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L’ossimoro dei “mercati autoregolatori”
di Alberto Rabilotta*
Ossimoro, nel Dizionario della Lingua Spagnola, significa “combinazione nella stessa struttura sintattica di due parole o espressioni di significato opposto, che da vita ad un nuovo significato: ad es.. rumoroso silenzio”. Un altro esempio (che non figura nel dizionario) è l’espressione “mercati autoregolati”, cioè il sistema neoliberista che per sopravvivere “esige regolarmente l’intervento e la azione coercitiva dello Stato”.
Il Consenso di Bruxelles, come prima il Consenso di Washington
Dal Vertice dell’Unione Europea (UE) che ha avuto luogo a Bruxelles lo scorso 30 gennaio, è uscito un Trattato sulla Stabilità, la Coordinazione e la Governance nell’Unione Economica e Monetaria che, su insistenza della Germania – come segnala il giornale britannico The Guardian – trasforma la Commissione Europea (CE) in un organismo “scrutatore” dei bilanci statali che d’ora in poi verranno redatti dai paesi membri della UE, e la Corte di Giustizia Europea (CGE) nell’istituzione che applicherà il “rigore fiscale” nella zona euro (ZE).
Per dirla più chiara: questo Trattato (che non fa parte dei Trattati della ZE per evitare il processo di ratifica e permette che esso entri in vigore con l’appoggio soltanto di 12 dei 27 paesi della UE) trasforma la CE nell’istanza sovranazionale che deciderà – al posto dei parlamenti – la politica di spesa statale, e la CGE nella “polizia fiscale sovranazionale” che – tornando all’articolo del quotidiano britannico – “può applicare in modo quasi automatico” multe agli Stati che in modo continuo non si attengano alle nuove regole che rendono illegale il deficit fiscale. E il Trattato rende obbligatorio per il 17 paesi della UE – e per quelli che saranno accettati in futuro – l’adozione di legislazioni di emendamenti costituzionali obbligatori per “abolire il diritto dei governi a ricorrere ad eccessivi livelli di debito nazionale”.
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Appropriazione indebita di una lingua e dissimulazione della realtà
di Daniela Ricci*
L’ideologia neoliberista in salsa italiana, nel tentativo di imporsi definitivamente come pensiero unico dominante, sta mettendo in atto una colossale opera di appropriazione indebita della lingua italiana, usando lo strumento linguistico a fini mistificatori.
“All’inizio era il verbo”, potremmo chiamare così questo sfacciato piano di mistificazione sostenuto dai media embedded al servizio delle elites finanziarie, che vuole“ribattezzare” le cose chiamandole non più con il loro nome, ma con vocaboli non pertinenti, proprio al fine di dissimularne la vera sostanza.
Servirsi delle parole per nascondere la realtà significa, di fatto, renderle un semplice involucro, atto a coprire una sostanza che spesso le contraddice. Il tutto per arrivare a propinarci anche l’inverosimile. E’ un vero e proprio sequestro del vocabolario italiano a fini di lucro, dove la posta in gioco è la salvezza di un sistema economico in crisi, quale è quello capitalistico, e degli enormi interessi economici e finanziari ad esso correlati.
Gli albori di questo processo di stravolgimento della nostra lingua furono ai tempi della “guerra umanitaria” in Kossovo , combattuta nel 1999, anche in nome del popolo italiano, nostro malgrado, proprio facendo leva su quell’ossimoro permanente che associa la guerra alla difesa dell’umanità e che consentì al governo D’Alema di aggirare l’articolo 11 della Costituzione, (“L’Italia ripudia la guerra”).
Nel 2001 e nel 2003 e’ stata poi la volta della “guerra preventiva”, dichiarata, anche in nome del popolo italiano, rispettivamente, contro Iraq ed Afghanistan, prima che “il nemico” (Saddam Hussein nel primo caso, Bin Laden, nel secondo) potesse nuocere all’Occidente.
