddetto “rossobrunismo” attuale occorre innanzitutto mettere a fuoco l’approdo ideologico e politico della sinistra storica in Occidente.
Questo approdo è stato sintetizzato dall’economista statunitense Michael Hudson in una semplice domanda che si trova ad un punto di snodo del suo libro “Super Imperialism -The Origin and Fundamentals of U.S. World Dominance”. La domanda è così formulata: «Quale altro compito hanno oggi i partiti di sinistra se non quello di tradire i propri patti costitutivi?».
E’ una domanda molto pertinente.
Diverse volte ho dovuto sottolineato un fatto che spesso sfugge: i partiti storici della sinistra europea hanno assunto, a volte in modo quasi estatico come in Italia, un’ideologia politico-economica che nata negli anni Cinquanta a Chicago fu per la prima volta sperimentata in corpore vili in Cile su richiesta del dittatore Pinochet e sotto la protezione delle sue armi fasciste. Si tratta del neoliberismo-monetarismo.
Basta questo dato di fatto storico per comprendere che siamo di fronte a una potente forma di commistione tra destra e sinistra che possiamo battezzare “rossobrunismo maior”.
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Sul “marxismo” di Gramsci
di Fabio Frosini
1. L’albero del marxismo
Il marxismo di Gramsci: in questa espressione si annida un’intera serie di questioni aperte, fonti di equivoci e di dispute. Gli equivoci in realtà scaturiscono da una duplice sorgente, vale a dire la nozione di “marxismo” e quella di “affiliazione” o “appartenenza”. Anche solo pochi decenni fa ‒ lo spartiacque può essere fissato per comodità, almeno in Italia, al giro di boa del centenario del 1983 ‒ entrambe queste sorgenti sembravano essere per un verso troppo calda materia del contendere, per un altro scenari illuminati di una luce eccessivamente viva e ravvicinata, perché se ne potessero cogliere la profondità e i contorni, cioè le implicazioni e i limiti. Oggi tutto ciò è possibile: la materia si è raffreddata ed è stata “sistemata” in grandi opere collettive, che hanno comportato anche una certa riflessione su cosa comporti scrivere una storia del marxismo. Le pagine da questo punto di vista più interessanti sono probabilmente quelle premesse da Eric J. Hobsbawm alla monumentale Storia del marxismo da lui diretta per Einaudi, e datate 1978. Per l’interesse metodologico che esse presentano, sarà il caso di ripercorrerne rapidamente l’intelaiatura.
La definizione di «marxismo» inizialmente proposta è: «la scuola teorica che nella storia del mondo moderno ha avuto maggiore influenza pratica (e le più profonde radici pratiche), [...] al tempo stesso un metodo per interpretare il mondo e per cambiarlo»[1].
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Appunti sulla guerra valutaria
di Stefano Lucarelli
1. All’inizio del 2013, durante il vertice di Davos, la presa d’atto della nuova politica monetaria giapponese, impegnata a svalutare significativamente lo yen, aveva suscitato uno stato di agitazione che aveva condotto gli osservatori a dare per scontato che l’amministrazione Obama avesse tra i suoi obiettivi la perdita di valore relativo del dollaro.
Tanto il Giappone, quanto gli Stati Uniti – si diceva – vogliono da un lato recuperare quote nel commercio internazionale, e dall’altro ridurre il valore dei debiti che essi devono ai loro creditori (a seguito del probabile incremento dell’inflazione legata alla svalutazione delle proprie monete).
Dal momento che l’unica area economica priva di una vera politica valutaria è l’Eurozona, sembrava probabile che il dollaro si svalutasse proprio nei confronti dell’euro, aggravando i precari equilibri che caratterizzano i rapporti fra il modello di crescita tedesco – orientato alle esportazioni dei beni prodotti nei settori a più alto valore aggiunto – e i paesi mediterranei caratterizzati da deficit crescenti nella propria bilancia commerciale.
Se questa prospettiva si dovesse verificare, ciò accelererebbe la pericolosa tendenza che è comunque già presente tra i Paesi dell’Unione Monetaria Europea: ai Paesi periferici si continuerà a chiedere di ripagare i debiti a mezzo di deflazione salariale o attraverso la presenza rilevante dei capitali privati dei Paesi del Nord negli assetti proprietari dei settori potenzialmente redditizi:
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L’austerità come ostetrica di nuovi fascismi?
di Andrea Del Monaco*
Con il ritorno alla “Fornero” la UE di Draghi e Scholz assomiglia al Governo Bruning nel 1932. Attenzione al sempiterno ordoliberismo di Hayek
Per capire il nesso tra l’assalto neofascista di Forza Nuova alla Cgil, le conseguenze dei risultati delle elezioni tedesche, l'abolizione di quota 100, il contestuale ritorno alla riforma Fornero e l’egemonia dell’ordoliberismo di Friedrich Von Hayek, occorre rileggere il Karl Marx de “Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte” partendo dal suo incipit: “Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa. Caussidière invece di Danton, Louis Blanc invece di Robespierre, la Montagna del 1848-1851 invece della Montagna del 1793-1795, il nipote invece dello zio.”. Oggi abbiamo le politiche deflattive di Draghi e Scholz invece delle politiche deflattive del cancellere tedesco Bruning. L’assalto squadrista alla Cgil inevitabilmente evoca le distruzioni delle sedi dei sindacati, de L’Avanti, de L’Unità e dei partiti antifascisti dal 23 marzo 1919 (fondazione dei fasci da combattimento) al 24 dicembre 1925 (la prima delle leggi fascistissime che chiude definitivamente la fase dell’Italia liberale). Diversamente dal fascismo, il nazismo arriva al potere in Germania nel 1933. La narrazione dominante spaccia come ragione dell’avvento del nazismo l’iperinflazione durante la repubblica di Weimar negli anni venti. In realtà la causa dirimente dell’avvento di Hitler è la politica di austerità condotta dal cancelliere Bruning tra il 1930 e il 1932: aumento del tasso di sconto, forti riduzioni delle spese dello Stato, aumento dei dazi doganali, riduzione dei salari e dei sussidi di disoccupazione. Cosa accadde? Aumentarono la disoccupazione e le imposte, i tagli al welfare ridussero il tenore di vita dei disoccupati e dei proletari presso cui Bruning divenne impopolare. I socialdemocratici, che avevano espresso il precedente cancelliere Muller fino al 1930, malgrado le politiche di Bruning colpissero i lavoratori, si astennero nel timore che il presidente Hindenburg nominasse un governo di destra.
