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effimera

L’economia politica del comune

di Andrea Fumagalli

Pubblichiamo in anteprima la prefazione del volume Economia politica del comune. Sfruttamento e sussunzione nel capitalismo bio-cognitivo, scritto da Andrea Fumagalli (Derive Approdi, 2017). Si ringrazia l’editore

fumagalli leconomia del comuneAlla fine del 2007 (dieci anni fa) pubblicavo un libro dal titolo “Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione”[1]. Si trattava del tentativo di sviluppare una critica dell’economia politica delle forme di accumulazione e valorizzazione del capitalismo contemporaneo, sviluppatosi sulle ceneri e sulle trasformazioni del capitalismo fordista-materiale che aveva caratterizzato la seconda metà del secolo scorso.

Venivano discusse le nuove forme dell’accumulazione capitalistica basate, da un lato, sulla finanza come strumento di valorizzazione e, dall’altro, sul ruolo sempre più rilevante della conoscenza e dello spazio come perni della riorganizzazione della produzione e del lavoro. Dopo il periodo del cd. post-fordismo, a partire dalla metà degli anni ’90, un nuovo paradigma si andava affermando in modo sufficientemente egemone e pervasivo in buona parte del globo. Avevamo così cominciato a parlare di capitalismo cognitivo, termine che, come noto, ha suscitato non poche polemiche, soprattutto all’interno di quel pensiero critico, di impostazione marxista, che ritenevano ancora dominanti le modalità di estrazione del plusvalore di derivazione fordista. Secondo questa visione, il processo di sussunzione reale, la netta separazione tra macchina e essere umano, tra lavoro produttivo di matrice salariale e lavoro tendenzialmente improduttivo (o residuale) che incorpora attività cognitive e relazionali (ritenute ancora intellettuali) erano ancora le basi per definire la natura e la forma del rapporto di sfruttamento insito nel rapporto capitale-lavoro.

Quel libro era stato scritto poco primo che scoppiasse la crisi finanziaria globale del 2008, dalla quale a quasi 10 anni di distanza non siamo ancora riusciti a uscire in modo definitivo e completo. Nel frattempo è successo di tutto.

Uno degli effetti della crisi che è nata dai subprime è stata evidenziare l’instabilità strutturale del nuovo capitalismo, tra finanziarizzazione e globalizzazione. Non che tale instabilità non fosse nota ad alcuni studiosi, soprattutto estranei all’ambito del mainstream economico e borghese, ma almeno quello spartiacque ha reso evidente e diffusa tale consapevolezza. Ciò che invece doveva essere ancora indagato era verso quale direzione o direzioni tale instabilità si sarebbe volta negli anni a venire.

Questo libro cerca di fornire qualche possibile risposta a tale domanda. E la risposta si basa su alcuni presupposti di analisi che vale la pena qui ricordare.

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Il primo punto riguarda la natura del processo di accumulazione e la conseguente valorizzazione che ne è seguita, dopo il crollo finanziario e dei Pil nel biennio 2008-09.

La crisi dei subprime può essere letta come l’esito di uno scostamento tra un processo di sfruttamento di un’attività lavorativa comunque interna ad una governance del mercato del lavoro (che prevedeva l’esistenza di una remunerazione sempre più precaria e compressa) e un processo di valorizzazione finanziaria di una struttura proprietaria privata che si voleva sempre più diffusa anche se sempre più impoverita.

I profitti delle grandi imprese multinazionali solo in parte derivavano direttamente dallo sfruttamento diretto del lavoro e se ciò avveniva si trattava dello sfruttamento di alcune parti dell’intero ciclo di subfornitura e di produzione: in particolare, i nodi non direttamente interessati al core produttivo e tecnologico. Nonostante l’aumento dell’intensità dello sfruttamento (precarizzazione elevata, riduzione dei diritti precedentemente acquisiti all’apogeo delle lotte nella fase alta del fordismo, scomposizione del lavoro, incapacità e spesso connivenza dei sindacati), tale base di estrazione di plusvalore non era più sufficiente di fronte all’estendersi della concorrenza globale e alla ridefinizione degli assetto geo-economici su scala mondiale con l’emergere di nuove potenze economiche capitalistiche. La valorizzazione capitalistica necessitava così di nuove fonti. La finanziarizzazione, da un lato, e l’accelerazione della mercificazione del territorio e della natura e la privatizzazione dei suoi beni, dall’altro, potevano fornire una risposta adeguata, che si è rilevata però insufficiente.