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Il governo politico dei “mercati” nella versione austera del prof. Monti
Paolo Ciofi
A Berlusconi, che gli chiedeva di fare il leader di un governo di centro-destra, il prof. Monti avrebbe risposto così: «i mercati vogliono le larghe intese» (Corriere della sera del 12 novembre). Poche parole che in modo folgorante chiariscono il senso della fase che stiamo vivendo: innanzitutto, perché il Cavaliere alla fine sia stato costretto a scendere da cavallo, e perché al suo posto sia asceso l'austero supertecnico eurobocconiano. Già da tempo i "mercati", come ha scritto più volte l'Economist, non si sentivano garantiti da un personaggio giudicato impresentabile, troppo permeabile alle spinte populiste del leghismo, del tutto inabile come uomo di Stato e di governo. E al momento della resa dei conti hanno preteso che il governo Monti raccogliesse in Parlamento il consenso bipartisan di berlusconiani e antiberlusconiani. Come a dire che quando il gioco si fa duro, l'alternanza di governo nei sistemi politici attuali, praticata dentro il perimetro dell'alta finanza che dispone di uomini e cose, comporta una comune chiamata alle armi.
E' la democrazia del «Senato virtuale» da tempo descritta da Noam Chomsky, altrimenti denominata dittatura del capitale, su cui nel Vecchio continente non si riflette a sufficienza. Ed è la lampante controprova che oggi nel nostro sdrucito stivale come in Grecia, in Europa e nel mondo, i cosiddetti mercati, vale a dire una cerchia assai ristretta di proprietari universali, in prevalenza banchieri e finanzieri, sono in grado di imporre le loro scelte a intere nazioni e a milioni di esseri umani.
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La competenza dei tecnici: note su finanza, democrazia e indignazione
written by Marco Assennato
Libero mercato e democrazia.
La storia lunga della forma politica europea è arrivata al tramonto. Prendere parte, in questo crepuscolo, è necessario. Ne va delle parole di domani. Tutti i nodi dell’ultimo scorcio di secolo vengono al pettine. A guardare bene è una buona notizia. Dopo saranno tempi nuovi. Certo, il tramonto può far paura, sembra un abisso, un precipitare lento e inesorabile. Come tutti i passaggi radicali, originari. Ma questa è la partita. Radicale, originaria. Coincide e conferma l’idea, la geografia della crisi: prima la Grecia - impedita, fatto enorme, di procedere ad un referendum popolare, che per quanto inadeguato aveva il sapore d’un appello al popolo in ultima istanza, perchè dicesse, prendesse parola sul destino proprio - poi l’Italia, ex-repubblica parlamentare le cui funzioni sovrane a lungo maltrattate, vengono commissariate da tecnocrati già protagonisti della crisi in corso. E la prossima sarà la Francia.
La Francia, non la Spagna, né il Portogallo. Ma la Francia della rivoluzione borghese del 1789, quella di libertà, eguaglianza e fraternità. Il corpo maturo dell’impero finanziario transnazionale si disfa delle vecchie utopie. Demokratía, nasce in Grecia, come dispositivo che consente al dèmos di costruire un caleidoscopio di forme di vita pubblica che ruotano attorno ai concetti di libertà, uguaglianza, trasparenza. Fu a lungo un fantasma per i poteri pubblici, quest’ipotesi di kràtos del démos. Potere coercitivo del popolo sulla cosa pubblica. Tutta la teoria politica greca si è basata sulla necessità di dargli forma e così limitarlo, farlo coesistere con gli altri poteri. La Grecia, perciò, è stata culla delle costituzioni - dispositivi di legge che tentavano questo rigoroso esercizio della forma.
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Per una comunità europea dei beni comuni
di Riccardo Petrella
L’Europa è sulla via della disintegrazione. La via d’uscita è nella ricostruzione di una comunità fondata sui beni comuni – terra, aria, acqua, energia, lavoro – sottratti al mercato e affidati alla partecipazione democratica dei cittadini
Si può parlare di disintegrazione europea per una duplice ragione. Primo: la storia degli ultimi 30 anni (a partire dal 1971-73) in Europa è, in generale, la storia di una sempre più marcata regressione rispetto all’obiettivo dell’integrazione politica dell’Europa. Questa appare, nella testa delle attuali classi al potere, più lontana e impossibile di quanto lo fosse agli occhi degli europei di 60 anni fa. Secondo: la sottomissione voluta dai poteri forti dell’Unione europea al neo-totalitarismo capitalista ha disintegrato il tessuto sociale ed economico delle società europee. L’Europa è diventata un arcipelago di tante isole diverse, diseguali, internamente fratturate da forti ineguaglianze e sbattute da venti di esclusione verso l’esterno. Si potrebbe analizzare una terza ragione, la disintegrazione ecoambientale (rapporti esseri umani-natura), ma questa, per quanto estremamente importante per il divenire delle società, va ben al di là del contesto specificamente europeo.