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San Giorgio e il Draghi (Addavenì San Giorgio)
di Gianni Giovannelli
Ecco la fiera con la coda aguzza
Che passa i monti, e rompe i muri e l’armi:
Ecco colei che tutto il mondo appuzza!
Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
E accennolle che venisse a proda,
Vicino al fin dei passeggiati marmi.
E quella sozza immagine di froda
Sen venne, e arrivò la testa e il busto;
Ma in su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era d’uomo,
Tanto benigna avea di fuor la pelle;
E d’un serpente tutto l’altro fusto.
(Dante, Inferno, canto XVII)
Prologo
Nel 1969, un po’ a sorpresa, la chiesa cattolica decise di declassare San Giorgio; ora, nella liturgia, la memoria a lui dedicata è solo facoltativa, non più obbligatoria. La ragione del provvedimento trova la sua radice nell’assenza di fonti storiche certe che lo riguardino e possano essere di supporto al culto dei fedeli. Esiste infatti unicamente una Passio Sancti Georgii che riporta dati biografici e descrive episodi significativi della sua vita; ma già nel 496 il Decretum Gelasianum aveva bollato l’opera come apocrifa. Per quanto ne sappiamo nacque in Cappadocia e morì giovane, nel 303, in Anatolia; oggi sarebbe un suddito del perfido Erdogan, tiranno poco incline a trattar bene tipi come lui. Ma anche sotto Diocleziano non gli andò meglio, e ci rimise la testa. Nonostante la degradazione pontificia, il culto di San Giorgio gode ancora di ottima salute presso tutte le chiese cristiane, d’oriente e d’occidente; l’indipendentismo popolare catalano, durante le proteste, invoca a gran voce Jordi chiedendo la sua protezione contro la monarchia spagnola. In Inghilterra e in Portogallo, a Genova Ferrara e Reggio Calabria, in centinaia di località dei cinque continenti, il 23 aprile si festeggia questo battagliero tropeoforo (il vittorioso), patrono di chi si batte contro i soprusi.
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Dani Rodrik, “Ragioni e torti dell’economia”
di Alessandro Visalli
L’economista turco Dani Rodrik (questo il suo blog) è sicuramente una delle star del panorama economico internazionale, docente ad Harvard e autore del famoso “trilemma” sulla globalizzazione lanciato dal suo libro “La globalizzazione intelligente”, della quale avevamo fatto questa lettura. In questo libro tenta una complessa difesa della professione economica, anche se in una versione in cui sono avanzate più modeste assunzioni sulla capacità di conoscere il mondo “vero” attraverso i suoi strumenti.
La tesi essenziale è piuttosto semplice, in prima lettura: la realtà sociale (e quindi economica) non si può conoscere né prevedere, tuttavia per agire in modo razionale è necessario compiere con il giusto metodo e le corrette aspettative le semplificazioni e modellazioni che la disciplina organizza. La contraddizione si risolve, nella sua proposta, grazie al pluralismo. Precisamente al pluralismo dei modelli.
Questa prospettiva è molto interessante e promettente, ma non riesce a convincermi pienamente. L’economista “eterodosso” in troppi punti mi appare ancora legato da fili resistenti al paradigma neoclassico, ed al suo realismo ingenuo di derivazione neopositivista, e non riesce a trarre complete conclusioni dal suo “allentamento” di aspettative. Rodrik si dice vicino ad una prospettiva pragmatista (più propriamente “neo”) ma alcuni avvertimenti tipici della tradizione sono esercitati in modo credo troppo debole. L’abbandono dell’idea di Verità come corrispondenza ad una Realtà prestrutturata (o auto-strutturata), implicata nel neo-positivismo, in favore dell’inclusione del nostro contributo concettuale (che è sempre sociale e linguisticamente definito) che include sempre i criteri di verificazione e quelli di verità, porterebbe infatti in caso di coerente applicazione agli enunciati tentati dall’economista di Harvard a diversi “non sequitur” nella catena delle argomentazioni. Almeno questa è l’impressione che ho tratto dalla lettura.
Il movimento del libro di Rodrik parte dal discredito reciproco, verso il quale intende lanciare ponti, tra i settori disciplinari ed accademici degli economisti professionali e degli altri scienziati sociali (sociologi, politologi). Una controversia che matura nel diverso utilizzo e concezione del metodo scientifico ed in particolare nell’uso dei modelli matematici.
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Da Nord a Sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in Italia
Antonio Mazzeo
Armi nucleari? Sì grazie. Da poco più di un anno l’amministrazione Obama ha varato un miliardario programma di “estensione della vita” di circa 400 bombe nucleari a caduta libera del tipo B61 realizzate alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. La metà di esse sono stoccate attualmente all’interno di alcune basi Usa in Europa. In Italia è stimata la presenza di una novantina di bombe atomiche B61 ad Aviano (Pordenone) e Ghedi di Torre (Brescia). Si tratterebbe di tre sottomodelli con differenti potenze massime di distruzione: le B61-3 da 107 kiloton, le B61-4 da 45 kiloton e le B61-10 da 80 kiloton. Grazie al piano di ammodernamento, le testate saranno dotate di un sistema di guida di precisione e direzione e saranno riadattate per essere trasportate e teleguidate dai cacciabombardieri F-35 che stanno per essere acquisiti dalle forze armate di Stati Uniti e di alcuni paesi partner (primo fra tutti l’Italia).