Da qui l’esigenza di inserire nel processo di finanziarizzazione in modo sempre più pervasivo la vita degli individui tramite il divenire rendita di porzioni crescenti del salario (soprattutto quello differito, grazie allo smantellamento dei sistema di welfare in Europa o la loro estensione in termini finanziari come è avvenuto con la riforma sanitaria di Obama negli Stati Uniti).

La cartolarizzazione finanziaria delle condizioni di vita tramite lo sviluppo dei derivati (dalle case, ai diritti di proprietà intellettuali, alle assicurazioni sulla salute, sulla previdenza, sull’istruzione, ecc.) doveva in qualche modo compensare la possibile crisi di realizzazione dovuta all’incremento della concentrazione dei redditi a seguito di un processo di sfruttamento del lavoro che aveva raggiunto limiti non più superabili.

In altre parole con la diffusione del paradigma del capitalismo cognitivo si “testava” un processo di valorizzazione denaro – denaro (D-D’), intermediato dallo sfruttamento del lavoro corporeo (la logistica) e in misura crescente del lavoro cognitivo, all’interno di spazi di produzione che, rompendo i confini della fabbrica tradizionale, innervano in misura sempre più pervasiva lo spazio dell’agire umano sino a creare anche un proprio spazio virtuale.

Questa prima fase del capitalismo cognitivo, un ibrido al cui interno coesistevano forme tradizionali di lavoro, alcune anche pre-salariali, e forme nuove di lavoro, soprattutto nelle produzioni immateriali, entra in crisi nella seconda metà del 2000 perché la base della sua accumulazione risulta troppo ristretta per le esigenze di valorizzazione, a fronte di una composizione del capitale intangibile che ancora si manifesta prevalentemente come capitale costante.

In termini marxiani, potremmo dire che in questa prima fase del capitalismo cognitivo, la composizione organica del capitale cresce più rapidamente del saggio di sfruttamento, creando lo scoppio della bolla finanziaria come luogo, predominante quanto incerto, di valorizzazione del pluslavoro.

La crisi finanziaria del capitalismo cognitivo apre la strada al capitalismo bio-cognitivo, oggetto della premessa, che fa a mo’ di introduzione del libro. Il prefisso bio è, in questo caso, dirimente. Indica che l’accumulazione capitalista attuale si identifica sempre con lo sfruttamento della vita nella sua essenza, andando oltre lo sfruttamento del lavoro produttivo certificato come tale e quindi remunerato. Il valore-lavoro lascia sempre più spazio al valore-vita[2]. Si tratta di un processo allo stesso tempo estensivo ed intensivo.

Estensivo perché l’intera vita nelle sue singolarità diventa oggetto di sfruttamento, anche nella sua semplice quotidianità. Nuove produzioni prendono piede. La ri/produzione sociale, da sempre operante nella storia dell’umanità, diventa direttamene produttiva ma solo parzialmente salarizzata; la genesi della vita (la procreazione) si trasforma in business; il tempo libero viene inscatolato, al pari delle relazioni amicali e sentimentali, all’interno di binari  e di dispositivi che, grazie alle tecnologie algoritmiche, consentono estrazione di plusvalore (valore di rete); i processi di apprendimento e di formazione vengono inseriti nelle strategie di marketing e di valorizzazione del capitale; il corpo umano nelle sue componenti sia fisiche che cerebrali diventa la materia prima per la produzione e la programmazione della salute e del prolungamento della vita, grazie alle nuove tecniche bio-medicali.

Intensivo perché tali processi si accompagnano a nuove modalità tecniche e organizzative e a nuovi processi di mercificazione. La vita messa in produzione e quindi a valore si manifesta in primo luogo come intrapresa di relazioni umane e sociali. La cooperazione sociale, intesa come insieme di relazione umane più o meno gerarchiche, diventa la base dell’accumulazione capitalistica. Ma non basta, come sottolineato dalle ricerche di Melinda Cooper e Catherine Waldby[3], sono sempre più lo stesso corpo umano e le sue parti a essere oggetto di mercificazione e di produzione diretta di valore di scambio.