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Zapatero ha chinato la testa
written by Franco Berardi "Bifo"
Che funzione svolgono i partiti della sinistra in Europa?
Il 20 Novembre si terranno le elezioni in Spagna, dopo che il governo a guida socialista ha deciso di rinunciare a condurre a termine la legislatura per le difficoltà di gestione della situazione economica, non prima però di avere avviato una politica di austerità aggressiva, che è già costata riduzioni di stipendio per i lavoratori pubblici, tagli alle diponibilità delle amministrazioni regionali, riduzione del finanziamento per i servizi sanitari, e soprattutto non prima di aver accettato la devastante logica antisociale imposta dalle autorità centrali europee.
Tra tutti i leader della sinistra europea Zapatero è stato quello che ha suscitato negli anni scorsi maggiori speranze. Eletto sull’onda di una mobilitazione popolare che aveva sconfitto la manovra di disinformazione montata da Aznar dopo l’attentato di Atocha, Zapatero aveva saputo in qualche modo essere all’altezza delle attese interpretando il rifiuto della guerra infinita di Bush cui Aznar aveva dato piena copertura politica, e portando a espressione legislativa il rinnovamento prodotto dalle culture gay e dalle culture femministe, iniziando sia pur timidamente un processo di allontanamento dello stato spagnolo dall’asfissiante presenza dei parassiti vaticani. Ma nel momento decisivo, quando si è trattato di esprimere una posizione autonoma sulla questione sociale, di fronte al diktat della classe finanziaria europea le attese sono state tradite.
Quando gli speculatori hanno preso di mira la Spagna, dopo avere attaccato in successione la Grecia l’Irlanda e il Portogallo, quando la classe finanziaria europea ha chiesto ai governi nazionali di piegarsi al ricatto finanziario, facendosi esecutori del progetto di distruzione dei sistemi pubblici, riduzione del salario, uno dopo l’altro i leader politici della sinistra europea hanno capitolato, e hanno accettato di divenire strumenti della più spaventosa rapina mai conosciutanei paesi europei.
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Crisi del neo-liberismo o del capitalismo?
di Nicola Casale
Qualcuno già nutriva fiducia che la crisi fosse in via di risoluzione. Alcuni indici sembravano autorizzare la speranza. In particolare la crescita della produzione industriale, mai interrottasi nei “paesi emergenti”, dava segni di riavvio anche in Occidente (Germania e Usa in testa). L’estate, invece, è stata calda. Nuovo violento salto della crisi sul piano finanziario e scomparsa del trend positivo della produzione industriale.
La crisi finanziaria ha aggredito gli stati più esposti sul debito pubblico. Era prevedibile, dopo che, per salvare banche e finanza, s’erano accollati sui bilanci statali giganteschi debiti aggiuntivi (il “cerbero dei conti” Tremonti in tre anni ha incrementato il debito pubblico di 240 miliardi di euro. Dove son finiti se non nelle casse disastratissime delle banche?).
La crisi finanziaria e il rischio di default di qualche stato hanno ri-diffuso il germe della sfiducia ovunque e depresso di nuovo anche quei segnali positivi di timida ripresa della produzione.
Questi eventi dimostrano ulteriormente il carattere sistemico della crisi. Essa non dipende da politiche particolari (il neo-liberismo), corrette le quali il sistema possa tornare sulla strada di una nuova stabile e lunga crescita. Il fatto centrale è che nel mondo circola una massa enorme di capitale fittizio che esige la sua valorizzazione. Questo capitale è frutto degli effetti moltiplicatori dell’ingegneria finanziaria cui è stata lasciata, negli ultimi trent’anni, crescente libertà creativa, ma non solo di essa. Anzi, la creatività finanziaria si è affermata per dare risposta al problema esploso nella sfera della produzione: la sovrapproduzione. Le capacità produttive sparse per il mondo sono divenute pletoriche per il sistema.
