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Il massacro di Tlatelolco: io c’ero
di Nunzia Augeri
Da “Marxismo Oggi”, n.3/2008
Il 2008 ha portato gradi rievocazioni, discussioni e bilanci sugli avvenimenti del 1968, una data considerata spartiacque nel corso degli avvenimenti del secolo scorso. Sono stati anche ampiamente ricordati gli avvenimenti internazionali, sia il maggio francese che l’invasione della Cecoslovacchia, il 20 di agosto: un fatto che toccò molto da vicino l’opinione pubblica in Italia. Quasi nessuno però, nella stampa italiana, ha ricordato la strage avvenuta a Città del Messico il 2 ottobre 1968, pochi giorni prima dell’inizio delle Olimpiadi, quando gli occhi di tutto il mondo erano puntati sul paese che in America Latina deteneva una fama non del tutto immeritata di libertà e di apertura democratica, soprattutto per l’opera del leggendario presidente Lazaro Cardenas, negli anni Trenta del secolo scorso.
Dieci anni fa, in occasione del trentennale, la stampa un poco ne aveva parlato, ma per reiterare quella che era stata la tesi del governo di Gustavo Diaz Ordaz, il presidente del Messico in carica nel 1968: una congiura comunista, stroncata con una repressione resa necessaria dalle particolari circostanze, e che si era conclusa con 26 morti.
Nel 1968 io abitavo da due anni a Città del Messico, nel quartiere di Tlatelolco, proprio nell’edificio Chihuahua, prospiciente la Piazza delle Tre Culture, al quinto piano. Da pochi giorni avevo traslocato da un appartamento affacciato sulla piazza a un altro contiguo, sulla parte posteriore.
Quel 2 di ottobre il pomeriggio ero uscita per fare acquisti, lasciando in casa la bambina di due anni e il bimbo di quattro mesi con la domestica, un’anziana india. Intorno alle cinque era caduta qualche goccia di pioggia e mi ero affrettata a prendere un taxi per tornare a casa. Ricordando che sulla piazza era prevista una manifestazione, scesi dall’auto sulla Calzada de Nonoalco, il viale che passava davanti al grattacielo del Ministero degli esteri, e feci a piedi le poche decine di metri che mi separavano da casa.
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L’organetto di Draghi III
Terza lezione: LTRO, Target 2, OMT (2011-2012)
di Sergio Cesaratto
Pubblichiamo alcune lezioni preparate da Sergio Cesaratto per economiaepolitica.it, dedicate alla BCE e alla politica monetaria. La serie, intitolata l'”Organetto di Draghi”, prevede quattro lezioni: 1) Moneta endogena e politica monetaria; 2) La BCE di fronte alla crisi; 3) LTRO, Target 2, Omt; 4) Forward guidance e Quantitative easing
Sappiamo che nel periodo 2008-2011 la BCE ha espanso il proprio bilancio allo scopo di tenere sotto controllo i tassi di interesse a breve termine (si rimanda a riguardo alla seconda lezione)1. Nel 2010-11 essa ha anche acquistato titoli sovrani dei paesi periferici dell’Eurozona ufficialmente per assicurare la trasmissione della politica monetaria. Abbiamo anche imparato che l’eccesso di liquidità rimane depositato presso l’Eurosistema in particolare nella deposit facility. In questa lezione vedremo come il contagio della crisi a Spagna e Italia abbia costretto nel 2012 la BCE a ulteriori e più eclatanti misure che hanno ulteriormente espanso il suo bilancio. Cominceremo con l’occuparci di uno strano meccanismo monetario chiamato Target 2 che occupò la scena nel 2011 e 2012.
1) 2011: Lo strano caso di Target 2
Nel 2011 Werner Sinn (2011), il più influente economista tedesco, sollevò un polverone mediatico e accademico sostenendo che la BCE stava effettuando un salvataggio silenzioso (stealth bail out) dei paesi periferici attraverso un arcano meccanismo chiamato Target 2.
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Le 28 tesi di Massimo Bontempelli
Marx è morto, viva Hegel e Latouche?
di Ars Longa
Claudio Martini di Main-stream.it ci ha chiesto di esaminare un testo di Massimo Bontempelli e Marino Badiale dal titolo “28 tesi” che trovate qui. Ci è sembrata una sfida interessante e così abbiamo chiesto ad ArsLonga2 – che aveva già commentato il Manifesto del Fronte Popolare Italiano – di analizzare e commentare questo contributo. Chi ha seguito Bontempelli in questi anni sa che non può più rispondere. Ma – seppure le conclusioni di ArsLonga2 risultino critiche su alcuni punti espressi – vogliamo pensare che, se fosse ancora tra noi – Bontempelli considererebbe questo lungo post per quello che anche è: una manifestazione di rispetto e di affetto pur da posizioni differenti.
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So che ti ho dato un compito piuttosto difficile …..
Difficile e facile contemporaneamente. Il facile sta nel fatto che conoscevo bene i lavori di Bontempelli e quindi questo testo – pur scritto insieme a Marino Badiale come poi tutti gli ultimi – non mi è nuovo nelle sue tesi. Ci sono cose scritte in “Marx e la decrescita”, in “Civiltà Occidentale”.
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La crisi e il lungo silenzio della sinistra
Antonio Lettieri
Era l’occasione per un profondo riesame culturale e politico, ma un lungo silenzio ha dominato i grandi partiti della sinistra europea. Il timore di uscire dall’ortodossia ha finora prevalso sulla voglia di indagare sullle origini sociali della crisi, sul fallimento delle teorie neo-conservatrici e sulla possibilità di aprire nuovi percorsi ideologici e politici
E’ passato poco più di un anno da quando il mondo fu scosso da quella che fu definita la crisi più grave dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. La crisi, non diversamente da quella del 1929, era nata dal crollo delle banche. Ma questa volta fu chiaro che alla sua origine vi era, oltre alla speculazione finanziaria, l’esplosione degli squilibri sociali accumulati negli ultimi decenni. Con la stagnazione dei salari e la requisizione dei guadagni di produttività a vantaggio del venti per cento della popolazione più ricca, l’economia americana era cresciuta sull’indebitamento delle famiglie. E le banche avevano trovato il modo di realizzare una colossale speculazione sui mutui ipotecari, adottando i più sofisticati strumenti della finanza innovativa.