Il dibattito recente, soprattutto nell’ambito del marxismo autonomo, ha individuato nel comune un nuovo metodo di produzione[4]. Si tratta di un aspetto rilevante per capire sia le forme dell’organizzazione della produzione e dell’impresa che del lavoro. Su questo aspetto dedichiamo l’intero cap. 2 di questo libro. Qui ci limitiamo a sottolineare come sia importante non confondere il concetto di comune con quello dei beni comuni. E come la produzione del comune (espressione di Antonio Negri) rappresenti una nuova modalità del processo di sussunzione, che definiamo vitale e che va al di là della tradizionale dicotomia tra sussunzione formale e reale, di marxiana memoria. Il cap. 3 è dedicato ad un’analisi dell’evoluzione dei processi di sussunzione del lavoro al capitale. Il comune come metodo di produzione, in quanto forma di produzione, non può essere ontologicamente data (come invece sostiene Antonio Negri), in quanto è frutto dell’agire dei processi storici. Certamente è plausibile affermare che gli esseri umani vivono in “branco”, ovvero in comunità, e non individualmente e che quindi lo sviluppo di relazione sociali è intrinseco all’agire umano.

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Il secondo punto parte dall’osservazione che il capitalismo bio-cognitivo è accompagnato da un accelerazione del progresso tecnologico. È ancora presto per affermare se un nuovo paradigma tecnologico sia alle porte, ma stiamo assistendo ad alcune avvisaglie che possono confermare questa ipotesi. Ciò che emerge è un progredire dell’ibridazione tra macchina e umano verso una direzione che vede allo stesso tempo sperimentazione di forme di automazione completa finalizzata alla sostituzione dell’essere umano in alcune sue funzioni rilevanti, da un lato, e innesti macchinici nel corpo umano, dall’altro. I settori dell’intelligenza artificiale, le biotecnologie, le nano tecnologie, la costruzione di tessuti umani con la sperimentazione genetica[5], le neuroscienze, l’industria dell’elaborazione di masse di dati sempre più complessi e individualizzati (big data) ci mostrano una via nella quale il divenire umano della macchina si coniuga con il divenire macchinino dell’umano. Al di là della dinamica futura che tali traiettorie prenderanno, comunque verso la costruzione di un post-umano[6], ciò che ci interessa osservare è come la separazione tra umano e macchinico venga meno. Non solo il rapporto tra lavoro astratto e lavoro concreto subisce una torsione[7] ma anche il rapporto tra capitale costante e capitale variabile, tra lavoro morto e lavoro vivo, tende a modificarsi sempre più sino a una nuova metamorfosi tra capitale e lavoro.

Tale dinamica pone una serie di nodi teorici ed empirici rilevanti. I primo luogo, assistiamo ad un cambiamento strutturale nella forma del capitale. Nelle grandi imprese Usa (quotate nell’indice Standard&Poor) è dalla fine del secolo scorso che la quota di capitale intangibile (costituito prevalentemente da R&S, brand, comunicazione, formazione)  ha superato quella tangibile. La composizione degli investimenti si è modificata. Il termine capitale umano è divenuto di uso corrente. Ora lo stesso investimento in capitale costante ha sempre più interessato e coinvolto il bios sino a far rendere obsoleta la nozione tradizionale di capitale fisso. In secondo luogo, tali trasformazioni pongono problemi di misurazione non sempre definibili, nonostante che nuovi indicatori siano stati creati, non a caso sempre più correlati alla dinamica del valore del capitale sociale quotato nei mercati finanziari.

