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sinistra

In vita di Luigi Mangione

di Algamica*

6757d7ef095b3.jpegPer chi da sempre è impegnato idealmente in una lotta politica capita, un giorno sì e l’altro pure, commemorare morti sul lavoro oppure martiri che difendevano la causa degli oppressi e sfruttati, quando non addirittura giustiziati dalle forze di polizia di Stati democratici. Lo continueremo a fare con una certa sofferenza anche se lo abbiamo messo da sempre in conto.

In queste scarne note invece vogliamo spendere qualche parola e richiamare l’attenzione su Luigi Mangione in vita che ha compiuto un gesto “eclatante” negli Usa, che ha buttato e continua a buttare scompiglio fra i ben pensanti. Il perché è presto detto: sta riscuotendo non solo comprensione, che sarebbe, per così dire, nell’ordine delle cose in modo particolare se parte in causa in modo diretto, ovvero parente di un malcapitato che ha dovuto subire un torto da parte dell’ucciso, in questo caso tal Brian Thompson Ceo della divisione assicurativa di United Healthcare. Ma non in questi termini stanno i fatti, perché Luigi Mangione sta riscuotendo uno sconfinato plauso, forse anche inaspettato in modo particolare sempre dai benpensanti, che pone più di un interrogativo, in modo particolare perché il “killer di New York”, come viene definito dalla grande stampa assoldata dai vari establishment, non è un clochard, un barbone, un nero, un alcolizzato in preda ai fumi dell’alcool, un terrorista islamico, uno jihadista, o qualcuno sotto cura di qualche centro di igiene mentale e via di questo passo. No, ma si tratta di un giovane bianco di 26 anni, bello, ricco, laureato niente di meno che in ingegneria elettronica, che ha frequentato scuole di altissimo prestigio e di una famiglia di alto rango. Non solo, ma – chiosano i pennivendoli - «con un manifesto politico anticapitalista» dicono lor signori «nel quale rivendica il suo atto violento scrivendo: “Mi scuso per i traumi creati ma andava fatto, bisognava eliminare questo parassita”».

Lo scompiglio fra i ben pensanti non sta tanto nel gesto, figurarsi poi negli Usa dove si succedono stragi di chi spara all’impazzata “nel mucchio” proprio perché la società vive di rapporti economico-sociali capitalistici totalmente impersonali, dove perciò, è difficile se non impossibile arrivare al reo.

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transform

I padroni del mondo: il capitalismo controllato dai grandi gestori patrimoniali

di Alessandro Scassellati

Come funziona oggi il capitalismo? Chi sono i suoi protagonisti? Con quali strumenti e logiche operano? Cerchiamo delle risposte con la lettura del libro di Alessandro Volpi, “I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia” (Laterza, Roma-Bari 2024). Sta emergendo una società capitalista finanziarizzata in cui pochi grandi gestori patrimoniali possiedono e controllano sempre di più i nostri sistemi e le nostre strutture fisiche più essenziali, fornendo i mezzi più basilari di funzionamento e riproduzione sociale.

turner naufragi 7.jpgQuesta è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: «Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene». Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Dal film L’Odio di Mathieu Kassovitz

Volendo ragionare sulla struttura e gli attori del capitalismo odierno, a cominciare da quello statunitense che è il centro egemonico di questa formazione sociale ormai globale, credo che si possano identificare due tipologie di soggetti strategici fondamentali. Da un lato, c’è un gruppo formato in modo maggioritario da esponenti di un capitalismo dinastico (dinastie con almeno due o tre generazioni di accumulazione del capitale alle spalle) che è stato via via rinforzato da nuovi arrivi – i Gates, i Bezos, i Musk, e gli Zuckerberg e altri esponenti del “capitalismo delle piattaforme” – nell’ultima generazione. Insieme questi due gruppi di grandi capitalisti costituiscono quell’0,1% o 1% della popolazione mondiale che esercita il controllo sulle global corporations industriali e finanziarie e che secondo il premio 2001 Nobel Joseph Stiglitz “controlla il 90% della ricchezza mondiale1. Dall’altro lato, ci sono delle strutture finanziarie “corporate” privatizzate di relativa recente formazione – i fondi finanziari -, solo in parte controllate dal primo gruppo, che sono state magistralmente descritte dall’economista e docente di storia contemporanea all’Università di Pisa Alessandro Volpi nel libro “I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia”, Laterza, Roma-Bari 2024.