Ma, non ostante le loro responsabilità nella crisi, si fece strada l’idea che innanzitutto bisognasse salvare le banche per evitare una nuova Grande Depressione. “Troppo grandi per lasciarle fallire” divenne il principio direttivo di tutti governi occidentali. Si sarebbe pensato dopo a rimettere in movimento l’economia reale e ad arginare la disoccupazione che, intanto, cresceva a vista d’occhio.
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Classe, nazione e crisi
di Giovanni Iozzoli
Mimmo Porcaro, I senza patria, Meltemi, Milano, 2020, p. 217, € 18,00
Le parole “sovranità/sovranismo”, sono tra le più utilizzate nel dibattito politico contemporaneo. Pur godendo di solidi agganci dentro l’impianto costituzionale del 1948, questi termini sono diventate bandiere – peraltro fasulle – nelle mani delle ignobili destre italiane. Sul terreno delle parole, delle categorie, del linguaggio, si combattono da sempre battaglie cruciali per l’egemonia o la vittoria ideologica. Fino ad arrivare a perversi rovesciamenti di senso – basti pensare al termine “riformismo”, diventato negli anni ’90 bandiera neo-liberista, e definitivamente acquisito a quel campo.
Esiste in Italia una rete di soggettività ascrivibili al cosidetto “sovranismo costituzionale”: un’area composita che sostiene la tesi secondo cui la crisi sistemica della globalizzazione e degli assetti post-’89, apre larghi spazi ad un recupero delle categorie di Nazione e Sovranità, nella prospettiva di un’inveramento radicale della Costituzione o addirittura di una ripresa della lotta anticapitalistica. Senza entrare nel labirintico dibattito sulla “questione nazionale” dentro la moderna storia d’Italia – che ci condurrebbe in una giungla storiografica e filosofica che da Machiavelli porta a Mazzini, Gramsci, Togliatti, Bobbio, passando per gli snodi cruciali dell’Unità d’Italia, del fascismo, dell’8 settembre, della Resistenza -, queste tesi vanno comunque vagliate con attenzione, specie in uno scenario mondiale fortemente destabilizzato. A cominciare dalla crisi di egemonia degli USA e dalla caduta di legittimità degli organismi globali e delle nuove statualità sovranazionali, Unione Europea in testa. Persino la pandemia in atto acuisce le criticità del globalismo e rimette in discussione tutte le tessere del complicato mosaico internazionale. Mimmo Porcaro, nel suo libro, affronta senza timidezze questi aggrovigliati nodi, provando a definire l’agenda e le ragioni di un discorso sovranista e costituzionale.
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Contro il Reddito di Cittadinanza Universale ed Incondizionato
di Marco Mercuri
Mentre il MoVimento5Stelle si accredita sempre più come forza di governo, tesse legami internazionali e “normalizza” il suo programma epurandolo dalle misure definite per anni “antisistema e populistiche” dai media (basti pensare al riposizionamento europeista avvenuto a seguito della tournée pre-elettorale di Luigi Di Maio nei salotti che contano tra Roma, Berlino e Londra, per inciso, la stessa che fece Renzi), c’è un fiore all’occhiello del loro programma che sta raccogliendo uno straordinario ed inaspettato consenso divenendo, di fatto, la “scaletta” che consente di salire sul carro del vincitore a gente come Gramellini, Freccero ed altri personaggi della nostrana a-sinistra radical chic. Stiamo parlando del Reddito di Cittadinanza.
In Svizzera il 5 giugno la maggioranza dei cittadini ha bocciato la proposta di modifica costituzionale che avrebbe aperto la strada alla realizzazione di un reddito di cittadinanza universale ed incondizionato (2500 franchi svizzeri, corrispondenti a circa 2280€). Non passerà molto prima che sentiremo parlare nuovamente di simili tentativi nella vecchia Europa. In molti paesi è già presente una sorta di reddito di emergenza capace di arrivare a soccorso delle vittime della disoccupazione e della precarietà, fenomeni strutturalmente connaturati all’attuale modo di produzione capitalista. Tali misure sono però assimilabili, al netto delle dovute peculiarità, a sussidi di disoccupazione ed altre forme di assistenza “particolare”.
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Il riproporsi dell’Ursprung*
Una nota su accumulazione originaria, sussunzione formale e reale
di Adelino Zanini
1. Quando si ragioni sui problemi connessi alla finanziarizzazione dei modelli sociali, in termini storici, il pensiero corre immediatamente all’interpretazione datane da Rudolf Hilferding, il quale sosteneva che nel capitale finanziario si risolveva e si superava la distinzione tra capitale bancario e capitale produttivo, in modo tale che la forma più universale e assurda (begriffloseste) – così egli si esprimeva – del capitale, ossia il capitale monetario (D-D’), veniva ad assumere il suo senso più specifico.1
E tuttavia, nella storia del pensiero economico, possiamo trovare strumenti interpretativi non meno interessanti già in Marx (in cui è presente appunto la definizione di capitale monetario a cui Hilferding si riferiva) e, soprattutto, in Schumpeter e Keynes (trascurando, un po’ colpevolmente, altri autori meno celebri ma non meno significativi, quali Knut Wicksell, Gunnar Myrdall, Frank Hahn). Strumenti che non sono necessariamente “segnati”, per così dire, dal dibattito epocale sull’Imperialismus (e sulle forme ad esso connesse: trust, cartelli, etc.) e sono perciò tali da poter essere richiamati senza soverchie preoccupazioni storiografiche.
Ad esempio, la centralità del mercato monetario in Schumpeter, sostenuta dalla funzione di liquidità creata ex novo, a prescindere dal risparmio, spiega non solo come sia possibile il concretizzarsi dei processi innovativi, ma anche perché in una particolare fase del ciclo economico si assista di norma alla cosiddetta “liquidazione abnorme”, che fa seguito alla creazione di liquidità in eccesso sotto forma di moneta creditizia e quindi indirizzata anche a fini speculativi.
