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jacobin

Tre cose per cominciare a cambiare tutto

di Nello Stagno

Una nuova ricetta economica deve partire dalla centralità della domanda interna, dalla crescita dei salari reali e dalla trasformazione strutturale del tessuto produttivo

dibattito alternativa economica jacobin italia.jpgIl 17 ottobre Marco Bertorello e Giacomo Gabbuti hanno lanciato su questa rivista un appello a riallacciare i fili di un discorso che leghi la teoria economica critica e la politica, al fine di proporre un programma per l’alternativa. Senza indugi, e consapevoli del rischio di semplificare questioni per loro natura enormemente complesse, proveremo a immaginare un programma minimo articolato attorno a tre pilastri: i) una politica di bilancio volta alla crescita, allo sviluppo e alla piena occupazione, coadiuvata da necessari controlli sui movimenti di merci e capitali imprescindibili per immaginare un sistema di tassazione equo, che redistribuisca le risorse e che liberi i salari dalla minaccia delle delocalizzazioni; ii) una politica industriale che rimetta al centro il ruolo dello Stato come produttore; iii) istituzioni del mercato del lavoro che coadiuvino la piena occupazione e la rendano anche «buona» e che favoriscano il conflitto distributivo a favore dei lavoratori con aumenti considerevoli dei salari reali.

 

Premesse e proposte per una politica fiscale espansiva

L’austerità – nel contesto istituzionale dell’Unione europea – è stata lo strumento principe attraverso il quale le classi dominanti hanno portato il loro attacco allo stato sociale, indebolito i servizi pubblici, aggravato le diseguaglianze e logorato le basi stesse della democrazia economica. La riduzione del ruolo dello Stato a mero garante dei mercati e regolatore della concorrenza ha prodotto una società fragile, impoverita e incapace di affrontare la transizione ecologica e tecnologica che pure invoca. In Italia, l’austerità è stata perpetuata senza interruzioni da tutti i governi – di centrodestra, centrosinistra e tecnici – che si sono susseguiti dagli anni Novanta a ora. Se infatti si guarda al saldo primario di bilancio (la differenza, cioè, tra spese ed entrate delle pubbliche amministrazioni, prima di contare la spesa per gli interessi sul debito pregresso) si noterà che l’Italia è stata tra i più virtuosi d’Europa, vivendo in una sorta di regime di «austerità permanente» tanto che, con l’eccezione degli anni del Covid e del 2009, dal 1992 in poi – e il Governo Meloni non fa eccezione – si sono conseguiti sempre sostanziosi avanzi primari.

La letteratura economica, tuttavia, ha ampiamente dimostrato che – al contrario di quanto previsto dalle regole europee e applicato dai governi italiani – le politiche di bilancio espansive, fondate principalmente sull’aumento della spesa pubblica, sono efficaci nello stimolare la crescita, ridurre la disoccupazione e rilanciare consumi e investimenti privati, stagnanti in Italia da diversi decenni. Diverse ricerche mostrano come i moltiplicatori fiscali siano generalmente superiori a uno: ciò significa che ogni euro di spesa pubblica aggiuntiva genera un incremento più che proporzionale del Pil, grazie agli effetti positivi su consumi e investimenti privati. Questi incrementi di spesa producono effetti positivi sull’occupazione, sia diretti – quando lo Stato assume personale o finanzia opere pubbliche – sia indiretti, poiché la maggiore domanda di beni e servizi stimola le imprese ad aumentare la produzione e, di conseguenza, l’occupazione.