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Assiomatica liberista e convenienze di classe
Luigi Vinci
La dottrina economica liberista nella versione della Scuola di Chicago, dominante da una trentina d’anni in Occidente (della quale, nonostante il fallimento sancito dalla crisi del 2008, dalla recessione che ne è seguita e soprattutto, direi, dalla lunga depressione che sta seguendo alla recessione, continuano a essere imbevuti i cervelli di ceti politici di governo, economisti di fama e operatori dell’informazione), si fonda su una serie di assiomi che pretende essere indiscutibili, assolutamente veri, e che i fatti si incaricano invece quotidianamente di mostrare che sono fasulli, producendo l’esatto contrario di ciò che vorrebbero. Valga l’esempio greco: non c’è giorno in cui qualche individuo, governante di qualche paese europeo, economista pluricattedrato, opinionista di fama pluristipendiato, burocrate o tecnocrate incontrollato alla testa dell’Unione Europea, non insista sulla necessità che la Grecia tagli il suo debito pubblico al ritmo che le è stato ferocemente imposto, non solo allo scopo di ottenere quei prestiti che le servono a evitare l’insolvenza dello stato, ma perché finalmente la sua economia riesca a crescere: mentre è di un’evidenza solare che sono questi tagli, massacrando la capacità di spesa della popolazione greca, la causa fondamentale della pesante recessione nella quale la Grecia è precipitata, della riproduzione allargata di condizioni di insolvenza dello stato, della quasi inevitabilità del suo fallimento dichiarato.
Esaminiamo qualche assioma. Il primo non può che essere quello che regge l’intera impalcatura del liberismo: il mercato come il “luogo” del processo economico che porterebbe, a meno sia disturbato dalla politica, all’ottimizzazione degli effetti di questo processo in sede di crescita economica, occupazione, remunerazione del lavoro, diffusione sociale del benessere. Compito dello stato sarebbe di limitarsi a fare da guardiano notturno e, se del caso, da pompiere delle cose dell’economia quando incidentalmente non tornino. In concreto si tratterebbe di operare interventi oculati in sede di quantità di moneta circolante e di tassi di interesse, nel momento in cui vengano a costituirsi situazioni di scarsità di fattori produttivi, spinte inflative, eventualmente crack di istituzioni finanziarie capitalistiche; inoltre in condizioni di caduta produttiva si tratterebbe, sostanzialmente, di lasciar correre.
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Il capitale contro il lavoro
Alberto Burgio
Dalla guerra del capitale contro il lavoro si può uscire soltanto restituendo ai lavoratori reddito, risorse e diritti. Tutto il resto non fa che rafforzare la crisi, semplicemente perché è la crisi. Ma c'è qualcuno, tra i politici, che intenda davvero combatterla? Probabilmente no
Bisogna resistere alla tentazione di risolvere tutto con la comoda spiegazione della follia. Dio acceca chi vuol perdere, si dice. Così si pretende di spiegare quanto sta accadendo in questi giorni, a cominciare dai principali snodi della crisi finanziaria mondiale. Ma ci si inganna.
Indubbiamente lo scenario è a dir poco paradossale. La ricchezza reale aumenta di anno in anno a dismisura. Mai come oggi il mondo è stato un «gigantesco ammasso di merci». La produttività dei mezzi di produzione è alle stelle. Mai la tecnologia è stata altrettanto sviluppata. Ma, invece di godere i frutti di questo progresso, il mondo «avanzato» si dibatte nella crisi. Registra il dilagare della disoccupazione e il drammatico impoverimento di masse crescenti. E sperimenta il panico, la rivolta, la depressione economica e psichica. Questo film corre sullo schermo globale da tre anni a questa parte, per limitarci a quest'ultima Grande crisi, esplosa negli Stati Uniti a seguito dell'insolvenza dei titolari di mutui e dei crediti facili al consumo. Ma nemmeno l'esperienza di questi tre anni pare avere aperto gli occhi alle classi dirigenti.
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Dieci divagazioni riottose
di Augusto Illuminati
1. Non fidatevi dei predicatori di austerità, delle agenzie di rating, dei ministri al taglio. Stanno tutti covando le uova delle recessione, con faccia allegra o triste secondo l’entità del debito sovrano di loro pertinenza. Ma con l’identico risultato di strozzare lo sviluppo, accrescere la divaricazione fra chi ha e chi non ha, favorire la speculazione finanziaria. Un abbaglio colossale, che replica quello del 1929 pur in condizioni strutturali diverse, e che avrà per conseguenza un cambiamento internazionale di egemonia a favore delle potenze emergenti del Bric.
2. Della “discontinuità di governo, cioè della rimozione di Berlusconi, non ce ne può fregare di meno. E’ la scusa ufficiale per mollare ogni difesa di classe a favore dell’unità della società civile nella cornice dello Stato tricolore. Agli estremi margini di un Occidente in declino. Sospettiamo che un nuovo governo più centrista e “presidenziale” farebbe ancora di peggio.