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Al cuore della Terra e ritorno
Comprendere la crisi sistemica
di Redazione
Pubblichiamo in formato PDF scaricabile liberamente il monumentale libro in due tomi di Piero Pagliani: "Al cuore della Terra e ritorno". L'opera, divisa in due parti, idealmente è la continuazione, dieci anni dopo, del volume «Alla conquista del cuore della Terra. Gli USA dall'egemonia sul "mondo libero" al dominio sull'Eurasia» (Punto Rosso, Milano, 2003).
Dieci anni fa l'autore cercava di comprendere i motivi più profondi della ripresa di iniziativa imperiale degli Stati Uniti dopo l'11/9, senza fermarsi alle prime facili considerazioni legate al neo-colonialismo e rifuggendo da popolari formulazioni che giudicava sciagurate, come la nota "guerre delle multinazionali". La ricerca fu guidata dall'ipotesi di Giovanni Arrighi di essere in presenza della crisi sistemica del rapporto di scambio politico tra il Potere del Denaro e il Potere del Territorio che sotto il segno degli Stati Uniti aveva dominato la scena a partire dalla fine della II Guerra Mondiale. Una crisi che induceva gli USA a intraprendere quella che Pagliani definì una politica di "imperialismo preventivo", cioè in previsione di un futuro scontro con le grandi potenze emergenti, in particolare la Cina.
Oggi l'autore, che è un frequente collaboratore della nostra testata, rilegge i dieci anni trascorsi come un susseguirsi di tentativi inizialmente riusciti ma alla fine falliti, di gestire una crisi sistemica iniziata circa quarantacinque anni fa e che affonda le sue radici nella grande espansione materiale del dopoguerra.
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Tra culto della tecnologia e decrescita felice, scegliamo la lotta di classe
di coniarerivolta
Di seguito il nostro intervento al primo incontro del ciclo su Tecnologia, Lavoro e Classe, scaricabile in formato PDF qui. Ci vediamo giovedì 19 aprile, ore 16, alla Facoltà di Economia di Roma Tre per il secondo appuntamento, in cui discuteremo delle nuove frontiere dello sfruttamento nell’era digitale
1. L’introduzione delle macchine e la disoccupazione
Il progresso tecnologico è un fenomeno per sua natura complesso e controverso. Nonostante la vulgata mainstream tenda a presentarlo come un fenomeno meramente tecnico, neutrale e quasi salvifico, ha ovvie implicazioni politiche e sociali. Già alcuni tra i fondatori dell’economia politica si interrogavano sul ruolo che meccanizzazione dei processi produttivi, introduzione delle macchine e possibile sostituzione del lavoro umano avrebbero avuto nel disciplinare ed orientare il conflitto di classe a favore delle classi dominanti. Si può tracciare infatti una linea ideale che parte da David Ricardo – il quale notava come l’introduzione delle macchine potesse al contempo “rendere esuberante la popolazione e peggiorare le condizioni dei lavoratori” – ed arriva a Marx, per il quale le macchine possono risultare funzionali al disegno dei capitalisti di comprimere “il prezzo della forza lavoro al di sotto del suo valore”. In questa maniera, ci dice Marx, la sovrappopolazione relativa “forma un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale in maniera assoluta come se fosse stato allevato a sue spese”.
2. I movimenti dell’esercito industriale di riserva
L’utilizzo delle macchine, all’interno di un sistema capitalista, è d’altro canto uno dei terreni di lotta sui quali il conflitto distributivo prende forma. L’introduzione delle macchine nel processo produttivo rende momentaneamente superflua una parte della popolazione, ingrossando le fila dell’esercito industriale di riserva. Come conseguenza, aumenta la concorrenza all’interno della forza lavoro, con ripercussioni negative sui salari e sulle condizioni lavorative.
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L’Essere in guerra con l’ente
Heidegger, la questione dei “Quaderni neri” e la cosiddetta “Italian Theory”
Roberta De Monticelli
Perché la maggior parte della intelligentsia italiana di sinistra continua a considerare Heidegger come il principale crocevia per comprendere la modernità? La compromissione di Heidegger con il nazismo non affonda le radici nel suo pensiero filosofico? Perché il profondo antiliberalismo del pensiero heideggeriano continua ad affascinare i maggiori rappresentanti di ciò che è stato chiamato “Italian Theory”? La pubblicazione dei “Quaderni neri” e le più recenti ricerche a riguardo aiutano a rispondere a questi quesiti
La pubblicazione, ancora in corso, dei Quaderni neri continua ad alimentare in tutta Europa un dibattito forse non solo mediatico sulla questione del nesso fra il pensiero di Heidegger e la sua adesione, mai revocata né da lui commentata, al nazismo. Una questione che sopravvive ai fiumi di inchiostro versati, per una ragione molto semplice: non è soltanto Heidegger in questione, né soltanto la sua eredità, con cinquant’anni di dominio quasi incontrastato nell’accademia e perfino nell’insegnamento scolastico della filosofia nell’Europa continentale, soprattutto neolatina.
In questione è la natura stessa della filosofia, se possiamo assumerne a paradigma Socrate e contemporaneamente chiamare “filosofia” la più esplicita negazione dello spirito socratico, fino all’ultima conseguenza, che è l’indifferenza alle distinzioni (fra il vero e il falso, il nobile e l’ignobile, la vittima e il carnefice). Un’indifferenza in cui molti, specie fra i più giovani, vedono invece una “filosofica” impassibilità. Abituati come sono dai loro maestri a chiamare “moralismo” le distinzioni morali, e “violenza” quelle logiche.