Non mi dilungo troppo sulla prima tipologia di soggetti – i capitalisti dinastici e gli imprenditori di successo di prima generazione -, rimandando per l’analisi delle loro logiche di comportamento e forme di organizzazione economiche e politiche a una serie di articoli che ho scritto nel recente passato2.

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collettivolegauche

Per un’introduzione al problema delle piattaforme nel capitalismo

di Collettivo Le Gauche

web tv social e16109959527801. Introduzione

Il libro di Nick Srnicek Capitalismo digitale. Google, Amazon e la nuova economia del web prova ad analizzare le imprese del settore tech in quanto attori economici organici al modo di produzione capitalistico. Un discorso simile deve fare piazza pulita della loro definizione come attori culturali definiti dall’ideologia californiana per mostrare a tutti come essi siano in realtà attori politici alla ricerca costante di potere e di utili per respingere la concorrenza. Inoltre, quando affrontiamo il tema dell’economia digitale dobbiamo ricordarci che l’argomento va oltre il solo settore tecnologico come definito dalle classificazioni standard. L’economia digitale coinvolge tutte le imprese che fanno affidamento sull’information technology, sui dati e su internet per portare avanti il proprio modello di business. Si tratta, quindi, di un’area trasversale rispetto ai settori tradizionali come l’industria manifatturiera, dei servizi, dei trasporti, delle telecomunicazioni e del settore minerario che sta finendo per diventare essenziale per gran parte della nostra economia. Quindi, la sua importanza va ben oltre la semplice analisi di settore. Inoltre è il settore economico più dinamico che finisce per trainare la crescita in una fase del capitalismo contraddistinta dalla stagnazione. L’economia digitale è l’infrastruttura, sempre più pervasiva, senza la quale l’economia contemporanea crollerebbe. Questo risultato è figlio di alcuni cambiamenti incorsi nel capitalismo che sta affrontando un lungo declino del settore manifatturiero. Ciò ha spinto alla ricerca dei dati come mezzo per mantenere la crescita economica e la vitalità di questo modo di produzione in presenza di un settore produttivo altrimenti pigro. Infatti, grazie alle tecnologie digitali e ai cambiamenti incorsi in esse, i dati hanno finito per assumere un ruolo sempre più rilevante per le aziende e per i loro rapporti con lavoratori, clienti e altre imprese. L’idea della piattaforma è finita per diventare un nuovo modello di business con la capacità di estrarre e controllare immense quantità di dati e di creare il contesto in cui sono emerse grandi imprese monopolistiche. Per comprendere come queste realtà siano nate occorre proporre un’analisi storica del capitalismo. 

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eticaeconomia

Il Rapporto Draghi fra mercantilismo benevolo e mercantilismo ostile

di Sergio Cesaratto

Sergio Cesaratto richiama l’attenzione sui tratti neo-mercantilisti del Rapporto Draghi e ritiene che in essi si annidi una critica implicita all'impianto neoliberista che ha ispirato la governance europea. Cesaratto sostiene anche che il 'nazionalismo europeo' che traspare dal Rapporto non sembra avere sempre accenti progressisti e, inoltre, che su di esso grava il rischio di essere minato dalla mancanza di uno spirito comunitario assimilabile a quello nazionale

cefic 2540910 anteprima.jpgIl Rapporto Draghi dedicato al futuro della competitività europea evoca diversi e opposti aspetti del mercantilismo. Il mercantilismo può assumere infatti forme benigne, in difesa dei propri interessi nazionali senza pregiudizialmente voler danneggiare nessuno, od ostili verso altri Paesi o verso la propria classe lavoratrice (Guerrieri, P. e Padoan, P.C., Neomercantilism and international economic stability, International Organization, 1986, pp. 29–42; Barba, A. e Pivetti, M. Merci senza frontiere, Rogas 2022).

