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Delle elezioni o del trionfo dell’ideologia dominante

di Giorgio Paolucci

Il vero capolavoro della classe dominante è l’essere riuscita a imporre la falsa idea secondo la quale il modo di produzione capitalistico è l’unico possibile

elezioni 2018Renzi, l’uomo immediato e d’azione che al suo esordio sulla scena politica nazionale era stato salutato dai commentatori e dagli analisti di regime come il nuovo che avanza, l’uomo della provvidenza che avrebbe finalmente impresso alla vita politica nazionale, e perfino europea, la svolta decisiva per portare il Bel Paese certamente fuori dalla crisi, contrariamente a tutte le aspettative dell’esordio, il quattro marzo scorso è finito nella polvere. E’ affondato lui e con lui anche Il Pd che chissà per quale arcana ragione è stato considerato, e per molti continua ancora a essere, un partito di sinistra nonostante, sin dalla sua nascita, sia stato fra gli interpreti più coerenti dei desiderata di sua maestà il capitale. Riformista sì, ma non nel senso della socialdemocrazia storica – quella, per intendersi, dei Bernstein, dei Kautskj o di Turati - ma del liberismo più ortodosso secondo cui il capitalismo è l’unico modo di produzione possibile della ricchezza e il libero mercato il miglior regolatore della vita economica e sociale.

L’uomo immediato d’azione non è spuntato dal nulla e intanto ha potuto conquistare il Pd in quanto a sua volta imbevuto della stessa ideologia della classe dominante che ha ispirato la politica di questo partito sin dalla sua fondazione. Nel condurlo alla disfatta vi ha messo certamente del suo obbedendo ciecamente al gruppo di potere che ne ha sostenuto l’ascesa; ma fare di lui l’unico artefice della miserabile fine della sinistra, come capita di leggere in questi giorni, è confondere una comparsa con l’interprete principale.

In realtà, già con l’erompere della crisi dei primi anni ’70 del secolo scorso, la sedicente sinistra, ossia la neo-socialdemocrazia italiana ed europea (e noi in questa includiamo, seppure con le sue specificità, anche il Pci), in quanto forza della conservazione capitalistica, ha dovuto assumersi il compito di far ingoiare ai lavoratori la rimozione di qualsiasi ostacolo si frapponesse al libero dispiegarsi delle leggi di mercato, e in particolare del mercato del lavoro per favorire un significativo livellamento al ribasso dei salari reali. Lo richiedeva l’irrompere della microelettronica nei processi produttivi e gestionali, l’intensificarsi – grazie a essa - del processo di mondializzazione dell’economia e la nuova organizzazione e divisione internazionale del lavoro. Un sacrificio che però sarebbe stato ben presto ampiamente ripagato dalla costituzione di una nuova società - così affermava l’ideologia dominante - in cui ognuno avrebbe potuto essere imprenditore di se stesso, un capitalista avente come capitale la sua abilità e un computer. E così è iniziata quella lunga stagione delle riforme (in realtà, controriforme) in cui centrodestra e centrosinistra - le due destre, come a suo tempo ebbe felicemente a definirle Marco Revelli - nel loro alternarsi al governo, hanno fatto a gara a smantellare qualsiasi presidio giuridico, economico e sociale che opponesse la benché minima resistenza alla nascita del nuovo mondo. Gara, va detto, vinta con ampio margine di vantaggio dalla sinistra, grazie all’approvazione dell’indecente riforma Fornero e del Jobs Act, con cui è stato sancito il trionfo della precarietà e della totale subordinazione dei lavoratori alle esigenze anche le più contingenti delle imprese.

D’altra parte, trattandosi di forze politiche borghesi per le quali il profitto è una sorta di salario che compensa l’abilità dell’imprenditore e non il frutto esclusivo dello sfruttamento della forza-lavoro, non potevano che esultare all’irrompere di una tecnologia che prometteva di ridurre a una frazione infinitesimale l’impiego di forza-lavoro: era finalmente a portata di mano il Capitale senza il lavoro.[1] Ne sarebbe scaturito un tale incremento della produttività complessiva del sistema che, oltre al superamento della crisi, si sarebbe dato il via a una nuova fase espansiva del ciclo di accumulazione del capitale, abitata da un’unica indistinta classe di cittadini capitalisti, quasi tutti imprenditori di se stessi.

 

Una sconfitta prevedibile

Invece, come ampiamente previsto dalla critica marxista dell’economia politica, i borghesi sono rimasti borghesi e sempre più ricchi e i proletari sono rimasti letteralmente in mutande e privi anche delle più elementari salvaguardie di ciò che loro avanza di quell’essere uomini in un mondo nel quale contano quanto una merce usa e getta, tanto le nuove tecnologie hanno reso il lavoro erogazione di semplice energia fisica, ossia forza-lavoro in assoluta purezza.