Questa riflessione prende le mosse dal recente libro – esso stesso al centro di molte polemiche – di Donatella Di Cesare1, e può considerarsi un commento carico di interrogativi alla frase che ne condensa la tesi centrale e il senso ultimo:
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Appunti su contratto unico e articolo 18
Aspettando il “Job act”
Posted by Francesco Sinopoli
Ovvero le politiche neoliberali sul lavoro al tempo della crisi e anche prima…
Il neo segretario del PD ha annunciato un Job Act (chissà perché in inglese) in cui oltre a una “semplificazione” della normativa in materia lavoristica e una cornice di interventi molto varia forse ispirata dalle idee del Prof. Pietro Ichino spiegate bene in questo link ci sarebbe l’introduzione dell’ormai noto contratto unico a tutele crescenti proposto in Italia da Boeri e Garibaldi e dallo stesso Ichino in più occasioni (Ichino 2011). In realtà questa ennesima ipotesi di riforma della disciplina dei contratti individuali di lavoro è stata avanzata anche in campo europeo da una certa letteratura economica almeno dal 2003 con Blanchard (Blanchard, O., and A. Landier, 2002; Blanchard, O.; Tirole J. 2004).
Della stessa idea esistono, quindi, diverse versioni. In alcune il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti o progressive dovrebbe sostituire ogni forma contrattuale a termine. In quella ultima di Boeri convive, invece, con alcune forme contrattuali flessibili cui legare standard minimi di tutela.
La sostanza però non cambia. E’ un contratto a tempo indeterminato che nei primi tre anni prevede uno status simile al periodo di prova.
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Decrescere o morire?
di John Bellamy Foster
Nel paragrafo introduttivo del suo libro del 2009 Storms of My Grandchildren, James Hansen, principale climatologo USA e massima autorità scientifica mondiale sul cambiamento climatico, ha dichiarato: ‘Il Pianeta Terra, il creato, il mondo in cui la civiltà si è sviluppata, il mondo con i modelli climatici che conosciamo e linee costiere stabili, è in imminente pericolo... La sorprendente conclusione è che il prolungato sfruttamento di tutti i carburanti fossili sulla Terra minaccia non solo gli altri milioni di specie sul pianeta ma anche la sopravvivenza dell’umanità stessa -e i tempi sono più brevi di quanto crediamo’.
Facendo questa dichiarazione, comunque, Hansen stava parlando solo di una parte della crisi ambientale globale che attualmente minaccia il pianeta: precisamente la crisi climatica. Di recente, scienziati di primo piano (compreso Hansen) hanno proposto nove punti-limite planetari, che demarcano lo spazio operativo sicuro per il pianeta. Tre di questi punti-limite (cambiamento climatico, biodiversità e ciclo nitrogeno) sono già stati oltrepassati, mentre altri, come la disponibilità di acqua pulita e l’acidificazione degli oceani, sono falle planetarie emergenti.
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Siete pronti a liberarvi dell’economia?
di Bruno Latour
In mezzo al caos, alla crisi globale incombente, al dolore e alla sofferenza, c’è almeno una cosa che tutti hanno colto: c’è qualcosa di sbagliato nell’economia
«Il Capo dello Stato ha deciso di istituire una commissione di esperti internazionali per prepararsi alle grandi sfide», ha scritto Le Monde il 29 maggio e i giornalisti hanno aggiunto: «Si è deciso di preferire una commissione omogenea per profili e competenze, per raccogliere le opinioni degli accademici sulle grandi sfide. Ma il loro lavoro non sarà che un mattone tra gli altri, non esaurirà gli argomenti’, hanno rassicurato dall’Eliseo». Perché non mi sono sentito affatto «rassicurato»? Mi è tornata alla mente la Restaurazione, alla quale la Ripresa dopo il lockdown è probabile che assomigli sempre più: come per i Borboni del 1814, è molto probabile che la suddetta commissione, quantunque composta da menti eccelse, non abbia «dimenticato nulla e non abbia imparato nulla».
Sarebbe invece un peccato dissipare troppo rapidamente tutti i benefici di ciò che Covid-19 ha mostrato essere essenziale. In mezzo al caos, alla crisi globale incombente, al dolore e alla sofferenza, c’è almeno una cosa che tutti hanno colto: c’è qualcosa di sbagliato nell’economia. In primo luogo, naturalmente, perché sembra che se ne possa interrompere il funzionamento in un colpo solo. Non appare più come un movimento irreversibile, che non dovrebbe mai rallentare, né, naturalmente fermarsi, pena il disastro. In secondo luogo, perché tutti coloro che si sono trovati rinchiusi in casa hanno capito che i rapporti di classe, che si sosteneva seriamente che fossero stati cancellati, sono divenuti visibili come ai tempi di Dickens e di Proudhon: alla gerarchia dei valori è stato inferto un duro colpo, che aggiunge un nuovo significato alla famosa massima evangelica: «I primi (in cordata) saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi (nella corvée)»[1] (Matteo,19-30)…
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Scie per il marxismo del XXI secolo
di Franco Soldani
Premessa
Il lettore troverà nei paragrafi che seguono alcune ipotesi teoriche, aventi in parte lo status di concetti definiti, in parte la forma d'un programma di ricerca, relative a una rilettura del pensiero di Marx. Esse costituiscono in pari tempo una critica di quella galassia concettuale universalmente conosciuta col nome di marxismo storicamente costituito, marxismo il più delle volte codificato in scuole di vario tipo, spesso reso accademico e persino identificato con singoli intellettuali. Tali eventi lo hanno ormai reso definitivamente sterile dal punto di vista cognitivo.
Questo variegato arcipelago teorico, la cui formazione d'altro canto è durata più d'un secolo (cosa che ne spiega la natura coriacea e l'attuale sopravvivenza qua e là in Europa e altrove), viene qui considerato morto e sepolto. Detta tradizione ha avuto nel passato una nobile e tragica storia e ha svolto una funzione determinante nel dare la sua forma odierna al mondo contemporaneo. Oggi però essa è irrimediabilmente superata e deve essere sostituita con una differente interpretazione della realtà sociale.