L’ossessione mercantilista del perseguimento degli avanzi commerciali, per esempio, ben caratterizza le politiche economiche tedesche del secondo dopoguerra (Cesaratto, S., Sei lezioni di economia, Diarkos, 2019). All’interno dell’unione monetaria europea, il neo-mercantilismo tedesco ha in particolare costituito un fattore di squilibrio impedendo una crescita cooperativa dell’insieme dell’Unione e imponendo moderazione salariale ai medesimi lavoratori tedeschi. Spesso in una goffa imitazione del modello tedesco, l’Europa nel suo complesso costituisce a sua volta una realtà mercantilista, avendo basato la propria crescita non sul mercato interno ma sul sostegno alle esportazioni, costituendo in tal modo un fattore di squilibrio globale e di mortificazione del benessere interno (Paggi, L. e D’Angelillo, M., “Il Rapporto Draghi, la competitivitè, la politica”, dattiloscritto, settembre 2024). Con il processo di de-globalizzazione in atto (sulla cui natura e portata si discute invero molto), inizialmente dovuto alla pandemia e poi in maniera più strutturale alla crisi geopolitica, e con i prevaricanti vantaggi tecnologici acquisiti da Cina e Stati Uniti, le problematicità del modello europeo sono ora venute al pettine.

Quei vantaggi tecnologici non nascono a caso ma sono frutto di politiche di nazionalismo economico: protezione delle proprie industrie avanzate, massicci investimenti in ricerca e nell’apparato militare-industriale, realizzazione di economie di scala sostenendo il mercato interno, in particolare attraverso la domanda pubblica.

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lantidiplomatico

La CIA e la cosiddetta “French Theory”

di Alessandra Ciattini

aodinvghnCome l’agenzia di spionaggio è riuscita a creare un pericoloso clima antisovietico e antimarxista, camuffando la sua propaganda come informazione fattuale e ammorbidendo l’atteggiamento critico nei confronti della delirante politica impostasi agli albori del “secolo americano”, favorendo, inoltre, la metamorfosi delle forze politiche rappresentative del movimento operaio

Si potrebbe affermare che nulla accade per caso: l’indebolimento del marxismo è stato prodotto da molti fattori, tra i quali anche l’intervento diretto della CIA, i cui agenti (fatto sorprendente) erano dei raffinati cultori di filosofia.

Ricordo i giorni successivi all’ammainamento della bandiera rossa dal Cremlino e la sua sostituzione con quella russa. Tutti gioivano esultanti affermando che la guerra fredda era finita e che ci avrebbe aspettato un periodo di pace e di prosperità. Per quanto mi riguarda, insieme ai membri del mio ambiente culturale, non partecipai a questa gioia, convinta che la Germania dell’est era stata praticamente svenduta e la fine dell’URSS avrebbe messo in pericolo i già difficili equilibri mondiali. Non mi vanto di aver avuto ragione anzi, speravo e di avere torto e che le mie paure fossero infondate. Invece, oggi ci troviamo alle soglie di una terza guerra che sarà probabilmente nucleare, alquanto prevedibile se si conosce la natura insaziabile del capitalismo, il cui motto può così esser riassunto “dare il meno possibile, per ottenere il massimo”, o se vogliamo una citazione letteraria, così a un certo punto esclama in Moby Dick il capitano Akab: “Il mio movente e il miei fini sono folli, ma i miei mezzi sono razionali”. Razionali nel senso che sono adeguati all’apocalittico sterminio dell’umanità o all’uccisione della balena bianca. Tra l’altro ricordo che un bomba nucleare è anche meno cara rispetto a tutte le armi sofisticate che si stanno attualmente usando.

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intellettuale collettivo

Ascesa e caratteristiche del totalitarismo liberale

di Alessandro Pascale – Resistenza Popolare

La presente relazione è stata tenuta a Roma il 6 ottobre 2024, in occasione della IV sessione del Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti dedicato al tema “Elogio del comunismo del Novecento”.