Il corollario di queste evidenze è la constatazione, ormai condivisa anche da una parte degli economisti mainstream, che le politiche di austerità e di taglio della spesa pubblica abbiano effetti recessivi di lungo periodo. Esse deprimono il reddito nazionale, accrescono la disoccupazione e, paradossalmente, finiscono per peggiorare proprio quel rapporto debito/Pil che pretendono di migliorare. Due noti economisti statunitensi, Antonio Fatás e Lawrence Summers, hanno parlato a tal proposito di «effetti perversi del consolidamento fiscale», mettendo in dubbio l’efficacia delle politiche di austerità nel ridurre il rapporto debito/Pil. La riduzione del rapporto debito/Pil, tuttavia, rappresenta tutt’ora il feticcio delle politiche di bilancio europee – anche nella loro versione recentemente riformata – con cui si sono imposti, con la complicità dei governi succedutisi quasi ininterrottamente dal 1992 a oggi, tagli allo Stato sociale, precarizzazione del lavoro e un drammatico aumento delle disuguaglianze. Un feticcio al quale ha dato credito praticamente tutto l’arco parlamentare, come emerge non solo dalle politiche dei governi di centrosinistra o da esso sostenuti, ma anche dalle prese di posizione dei partiti di opposizione. Nel frattempo, questo dogma sembra essere messo in discussione solo quando c’è da spianare la strada all’aumento delle spese militari. Una dinamica che era già evidente nei conti nazionali: dal 2015, come testimoniano i dati Istat, la spesa per investimenti in armamenti è infatti più che raddoppiata, raggiungendo i 7 miliardi in un decennio. Oggi, questa tendenza ha inoltre conquistato un posto di rilievo nella strategia europea, con il sostegno esplicito di settori del centrosinistra italiano e del socialismo europeo.

Dunque, mettere in campo un radicale cambio di politica economica è necessario e urgente. Farlo richiede, però, la messa in discussione dello stesso assetto istituzionale all’interno del quale le scelte di politica economica si esplicano e dunque dei vecchi e nuovi vincoli fiscali posti ad architrave dell’architettura europea. Questo è un obiettivo imprescindibile per una forza politica che voglia davvero proporre politiche di piena occupazione, che rappresentano il primo passo per sottrarre i lavoratori al ricatto della disoccupazione e riequilibrare i rapporti di forza tra capitale e lavoro.

 

Il ritorno delle politiche industriali e il ruolo della pianificazione

Il nuovo scenario internazionale, il ritorno del protezionismo e le crescenti pressioni sulle catene di fornitura che hanno plasmato la globalizzazione dagli anni Ottanta esplicitano le contraddizioni del sistema economico globale degli ultimi decenni e, in particolare, la vulnerabilità strutturale dei paesi dell’Unione europea.

Le crisi globali degli ultimi anni hanno finito per ripercuotersi con maggiore intensità sull’Italia e sull’Europa, facendo emergere le dipendenze del Vecchio continente sia dal lato dell’offerta e delle forniture strategiche – dalle mascherine al gas russo, dai microchip ai minerali critici – sia dal lato dei mercati di sbocco per il nostro export, unica componente della domanda cui è stato concesso un po’ di spazio nel contesto europeo di moderazione salariale e rigore dei conti pubblici. L’introduzione dei dazi da parte degli Stati uniti e le crescenti tensioni internazionali minacciano le basi stesse del modello di crescita trainato dalle esportazioni, che dalla Germania si è imposto in Europa.

Nello spazio angusto che si apre tra la pressione degli Stati uniti e l’assertiva potenza economica cinese – frutto di decenni di politiche industriali verticali, ossia l’insieme di interventi pubblici finalizzati a identificare e sostenere settori e tecnologie ritenute strategiche per lo sviluppo economico nazionale, dal Piano Made in China 2025 al nuovo Piano quinquennale 2026-2030 – persino tra gli economisti fautori del libero mercato e della riduzione del ruolo dello Stato in economia si moltiplicano le richieste di una politica industriale interventista e di un maggiore attivismo da parte delle istituzioni europee, a partire dal rapporto Draghi sulla competitività europea. Allo stesso tempo, l’approccio europeo iscritto nei trattati – ad esempio all’Art. 173 del Tfue – è un approccio esplicitamente orizzontale, che limita le politiche industriali alla promozione dei «fattori abilitanti» il cambiamento strutturale e, più prosaicamente, a un sistema di agevolazioni fiscali per le imprese. Possiamo certamente dire che questo approccio non ha prodotto risultati degni di nota e anzi ha fallito miseramente, trasferendo risorse pubbliche alle imprese senza riuscire a preservare la capacità produttiva nazionale ed europea, aggravando peraltro i divari territoriali. In questo contesto, l’Italia ha assistito a un intenso processo di deindustrializzazione, con l’indice della produzione industriale in costante caduta dal 2022 (dati Istat) e una riduzione della quota del valore aggiunto della manifattura sul Pil dal 20% del 1990 al 15% attuale, come ci dice la Banca Mondiale.