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L’Altro Lacan. Dalla struttura alla scrittura
di Pietro Bianchi
[È uscita da poco la traduzione italiana degli Altri scritti di Jacques Lacan (testi riuniti da Jacques-Alain Miller, edizione italiana a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2013, pp. 624, € 34,00)]
Freud l’aveva definita una talking cure, e forse è per questo che la psicoanalisi ha sempre avuto una relazione così difficile con la parola scritta. Questo fatto è ancora più evidente quando si parla di Lacan che infatti scrisse relativamente poco durante la sua vita. Non è un caso che solitamente si identifichi lo psicoanalista francese con un seminario più che con un corpus di opere vere e proprie; o che i suoi articoli siano per lo più sbobinature di conferenze, testi pensati per presentazioni orali, o appunti di interventi; e che persino i suoi allievi ancora oggi si riferiscano alla sua esperienza intellettuale chiamandola insegnamento, sottolineandone l’aspetto orale e di formazione degli allievi. E infatti l’unica vera pubblicazione della sua vita, quella che diede una svolta alla sua fama intellettuale – il volume appunto degli Scritti, pubblicato da Seuil nel 1966 – fu reso possibile dalla volontà e dalla perseveranza di un esterno: François Wahl, che riuscì a convincere Lacan con mille sforzi della bontà del progetto. In particolare Wahl riuscì a persuaderlo del fatto che avrebbe avuto bisogno di un proprio “libro” per potersi elevare alla dignità di intellettuale pubblico. Per essere finalmente legittimato come un grande pensatore del proprio tempo.
La storia diede ragione a Wahl, e infatti gli Scritti del 1966 segnarono il definitivo successo pubblico di Jacques Lacan.
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La passione per il mondo di un ospite ingrato
Donatello Santarone
Il poeta asseverativo ma anche a tratti pedagogico; il dialogo a distanza con Pier Paolo Pasolini; il confronto serrato con la tradizione letteraria italiana; il rapporto disincantato con l'ebraismo e con la religione all'insegna però del rifiuto di qualsiasi misticismo. La figura intellettuale di Franco Fortini in tre saggi da poco pubblicati
Sono trascorsi ormai tredici anni dalla morte del poeta e saggista Franco Fortini, ma l'eredità del suo magistero di intellettuale complessivo, esponente di punta del marxismo critico europeo del secondo dopoguerra, continua a interrogare quanti rifiutano quel sistema di rapporti fra uomini mediato da cose che definiamo capitalismo.
Testimonianza di un interesse vivo nei confronti dell'opera fortiniana sono tre volumi di recente pubblicazione a lui dedicati. Il primo è di Romano Luperini (Il futuro di Fortini. Saggi, Manni, pp. 110, euro 12) e raccoglie dieci saggi scritti negli ultimi venticinque anni a documentare la lunga «fedeltà» del critico italiano nei confronti dell'opera di Fortini.
Con la sua prosa asciutta e antiretorica, Luperini mette a fuoco alcuni nodi centrali dell'opera del poeta, del saggista, dell'intellettuale critico. Da una parte, c'è in Fortini, secondo il critico fiorentino, il rifiuto netto di qualsivoglia «religione della poesia», l'odio per le sette letterarie quasi sempre complici di «chi sta in alto» (per dirla con l'amato Brecht), il suo classicismo «strabico o ironico», la polemica costante fatta di ammirazione e fastidio con Pier Paolo Pasolini («l'uno è poeta di inibizione, l'altro di esibizione»). Ma anche una concezione della poesia come «valore» e «disvalore» a un tempo, «segno di una possibile alterità, di una figuralità non consumabile nell'immmediato, e sigillo di un potere tramandato da una casta di mandarini».
Il collezionista di Benjamin
Vi sono inoltre nei saggi che compongono il volume temi come la rivendicazione della maturità come «arte della mediazione e della dialettica, coscienza che respinge l'immediatezza e la visceralità» e quindi il confronto aspro con la tradizione; una concezione della critica letteraria che provochi sempre, a partire da una disamina puntuale di un testo, un corto circuito tra opera e mondo, tra testo e storia, tra letterario ed extraletterario, sottintendendo - scrive Luperini - «un'idea assai alta della critica letteraria come attività eminentemente etico-politica, chiamata a mediare fra il senso dell'opera e quello del mondo che la circonda».
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Come i dazi di Trump mettono a rischio l’Unione europea
di Alessandro Volpi
Trump punta a usare i dazi per dividere l’Unione europea e rafforzare la dipendenza economica e politica degli Stati europei dagli Stati Uniti
Esiste nel mondo una chiara volontà di distruggere l’Europa e di farne una colonia. E questa volontà parte dall’altra sponda dell’Atlantico. È sempre più evidente, infatti, che gli Stati Uniti intendono smembrare l’Unione europea e sostituirla con la Nato. O con qualcosa di simile. I dazi al 30% (conservando peraltro quelli già esistenti al 50%) sono lo strumento che Trump intende utilizzare per convincere i singoli Paesi europei a trattare, uno a uno, con il governo americano nella speranza di strappare condizioni di favore.
Ecco la strategia trumpiana. Le imposizioni dei dazi si basano sull’idea, tutt’altro che peregrina, che le economie dei vari Paesi europei non possano fare a meno della loro quota di esportazioni verso il mercato statunitense. A cui va aggiunta la pervicace chiusura verso la Cina da parte dei gruppi dirigenti dei diversi Stati del vecchio continente. Per questo diventa molto probabile che ogni singolo Paese arriverà a mettere in discussione la tenuta complessiva dell’Unione, e dell’Eurozona, provando a ottenere deroghe solo per le proprie produzioni. In estrema sintesi, Trump ha capito la profonda dipendenza degli europei dagli Stati Uniti, e il loro servilismo. E vuole utilizzare i dazi per porre fine a qualsiasi esperienza di Europa condivisa.