photo 2024 10 12 11 40 15.jpgIl tema di cui tratterò riguarda il particolare tipo di regime che si è realizzato in Occidente negli ultimi 30 anni a seguito dell’intreccio tra la crisi del movimento comunista filosovietico, e del parallelo affinamento delle tecniche imperialiste di controllo sociale. Lo definisco un totalitarismo “liberale”, ossia una fase particolare della dittatura della borghesia, in cui questa classe è riuscita ad affermare in maniera pressoché totale non solo le proprie politiche economiche, ma anche il proprio modo di pensare e categorizzare la realtà; ciò ha comportato la piena vittoria della sua ideologia, il liberalismo, riuscendo a emarginare ogni altro paradigma politico alternativo, compreso quella marxista. Il totalitarismo liberale è la consacrazione del TINA (There is no alternative), ossia l’affermazione nel senso comune popolare dell’idea che non ci siano alternative possibili al modo di produzione capitalistico. Uso il termine “totalitarismo” non nel senso pessimistico di un controllo totalizzante, ma per descrivere simbolicamente il livello egemonico inedito raggiunto dalle classi dominanti sulla stragrande maggioranza della popolazione, riducendo all’insignificanza politica le capacità teoriche e pratiche della gran parte del proletariato, che dopo un secolo e mezzo di emancipazione intellettuale e organizzativa, è tornato ad affidarsi alla guida politica di esponenti e organizzazioni borghesi.

Questi temi erano ben presenti a Marx ed Engels, che già negli anni giovanili concludevano che “le idee dominanti sono le idee della classe dominante” e che il proletariato dovesse dotarsi di proprie organizzazioni di classe, emancipandosi dalla direzione borghese. Le gravi contraddizioni materiali derivanti però dall’industrializzazione nel XIX secolo, e ancora per la gran parte del XX secolo, risultavano in ogni caso ancora prevalenti rispetto alla capacità borghese di operare una “rivoluzione passiva”, ossia di imporre, grazie anche a misurate e contenute concessioni materiali, una certa ideologia, ossia una visione distorta della realtà, sulla maggioranza del proletariato, riuscendo ad attirare piuttosto nei propri ranghi gli strati dell’aristocrazia operaia, quelli che la borghesia chiama “ceti medi”.

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carmilla

God save the drag queen! La cultura woke tra antagonismo e neoliberismo

di Fabio Ciabatti

Mimmo Cangiano, Guerre culturali e neoliberismo, Nottetempo 2024, € 17, pp. 192.

Immagine main NL 7 .pngC’è una singolare coincidenza nella strategia politica dei due partiti che competono per la presidenza americana. I due candidati vicepresidenti, Tim Walz per i democratici e J.D. Vance per i repubblicani, sembrano essere stati scelti per contendersi le spoglie della classe lavoratrice americana. Le questioni legate all’identità di classe non possono certamente prendere troppo spazio nella campagna elettorale. Siamo pur sempre nel ventre della bestia capitalistica mondiale. Eppure la classe non è questione che possa essere bellamente ignorata perché, come si suol dire anche se in modo decisamente banalizzante, gli elettori votano soprattutto con il portafoglio. Perciò non rimane che evocare un sbiadito simulacro della classe per poi farlo agitare con cura da due personaggi secondari dello spettacolo elettorale.

Ed ecco spuntare dal cilindro Tim Walz, particolarmente gradito ai sindacati americani. A dirla tutta, però, J.D. Vance sembra più adatto a invocare il fantasma dell’America lavoratrice: nella sua famosa autobiografia, Hillbilly Elegy: A Memoir of a Family and Culture in Crisis, egli rivendica apertamente le sue origini popolari, ovviamente dal punto di vista di chi ce l’ha fatta a diventare un uomo di successo. Con l’assumere su di sé il connotato dispregiativo della parola hillbilly (nella sua accezione negativa, il termine significa cafone, zoticone ecc.) l’autore vuole evidentemente marcare la propria distanza dall’élite dominante. Insomma ci troviamo nel bel mezzo di un guazzabuglio postmoderno con i repubblicani che sembrano più a loro agio nell’evocare, certamente a modo loro, temi legati all’appartenenza di classe rispetto ai democratici. Questi ultimi, invece, attraverso la loro candidata alla presidenza, una donna di colore di origini asiatiche, hanno il physique du rôle per impersonare le questioni legate alle cosiddette identity politics, nonostante si guardino bene dal farne un tema centrale della propaganda elettorale.