Quella di Ghedi-Torre è una delle principali basi operative dell’Aeronautica militare italiana, sede del 6° Stormo con due squadroni aerei (il 102° e il 154°), dotati entrambi di cacciabombardieri Tornado IDS a doppia capacità, convenzionale e nucleare. Nello scalo bresciano sarebbero operativi undici sistemi di stoccaggio e protezione delle testate sotto la custodia del 704th Munitions Maintenance Squadron (704 MUNS) dell’US Air Force. L’unità speciale composta da 134 uomini è operativa a Ghedi sin dal 1963 e ha la responsabilità di ricevere, custodire ed assicurare la manutenzione e il controllo dei sistemi d’arma di distruzione di massa. Assegnato dal 2007 al 52d Fighter Wing dell’aeronautica statunitense con base a Spanqdahlem (Germania), il 704 MUNS risponde operativamente al comando del 16th Air Force di Aviano (Pordenone) e in caso di crisi può supportare e armare le missioni di strike delle forze aeree italiane e di altri paesi Nato.
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Eurotunnel un disastro economico caduto nell’oblio
di Marco Cedolin
Tutte le volte che gli uomini politici di ogni risma e colore iniziano a suonare le grancasse dell’informazione, sostenendo attraverso l’uso di aggettivi roboanti la necessità di una nuova grande opera infrastrutturale che porterà sviluppo e benessere economico, sarebbe bene ricordare loro la triste vicenda del tunnel che collega Parigi e Londra correndo sotto la Manica.
L’Eurotunnel è il più lungo tunnel sottomarino del mondo, con i suoi 50 km dei quali 39 corrono sotto il fondale marino alla profondità media di 45 metri, la sua costruzione è durata 7 anni impegnando circa 15.000 lavoratori, con un tributo di 10 morti e 1300 feriti. L’opera, inaugurata nel 1994, è costituita da tre gallerie parallele, due ferroviarie ed una di servizio nella quale possono circolare i mezzi su gomma preposti alla manutenzione e alle operazioni di soccorso.
La società Eurotunnel offre complessivamente quattro tipi di servizio: i treni passeggeri Eurostar ad alta velocità, i treni navetta per passeggeri, autoveicoli, camion e autobus con autisti a bordo, i treni navetta che trasportano camion su vagoni aperti senza gli autisti a bordo dei mezzi, i treni merci convenzionali che trasportano le merci in vagoni o container.
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Quelli che "le riserve si vaporizzerebbero"...
di Alberto Bagnai
Contrordine compagni!
Dunque: finora dovevamo dire che "la liretta, l'Italietta, la carta straccia", e altre consimili scemenze. Sì, insomma, dovevamo, noi "de sinistra", esattamente come gli opinionisti degli organi di stampa del grande capitale, alimentare il mito di una Italia troppo piccola per resistere da sola alle grandi tendenze della globalizzazione. Dovevamo cioè presentare come processo oggettivo, e in quanto tale non gestibile né sindacabile politicamente, il fatto che il popolo italiano dovesse cedere la propria sovranità democratica a beneficio di interessi per definizione esteri (in quanto non nazionali: consultate un dizionario dei contrari).
Perché dovevamo fare, a sinistra, una simile operazione? Bò, questo resta uno dei grandi misteri della storia del nostro paese.
Sospetta è questa corrispondenza di amorosi sensi fra gli intellettuali di sinistra e gli opinionisti del capitale, come ho notato qualche giorno fa. Ed è anche sospetta questa incapacità di comprendere che lo spazio politico ha anche lui un suo horror vacui. Annichilire la sovranità del popolo non significa entrare in uno stato irenico ed edenico: significa solo creare un comodo spazio per la sovranità delle multinazionali, come i fatti stanno dimostrando (e se volete dettagli, vi suggerisco questo post del blog di Nuti, che forse qualcuno dovrebbe tradurre).
Ma per fortuna oggi, grazie alla sagace maieutica dello stesso Nuti e dei suoi coautori, ci siamo lasciati dietro le spalle questo retaggio di un passato subalterno, o, come io amo dire, autorazzista.
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La menzogna della preminenza finanziaria
di Gianfranco La Grassa
1. Oltre un secolo fa Hilferding scrisse il suo principale (e famoso) libro: Il capitale finanziario. Alcuni marxisti, presi da troppo facile entusiasmo, lo considerarono il nuovo Il Capitale o comunque la sua continuazione, una sorta di IV libro. Questo testo è nella sostanza invecchiato. Lenin lo criticò subito perché dava eccessiva importanza al capitale bancario. Tuttavia, va detto che Hilferding non fu così sciocco come gli economisti odierni; il suo capitale finanziario non è esclusivamente bancario, è un intreccio di questo con quello industriale. Indubbiamente però nell’intreccio tra i due, il bancario veniva trattato come quello decisivo.
Ciò indubbiamente fu dovuto al carattere assunto dallo sviluppo economico nei paesi della seconda ondata industriale, tenuto presente che la prima riguardò la sola Inghilterra. Quelli della seconda erano soprattutto Germania, Giappone; e indubbiamente gli Stati Uniti, paese che ebbe però caratteristiche particolari (non notate all’epoca), prese più volte da me in esame. La seconda ondata di industrializzazione vedeva in primo piano le società per azioni, un già avanzato processo di centralizzazione dei capitali (da non confondere con la concentrazione come sovente si fa) e la conseguente, iniziale, presa in considerazione di quella forma di mercato detta monopolio; anche se, più precisamente, si sarebbe dovuto parlare di oligopolio come più tardi infatti si fece.
Lenin, distanziandosi dall’impostazione di Hilferding, usò la felice espressione di simbiosi per indicare quell’unione di bancario e industriale che dà vita al capitale finanziario.