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Quarantena e distanza sociale dalla spagnola al coronavirus
di Stefano Latino
Spagnola 1918-1919
La mia formazione, di marcata impronta storica, mi ha spinto a ragionare attorno ad alcune pandemie del passato, in particolare l’influenza spagnola del 1918-1919, per cercare analogie e differenze con l’attuale covid-19. Mi propongo di riformulare la retorica della “centralità” delle misure di controllo sociale e delle quarantene nella gestione di questo tipo di emergenze a partire dai dati storici e da alcune considerazioni sulla gestione iniziale del covid-19 in Italia. La pandemia del 1918-1919 e quella del 2019-2020 appartengono a due ceppi virali differenti: influenza di tipo A-H1N1 la prima, mentre la seconda è compresa nella famiglia dei coronavirus. L’elemento principale che esse hanno in comune è il tipo di diffusione, che avviene per via aerea. Inoltre, la sintomatologia presenta esiti simili, con la morte che sopraggiunge a causa di una polmonite grave. Entrambi i virus hanno effettuato un percorso simile, in quanto derivano da un “salto di specie” dagli animali all’uomo: probabilmente una ricombinazione di agenti patogeni provenienti da suini e uccelli nel caso della spagnola, mentre da pipistrelli per quanto riguarda il covid-19. Detto ciò, va tenuta in considerazione la velocità di propagazione del contagio, che pare enormemente più alta nel caso della spagnola, poiché si stima che essa colpì un terzo della popolazione mondiale dell’epoca, provocando, secondo varie stime, dai 20 ai 100 milioni di morti.1 Cifre che oggi sembrano pura distopia, anche nelle previsioni più catastrofiste, se applicate al coronavirus odierno. La tragedia di cento anni fa è spiegata anche dal contesto storico in cui agì la pandemia, con l’umanità prostrata dalla Prima guerra mondiale che stava volgendo al termine.
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La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa
Emiliano Brancaccio
In Grecia il governo trucca i bilanci, si dà alla finanza allegra, manda in pensione i lavoratori troppo presto e poi chiede aiuto all’Europa quando i mercati finanziari lo sfiduciano. In estrema sintesi è questa l’interpretazione della crisi finanziaria greca che in questi giorni va per la maggiore. Gli economisti Alesina e Perotti, tra gli altri, la sostengono apertamente (Sole 24 Ore, 27 marzo). Questa lettura fa indubbiamente parte del senso comune. Essa tuttavia non coglie alcuni problemi di fondo che riguardano non solo il caso della Grecia ma l’intero assetto della Unione monetaria europea.
Le principali difficoltà in seno alla zona euro riguardano più gli squilibri commerciali tra i paesi membri che l’andamento dei conti pubblici di ogni singolo paese. La superiore capacità dei capitali tedeschi di aggredire i mercati esteri è la causa principale di tali squilibri. In Germania l’elevato grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali determina una rapida crescita del valore della produttività oraria del lavoro. A ciò si è aggiunta, soprattutto negli ultimi anni, una politica di forte contenimento dei salari e della spesa interna. Conseguenza di questi andamenti è una dinamica dei costi unitari e delle importazioni molto più contenuta rispetto a quella che si registra in altri paesi europei. L’economia tedesca risulta quindi sempre più competitiva e riesce ad accumulare avanzi commerciali sistematici a fronte della strutturale tendenza al disavanzo estero in cui versano soprattutto Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Questi paesi vengono talvolta bollati con il poco diplomatico acronimo di “pigs”.
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Quello che ho visto in Libia
Scritto da Paolo Sensini
«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza»
George Orwell, La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico, in 1984 (parte II, capitolo 9)
Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta «rivolta delle popolazioni libiche». Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.
È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo paese, tanto da guadagnarsi l’appellativo non proprio benevolo di «faraone». Eventi che la stampa occidentale ha subito definito, con la consueta dose di sensazionalismo spettacolare, come «rivoluzione gelsomino» e «rivoluzione dei loti».
La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi, aiutati in quest’ultimo caso dall’intervento oltre confine di reparti dell’esercito dell’Arabia Saudita, reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.
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Questione omosessuale e capitalismo
di Eros Barone
La tesi che intendo sostenere è che il comportamento omosessuale è tanto più diffuso quanto più la società è contrassegnata dall’antagonismo tra i suoi membri, cioè quanto più essa è competitiva. La riprova è costituita, a mio avviso, dalla civiltà della Grecia antica, in cui, come è noto, il comportamento omosessuale si manifestava nella forma della pederastia e rispecchiava fedelmente la struttura di una società ove i maschi liberi vivevano immersi in una dimensione di agonismo permanente (lo studioso Giorgio Colli, ad esempio, fa risalire a questo dato socio-antropologico la stessa nascita della dialettica1 ), così come fortemente agonistici erano i rapporti tra le stesse città dell’Ellade. Non a caso l’istituzione delle Olimpiadi fu anche e soprattutto la valvola di sfogo per tenere sotto controllo questa energia potenzialmente distruttiva, i cui correlati mitologici sono rappresentati da figure come quelle di Eracle e di Achille. Non sorprendono pertanto né la diffusione del comportamento omosessuale in Grecia né la sua progressiva diffusione e legittimazione nella civiltà romana grazie alla progressiva ellenizzazione di quest’ultima, tappa finale del passaggio da una società di tipo patriarcale-solidaristico ad una società imperiale-cosmopolita con forti connotazioni individualistiche e competitive.
Per quanto concerne l’esistenza di un nesso inscindibile fra comportamento omosessuale e competitività nelle diverse epoche e nelle diverse società, mi limito solo ad alcuni esempi relativi al settore militare, in cui il modello competitivo trova la sua principale e radicale applicazione, anche se il discorso potrebbe essere più ampio.
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Intervista sul “Potere al Popolo”
Geraldina Colotti intervista Viola Carofalo e Giuliano Granato
Nel XX secolo gli operai e i comunisti hanno esercitato una eccezionale influenza nelle vicende italiane. La storia del PSI, quella del PCI e quella della sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta espongono un patrimonio imponente di esperienze che ha avuto innanzitutto il merito di collegare inestricabilmente la dimensione politica e quella sociale dell’attività delle classi subalterne. La lotta per i miglioramenti reali della vita quotidiana si saldava a un orizzonte di liberazione globale che conferiva forza alle battaglie sindacali e alla richiesta di riforme. Non a caso, quando questo orizzonte è venuto meno, è mancata anche la spinta all’unità, l’intelligenza pratica, l’analisi della realtà e l’innovazione organizzativa. Ne è scaturita una condizione di minorità e di sudditanza che ha abituato alla frammentazione, alla sfiducia, e alla confusione culturale. In una parola, da molti anni a questa parte il proletariato italiano risulta privo di quella indipendenza e autorevolezza politica che ne avevano fatto uno dei protagonisti maggiori della storia europea e uno dei punti di riferimento indiscussi del dibattito rivoluzionario internazionale.