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sinistra

Effetti culturali dell’economia neoliberista III

di Luca Benedini

(terza parte: un atteggiamento egocentrico di fondo che si sta rivelando sempre più distruttivo sul piano ambientale ed umano e – grazie anche all’insipienza diffusasi durante il ’900 nella cosiddetta sinistra – un “sistema di potere” particolarmente efficace)*

13clt1f01 neoliberismo apLa scarsa attenzione neoliberista per la salvaguardia dell’ambiente, della salute pubblica, della natura

Un’altra emblematica tendenza sociale attuale è il disinteresse di fondo con cui i neoliberisti trattano sia la prevenzione delle malattie, degli squilibri climatici e dei dissesti idrogeologici, sia la tutela della biodiversità e di una ben sviluppata fertilità della terra, un disinteresse che è nel contempo una sorta di “educazione delle masse” a dare anch’esse poca importanza a tutte queste cose: sarebbe pericoloso se le classi popolari pensassero che la loro salute è importante, più importante dei profitti delle grandi aziende industriali, commerciali, ecc., e se pensassero che anziché ridurre il più possibile le tasse ai ricchi e lasciare in tal modo al lumicino le finanze pubbliche – pur preservando comunque una certa tendenza della pubblica amministrazione (P.A.) al clientelismo e alla corruzione, tendenza che ai ricchi fa molto comodo... – bisognerebbe investire con diffusa attenzione e con oculatezza consistenti quantità di soldi pubblici per tutelare il clima planetario, l’assetto naturale di colline, monti, fiumi, mari e coste, la qualità intrinseca di terreni e acque, le specie viventi, la presenza diffusa di macchie di alberi e altri aspetti cruciali dell’ambiente e del paesaggio (investimenti che, per di più, in questo tipo di progettualità andrebbero fatti possibilmente prima che dagli squilibri di questi fattori derivino drammatiche devastazioni degli ecosistemi e della vita di questa o quella comunità locale)...

La tipica tendenza del pensiero neoliberista nei confronti delle problematiche ambientali, climatiche, sanitarie, sociali, ecc. è: “Lasciamo che esplodano, così potremo guadagnarci sopra in un modo o nell’altro...

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jacobin 

Capitalismo digitale e stagnazione economica

di Cédric Durand

I giganti della Silicon Valley rivendicano il loro ruolo di distruzione creatrice all'insegna della crescita economica. Ma la produzione digitale, sconfinata e immisurabile, sta rallentando il Pil e fermando l'economia

silicon valley jacobin italia 1536x560.jpgSe il «nuovo spirito del capitalismo» analizzato da Luc Boltanski ed Ève Chiapello dovesse essere identificato con un luogo, sarebbero gli edifici luminosi e moderni riservati ai creativi della Silicon Valley. La sede centrale di Google ci vende un sogno con le sue sessioni di yoga, i ristoranti gratuiti e le palestre aperte 24 ore su 24. Mostra il mondo innocente e aperto che l’azienda intende realizzare.

Questo tipo di spazio di lavoro è un’illustrazione magistrale della riorganizzazione delle soggettività avviata dall’«epitumogenesi neoliberista» identificata da Frédéric Lordon:

Il desiderio di trovare un impiego non dovrebbe più essere semplicemente un desiderio mediato per i beni che i salari consentono indirettamente di acquistare, ma un desiderio intrinseco per il bene stesso dell’attività… desideri di un lavoro felice o, per prendere in prestito direttamente dal suo stesso vocabolario, desideri di ‘realizzazione’ e ‘autorealizzazione’ nel e attraverso il lavoro.

Promettendo che lo «spirito innovativo della Silicon Valley è più forte che mai», Google propone «un ambiente in cui ogni individuo può condividere le proprie idee con i colleghi in qualsiasi momento e chiedere il loro contributo». E in effetti, «prendersi cura dei Googler» sembra un modo efficace per innescare l’innovazione. Lasciare ampio spazio ai cicli virtuosi e al libero gioco della complementarietà e della collaborazione incoraggia l’emergere di ciò che, per definizione, deve ancora essere scoperto.

Xavier Niel tenta di guidare questo stesso spirito di innovazione attraverso il divertimento negli uffici flessibili e nella zona relax di Station F, il suo campus di start-up a Parigi. La flessibilità che facilita il lavoro creativo sembra ricordare la rivolta antiautoritaria degli anni Sessanta e sarebbe certamente bello credere per un secondo che questo potrebbe essere davvero il nuovo volto del lavoro.