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Pesce grande mangia pesce piccolo e Greta li mangia tutti
Green new deal: la nuova accumulazione capitalista
di Fulvio Grimaldi
Squali e sardine
Esemplifichiamo. Il PD, in Umbria (e non solo), viene scoperto a galleggiare in un oceano di fango sanitario? A Roma la sindaca Raggi, per la quale particolare affetto nutre la Procura, viene collegata a un malaffare AMA che lei cercava di impedire? La società liquida innalza la Raggi su cavalloni giganti e fa sparire l’Umbria PD in una dolce risacca. In Sicilia gli intimissimi del trombone in felpa che amministra il paese vengono scoperti a banchettare con coloro che un tempo pasteggiavano con Andreotti e Berlusconi? Il GIP romano indaga Raggi. Il reato più evanescente di tutti: abuso d’ufficio. “Per come ha dato visibilità al progetto dello stadio” (sic). La Raggi, cento volte indagata (altro che Alemanno) e cento volte assolta (altro che Alemanno), annaspa nell’ennesimo maremoto comunale, l’inciampo tangentizio-mafioso del sottosegretario più importante di tutti, scompare, spiaggiato dietro a una duna. La sardina finisce in padella, gli squali se la battono, anzi se la mangiano.
FNSI e gli altri: ma quale Assange, Bordin!
E’ una costante di sistema. A Londra, Assange, un giornalista che, con Wikileaks, ha connesso i crimini del potere alla coscienza dell’umanità, da 7 anni in isolamento nell’ambasciata ecuadoriana, viene trascinato fuori da sette energumeni in divisa e arrestato in vista di estradizione a chi lo vuole bruciare vivo. Il nulla osta l’ha concesso un presidente ecuadoriano ladrone che da Wikileaks era stato scoperto imboscare denari pubblici in paradisi fiscali e che per i suoi meriti di traditore viene compensato con un prestito miliardario Usa che eviti la sua bancarotta. Vendetta farabutta di un potere che, insieme a quella contro Chelsea Manning, universalizza il suo assassinio della libertà d’espressione, informazione, stampa.
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Il capitalismo finirà, o può essere riformato?
di Michael Roberts
Questo mese sono arrivati due nuovi libri sul capitalismo. Il primo è di Wolfgang Streeck ed è intitolato "How will capitalism end?" (Come finirà il capitalismo?). Wolfgang Streeck è il direttore emerito del Max Planck Istitute per la Ricerca Sociale, a Colonia, ed è professore di Sociologia all'Università di Colonia. È anche membro onorario della Society for the Advancement of Socio-Economics e membro della Berlin Brandenburg Academy of Sciences oltre che dell'Academia European. Insomma, il punto di vista di Streeck ha un qualche peso, sufficiente per essere recensito da Martin Wolf sul Financial Time.
La tesi di Streeck, come suggerisce il titolo, è quella che il capitalismo è un sistema che sta arrivando alla fine e che la sua scomparsa non è poi così lontana. Il libro comincia riferendosi ad un altro libro, intitolato "Does capitalism have a future?" (Il capitalismo ha un futuro?), in cui viene espresso il punto di vista di altri cinque scienziati sociali; Immanuel Wallenstein, Randall Collins, Michael Mann, Georg Derluguian e Craig Calhoun. Come dice Streeck, tutti questi studiosi concordano sul fatto che il capitalismo si sta dirigendo verso una crisi finale, sebbene ciascuno apporti ragioni diverse.
Wallenstein ritiene che il capitalismo si trovi alla fine di un ciclo di Kondratiev da cui non può più riprendersi (per una molteplicità di ragioni, che hanno a che fare soprattutto col declino dell'ordine mondiale sotto l'egemonia degli Stati Uniti).
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L'euro non va. No complotto, sì lotta sociale
Roberto Santilli intervista Riccardo Bellofiore
"Non credo che l'euro sia un problema. Semmai, la sua costruzione è stata un problema".
L'economista Riccardo Bellofiore, professore ordinario al dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bergamo, ha la sua versione sulle condizioni terribili in cui versano l'Italia e l'Europa. E non coincide, non in tutto, con chi negli ultimi tempi si è scagliato contro il governo di Bruxelles, la Banca centrale europea (Bce) e, in Italia, Mario Monti e la moneta unica, considerata da alcuni economisti il vero scandalo al centro di tutto ciò che sta distruggendo la ricchezza europea.
Le critiche del prof contro Bruxelles, per capirci, non corrispondono a quelle di alcuni dei suoi colleghi.
“È sbagliata - spiega Bellofiore ad AbruzzoWeb - la posizione di quelli che credono che la crisi sia colpa dell'euro. L'origine della crisi europea non ha molto a che vedere con il bilancio pubblico, né con l'euro. Tutto risale alla crisi del debito privato del 2007-2008. Il che non toglie che sia deleteria l’ossessione degli eurocrati contro i disavanzi di bilancio e che il disegno istituzionale della moneta unica sia sbagliato".
"La crisi che stiamo vivendo - sostiene - è stata senz’altro resa drammatica dalla struttura istituzionale dell'Europa unita. Si vive con l'ossessione dei disavanzi del debito pubblico. I tecnocrati tagliano la spesa pubblica e impongono l’austerità e la privatizzazione di ogni servizio, le uniche medicine che conoscono. Senza contare il modo in cui la Bce gestisce i finanziamenti dei disavanzi”.
“Non ci si può arrabbiare troppo con Mario Draghi, presidente della Bce - continua Bellofiore - accusandolo, per esempio, di non aver permesso l’acquisto dei titoli di Stato da parte della Banca centrale.