La partecipazione pubblica alla produzione di beni e servizi economici si è drasticamente ridotta, come frutto della lunga e bipartisan stagione di privatizzazioni. Lo Stato ha abdicato anche al suo ruolo di stimolo dell’innovazione, mentre numerosi studi recenti provano che la spesa pubblica in Ricerca e Sviluppo abbia effetti positivi sull’innovazione, sulla produttività e sulla crescita. Tutto questo senza dimenticare che le politiche industriali si realizzano concretamente attraverso politiche di bilancio espansive che sostengono la domanda aggregata – tramite investimenti pubblici – e che simultaneamente generano ricadute dirette sull’offerta e sui metodi di produzione.

Un progetto politico che miri al rilancio dell’industria nazionale e all’autonomia strategica, ma sia allo stesso tempo orientato al benessere collettivo, implica non solo una nuova centralità della domanda interna e una crescita sostenuta dei salari reali, ma anche una trasformazione strutturale del tessuto produttivo.

Affinché la crescita della domanda interna sia soddisfatta da produzioni domestiche, è infatti indispensabile un intervento pubblico diretto – col coinvolgimento delle partecipate pubbliche – e un piano di investimenti orientato a una sostituzione selettiva delle importazioni, rafforzando le filiere esistenti e promuovendo le filiere strategiche rispetto al soddisfacimento dei bisogni sociali futuri. Il controllo democratico sulla definizione di tali bisogni – dunque di quali siano le filiere strategiche – determinerà la possibilità di avviare una trasformazione che vada effettivamente verso il superamento di un modello economico e sociale fallimentare e non inclusivo.

Le vicissitudini di Acciaierie d’Italia, gli stabilimenti dell’ex Ilva, forniscono un esempio concreto di come dovrebbe muoversi la nuova politica industriale. Dopo che i bandi aperti alle multinazionali del settore sono andati deserti o hanno raccolto offerte ridicole, la nazionalizzazione definitiva degli impianti è tornata all’ordine del giorno: solo lo Stato è in grado di sciogliere il nodo tra salute, ambiente e lavoro, attraverso un piano industriale e un processo di riconversione verso i forni elettrici. Servono risorse ingenti – tra i 7 e i 9 miliardi di euro – ma ancor di più serve la volontà politica di investire sul territorio e mantenere sotto il controllo pubblico l’industria tarantina, anche dopo il risanamento. L’alternativa è una chiusura con un impatto sociale devastante non solo sul territorio ma anche su tutti i settori dell’economia italiana che dipendono dall’acciaio prodotto in Puglia.

Una svolta di questo genere, va ricordato, porterebbe a uno scontro frontale con l’Unione europea, che vieta ogni forma di aiuto di Stato alle imprese e dunque, di fatto, impedirebbe di finanziare gli investimenti necessari alla riconversione dell’ex Ilva. Uno, dal nostro punto di vist, scontro da giocare all’attacco.

 

Per una controriforma del lavoro

L’Italia e l’Europa sono state investite, dagli anni Novanta in poi, da una serie di riforme del mercato del lavoro tanto estese quanto violente. La ricetta era sempre la stessa: flessibilizzare, contenere i salari, ridurre le tutele. Una strategia che aveva una sua coerenza interna, per quanto diabolica: compensare la stagnazione della domanda interna – bloccata da salari compressi e vincoli al bilancio pubblico – puntando sulle esportazioni. I fatti, però, hanno la testa dura e le ricerche scientifiche, persino quelle prodotte dagli alfieri del liberismo del Fmi, hanno dimostrato quanto sia fallimentare questa strategia, soprattutto se replicata su scala continentale: la moderazione salariale e l’impoverimento relativo di segmenti sempre più estesi della classe lavoratrice si sono accompagnati a stagnazione economica e cicliche recessioni.