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acropolis

Come i Neocons hanno scelto l’egemonia invece della pace a partire dai primi anni ’90

di Jeffrey D. Sachs

Rhodes finalhorz.jpgNel 1989 sono stato consulente del primo governo post-comunista della Polonia e ho contribuito a elaborare una strategia di stabilizzazione finanziaria e di trasformazione economica. Le mie raccomandazioni del 1989 richiedevano un sostegno finanziario occidentale su larga scala per l’economia polacca, al fine di prevenire un’inflazione incontrollata, consentire una valuta polacca convertibile a un tasso di cambio stabile e un’apertura del commercio e degli investimenti con i Paesi della Comunità Europea (oggi Unione Europea). Queste raccomandazioni sono state ascoltate dal Governo degli Stati Uniti, dal G7 e dal Fondo Monetario Internazionale.

Sulla base dei miei consigli, è stato istituito un fondo di stabilizzazione da 1 miliardo di dollari in Zloty, che è servito da supporto alla nuova valuta convertibile della Polonia. Alla Polonia è stata concessa una sospensione del servizio del debito dell’era sovietica, e poi una cancellazione parziale di quel debito. Alla Polonia è stata concessa una significativa assistenza allo sviluppo sotto forma di sovvenzioni e prestiti da parte della comunità internazionale ufficiale.

Le successive prestazioni economiche e sociali della Polonia parlano da sole. Nonostante l’economia polacca abbia vissuto un decennio di crollo negli anni ’80, nei primi anni ’90 la Polonia ha iniziato un periodo di rapida crescita economica. La valuta è rimasta stabile e l’inflazione bassa. Nel 1990, il PIL pro capite della Polonia (misurato in termini di potere d’acquisto) era pari al 33% della vicina Germania. Nel 2024, aveva raggiunto il 68% del PIL pro capite della Germania, dopo decenni di rapida crescita economica.

Sulla base del successo economico della Polonia, nel 1990 sono stato contattato da Grigory Yavlinsky, consigliere economico del Presidente Mikhail Gorbaciov, per offrire una consulenza simile all’Unione Sovietica e, in particolare, per aiutare a mobilitare il sostegno finanziario per la stabilizzazione e la trasformazione economica dell’Unione Sovietica.

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coku

Compagni Cittadini: dal Diritto al lavoro al Reddito di cittadinanza. La svolta Liberal

di Leo Essen

compagni 1220x600.jpgI

Alla fin degli anni Ottanta, Honecker sulla Traband guidò il corteo funebre della Classe Lavoratrice mondiale. Per i più avveduti, come il Partito Comunista Italiano, cominciò la Stagione dei Diritti. Anche il sindacato, con Trentin, inaugurò la sua Stagione dei diritti. Dai diritti di Cittadinanza – così vennero chiamati – si passò, per logica conseguenza, al Reddito di Cittadinanza.

Un ciclo iniziato con il discorso di Nixon del 1971 si chiuse nella caciara generale: tra orfani del PCI e orfani del Socialismo reale, si faceva a gara a chi la sparasse più grossa.

Il grande sacerdote che battezzò la stagione dei Diritti fu l’ordo-liberale Ser Ralf Dahrendorf. Non deve assolutamente stupire scoprire che molta della fuffa che è stata venduta negli ultimi 15 anni in Italia e nel mondo dalla nuova destra, anche il precetto che questi temi trascendono la politica e dunque la destra e la sinistra, si trovino in Dahrendorf, e vengano direttamente dagli anni Ottanta.

I più rimuovono questo ricordo, anche se esso riaffiora nel desiderio di ritorno a un’infanzia felice, quando lo Stato, nei panni di Fanfani o di Stalin, dispensava serenità e benessere.

Nel 1971 la festa finì. La crescita dell’economia non garantiva più l’assorbimento delle forze attive. Nei paesi dell’OCSE, a fronte di una crescita del 3-4%, si registrava una disoccupazione del 10% e oltre. Il legame tra economia e benessere si era rotto. Riemergeva una nuova povertà – la povertà in mezzo all’abbondanza. La società borghese – questo è il grande tema di Dahrendorf -, con la sua divisione sociale del lavoro, ci aveva trasformati tutti in lavoratori, ognuno dipendente dal lavoro per vivere e per studiare, e persino per divertirsi.