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Da Keynes a Gramsci
Il filo della pace impossibile nell'internazionalismo dei mercati
di Quarantotto
Nozioni elementari, un tempo note e oggi del tutto dimenticate (nell'insegnamento scolastico e specialmente nelle Università):
1. C'è un articolo di Keynes assurto ormai a rinnovata fama, almeno nel recente, e non casuale, dibattito attuale legato a globalizzazione e federalismo liberoscambista imperniato sull'euro: "National Self-Sufficiency", originato da una conferenza tenutasi all'Università di Dublino il 19 aprile 1933, e pubblicato in varie riviste economiche anglosassoni e anche italiane (in Italia, nel 1933 e nel 1936, con il titolo "aggiustato" di "Autarchia economica", non si sa se dovuto al traduttore o alla "diplomazia" dello stesso Keynes; cfr; la ripubblicazione dell'articolo stesso nel libro J.M.Keynes "Come uscire dalla crisi", raccolta di scritti a cura di Pierluigi Sabbatini, pagg.93 e seguenti; sul punto del titolo italianizzato, v.nota * alla stessa pag.93).
L'articolo non risulta disponibile in rete nella sua versione integrale e per la citazione di vari ulteriori brani rinviamo, ex multis, a questa fonte.
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Disperate speranze
di Mario Tronti
Il saggio di Mario Tronti per l’undicesimo numero della rivista bimestrale Infiniti Mondi, dedicato al concetto di utopia alla luce del pensiero di Ernst Bloch
Non è tempo di utopie. Per questo è necessario tornare a parlare di Utopia. Siamo in catene tra le sbarre di un eterno presente, una condizione che ci toglie la libertà sia di guardare indietro sia di mirare avanti: perché, secondo l’opinione corrente e dominante, il passato ha il dovere di morire e l’avvenire non ha il diritto di vivere. Per reazione, a cercare luce dalla caverna, sovversive diventano allora due facoltà grandemente umane, la memoria e l’immaginazione. Esse vanno coltivate insieme e non l’una contro l’altra: è questo quanto voglio tentare di dire. Aggiungendo: il riferimento non deve essere a ieri, ma all’altro ieri; non al domani, ma al dopodomani. L’immediato passato è ciò che ha prodotto questo presente: va messo sotto critica. L’immediato futuro è tutto nelle mani di chi comanda oggi: occorre strapparglielo. Mai dimenticare che quando si pensano concetti politici, bisogna legarli a filo doppio con le lotte. Nel viaggio per raggiungere le coste dell’isola di Utopia, si arriva attraversando un mare in tempesta, non certo cullandosi nella grande bonaccia delle Antille.
Questo è tempo di distopie. C’è il rullo compressore di un processo storico che va avanti per conto suo, senza che nessuno lo guidi, perché non ha bisogno di guida, ha una logica autonoma di sviluppo e di crisi, secondo leggi di movimento vetero-e-neocapitalistiche perfettamente tra loro intercambiabili. Il Leviatano della tecnica non è soggetto, è strumento, dopo il Novecento, come il Leviathan della politica lo fu nel Seicento. Allora servì all’accumulazione originaria della ricchezza delle nazioni, cioè del capitale-mondo, oggi serve alla dissipazione finale delle risorse della terra. E non è in vista il Behemoth delle guerre civili. I conflitti esistono. E non possono non esistere in società profondamente divise, come le nostre. Ma sono conflitti falsi nell’azione dei soggetti, come le false notizie nella comunicazione delle parole.
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IA: le differenze tra la Cina socialista e l'occidente
di Pino Arlacchi
La narrativa corrente sull’intelligenza artificiale assomiglia a quella sulla globalizzazione. Mostra solo il lato illuminato della medaglia. I costi umani dell’applicazione dell’Ia al mondo dell’industria, del commercio e della finanza vengono ignorati o minimizzati. Essi sono in realtà molto alti, e sono temuti soprattutto nell’Occidente più avanzato. Non è un caso che siano gli Stati Uniti il paese dove vige il minore entusiasmo verso l’Ia. La gente teme che la cosiddetta “distruzione creativa” di Schumpeter – l’innovazione che distrugge le produzioni esistenti per crearne di nuove, come appunto l’Ia – sia la ripetizione di quanto accaduto negli anni 70 e 80 con la deindustrializzazione di un bel pezzo dell’America, trasformata dal capitale finanziario in un deserto di fabbriche arrugginite e di popolazione disperata e ammalata senza che ci sia stata alcuna rinascita.
L’impatto dell’Ia sul capitalismo occidentale lo obbligherà ad attraversare una valle di lacrime prima di emergere trasformato e, secondo le speranze dei suoi fedeli, potenzialmente più dinamico. Si stima che entro il 2030-35, 50 milioni di lavoratori americani dovranno cambiare occupazione, creando costi di riqualificazione stimati in 1 trilione di dollari. Un peso che il sistema non ha alcun modo di gestire, semplicemente perché la sua logica profonda non lo consente. Il capitalismo occidentale non è congegnato per ridurre la distruzione creativa ma per favorirla. In Europa e negli Usa il welfare pubblico è già sotto pressione e non è in grado di assorbire i costi dell’estesa sofferenza sociale generata dall’automazione della sua economia.
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Comunismo, avanguardie e raggiri intellettuali
Appunti di una osservatrice perplessa sulla C17
V.F.
A distanza di cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre si è da poco conclusa la “Conferenza di Roma sul comunismo”, evento attesissimo dal titolo eloquente quanto generico. E proprio questa genericità è stata rivendicata come punto di forza dagli organizzatori, i quali hanno sottolineato la presenza di una grande «varietà di tradizioni teoriche», descrivendo la conferenza come «un evento che rompe la consuetudine di movimento di organizzare incontri tra simili, interni a correnti politiche omogenee».1 Nel tentativo di tracciare un bilancio tempestivo di questi cinque giorni di intenso dibattito culturale ciò che emerge in primo luogo è invece la sensazione di essersi trovati davanti a un pluralismo soltanto apparente: i relatori, tutti (o quasi) più o meno vicini alle istanze della sinistra di movimento, hanno mostrato una certa conformità di fondo nel modo di porre i problemi e nelle tematiche affrontate.