Solo anime rese sorde e mute dall’accecante potere del capitale, potevano ritenere che prima o poi l’evolversi dei fatti non avrebbe svelato anche ai ciechi un simile inganno. Quindi, una sconfitta inevitabile e ampiamente prevedibile. Anche quella di Leu, il cartello elettorale costituito dai vari fuoriusciti dal Pd (Mdp e Possibile) e Sinistra italiana. Immaginavano che sarebbe bastato dichiarare di voler perseguire “un cambiamento concreto nell’interesse dei molti che hanno poco e non dei pochi che hanno molto” per far dimenticare che molti dei loro esponenti sono stati fra i più fervidi sostenitori della stagione delle contro-riforme. Si pensi al punto forte del loro programma: l’abolizione delle tasse universitarie per tutti che svela fino a che punto costoro abbiano introiettato l’ideologia dominante per la quale disoccupazione crescente e bassi salari sono il frutto della mancata risposta dei lavoratori alla domanda di nuove qualifiche richieste dal progresso tecnico. Negli Stati Uniti – ci informa Joseph Stlglitz:

«Dal 1980 la percentuale degli americani con un diploma universitario di primo livello è quasi raddoppiata, superando il 30 per cento, ci si sarebbe aspettati un incremento significativo dei salari. Al contrario, negli ultimi tre decenni i salari orari reali medi di tutti gli americani che possiedono solo un diploma di scuola superiore sono diminuiti.»[2]

Sono ormai a rischio professioni di alto profilo, come l’ingegnere, il medico, il tecnico informatico laureato e questi immaginano che la soluzione consista nel conseguire una più elevata specializzazione della quale, peraltro, non c’è traccia neppure nella mente del dio della tecnica.

 

There is no alternative

Ma evidentemente, come per Margaret Thatcher, anche per costoro There is No alternative (non c’è alternativa) al capitalismo. A ben vedere, è proprio questo il vero capolavoro della classe dominante. Aiutata non poco dai misfatti dello stalinismo[3], essa, dichiarando morte tutte le ideologie, è riuscita a imporre come vera solo l’idea, in realtà del tutto falsa, secondo la quale il modo di produzione capitalistico, al pari di un qualsiasi fenomeno naturale, non ha alternative. L’attuale mondo - non sarà il paradiso in terra, poiché anche esso trabocca di merda da ogni poro, ma rimane pur sempre il migliore dei mondi possibili. Oltre può esservi solo quanto di più nefasto si possa immaginare: la dittatura, il terrore staliniano spacciato per comunismo, gli sgozzatori dell’Isis e/o uno dei tanti mostri provvidenziali[4] di volta in volta appositamente costruiti. Per costoro, per dirla con lo scrittore Mark Fisher, ormai: «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». [5]

Così anche per i suoi critici più radicali, il vero problema è il neoliberismo che individua nella mano invisibile del mercato il demiurgo a cui affidare - perché di meglio in natura non è dato - il governo della vita economica e sociale e non il fatto che l’avanzare delle nuove tecnologie, nella misura in cui rende superflua una quantità crescente di forza-lavoro, mette in luce anche il limite storico del modo di produzione capitalistico che sul suo sfruttamento si fonda. Mostra cioè «[…] Il carattere ristretto, semplicemente storico, passeggero del modo capitalistico di produzione; prova che esso non rappresenta affatto l’unico modo di produzione che possa produrre la ricchezza, ma al contrario, giunto a una certa fase, entra in conflitto con il suo ulteriore sviluppo»[6].

Al punto che ormai a ogni passo avanti del progresso tecnico scientifico corrisponde l’arretramento della condizione economico-sociale di strati crescenti della società.

Eppure anche l’orizzonte dei tanti che pure dicono di richiamarsi alla critica marxista non va oltre i dettati keynesiani con la riproposizione dello Stato quale agente regolatore dei mercati per orientarli verso un non meglio precisato bene comune.

In tal senso, davvero emblematica è l’esperienza di Potere al Popolo. Ha ritenuto che sarebbe bastato mettere insieme, sulla base del solito scontato antifascismo resistenziale e una generica opposizione alle dilaganti ingiustizie sociali, il movimentismo assemblearista di alcuni e il rim-pianto per la Russia socialista di altri per potersi accreditare come l’unica reale alternativa avente come obiettivo la modificazione dell’attuale stato delle cose e tutto ciò replicando senza sosta quelle pratiche “dal basso” già sperimentate in passato e tutte miseramente fallite.

Non stupisce quindi che anche molti proletari e ampi strati di piccola e media borghesia proletarizzati o in via di proletarizzazione, abbiano ritenuto rispettivamente più convincenti i messaggi del M5s e della Lega, soprattutto di quello del M5s che, come ha calcolato l’Istituto Cattaneo, ha catturato ben il 40 per cento del voto operaio.

Entrambi, indicando nella corruzione, nell’incapacità e nella subordinazione all’Europa o ai poteri forti delle forze politiche al governo sono stati percepiti oltre che come nuovi, diversi, perfino antisistema e soprattutto come gli unici in grado di dare risposte al sempre più diffuso e crescente disagio economico e sociale.