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ilrovescio

Israele come mondo

Il tecno-colonialismo 4.0

di Eddie e Ste

Riceviamo e pubblichiamo questo articolo, che uscirà a settembre nel terzo numero dell’aperiodico di critica sociale “il pensiero critico”. Cosa dimostra il massacro in corso a Gaza? Tra le altre cose, questo; «la sorveglianza automatizzata si trasforma in arma di guerra automatizzata» (Stephen Graham, Villes sous contrôle. La militarisation de l’espace urbain). Che significa affermare che il modello-Israele è la tendenza di tutte le società tecnocapitalistiche? Tra le altre cose, questo: de nobis fabula narratur.

Schermata 2023 05 03 alle 13.35.22 770x515 1.pngIl conflitto globale in divenire, e in particolar modo il genocidio in atto a Gaza, oltre a suscitare doverose mobilitazioni, azioni di sabotaggio, occupazioni e boicottaggi in svariate parti del mondo, sta anche generando contributi alla messa in discussione dell’intero modello occidentale, rendendo maggiormente evidente come la sua ristrutturazione in chiave iper-tecnologica sia finalizzata alla gestione capillare degli individui e dei territori.

A nostro avviso non c’è niente di meglio del modello democratico israeliano che possa rappresentare ciò che è il fine ultimo del progetto denominato smart world. Come già ribadito in altre occasioni, siamo di fronte a una ristrutturazione sociale che avrà conseguenze devastanti sull’intero vivente, e ciò che comporterà lo possiamo vedere chiaramente in Palestina: analisi dei territori, raccolta dati sugli individui, elaborazione e predizione algoritmica, calcolo dei danni collaterali, confinamento e infine attacco militare.

E’ un dato di fatto che gli sviluppi tecnologici testati in Palestina (ma in generale nelle guerre) vengono venduti all’occidente per essere utilizzati all’interno dei contesti urbani, diventando parte fondamentale della trasformazione in corso. Lo Stato di Israele è a oggi leader mondiale per ciò che riguarda le tecnologie biometriche e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Traguardo raggiunto in decenni di occupazione, durante la quale ha potuto sperimentare tutto ciò direttamente sulla popolazione palestinese. Ci teniamo a sottolineare inoltre, che sono molteplici i progetti direttamente commissionati e finanziati da alcuni Stati occidentali, il che evidenzia ulteriormente quali strumenti si prefiggono di utilizzare anche qui da noi.

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lafionda

Cicli secolari

di Fabrizio Russo

chagall.jpgRileggo continuamente, anche se a spezzoni, il bellissimo lavoro di Peter Turchin e Sergey A. Nefedov: “Secular Cycles” edito da Princeton Press. La rilettura mi provoca ogni volta (e, devo dire, mio malgrado) una scarica rutilante, una fiumana, di pensieri. Il primo però è certamente: “Abbiamo davanti ai nostri occhi la corretta interpretazione delle cause dei problemi che ci circondano, e questo è già avere a disposizione mezze soluzioni, ma non vogliamo leggerla!”. L’essere umano è fatto in questo modo: agisce secondo il principio di economia (continua ricerca del minimo sforzo e massimo risultato) e così facendo evita di affrontare i sentieri più difficili della vita, preferendo le “autostrade” che portano a cercare soluzioni evanescenti e illusorie di brevissimo periodo a problemi di lungo termine. Oppure all’altro estremo si spinge nelle varie forme di negazione della realtà: droga, alcool e dipendenze varie, edonismo para-patologico nelle sue varie forme, disperazione e lotta armata contro i mulini a vento!