Fino a qualche settimana fa, le elezioni politiche previste per il marzo del 2018 non sembravano proporre alcun elemento di novità sostanziale. Il processo apparentemente tormentato di riaccorpamento alla sinistra del PD di una nuova formazione politica zeppa di ex-ministri e sottosegretari, di magistrati di alto rango e di vecchi e nuovi professionisti delle istituzioni, è apparso sin da subito un mero episodio trasformistico tutto interno alla vicenda di un ceto politico irreparabilmente scollegato dalle classi popolari.
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Vogliamo altro. Appunti per una critica al concetto di produttività, di lavoro e di cittadinanza
di Cristina Morini
Se il lavoro va perdendo le caratteristiche del lavoro per assumere quella della vita che cosa dobbiamo fare noi, donne e uomini, nel presente? Per poterci riappropriare delle nostre vite e dei nostri desideri dobbiamo procedere a bombardare le radici stesse del lavorismo che ci ha costruiti. Anch’esso ha contribuito a fare in modo che il lavoro esondasse in modo indifferenziato dai limiti suoi propri. Senza una critica radicale al concetto stesso di produzione e di norma socio-economica, senza una messa in discussione di queste fondamenta, non solo non potremo liberarci, né cambiare di segno al lavoro e al sistema, ma viceversa dovremo rassegnarci alla colonizzazione progressiva di ogni spazio vitale, all’asfissia totale. L’attualità non fa che regalarci esempi molto espliciti, in questo senso: quando non sarà la precarietà a piegarci, ci saranno straordinari coatti, pause più corte, meno giorni di malattia, mobilità selvaggia… Noi vogliamo altro.
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Ebrei, sionismo, Israele, antisemitismo… Caro Travaglio
di Fulvio Grimaldi
Caro Direttore,
A scopo di chiarezza e di onestà d’intenti premetto: meno male che esistono il Fatto Quotidiano, il suo direttore, e sue punte di diamante della categoria, quali Luttazzi, Ranieri, Robecchi, Basile, Palombi, Barbacetto e quasi tutti gli altri.
Ti rinnovo la stima e la riconoscenza per quello che tu e il tuo giornale fate per contrastare e battere il pianificato degrado dell’informazione nella nostra parte di mondo. Questo mio apprezzamento è condiviso dalla maggioranza dei miei interlocutori. Per evitare il rischio, umanamente comprensibile, dell’accettazione acritica di una tua clamorosa, ma non inedita, deviazione da quella che è una riconosciuta correttezza storico-professionale, tanto sorprendente quanto gravida di deformazioni cognitive, mi premetto di diffondere questa lettera. Serve per rimediare, con una divergenza dettata dalla realtà storica e attuale, alla sua eventuale mancata pubblicazione.
Nel tuo editoriale e in una tua risposta al lettore Giovanni Marini del 9 agosto, vanno rilevati errori e falsità di una portata inconciliabile con la precisione e onestà con la quale sei solito affrontare questioni politiche e storiche. E’ sorprendente come, in un giornalista di eccezionale correttezza e competenza, possa aver prevalso sulla realtà lapidaria dei fatti un approccio preconcetto, antiscientifico, determinato forse da trasporto sentimentale.
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Il ritorno della fabbrica
Appunti su territorio, architettura, operai e capitale
Pier Vittorio Aureli
La storia dei modi diversi in cui
viene estorto all’operaio il lavoro
produttivo, la storia cioè delle varie
forme di produzione del plusvalore,
è la storia della società capitalistica
dal punto di vista operaio
Mario Tronti, Operai e capitale
Nella storia del Movimento Operaio, la fabbrica ha avuto un ruolo fondamentale e per certi versi epico nel coagulare sia lo sfruttamento degli operai, sia la lotta di questi ultimi contro la loro condizione. Per questo l’apparente scomparsa della fabbrica quale punto avanzato del capitalismo nel mondo così detto sviluppato è stata spesso interpretata come una vera e propria sparizione della classe operaia quale blocco importante della società. Se questa interpretazione segue la realtà della tendenza industriale degli ultimi quaranta anni, ovvero il passaggio dall’egemonia del lavoro materiale a quella del lavoro immateriale, ha anche dato luogo ad una visione della fabbrica come spazio chiuso in se stesso, come luogo specifico della produzione di merci materiali.
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Brigate Rosse, la parte dannata della storia
di Geraldina Colotti
Durante il secolo scorso, l’Italia non ha avuto soltanto il più grande Partito comunista d’Europa e il più grande sindacato d’Europa, ma, per quasi un ventennio, anche l’estrema sinistra più forte d’Europa. Un fermento esploso con il ’68, ma incubato nell’insofferenza crescente verso la linea dell’accomodamento nel recinto delle compatibilità “democratiche” portata avanti dal Pci.
Un processo che, per strappi e rotture, ha prodotto una critica a 360° della società borghese, presente nei diversi tentativi politici di costruire un’alternativa alla linea del “compromesso storico” e dell’“eurocomunismo”: la “stagione dei gruppi extraparlamentari”, un tentativo di costruzione di un partito di massa (Lotta Continua), e anche la formazione di un’opposizione armata.
Quello della nascita e dello sviluppo di una lotta armata durata quasi vent’anni, è un “rompicapo” che non si spiega attingendo meccanicamente ai “classici” del marxismo, ma neanche abbandonandosi all’interpretazione dietrologica di chi, facendo spallucce alla storia, cerca in questo modo di evitare l’analisi materialistica di quell’insorgenza, e quella della sconfitta di tutte le ipotesi scese in campo nel grande Novecento.
Occorre invece guardare in faccia la realtà delle cose: quando i comunisti non hanno più alcuna capacità di incidere nella realtà del paese, quando concetti che un tempo univano, oggi appaiono motivi surreali di divisioni interne, quando persino la proposta di un riformismo conseguente è scomparsa dall’orizzonte politico concreto, non è possibile “cavarsela” con le teorie dei tradimenti dei capi, o con quelle delle dietrologie e dei complotti.