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Il terzo punto riguarda l’indagine della nuova composizione sociale del lavoro che ne è derivata. Assistiamo al crescere di una soggettività del lavoro plurima e differenziata che rende di fatto impossibile, allo stato attuale dei fatti, l’individuazione di un’omogenea composizione sociale di classe. La coesistenza di forme non salariali, di forme di lavoro non pagato[8], di forme di semi-schiavismo, di forme di coinvolgimento emotivo-cerebrale, di forme etero dirette, forme di lavoro autonomo di III generazione[9], di forme di autorealizzazione e auto imprenditorialità  (ad esempio, i makers) rendono difficilmente codificabile sia la composizione tecnica che politica del lavoro, ammesso che ancora queste due espressioni abbiano senso.

La crisi del lavoro salariato non apre tuttavia prospettive di superamento della condizione lavorativa, anzi la frammenta e la deprime ulteriormente. Sintomatico al riguardo è l’attuale tendenza all’annullamento della remunerazione monetaria di un numero crescente di prestazioni lavorative direttamente produttive e non assimilabile all’arcipelago del lavoro volontario e “libero” (free). La diffusione del lavoro non pagato (unpaid)[10] non implica che non esista più remunerazione o che ci sia un furto di salario (un salario rubato[11]) bensì una nuova forma di remunerazione che non viene definita dalla forma “salario”. Assistiamo così a nuove modalità di remunerazione del lavoro, caratterizzate da elementi sempre più simbolici, relazionali e immateriali.

Tali dinamiche portano a riconsiderare il concetto di composizione tecnica del lavoro, soprattutto all’interno di un processo che si muove nella direzione del superamento della dicotomia umano-macchina. Tale tendenza significa che viene meno il rapporto capitale-lavoro? Siamo di tutt’altro avviso. Ciò che sta avvenendo, come sempre accade nel corso del cambiamento del paradigma tecnologico dominante, è una nuova configurazione di tale rapporto, dove l’elemento materiale, e di conseguenza la sua misura in termini di remunerazione monetaria, perde di efficacia a vantaggio di un nuovo rapporto capitale-lavoro, ancor più intriso di elementi soggettivi di quanto non lo fosse già in precedenza.

L’attuale valorizzazione capitalistica si fonda sempre più sulla produzione di soggettività. Il capitale fisso si ibrida con il capitale variabile, il lavoro morto con quello vivo e viceversa. La sfida che abbiamo di fronte non è solo la riappropriazione del proprio capitale fisso ma anche, e forse soprattutto, la capacità di autogestione del proprio capitale variabile.

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È a tal fine che sono dedicati gli ultimi due capitoli di questo libro.

Il primo discute della possibilità di sperimentare dei circuiti monetari e finanziari in grado di essere auto-sostenibili e quindi autonomi dalla valorizzazione finanziaria. L’attenzione è principalmente volta all’analisi degli strumenti monetari-finanziari che siano in grado di costituire tale processo di autonomia. Ed è per questo che parliamo della moneta del comune come strumento (non fine) necessario (anche se non sufficiente) per sperimentare la fattibilità di questo obiettivo. Intendiamo la moneta del comune non solo come moneta complementare (di monete complementari ce ne sono già fin troppe) alle monete ufficiali e tradizionali ma come moneta alternativa, in grado di innervare la possibilità di costruire un paradigma produttivo dell’essere umano per l’essere umano, in grado né di farsi condizionare dall’attuale mercificazione della vita né di essere sussumibile dalla logica gerarchica del mercato. Uno strumento monetario, dunque, adeguato alla riappropriazione del comune come modo di produzione.

Il secondo discute, invece, la proposta di Commonfare (welfare del comune), ovvero la costruzione di una regolazione socio-relazionale in grado di promuovere la governance autonoma della propria vita per consentire una produzione di valori d’uso alternativa alla produzione di valore di scambio. A tal fine il Commonfare si basa su due strumenti principali: l’accesso libero e gratuito a tutti quei beni comuni materiali e immateriali che fanno da cornice alla produzione del comune e, soprattutto,  l’acceso ad un reddito incondizionato in grado di liberare l’umanità dal ricatto del bisogno e consentire di esercitare il diritto alla scelta (anche di dire no) in nome della propria autodeterminazione.

Moneta del Comune e Commonfare sono fra loro sinergici e si alimentano a vicenda. Sono condizioni necessarie, non ancora sufficienti. Potranno diventarlo se il tasso di meschinità umana (spesso dettato da ignoranza, povertà, non disponibilità di mezzi, autoreferenzialità, invidia, utilitarismo) diverrà sempre meno influente nel determinare i nostri comportamenti e le nostre relazioni, qualunque esse siano.