L’impressione generale è che il risultato – più o meno intenzionale – di questa conferenza sia stato quello di svuotare di senso il concetto stesso di comunismo, e di traghettarlo verso una nuova (e radicalmente diversa) prospettiva politica: quella del neomunicipalismo e della democrazia diretta. Attraverso una rilettura selettiva di Marx e Lenin viene giustificata la necessità di impegnarsi nella lotta per l’«autogoverno dei beni comuni», come affermano Dardot e Laval, sempre naturalmente al di fuori e contro lo Stato.
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Il Partito Comunista Cinese allo specchio
di Diego Angelo Bertozzi e Francesco Maringiò
Congresso e "Socialismo con caratteristiche cinesi" per una nuova era
Per settimane l’avvicinamento al 19° congresso del Partito comunista cinese è parso, soprattutto in occidente, un inseguirsi frenetico di puntate di un serial televisivo, tutto incentrato su dinamiche esclusivamente personali, in special modo sulla figura del segretario Xi Jinping il cui unico obiettivo – questo il senso della trama – era quello di perpetuare il proprio potere a scapito degli avversari di turno, promuovendo amici e sodali. A poche ore dalla sua conclusione (dove tutto sembrava scontato, a leggere i media mainstream) la realtà si è incaricata ancora una volta di fornirci un quadro diverso e più complesso. A partire dal protagonista assoluto, che non è stato l’intrigo di palazzo ma il Partito Comunista Cinese con i suoi poco meno che 90 milioni di iscritti.
Per lungo tempo (sicuramente dal dopo 1989) si è teso a separare il “miracolo economico” cinese dalla leadership politica che quel miracolo stava realizzando. Basta scorrere i giornali per rendersene conto: il PCC si era praticamente eclissato in qualsiasi cronaca e sembrava quasi che i successi fossero frutto di una tecnocrazia al potere che, mantenendo nome e simboli antichi, avesse oramai abbracciato il capitalismo più sfrenato.
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Qanon, su fenomeni e mentalità oggi emergenti
di Pierluigi Fagan
Allego l’inchiesta sul fenomeno QAnon fatta dal collettivo bolognese Wu Ming. Lo stesso, con nome collettivo di Luther Blisset, pubblicò nel 1999 il romanzo storico Q (Einaudi), poi tradotto in ben 14 lingue. Vi sono parecchi indizi sul fatto che il fenomeno QAnon possa esser nato proprio su ispirazione del romanzo in questione, non è certo ma tra il possibile ed il probabile. L’inchiesta mi pare molto interessante.
La prima parte è sul corpo delle teorie che compongono questa strana narrazione americana della destra alternativa radicale, oggi divenute molto popolari e non solo negli USA. La seconda è più riflessiva ed attinente al titolo del post. Si tratta di una riflessione sul funzionamento mentale secondo quanto ormai indagato a fondo dalle scienze cognitive e quindi patrimonio culturale a cui attingono anche gli esperti del (neuro) marketing, commerciale e politico. Ma ci sono anche spunti culturali interessanti su modelli di interpretazione della realtà che hanno longeva storia risalendo al Medioevo ed alla formazione del canone occidentale, anche se quello alternativo all’ufficialità.
Tale alternatività, se è stata maltrattata del potere culturale ufficiale, è sempre però stata molto più popolare dei suoi giudici, il che ha rilievo politico. Si giunge infine anche all’Italia, inclusa una precisa parte delle galassia dell’informazione alternativa, molto frequentata ed amplificata anche qui su facebook. Non è una lettura veloce, consiglio di archiviare a prendersi in seguito il tempo necessario alla lettura ed alla riflessione. Vi sono anche molti link per ulteriori ricerche ad albero. Consiglio di farlo perché ne vale la pena. Il tono dell’indagine, infatti, è problematico nel senso che s’immerge nel fenomeno che sembra conoscere molto bene, per indagarne i meccanismi prima di sparare scomuniche, giudizi definitivi e confortanti ostracismi.
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I 12 principi fondamentali della Costituzione
di Enrico Galavotti
I 12 principi fondamentali della nostra Costituzione (22.12.1947) vengono considerati intangibili: infatti nessun governo ha mai pensato di modificarli. Secondo un certo orientamento dottrinale maggioritario, che trova conferma nella giurisprudenza costituzionale, essi sono sottratti alla possibilità di revisione costituzionale prevista all’art. 138 della Costituzione, in quanto la loro modifica o soppressione stravolgerebbe l’identità stessa della Costituzione, ovvero la forma democratica dello Stato. Sembrano una sorta di decalogo veterotestamentario, una serie di enunciati assolutamente dogmatici. Vediamo se davvero dobbiamo considerarli così.
Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
La Repubblica è democratica in quanto fondata sul lavoro e non sulla rendita o sullo sfruttamento del lavoro altrui. Questo è vero, ma bisognerebbe specificarlo espressamente, perché il concetto di "lavoro", in sé, non indica affatto il carattere "democratico" di una Repubblica. Nel sistema capitalistico il lavoro è soltanto una merce, al pari di altre, che si acquista sul mercato, tant'è che si parla di "mercato del lavoro".
Più che essere "fondata" sul lavoro, la Repubblica italiana dovrebbe essere fondata sulla "proprietà collettiva dei mezzi di lavoro", quella che permette a tutti di non dover essere sfruttati per poter vivere. Il lavoro può non essere una "merce" soltanto se la proprietà dei fondamentali mezzi produttivi non è privata.