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Il coefficiente di stupidità della Sinistra
di Tomasz Konicz
La stupidità è la miglior alleata dell'opportunismo di sinistra, la crisi attuale lo dimostra ancora una volta
Capitalismo o morte? In un'intervista pubblicata nel dicembre del 2019, il famoso marxista americano David Harvey ha reso assai chiaro, con una franchezza deprimente, in che cosa possa rapidamente degenerare la teoria di Marx, quando, dopo decenni, si continua ad ignorare in maniera sovrana la crisi sistemica, e di conseguenza non si dà forma ad un adeguato concetto di crisi [*1]. Rivoluzione? Una «fantasia comunista», oramai non viviamo più nel 19° secolo. Il capitale è «too big to fail», è diventato troppo necessario, e pertanto non possiamo permetterci il suo crollo. D'altra parte, le cose devono essere «mantenute in movimento», dal momento che in caso contrario «moriremmo quasi tutti di fame». E c'è bisogno anche che investiamo il nostro tempo per «rianimarlo», questo capitale, dice Harvey. Forse si potrebbe lavorare lentamente ad una riconfigurazione graduale del capitale, ma un «rovesciamento rivoluzionario» è qualcosa che «non può e non deve accadere»; e bisogna anche si lavori attivamente per fare in modo che non avvenga. Allo stesso tempo, alla fine il professore marxista ha osservato anche che il capitale è diventato «troppo grande, troppo mostruoso» per poter sopravvivere. Insomma, si tratterebbe di un «percorso suicida».
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Un altro passo verso il precipizio
di Jacques Sapir
L'area Euro, sotto l'effetto combinato delle politiche di austerità, sta sprofondando nella crisi. Eppure il dibattito sulla politica economica non è mai stato così intenso. Rimane il fatto che si scontra con la capacità di immaginazione dei leader politici, sia in Germania che in Francia o in altri paesi, che rimane profondamente strutturata attorno al discorso dell’austerità.
Le radici dell'austerità erano finora ritenute inconfutabili. Ma un recente lavoro consente di mostrare che, dietro l'apparenza di seria accademia, c'era un sacco di ideologia.
La disoccupazione ha recentemente raggiunto il 12% della popolazione attiva, ma con picchi di oltre il 25% in Spagna e Grecia. L’attività economica continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e, ora, è il consumo che inizia a sgretolarsi in Francia, annunciando, come previsto in questo blog, un ulteriore deterioramento della situazione economica a breve termine.
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Verso un “socialismo possibile”
di Emanuele Dell'Atti
Note a: Carlo Formenti, Il capitale vede rosso. Il Socialismo del XXI secolo e la reazione neomaccartista, Meltemi, Milano 2020
Davanti alla sede della borsa di New York, a Wall Street, vi è una grande statua di bronzo che raffigura un toro nerastro, testa bassa, sguardo feroce. Quel toro – scrive Carlo Formenti nel suo ultimo lavoro che compendia e rilancia, ridiscutendola, la laboriosa riflessione che ha svolto negli ultimi anni[1] – è la perfetta raffigurazione degli “spiriti animali” del capitalismo contemporaneo che ha infilzato “con le corna della controrivoluzione neoliberista le classi subalterne e ne ha schiacciato le capacità di resistenza” (p. 8), attraverso un’opera costante di smantellamento del welfare, precarizzazione del lavoro, privatizzazioni sistematiche, depotenziamento dei partiti della sinistra tradizionale.
Come è potuto avvenire tutto questo e in così poco tempo? Evidentemente, scrive l’autore, con il contributo del potere politico: i governi dei maggiori Paesi occidentali, infatti, hanno fatto di tutto per adattare alle esigenze del capitalismo il quadro istituzionale e legislativo, dimostrando, così, che la tesi della “fine dello Stato” è errata. Lo Stato è vivo e vegeto, ma non più come garante degli interessi generali, bensì come strumento per dissodare il terreno ai mercati, privatizzando beni e servizi, deregolamentando i flussi finanziari, riducendo le tasse ai super ricchi, tagliando sulla spesa sociale primaria e sui diritti dei lavoratori. La globalizzazione, infatti, non è stata il frutto di “leggi” economiche, ma “un disegno politico volto a distruggere i rapporti di forza del proletariato americano ed europeo attraverso l’arruolamento di sterminate masse di neo-salariati a basso costo nei Paesi in via di sviluppo” (p. 99).
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Potenzialità e limiti del reddito di base
Risposte al questionario di Etica & Politica
Giovanna Vertova
Dipartimento di Scienze Aziendali, Economiche e Metodi Quantitativi
Università di Bergamo
giovanna.vertova@unibg.i
Quesito 1.
In Italia, nonostante l’assenza di misure universali di sostegno al reddito abbia per molti anni tenuto fuori il paese dal dibattito europeo, ultimamente si sono moltiplicate iniziative regionali (per esempio il reddito di dignita pugliese o il reddito di autonomia piemontese) o amministrative, proposte di legge (quella del Movimento 5 Stelle e quella di SEL, per esempio), iniziative popolari. Anche il ministro Poletti ha recentemente annunciato l’introduzione di un “reddito di inclusione” a livello nazionale. In molti casi la discussione ha riguardato dispositivi molto distanti, nell’impianto e nella filosofia, dal reddito di base incondizionato, presentando caratteri di familismo ed eccessiva condizionalità.. In Svizzera, invece, si è recentemente svolto un referendum per l’introduzione di un reddito di base incondizionato su scala nazionale. A cosa è dovuto, a suo parere, il ritardo italiano - ammesso e non concesso che di “ritardo” effettivamente si tratti? Come e possibile tradurre politicamente un dibattito teorico che dura ormai da decenni?
Trovo abbastanza bizzarro che la prima domanda di un dibattito sul reddito di base (RdB) non riguardi la validità della proposta, quanto il ritardo nella discussione teorica e nella pratica politica italiana.
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