Il fine ultimo è la costruzione di una società dove i bisogni e i sogni possano essere realizzati: ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni. Possono cadere tante dicotomie, ma quella tra produzione di valore d’uso e produzione di valore di scambio è ancor più viva che mai.  Ed è su questa differenza che si muove l’alternativa tra una società più giusta e con più uguaglianza (nelle differenze) che ci piace ancora chiamare comun(e)ista e l’attuale realtà capitalistica.

 

Nota metodologica I

La ricerca teorica in questo libro si muove sulla falsariga della metodologia operaista. Una metodologia che prende piede nella con-ricerca e inchiesta sulla condizione operaia ai tempi dello sviluppo delle prime lotte dell’operaio massa.

Ci muoviamo oggi in tempi strutturalmente differenti e affrontiamo problematiche teoriche e analisi empiriche assai diverse da quel tempo. C’è tuttavia un insegnamento di metodo che lega quei tempi all’oggi con un sottile filo rosso. Si tratta dell’intuizione, fornita dai Quaderni Rossi, che il rapporto capitale – lavoro è un rapporto tra soggettività in conflitto: soggettività diverse che si muovono su piani diversi e asimmetrici. Possiamo tradurre questa intuizione, come fa il primo Tronti di Operai e Capitale, nella constatazione tanto semplice quanto illuminante che il lavoro esprime una propria soggettività (composita, e per questo degna di essere analizzata) che può comunque fare a meno del capitale; altrettanto non si può dire del capitale, la cui esistenza dipenda dal rapporto con il lavoro e per questo necessita di subordinarlo. Questo libro ha l’ambizione – non sta a me giudicare quanto sia riuscita –  di studiare l’evoluzione di tale rapporto tra una soggettività piena (il lavoro) e una soggettività monca (il capitale), in una fase storica dove la soggettività (che permea l’agire umano) è diventata, oggi più di allora, il perno su cui ruota il processo di valorizzazione contemporanea.

È questa, a avviso di chi scrive, la ragione fondamentale per cui una certa parte di analisi delle trasformazioni del rapporto capitale – lavoro degli ultimi 30 anni ha perseguito questa linea di ricerca, a partire dei primi studi degli anni Novanta sul cd. post-fordismo. Si tratta di una linea di ricerca che, oggi come allora, ha sempre guardato con diffidenza un approccio scientifico all’analisi del conflitto di classe, troppo spesso irrigidito in un’idea di “classe” storicamente determinata e incapace, sovente, di coglierne l’evoluzione, proprio grazie alle trasformazioni soggettive che l’hanno innervata[12].

Oggi parliamo di “neo-operaismo”, proprio per sottolineare questo filo rosso del metodo di analisi. Ci pare che tale termine sia più esplicito e chiaro rispetto al termine, spesso usato (soprattutto dagli avversari), di “post-operaismo”, che rileva il rischio di un certo margine di ambiguità tipico di tutti i termini che cominciano con il prefisso “post”.

È evidente che il termine “neo-operaismo” non rimanda più alla centralità dell’operaio massa degli anni Sessanta o alla sua evoluzione nel termine “operaio sociale” degli anni Settanta. Ma è proprio tale metodo di ricerca che ci consente di dire che oggi è venuto meno “il” soggetto centrale di riferimento del conflitto sociale.

Proprio per questo, il pensiero neo-operaista è tutt’altro che omogeneo e coeso. La consonanza con un metodo di analisi non implica direttamente un unica elaborazione teorica ed un’unica interpretazione de rapporto capitale – lavoro, un rapporto che è sempre oggetto di metamorfosi (come ci ha insegnato lo stesso metodo di Marx) e, di conseguenza, le proposte politiche possono variare e distinguersi tra loro. Ma, pur all’interno delle diverse analisi, è possibile riscontrare una radice comune. Ne è la controprova il dibattito attuale tra le diverse analisi sul concetto di sussunzione (sino a paventare l’inutilità di tale concetto nell’attuale fase capitalistica)[13].