L’Italia, ancora una volta, si è distinta in negativo. Secondo l’Employment Protection Index dell’Ocse, nessun altro paese europeo ha liberalizzato il mercato del lavoro quanto il nostro. Dal Pacchetto Treu del 1997 alle riforme più recenti del governo Meloni, passando per il Jobs Act, tutte le maggioranze di governo – compresi i sedicenti progressisti – hanno sostenuto o promosso l’indebolimento delle protezioni del lavoro. Il risultato è noto: precarizzazione di massa, stagnazione dell’occupazione, crollo dei salari. La quota salari in Italia (valutata al costo dei fattori) è diminuita più che in qualsiasi altro paese europeo ed è attualmente la più bassa (58,34% nel 2024 a fronte del 77,4% nel 1960) tra le grandi economie europee e persino più bassa di quella statunitense; sono poveri, secondo l’Eurostat, circa il 10% degli occupati italiani e l’11,8% dei giovani lavoratori; la frammentazione della contrattazione collettiva e la scomparsa di ogni forma di indicizzazione dei salari hanno completato l’opera, rendendo i redditi da lavoro indifesi di fronte all’ultima fiammata inflazionistica. Non è un caso che Ilo (2025) e Ocse (2025) abbiano certificato come l’Italia sia il paese occidentale che ha subito la maggiore caduta dei salari reali sia nel lungo che nel breve periodo (-8,7% dal 2008; -7,5% tra il 2021 e il 2025). E oggi assistiamo al paradosso: i dati occupazionali migliorano a livello macroeconomico, sebbene con più ombre che luci, ma salari e tutele rimangono al palo. Il motivo è semplice: le riforme hanno talmente indebolito la forza contrattuale del lavoro da rendere inefficace, ai fini di una vera rivalsa sociale, persino il modesto incremento dell’occupazione. Nel frattempo, all’anemica contrattazione salariale hanno fatto da contraltare le richieste di larga parte dei sindacati confederali di attenuare, dal lato fiscale, l’erosione del potere d’acquisto dei lavoratori. È il caso dei ricorrenti appelli al taglio del cuneo fiscale o alla detassazione dei rinnovi contrattuali, sostenuti e rivendicati tanto dal centrosinistra quanto dai sindacati maggiori. Misure che, lungi dal configurare una riforma organica del sistema tributario capace di riequilibrare gli oneri tra le diverse fonti di reddito, finiscono per far pagare gli aumenti salariali di alcuni lavoratori alla fiscalità generale, quindi ad altri lavoratori. Il risultato di questa stagione è stato impietoso per i salari reali italiani, ormai sempre più fanalino di coda dei paesi a capitalismo avanzato.

Per questo è urgente – anzi, necessario – elaborare una proposta politica radicalmente alternativa: ripristinare le tutele contro i licenziamenti, reintrodurre forme stringenti di regolazione dei contratti a termine, rafforzare la contrattazione collettiva senza l’ostracismo verso le organizzazioni sindacali più conflittuali, introdurre un vero salario minimo legale, accompagnato da un meccanismo di indicizzazione. La recente sconfitta ai referendum di giugno 2025 ci dice che il quadro è complicato, ma anche che la credibilità politica di chi non si è opposto in maniera reale a questo processo di precarizzazione è pressoché esaurita. Quello che è accaduto negli ultimi decenni, quindi, ha radicalmente mutato il quadro delle relazioni sociali ed economiche a diversi livelli. Lo Stato è stato progressivamente estromesso dall’economia reale e il suo ruolo è stato ridotto a quello di mero garante dei vincoli di bilancio e dei profitti privati, mentre, in nome della competitività, si è consumata una sistematica compressione dei diritti della classe lavoratrice, sacrificati sull’altare della flessibilità e dell’efficienza dei mercati. La libertà di movimento delle merci e dei capitali – strumento ideale ai fini di schiacciare le rivendicazioni del lavoro e per giustificare e favorire la disarticolazione della contrattazione collettiva – è diventata non solo un dogma, ma addirittura una delle libertà fondamentali dell’Unione europea, progetto istituzionale in cui la logica liberista ha trovato il suo completo compimento.

L’adesione a questi principi è stata, per molti decenni, pressoché unanime nel campo del progressismo italiano ed europeo, ed è tuttora egemone nel panorama dei partiti istituzionali e che hanno rappresentanza in Parlamento.