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Occidente al tramonto
Franco Cassano
L'ultimo lavoro di Danilo Zolo non si limita alla critica dell'ideologia «progressista» usata dai potenti della Terra per legittimare il loro potere, perché punta a definire una agenda politica per uscire dall'irreversibile crisi della globalizzazione. Ma che sottovaluta la necessità di definire un orizzonte comune con l'Oriente
Danilo Zolo è una figura insolita nel panorama filosofico italiano. Egli, infatti, è da sempre un intellettuale disorganico, il cui forte impegno analitico e politico non è mai consolatorio, anzi è profondamente avverso a qualsiasi conciliazione risolutiva e rassicurante. Il suo stile intellettuale, sobrio ed inquieto, lo ha portato ad interrogare lungo il suo percorso anche tradizioni intellettuali diverse da quella italiana, e ad attraversare campi disciplinari spesso distanti, dalla filosofia politica alla teoria della conoscenza, senza concedere alibi né agli altri né a se stesso. In altre parole egli è l'opposto sia dell'accademico che del filosofo oracolare, che ama enunciare senza mai abbassarsi a dimostrare quanto dice.Negli ultimi due decenni, quelli che hanno fatto seguito al crollo del sistema socialista e hanno visto l'estendersi dei processi di globalizzazione, il lavoro di Zolo è stato particolarmente prezioso perché ha preso di mira a tutto campo quella che potremmo chiamare l'ideologia dei vincitori.
Anche in questa scelta si ritrova il tratto «scomodo» appena ricordato: Zolo non corre mai in soccorso dei vincitori, anzi potremmo dire che è preso dalla sindrome opposta, concentra il fuoco della sua critica proprio sui dispositivi ideologici, giuridici e istituzionali attraverso cui essi organizzano e riproducono il proprio dominio.
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Perchè e come l'euro va eliminato
di Domenico Moro
“Sono sicuro che l’euro ci obbligherà ad introdurre una serie di strumenti di politica economica. È politicamente impossibile proporli ora. Ma un giorno ci sarà una crisi e nuovi Strumenti saranno creati.”
Romano Prodi, Financial Times, ottobre 2001
“So bene che il Patto di stabilità è molto stupido, come tutte le decisioni che sono rigide.”
Romano Prodi, Le Monde, dicembre 2002
1. Una crisi di straordinaria gravità perché strutturale
Non ha senso parlare di ripresa economica, di lotta alla disoccupazione, di difesa del welfare e della democrazia in Italia o in Europa senza fare i conti con l’euro e senza assumere una posizione chiara in merito. Né è possibile procrastinare un tale chiarimento perché i dati ci dicono che quella in corso è la crisi economica più grave dal ’29, se non dall’unificazione d’Italia.
Nel 2013 il Pil italiano è risultato inferiore del 7 per cento rispetto al 2007, ultimo anno pre-crisi1 . L’indice della produzione industriale, fatto 100 nel 2007, è risultato ancora a quota 75 nel 2013. Eppure, a sei anni dall’inizio delle crisi precedenti, negli anni ’70 e ’90, l’indice era risalito rispettivamente a 105 e a 120 punti rispetto all’indice 100 del rispettivo anno pre-crisi2. Secondo l’ufficio studi di Confindustria, il nostro Paese ha già distrutto un quinto della sua capacità manifatturiera3. Intanto, tra 2001 e 2011 gli addetti alla manifattura sono diminuiti di quasi un milione di unità, pari al -20 per cento4. La perdita di capacità manifatturiera è grave per un Paese come l’Italia che ha un’economia di trasformazione.
Solo esportando manufatti il nostro Paese può acquistare le materie prime (energetiche e non) di cui abbisogna e di cui è totalmente priva. La formazione di un attivo commerciale con l’estero negli ultimi due anni non deve ingannare. Nel 2013, in particolare, l’attivo è il risultato del crollo delle importazioni (-5 per cento), causato dal crollo del mercato interno, invece che la conseguenza di un inesistente aumento delle esportazioni (+0 per cento)5. In ogni caso, anche se ci fosse un limitato aumento delle esportazioni questo non sarebbe in grado di compensare il crollo della dei consumi interni (-2,2 per cento) 6.
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Intervista politico-filosofica
Gianluca Sacco intervista Carlo Galli
Dalla lettura del suo ultimo libro Sovranità, soprattutto dal capitolo finale, appare oggi, semplificando, che sovrana in Europa sia per lo più la Germania. Il sovranismo è invece, sempre secondo il suo testo, una specie di reazione agli aspetti potremmo dire tirannici di questa sovranità, ovvero l’euro, e in particolare l’ordo-liberalismo, una dottrina economica tedesca che, per dirla alla Foucault, «pone lo Stato sotto sorveglianza del mercato, anziché un mercato sotto la sorveglianza dello Stato». È corretta questa lettura? È l’ordo-liberalismo, secondo lei, il vero tiranno d’Europa?
L’ordo-liberalismo è una forma di pensiero economico particolarmente cogente e estremamente attenta a determinare e a preservare attraverso la politica le condizioni dell’equilibrio economico: la libera concorrenza e l’esclusione delle interpretazioni dell’economia in chiave conflittuale. L’ordo-liberalismo è l’economia sociale di mercato tedesca, a sua volta alla base del marco. Tutti sappiamo che l’euro è stato esemplato sul marco, e tutti sappiamo che l’euro ha nella propria costituzione delle regole di carattere strutturale; ci dicono che l’economia deve essere un’economia fondata sulla esportazione e non sulla domanda interna, che lo Stato deve avere i conti pubblici in ordine, che lo Stato non può essere il signore della moneta, che questa è una variabile indipendente. Ora tutti sanno che gli Stati dell’eurozona vi hanno aderito attraverso procedure democratiche che sono state in ogni caso legali, perché hanno coinvolto i governi e i parlamenti degli Stati membri. Quindi parlare di tirannide è improprio, almeno dal punto di vista tecnico. Ma detto questo, dobbiamo sottolineare altri aspetti.
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Guerra, crisi e sfide per il futuro
di Alessandro Pascale
Relazione sulla politica estera e le ricadute economiche e sociali per il Comitato Scientifico di Democrazia sovrana e popolare, 14 gennaio 2023
Vorrei iniziare ricordando la particolarità del periodo storico che stiamo vivendo, segnato dalla crisi dell’impero statunitense e dall’ascesa di un mondo multipolare caratterizzato dall’egemonia crescente della Cina comunista. È in questo quadro che dobbiamo situare gli eventi degli ultimi anni, compresa la guerra alla Russia e la pandemia COVID.