3. Di altrettanta molesta irrilevanza risulta la modifica all’art. 41 della Costituzione, che dovrebbe essere sostituito con una “fate quello che cazzo vi pare, se non è espressamente vietato” –ma allora meglio il “vietato vietare” di sessantottina memoria! Introdurre poi un obbligo costituzionale di pareggio del bilancio sembra inutile quanto assurdo, una resa causidica alla logica dell’indebitamento finanziario.
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Oltre l'euro
Claudio Gnesutta
"È altamente plausibile che, rimanendo al di fuori dell’area monetaria europea, il deterioramento sociale sarebbe stato ancora più rapido e incontrollato per il realizzarsi di uno scenario di inflazione-svalutazione esacerbata dalla pressione finanziaria internazionale" “… il carattere mondiale dell’attuale rivoluzione liberale (…) costituisce infatti un’ulteriore prova che è in atto un processo fondamentale che detta un comune modello evolutivo per tutte le società umane, qualcosa come una storia universale che si muove in direzione della democrazia liberale (corsivo mio)”, così Fukuyama, plaudendo ai risultati sociali e politici del friedmanismo aggressivo, prospettava la fine della storia e le magnifiche condizioni dell’“ultimo uomo”.
Non sembri troppo avventata questa citazione per un tentativo di riflessione sulla domanda cruciale posta da Rossana Rossanda se “non c’è stato qualche errore nella costituzione della Ue? E come si ripara?” che ha dato l’avvio a questa discussione su Sbilanciamoci.info.
L’esigenza di avere “una visione chiara” e condivisa dello stato dell’Europa si combina nelle sue parole con il sospetto che le tensioni che oggi interessano l’area sono il frutto di una “filosofia uguale per tutti”. E proprio perché condivido questo sospetto che mi sembra una necessità ineludibile – in un momento in cui di tutto si parla tranne che delle condizioni “oggettive” che preparano il nostro futuro – guardare un po’ oltre il 2013 per capire dove va l’Europa (e l’Italia con lei). Anche se prima è, forse, opportuno chiederci dove “sta” oggi l’Europa (e ovviamente l’Italia al suo interno).
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L’atto di fede dei seguaci dell’austerity
di Guglielmo Forges Davanzati
I principali governi dei Paesi Ocse stanno cercando di uscire dalla crisi riducendo la tutela dei diritti dei lavoratori e le garanzie offerte dallo Stato sociale. Si stratta di soluzioni illusorie: la fiducia nella loro efficacia non è molto lontana da un atto di fede.
Nessun Istituto di ricerca internazionale dispone, al momento, di una previsione ragionevolmente accettabile in ordine ai tempi di fuoriuscita dalla crisi, e le prescrizioni di politica economica sono estremamente discordanti. La linea attualmente prevalente si sostanzia nella riduzione dell’intervento pubblico in economia, e, in particolare, nella riduzione del debito pubblico.
La motivazione ufficiale a sostegno di questa opzione è la seguente. Livelli ‘eccessivi’ di indebitamento in rapporto al PIL possono generare ‘attacchi speculativi’, che, a loro volta, possono determinare il fallimento dei Paesi più esposti alla speculazione perché più indebitati. Questa interpretazione è suscettibile di un duplice rilievo critico.
Primo: la riduzione della spesa pubblica, in quanto riduce l’occupazione, contribuisce a frenare la crescita economica. In tal senso, e soprattutto quando gli investimenti privati non aumentano (come, di norma, accade in periodi di crisi), un minore intervento pubblico in economia si associa a una minore crescita economica. In più, se queste misure sono pensate per ridurre l’indebitamento pubblico in rapporto al PIL, si rivelano controproducenti, dal momento che – riducendosi l’occupazione – si riduce la base imponibile, dunque il gettito fiscale, accrescendo quel rapporto.
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Le “Considerazioni finali” ...e quelle preliminari
Appunti sull’ultimo documento di Bankitalia
In queste pagine vogliamo condividere alcune riflessioni tratte da alcune nostre riunioni, per provare a capire insieme quello che sta succedendo in Italia in questi ultimi mesi. Ovviamente si tratta solo di spunti, rapidi e imprecisi, e non di un quadro completo della situazione; di una ripresa e una verifica di alcuni “movimenti” che stiamo constatando da tempo a partire da un singolo “tassello” – che però è estremamente significativo.