Esistono però, nella società, nel sindacato e in quei settori della politica che ancora non hanno rappresentanza istituzionale, forze radicalmente avverse a questo stato di cose, che iniziano a maturare la consapevolezza che davanti ad alcuni bivi non sono più sostenibili risposte ambigue (uno per tutti: l’integrazione europea è un ostacolo o uno spazio contendibile nella costruzione di un’alternativa?). Sono le stesse forze che hanno animato le piazze degli ultimi mesi e che, nel grido di indignazione contro il genocidio palestinese, hanno posto una domanda chiara di giustizia sociale, di pace e di un mondo davvero diverso. Tutto questo è ancora più necessario di ogni riflessione teorica, anche della più brillante e dirimente, perché una proposta astratta di politica economica e di società radicalmente alternativa di per sé non è sufficiente. Per compiersi e non rimanere un mero cumulo di parole ha bisogno di forze – sindacali, politiche e sociali – capillari, organizzate e che ambiscano a fornire un contributo concreto al cambiamento del mondo in cui viviamo, interessate cioè a cambiare tutto.


*Nello Stagno è membro di Coniare Rivolta, collettivo di economistə attivo dal 2013.
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Comments

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Fabrice
Sunday, 28 December 2025 10:30
Per unire ulteriormente i puntini, vedasi i prossimi punti, arrivano!

1. “Perchè nell’Unione Europea non è possibile fare politiche di crescita”, a cura dell’Avv. Davide Mura per ScenariEconomici

Dicembre 2018

https://scenarieconomici.it/perche-nellunione-europea-non-e-possibile-fare-politiche-di-crescita-di-davide-mura/

Da notare in particolare il seguente passaggio su disoccupazione:

" Strutturalmente e principalmente l’Unione Europea persegue lo scopo della stabilità dei prezzi (v. artt. 3 TUE, 119 e 127 TFUE) che si poggia essenzialmente su una moneta basata sui cambi fissi, sull’assoluta libertà di movimento dei fattori di produzione (all’interno dell’area euro) e sulla deflazione salariale; quest’ultima, a sua volta, richiede un processo di precarizzazione del fattore lavoro e un preciso tasso di disoccupazione strutturale il cui scopo è¨ mantenere stabile l’inflazione (e dunque il prezzi e i tassi di interesse sugli strumenti finanziari). Tant’è che la Commissione definisce, per ciascuno Stato membro, il tasso annuo non inflazionistico di disoccupazione (il cosiddetto NAIRU, acronimo di Non Accelerating Inflation Rate of Unenployment), al di sotto del quale non è opportuno scendere per non alimentare l’inflazione. "

2. BCE, Lagarde: "Obiettivo primario stabilità prezzi, manterremo approccio basato sui dati", La Repubblica, 26 febbraio 2024

I tassi di interesse della BCE "sono a livelli che, mantenuti per un periodo sufficiente lungo, daranno un contributo sostanziale assicurare che l'inflazione ritorni al nostro obiettivo del 2% in maniera tempestiva. Ci attendiamo che l'attuale processo disinflazionistico prosegua" ma "il Consiglio direttivo deve sentirsi più fiducioso che ci porterà in maniera sostenibile al targhe del 2%". Lo ribadisce la presidente della Bce, Christine Lagarde nel suo intervento al dibattito alla plenaria del Parlamento europeo sul bilancio annuale dell'istituzione sottolineando che "l'obiettivo primario della Bce è la stabilità dei prezzi. E' scritto nei trattati e non ci sono dubbi o questioni su questo. E' l'obiettivo primario ma questo non significa che non ci siano obiettivi secondari, che sono anche scritti nei trattati ma che sono previsti (essere perseguiti) senza pregiudizio sull'obiettivo primario".

Proseguimento:

https://finanza.repubblica.it/News/2024/02/26/bce_lagarde_obiettivo_primario_stabilita_prezzi_manterremo_approccio_basato_sui_dati_-179/

Commento finale

Errare è umano ma perseverare è diabolico!!