Il mantenimento stabile nell’ultimo secolo di un assetto imperialista ha fatto sì che l’Occidente abbia potuto fondare il proprio benessere sullo sfruttamento del “terzo mondo”. Il passaggio alla globalizzazione neoliberista, avvenuto dagli anni ‘70, ha però mostrato tutte le contraddizioni del sistema capitalistico, facendo perdere sul lungo termine competitività all’Occidente. La guerra in corso non è quindi un evento episodico e casuale, ma la risposta delle élite transnazionali occidentali alla perdita del controllo monopolistico dei mercati ricchi di risorse dell’Africa, dell’Asia, dell’America latina.
Che la pace non sia in effetti salutare per l’Occidente era emerso dagli esiti del World Economic Forum, che a partire dalle elaborazioni di Klaus Schwab ha lanciato la necessità di un “great reset” per garantire il rinnovamento del processo di accumulazione capitalistica occidentale: in estrema sintesi mentre non si fa nulla per cancellare gli enormi squilibri dovuti ad un’economia finanziaria ipertrofica, totalmente sganciata dall’economia reale, si lancia l’idea di una conversione economica in senso ecologicamente sostenibile.
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La sfida Usa-Cina per l’egemonia tecnologica
di Francesco Galofaro*
Tecnopolitica e protezionismo
Questa settimana The Economist [1] ha dedicato la propria copertina alla battaglia tra Stati Uniti e Cina per la supremazia digitale. Pur adottando il punto di vista del governo americano, l’articolo è molto utile per collocare il delicato confronto in corso nel quadro più vasto delle politiche protezionistiche promosse da Donald Trump. I temi di conflitto sono diversi: mercati on-line; hardware; supercomputer; computazione quantistica; navigazione satellitare; Intelligenza Artificiale; armamenti avanzati; sicurezza nelle telecomunicazioni; potere di imporre gli standard internazionali.
Alcuni tra questi problemi, cruciali per la comprensione delle relazioni internazionali contemporanee, andrebbero approfonditi meglio. Ad esempio, gli articoli dell’Economist collocano la supremazia quantistica al primo posto tra i problemi più urgenti, senza tuttavia spiegare di cosa si tratti. Occupandomi professionalmente di computazione quantistica e di Information Retrieval [2], vorrei cogliere l’occasione per spiegare di cosa si tratta, dato che la funzione della comunicazione quantistica è meno intuitiva a comprendersi rispetto ai sistemi di riconoscimento dei volti o agli impieghi dei droni militari.
Protezionismo
I liberali condannano ideologicamente il protezionismo di Trump. E’invece più interessante da un punto di vista politico ricostruire i motivi della guerra economica cui stiamo assistendo. Ve ne sono diversi: tra i questi, alcuni sono strettamente legati alla tecnopolitica e alla lotta per l’egemonia tra cyberpotenze.
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Una recensione su David Harvey
di Connessioni
Come funziona il sistema capitalistico e perchè accadono le crisi? È difficile, ma cruciale, provare a rispondere a queste parole, specie di questi tempi. Un buon tentativo di accettare la sfida è il libro di David Harvey, “L'enigma del capitale”.
Nel suo libro, Harvey prova a costruire una teoria delle crisi del capitalismo, in primis proponendo la sua visione del capitale come un flusso. Se questo flusso è interrotto, a causa dei limiti che il capitale incontra, descritti da Harvey nel prosieguo del libro, c'è una crisi, come quella che stiamo sperimentando oggi. Le crisi servono a riconfigurare il capitalismo, permettendo la sua sopravvivenza.
Dato che le crisi hanno accompagnato l'intera storia del capitalismo, è piuttosto chiaro che ci deve essere una contraddizione sistemica nel processo di accumulazione capitalistica. Harvey affronta la questione definendo il capitale non come un oggetto ma come un flusso, dove il denaro è costantemente mandato in cerca di altro denaro.
I capitalisti, sotto la pressione della forza della competizione, sono costantemente forzati a re-investire i profitti che essi eventualmente abbiano guadagnato. I problemi nascono quando il flusso si interrompe. L'11 Settembre ha fermato momentaneamente il flusso. Non fu sorprendente, allora, che il presidente Bush dedicasse tutto se stesso a riportare il flusso alla normalità.
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Facebook e il declino dell’Occidente
di Raffaele Alberto Ventura
Mark Zuckerberg è convinto che l’Occidente sia sull’orlo del fallimento. Ma ha un'arma segreta, è negli scritti di Ibn Khaldun, grande storico arabo del Medioevo
Dall’inizio dell’anno 2015 Mark Zuckerberg ha preso l’abitudine di consigliare dei libri per animare un dibattito sulla pagina A Year of Books, ispirandosi a quello che da qualche tempo già faceva Bill Gates. E bisogna ammettere che i consigli dei miliardari americani sono spesso ottimi: se grazie a Gates il mondo ha conosciuto gli studi dell’esperto di energia Vaclav Smil sul declino della potenza economica americana, Zuckerberg in questi mesi ha promosso saggi non banali di filosofia della scienza, sociologia, antropologia e geopolitica. Tutto sommato è incoraggiante sapere che i potenti della terra fanno buone letture e riflettono sulle loro strategie nel contesto di una visione a lungo termine. Con un pizzico di nostalgia, riporta la nostra mente ai tempi di Adriano Olivetti e delle sue Edizioni di Comunità.
Zuckerberg non ha fama di essere un intellettuale e, se crediamo alla sua incarnazione cinematografica, forse nemmeno di essere particolarmente intelligente: l’immagine che ne abbiamo è di qualcuno capitato un po’ per caso su una grande idea e presto circondato da astuti finanziatori e abili consiglieri. E allora che dire, se non che gli abili consiglieri hanno fatto un ottimo lavoro? Il giovanotto si è dimostrato particolarmente ricettivo. Zuckerberg continua a stupire — e non sto parlando della recente attivazione delle gif animate sul suo social network.
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