È dunque sintomo di superficialità e/o ignoranza (nel senso di non-conoscenza), soprattutto in ambito critico,  appiattire tutto il pensiero neo-operaista su un’unica elaborazione. Un’elaborazione che fa riferimento alle posizioni di alcuni suoi esponenti più noti[14], che proprio per il loro calibro e per gli insegnamenti e le suggestioni che hanno saputo dare[15] rappresentano, non a caso, punti di vista assi diversi.

In particolare, dopo il successo dei libri di Antonio Negri e Michael Hardt, i critici più livorosi hanno accomunato il pensiero neo-operaista a quello di Toni Negri, sino a affermare che:

“Le tesi postoperaiste rappresentano infatti la punta di lancia del progetto di cooptazione del cosiddetto lavoro cognitivo nel blocco sociale neoborghese”[16].

Al di là di simili affermazioni (spesso ideologiche, in quanto non suffragate da citazioni), credo che sia necessario ribadire un fatto semplice quanto banale: proprio perché il conflitto capitale – lavoro si esprime oggi in molteplici forme e esprime diverse soggettività,  all’interno della galassia neo-operaista, la sua interpretazione è altrettanto molteplice[17] e in ogni caso sempre finalizzata alla trasformazione dello stato di cose presenti.

 

Nota metodologica II

Il presente testo è composto da una premessa che, riprendendo analisi già  parzialmente pubblicare e note, definisce le cornici del quadro che si intende analizzare nei capitoli successivi: il capitalismo bio-cognitivo.

Il capitolo 1 analizza le diverse forme di sussunzione del lavoro al capitale con l’intento di evidenziare come oggi, nel capitalismo bio-cognitivo, il processo di sussunzione assuma modalità che vanno al di là della tradizionale dicotomia marxiana tra sussunzione reale e formale, sino a postulare l’ipotesi che oggi siamo di fronte ad un nuovo processo sussuntorio, che definiamo vitale.

Il capitolo 2 presenta un abbozzo di teoria dell’economia politica del comune come metodo di produzione per consentire di approfondire con maggiore profondità il dibattito sulle nuove forme di sfruttamento del lavoro nel capitalismo contemporaneo e meglio specificare il concetto di sussunzione vitale, tra estrattivismo, estrazione, sussunzione finanziaria e imprinting (cap. 3).

Tale analisi ci conduce alla necessità di costruire una nuova cassetta degli attrezzi, al cui interno la costruzione di circuiti monetari finanziari alternativi, e non solo complementari (cap. 4) e l’ipotesi di Commonfare (cap. 5) possano costituire gli assi portanti per la creazione di un ambito di autonomia e di contropotere bio-economico in grado di creare spazi di alterità alla mercificazione capitalista oggi sempre più dilagante.

I diversi capitoli sono strutturati in modo tale da avere, ciascuno, una propria autonomia di lettura. Di conseguenza è possibile ricadere in ripetizioni e ridondanze – il lettore non ce ne voglia per questo!