3.“Il salario minimo legale non salverà la comunità del lavoro (ancor meno la sinistra e il sindacato)”, di Matteo Falcone per La Fionda, 7 ottobre 2024

Il nuovo libro di Savino Balzano, Il salario minimo non vi salverà, edito da Fazi editore nel 2024, merita di essere discusso, non solo perché l’autore è un fromboliere della prima ora, che ha scritto un nuovo saggio che parla di lavoro (questione a cui noi frombolieri siamo parecchio affezionati), ma perché affronta il tema dell’introduzione del salario minimo legale in Italia da una prospettiva diversa rispetto a quella tradizionale.
Rispolverando e riprendendo un punto di vista che è sempre stato presente nella tradizione sindacale e socialdemocratica italiana (ed europea) – anche se oramai profondamente minoritaria – Savino Balzano non solo mette in discussione molte delle posizioni e delle argomentazioni che sono state utilizzate in questi anni per sostenerne l’introduzione, ma approfitta della discussione sul salario minimo per tornare organicamente su alcune riflessioni e concetti sulla comunità del lavoro a lui cari[1].
Dalla lettura del libro, infatti, emerge chiaramente come l’autore voglia parlare di salario minimo e discutere sull’opportunità o meno della sua introduzione nel nostro ordinamento innanzitutto invitandoci a riflettere sullo stato del diritto al lavoro in Italia e sui motivi economici e politici che hanno portato quest’ultimo nella condizione drammatica in cui versa. Un contesto che – se ben ricostruito, afferma l’autore – chiarifica bene perché il salario minimo legale è uno strumento che, a fronte di qualche beneficio, può rivelarsi rischioso per gli interessi della classe lavoratrice.
Il salario minimo legale, più che una soluzione a favore dei lavoratori e delle lavoratrici italiane, sembra essere diventata, denuncia l’autore, l’ultima spiaggia di un sindacato e di una sinistra che da tempo non riescono più a parlare al mondo del lavoro e che hanno contribuito, con le loro azioni e con le loro omissioni, a indebolirlo profondamente negli ultimi decenni.
In particolare il seguente passaggio dell’articolo:
D’altronde non poteva andare diversamente: parafrasando una celebre frase di Stefano Fassina, in una unione monetaria, non potendo svalutare la moneta, l’unico strumento rimasto agli Stati membri per rendere competitive le proprie economie è svalutare il lavoro. Una constatazione che il 16 aprile scorso ha fatto candidamente anche Mario Draghi – ex presidente del consiglio italiano ed ex banchiere centrale europeo negli anni dell’austerità. Nel discorso alla High-level Conference on the European Pillar of Social Rights, tenutosi a La Hulpe, in Belgio, l’ex banchiere centrale ha affermato che nell’Unione europea «abbiamo deliberatamente perseguito una strategia basata sul tentativo di ridurre i costi salariali l’uno rispetto all’altro, in aggiunta a una politica fiscale prociclica, con l’unico risultato di indebolire la nostra stessa domanda interna e minare il nostro modello sociale». Ma non bisognava di certo aspettare la confessione di Mario Draghi per capirlo. Bastava leggere gli studiosi di macroeconomia, i quali – attingendo dalla letteratura scientifica più risalente e importante della loro disciplina – ci avevano avvertito da tempo che una unione economica e monetaria, fondata sulla stabilità dei prezzi, il controllo della spesa pubblica e le esportazioni, come quella europea, non poteva che produrre questo disastroso risultato per i salari e per i diritti sociali[9].

Commento

Promuovere il salario mininimo legale in regime ancora di moneta unica è da piddioti nella peggiore delle ipotesi, gente in malafede, oppure da ingenui o da ignoranti, a seconda dei casi, nella migliore delle ipotesi.

4. "Perché è impossibile distinguere Nato, Usa e Unione europea"
di Alessandro Orsini per Il Fatto Quotidiano, 10 settembre 2025