Abbiamo infatti pensato di discutere le Considerazioni finali di Draghi (governatore della Banca d’Italia in scadenza di mandato, ora candidato presidente alla Banca Centrale Europea) presentate il 31 maggio 2011, perché nel suo intervento – già in “tempi normali” determinante per orientare il capitale ed il mondo politico, ma oggi decisivo per tutti gli attori sociali, che infatti lo hanno continuamente citato – molti aspetti della situazione economica e politica italiana sono sistematizzati ed esposti[1].
Quella di Draghi è una vera e propria analisi di fase dal punto di vista del capitale, che anche noi dovremmo sfruttare per prevedere il futuro, ed in qualche modo giocare di anticipo rispetto allo scenario che si sta delineando. Le sue Considerazioni finali sono insomma le nostre preliminari, e si potrebbe provare a recuperare molti di questi elementi inserendoli però in una lettura della situazione fatta da un punto di vista opposto. Per non combattere contro i fantasmi, o limitarsi ad agire di rimessa, come purtroppo spesso ci accade.
1. Ma perché vale la pena analizzare proprio le Considerazioni? Innanzitutto, anche se Draghi non va in profondità su molti aspetti, fa un quadro chiarissimo della situazione. Ogni parola è pesata, ha un valore, è un segnale per qualcuno. D'altronde ciò è connesso al ruolo ed all’autorità che Draghi interpreta. Bankitalia è forse l'istituzione che meglio rappresenta il capitalismo italiano, perché è quella meno condizionata politicamente. È infatti una necessità del capitalismo quella di dotarsi di strutture in qualche modo “indipendenti” rispetto alle dinamiche politiche di ricerca del consenso e agli interessi di “bottega”, che riesca magari a comporre su un livello più alto le pulsioni e le intenzioni dei singoli capitali[2]. In questo senso possiamo considerare che dalle banche centrali arrivino indicazioni “sincere”, “pure”: chiaramente sta a noi prendere questi elementi e svilupparli, calandoli nel contesto concreto e riscontrandoli nelle singole vicende che di volta in volta irrompono sulla scena come dal nulla (il caso Marchionne, la vicenda Geronzi, il caso FINCANTIERI etc).
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Sovranità monetaria e democrazia
Sergio Cesaratto
Un grande primo ministro canadese, William Mackenzie King,[1] ebbe a dichiarare prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione della moneta e del credito non sia restituito al governo e riconosciuto come la responsabilità più rilevante e sacra, ogni discorso circa la sovranità del Parlamento e della democrazia sarebbe ozioso e futile”.
La rinunzia alla sovranità monetaria è precisamente quello che il nostro paese ha fatto con l’adesione alla moneta unica. In verità, a ben guardare, l’aveva fatto già prima con il famoso “divorzio” fra il Tesoro e la Banca d’Italia nel 1981. Con quell’atto, compiuto attraverso un fait accompli – uno scambio di lettere fra Andreatta e Ciampi – in barba a qualsiasi decisione parlamentare, i governi della Repubblica rinunciavano alla prerogativa di determinare la politica monetaria, dunque moderare i tassi di interesse, con successive conseguenze disastrose per conti pubblici e distribuzione del reddito.[2] Con la moneta unica il nostro paese ha persino rinunciato alla possibilità di tornare indietro in quella decisione. Le ulteriori conseguenze sulla nostra economia dovute all’abbandono della flessibilità del cambio estero sono davanti agli occhi di tutti con un crescente disavanzo delle partite correnti, dal pareggio del 1999 sino al -3,5% del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero.
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L’ottusa austerità della BCE
Massimo Pivetti*
La BCE ha aumentato il tasso di interesse – è probabilmente il primo di una serie di aumenti previsti nei prossimi mesi – al fine di contrastare l’inflazione salita a marzo al 2.6% rispetto al 2.4 di febbraio. Trattandosi di inflazione di origine esterna, provocata dagli aumenti dei prezzi internazionali delle materie prime energetiche ed alimentari, la ratio antinflazionistica dell’avvio nelle presenti condizioni di una politica di moneta più cara non è immediatamente evidente.
Innanzi tutto, secondo le versioni oggi dominanti del punto di vista ortodosso in materia di politica monetaria, un aumento del tasso di interesse da parte della banca centrale sarebbe giustificato solo se dietro la maggiore inflazione vi fossero anche aumenti dei salari monetari e dei prezzi attribuibili a squilibri nelle condizioni interne di domanda e offerta aggregate. Ma certamente neppure Trichet può pensare che oggi, all’interno dell’eurosistema, la domanda aggregata stia premendo sui limiti posti dal prodotto potenziale.
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