Note
[1] Andrea Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Carocci, Roma, 2007.
[2] Andrea Fumagalli, Cristina Morini, “La vita messa a lavoro: verso una teoria del lavoro-vita. Il caso del valore affetto”, Sociologia del lavoro, vol. 115, 2009, pp. 94-117
[3] Melinda Cooper, Catherine Waldby, Bio-lavoro globale. Corpi e nuova manodopera, Derive Approdi, Roma, 2014 [trad. e cura di Angela Balzano]
[4] Antonio Negri, Il comune come modo di produzione, http://www.euronomade. info/?p=7331, giugno 2016.
[5] La mappatura del genoma umana può segnare un salto tecnologico e sociale simile a quello derivato dalla tavola periodica degli elementi di Mendeleev del 1869, con la possibilità non più remota di creare tessuti viventi artificiali e non più solo tessuti naturali artificiali (sviluppo della chimica inorganica).
[6] Il dibattito sul post-umano è oramai avviato da qualche decennio. Inizialmente ha analizzato l’evoluzione del rapporto essere umano, natura e tecnologia (vedi Robert Pepperell, The Posthuman Condition: Consciousness Beyond The Brain, Intellect Books, Portland, Usa, 1995 e  Robert Pepperell, Michael Punt, The Postdigital Membrane: Imagination, Technology and Desire, Intellect Books, Prtland, Usa, 2003) poi in modo più diretto il processo di trasformazione dell’essere umano (vedi Rosi Braidotti, Il Postumano.  la vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte,  Derive Approdi, Roma, 2014).
[7] Su questo aspetto ci siamo soffermati in Andrea Fumagalli, Bioeconomia e capitalsmo cognitivo, op. cit, in particolare il para. 8.3.2 “Il nesso tra lavoro astratto e lavoro concreto, ovvero l’alienazione cerebrale”, pp. 193-6.
[8] Emiliana Armano, Annalisa Murgia (a cura di), Le reti del lavoro gratuito, Spazi urbani e nuove soggettività, Ombre Corte, Verona, 2016; Francesca Coin (a cura di), Salari rubati. Economia politica e conflitto ai tempi del lavoro gratuito, Ombre Corte, Verona, 2017.
[9] Andrea Fumagalli, “Le trasformazioni del lavoro autonomo tra crisi e precarietà: il lavoro autonomo di III generazione”, in Quaderni di ricerca sull’artigianato, n 2, 2015, pp.  228-256:
[10] Ultimo in ordine di tempo è l’approvazione ad aprile 2017 dei decreti attuativi della riforma della scuola (comunemente nota come “Buona scuola”), dove si rende obbligatorio l’ottenimento di alcuni crediti formativi ai fini della partecipazione alla maturità tramite l’alternanza “scuola-lavoro”, ovvero un certo numero di ore di prestazione lavorativa non remunerata presso imprese private. Tale obbligo segue una serie di dispositivi analoghi, a partire dall’obbligo di stage per l’istruzione universitaria. Tali esempi hanno dato luogo a formule di tirocinio, formazione professionale non pagata, sino a tracimare anche nei contratti tra privati come nel caso Expo 2015 a Milano. Vedi Andrea Fumagalli, “Dal lavoro precario al lavoro gratuito. La nuova frontiera della sussunzione del lavoro al capitale” in Francesca Coin (a cura di), Salari rubati, op.cit., pp. 31-53. Il concetto di lavoro volontario, spesso definito lavoro gratuito, è strutturalmente diverso da quello di lavoro non pagato, anch’esso definito sovente “lavoro gratuito” creando così confusione tra i due termini, come troppo spesso succede. Il lavoro volontario può essere inteso come lavoro concreto, ossia produttore di valore d’uso. Il lavoro non pagato rientra invece nelle sempre più varie fattispecie di lavoro astratto, all’interno di una logica capitalistica di produzione di valore di scambio.
[11] E’ questo il titolo infelice – a nostro avviso –  in un recente testo sul tema: vedi Francesca Coin (a cura di), Salari rubati, op.cit.
[12] Nel dibattito anglosassone, tale filone di elaborazione teorica è stato denominato “autonomist marxism”, proprio per sottolineare la diversità del marxismo “scientifico” tradizionale, sviluppatosi nel corso del Novecento.
[13] Rimandiamo al cap. 3 la discussione delle diverse posizioni teoriche sul tema.
[14] Limitandoci alla sola produzione italiana, facciamo riferimento, tra gli altri e le altre,  in ordine alfabetico a Franco Berardi, Sergio Bologna, Maurizio Lazzarato, Christian Marazzi, Sandro Mezzadra, Cristina Morini, Antonio Negri, Matteo Pasquinelli, Gigi Roggero, Carlo Vercellone, Paolo Virno …
[15] Anche a chi scrive.
[16] Carlo Formenti, La variante populista, Derive Approdi, Roma, 2016, pag. 256.
[17] Non è un caso che oggi in Italia esistano tre ambiti diversi di discussione che fanno riferimento alla tradizione operaista, dopo la rottura di UniNomade, il percorso di elaborazione teorico-politica che all’indomani di Genova 2001 aveva raccolto e rilanciato tale tradizione: EuroNomade, Effimera e Commonware. Chi scrive partecipa ed è animatore del sito di Effimera.
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