Qual è il collegamento delle analisi di Turchin e Nefedov con la nostra realtà di tutti i giorni? Il punto è proprio questo: il collegamento è molto distante, quindi pressoché invisibile, ma fortissimo …… anzi, oserei dire che è un legame di tipo deterministico! Nel dettaglio, Turchin e Nefedov hanno analizzato “matematicamente” i cicli storici degli ultimi due millenni considerando le principali dinamiche sociali, demografiche e di risorse naturali ed hanno scoperto delle sconcertanti regolarità di processo, con un modello che approssimativamente risulta il seguente:

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linterferenza

“Realismo Capitalista” di Mark Fisher ossia lo “stalinismo di mercato”

di Gerardo Lisco

Senza titolo.vmnnigjpegRiflettere sul sistema capitalista come fa Mark Fisher nel suo saggio dal titolo “Realismo Capitalista” non è da tutti. Il saggio di Fisher “Realismo Capitalista” edito da Nero è stato pubblicato in Italia nel 2018, la sua prima edizione risale al 2009. Siamo in pieno passaggio dalla crisi finanziaria dovuta alla bolla speculativa legata ai “fondi spazzatura” alla crisi del debito “sovrano europeo” del 2010, secondo la corretta intuizione dell’economista Roubini. Come scrive nella sua prefazione al saggio di Fisher Valerio Mattioli << La tesi è semplice: il The Is No Alternative al capitalismo pronosticato dalla Thatcher è stato infine introiettato non solo dalle forze politiche che pure a suo tempo occupavano il campo avversario a quello del conservatorismo neoliberale, ma dallo stesso inconscio collettivo; il risultato è che “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”>> e’ in questo passaggio il senso del realismo capitalista. Il Capitalismo neoliberale ha avuto la capacità di modificare a tal punto la coscienza individuale e collettiva, con effetti drammatici sia sul piano sociale che psichico, che perfino coloro che dicono di opporsi , di fatto, operano nel senso indicato dal Capitalismo Neoliberale. Non è un caso che Fisher nel suo saggio evidenzi il crescere di malattie psichiche dovute a tale sistema. Fisher ha maturato le sue riflessioni, filosofiche e sociologiche, prendendo spunto da un “mondo” per così dire non accademico. Acquisisce notorietà come blogger per poi diventare famoso grazie ai suoi scritti di politica, musica e cultura popolare. Vicino alle teorie filosofiche “accelerazioniste” secondo le quali il capitalismo potrà essere superato alla sola condizione di “accelerare” i processi che lo caratterizzano portandolo all’autodistruzione. L’Accelerazionismo” si presenta tanto come filosofia politica di destra quanto di sinistra, Fisher si caratterizza come teorico di sinistra, chiaramente marxiano.

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antropocene

Cosa è andato storto nel capitalismo?

di Michael Roberts

Recessione.jpgRuchir Sharma ha pubblicato un libro dal titolo What went wrong with capitalism? [Cosa è andato storto nel capitalismo?]. Ruchir Sharma è un investitore, gestore di fondi, autore ed editorialista del Financial Times. È a capo delle attività internazionali di Rockefeller Capital Management ed è stato investitore nei mercati emergenti presso Morgan Stanley Investment Management.

Con queste credenziali, di essere “organico alla bestia” o addirittura “una delle bestie”, dovrebbe conoscere la risposta alla sua domanda. In una recensione del suo libro sul Financial Times, Sharma delinea la sua argomentazione. In primo luogo, ci dice: «mi preoccupa la posizione degli Stati Uniti alla guida del mondo. La fiducia nel capitalismo americano, costruito su un governo limitato, che lascia spazio alla libertà e all'iniziativa individuale, è crollata». Egli osserva che ora, la maggior parte degli americani non si aspetta di «stare meglio tra cinque anni» – un minimo storico da quando l'Edelman Trust Barometer ha posto questa domanda per la prima volta, più di due decenni fa. Quattro americani su cinque dubitano che la vita per la generazione dei loro figli sarà migliore di quanto lo sia stata per loro. Secondo gli ultimi sondaggi Pew, la fiducia nel capitalismo è diminuita tra tutti gli americani, in particolare tra i democratici e i giovani. Infatti, tra i democratici sotto i trent’anni, il 58% ha ora un'«impressione positiva» del socialismo; solo il 29% dice la stessa cosa del capitalismo.

Questa è una brutta notizia per Sharma, forte sostenitore del capitalismo. Cosa è andato storto? Secondo Sharma, è l'ascesa del big government[1], del potere monopolistico e del denaro facile per salvare le imprese più grandi. Ciò ha portato alla stagnazione, alla bassa crescita della produttività e all'aumento delle disuguaglianze.

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