L’Ucraina è stata colpita da circa 800 droni e missili. Putin ha colpito persino il palazzo presidenziale di Zelensky. Non c’è giorno in cui la guerra in Ucraina non infligga una nuova umiliazione all’Unione europea, agli Stati Uniti e alla Nato. Ma è davvero possibile distinguere questi tre soggetti?
La risposta è difficile perché gli Stati Uniti egemonizzano la Nato che ha egemonizzato l’Unione europea. Siccome la confusione è smisurata, un chiarimento è urgente. In primo luogo, distinguere la Nato dalla Casa Bianca è quasi impossibile. Tutte le decisioni, le strategie e gli obiettivi di lungo periodo della Nato sono decisi dalla Casa Bianca. Ad esempio, la decisione di assorbire l’Ucraina nella Nato fu presa da Clinton nel lontano 1994. La documentazione relativa alla vera storia del processo di inclusione dell’Ucraina nella Nato è contenuta nel mio libro: “Casa Bianca-Italia. La corruzione dell’informazione di uno Stato satellite”. Fu la Casa Bianca a decidere quali Paesi dell’Europa dell’est sarebbero diventati membri della Nato. È la Casa Bianca che decide: 1) quali Paesi possono diventare membri della Nato; 2) quali Paesi sono nemici della Nato; 3) quanti soldi i Paesi europei della Nato sono tenuti a spendere per la difesa e l’acquisto di armi.
Ecco le prove. Il processo di inclusione dei Paesi dell’Europa dell’est nella Nato è stato deciso e coordinato prima da Clinton e poi da Bush. Quanto all’indicazione dei nemici, Biden ha voluto indicare la Cina come un nemico di tutta la Nato nel documento finale relativo alla riunione Nato del 14 giugno 2021 a Bruxelles. Quel documento si compone di 79 paragrafi. Il paragrafo numero 3 stabilisce che la Cina è un nemico della Nato. Il paragrafo numero 69, invece, ribadisce che l’Ucraina entrerà nella Nato.
Quanto alla scelta dei Paesi che possono entrare nella Nato, Bush decise l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nel vertice Nato di Bucarest dell’aprile 2008. I principali leader europei erano contrari, ma furono piegati dalla Casa Bianca. Quanto alla definizione delle spese, la decisione di spendere il 5% del Pil per la difesa è stata presa da Trump. I principali leader europei, inclusa Meloni, hanno provato a opporsi, ma sono stati piegati dalla Casa Bianca.
Chiarita la relazione di potere tra la Casa Bianca e la Nato, veniamo al rapporto gerarchico tra l’Unione europea e la Nato. La Nato si compone di 32 Paesi. Ebbene, di questi 32 Paesi 29 sono in Europa e 23 sono nell’Unione europea. Tutti i Paesi dell’Unione europea fanno parte della Nato a eccezione dell’Austria, dell’Irlanda, di Cipro e di Malta che però – si badi bene – sono “partner della Nato”.
In sintesi, l’Unione europea si compone di 27 membri: 23 sono membri Nato e 4 sono partner Nato. Ne consegue che entrare nell’Unione europea significa entrare nella Nato, formalmente o informalmente. L’idea che uno Stato possa entrare nell’Unione europea senza avere niente a che fare con la Nato è semplicemente assurda.
Alla fine di questo breve viaggio, possiamo trarre la seguente conclusione: l’Occidente è organizzato in base a un “controllo a cascata”. La Casa Bianca controlla la Nato e la Nato controlla l’Unione europea. La Casa Bianca è riuscita a sovrastare la minaccia dell’autonomia dell’Unione europea collegandola alla Nato. L’Unione europea non può essere autonoma perché è dentro la Nato, che è dentro la Casa Bianca, come una matrioska.

Riferimento:

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/perche-e-impossibile-distinguere-nato-usa-e-unione-europea

Commento finale

Ragionamenti che non fanno una grinza, ergo, se a sinistra, nonostante le numerose evidenze di ogni tipo, c'è ancora gente che non sa rispondere o non vuole rispondere a domande del genere poste dall'autore dell'articolo:

"l’integrazione europea è un ostacolo o uno spazio contendibile nella costruzione di un’alternativa?"

vuol dire che sono dei casi irrecuperabili da abbandonare al loro destino, insomma, per iniziare come si deve, molto meglio pochi ma davvero buoni piuttosto che essere più numerosi e portarsi appresso delle palle al piede che non servono a niente, poco ma sicuro!!
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AlsOb
Thursday, 25 December 2025 13:53
È che la questione complicata è rappresentata dal fatto che le "masse" non si fidano più tanto della sinistra neoliberale e votano altri partiti.
Il programma da sogni rischia di ridursi a un sogno analogo a quello di un famoso monologo di G. Carlin.
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