Se i migranti giungono a migliaia e ci rubano il lavoro è perché i partiti al governo, speculandoci sopra, non hanno alcun interesse a rispedirli a casa. Oppure: se i posti di lavoro diminuiscono è perché i politici rubano e fanno pagare troppe tasse alle imprese sottraendo così risorse agli investimenti necessari per creare nuovi posti di lavoro e/ o attivare una qualche forma di reddito di base per sostenere i più colpiti dalla crisi. Mandiamo a casa questi signori e tutto cambierà in meglio: basta tasse, immigrati solo quanto basta e reddito di cittadinanza ai più deboli da finanziare con il solito taglio agli sprechi e la lotta all’evasione fiscale.

A ben vedere, più o meno le stesse cose che sosteneva Renzi ai suoi esordi. Anche egli poneva la rottamazione del vecchio ceto politico come la condizione necessaria per varare quelle riforme che, rendendo più efficiente il sistema, avrebbero dischiuso le porte a una nuova fase di sviluppo economico e sociale. Le riforme sono state fatte ma essendo il loro obbiettivo la conservazione capitalistica sono andate in direzione ostinatamente contraria a quella attesa da chi capitalista non è.

Questo per dire che anche sotto il cielo degli odierni vincitori non c’è nulla di nuovo, poiché il nuovo potrà venire soltanto rimuovendo gli attuali rapporti di produzione.

Ora, quindi, è il turno di Di Maio e Salvini senza escludere qualche prestanome di Berlusconi. Ma se dovesse essere necessario, per il bene degli italiani, perché no, anche tutti insieme, come brave marionette, a prendere ordini da sua maestà il capitale?


Note
[1] Cfr. Giorgio Paolucci, Capitale senza lavoro,
http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/lavorolottaclasse/427-capitale-lavoro.
[2] J. Stiglitz, Invertire la rotta, Ed. Laterza, Roma – Bari, feb. 2018, pag. 10
[3] Cfr. Carmelo Germanà, Considerazioni sulla presunta scomparsa delle classi sociali, DmD’, n.12/2018.
[4] É così che la rivista Limes ebbe a suo tempo a definire l’Isis.
[5] Mark Fisher, Realismo capitalista, Ed. Nero, Roma, 2018, pag. 25.
[6] K. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. 15°, Ed. Einaudi, Torino 1975, pag. 340.
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Comments   

#6 Eros Barone 2018-05-06 20:43
A differenza dell’autore di questo articolo, ritengo che l’unico vero “misfatto” di cui è legittimo parlare esaminando ragioni e motivi della 'débâcle' della sinistra nel nostro paese sia quello di definire l’epoca grandiosa ed eroica della costruzione del socialismo in Unione Sovietica, riducendola ad una catena di “misfatti” perpetrati dallo ‘stalinismo’. La conseguenza inevitabile di un approccio come questo, contrassegnato, ad un tempo, dalla negazione dell’evidenza storica, dallo schematismo e dal nullismo, è che il nodo teorico della transizione dal modo di produzione capitalistico al modo di produzione comunista, che sta al centro della rivoluzione d’Ottobre e dello stesso giudizio su Stalin, cessa di essere un problema teorico e politico non perché in tal modo la questione sia stata risolta, ma perché è stata semplicemente rimossa. Il ‘canis a non canendo’, cui ricorrono coloro che ripropongono oggi le posizioni dei critici della rivoluzione sovietica negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, è allora lo pseudoconcetto del ‘capitalismo di Stato’, il cui contorto significato, diversamente da quello attribuitogli da Lenin durante il periodo della NEP (1921-1929), servirebbe ad indicare il carattere fondamentale di una società, quella sovietica per l’appunto, in cui lo Stato è il proprietario dei principali mezzi di produzione e li gestisce in modo capitalistico.
Sennonché affermare questo significa non tenere conto della situazione dell’Urss dopo la rivoluzione d’Ottobre e non comprendere con quali difficoltà e con quali potenzialità, sia a livello interno (l’industrializzazione e il problema dell’alleanza con i contadini) sia a livello internazionale (l’accerchiamento capitalistico e il problema dell’alleanza con i movimenti di liberazione nazionale delle colonie e semicolonie), si siano dovuti misurare i dirigenti che si contesero l’eredità teorica e politica di Lenin, ossia la generazione di Stalin, Trotsky, Bucharin, Kamenev e Zinoviev, per dare al socialismo, con i soviet e l’elettrificazione, le due basi indicate dal grande rivoluzionario russo nella sua sintetica formula, e per mantenere aperta, lungo questa via, una prospettiva comunista. Sotto questo profilo, vale la pena di ricordare che il 7 novembre del 1917 non ha segnato la fine della rivoluzione, ma il suo inizio.
L’industrializzazione del paese, la difesa militare, la lotta contro le forze conservatrici della piccola e media borghesia radicate nelle campagne, così come i riflessi politici e ideologici dei conflitti sociali all’interno del partito, incarnati dalle fughe in avanti e dalle proditorie giravolte di Trotsky, nonché dai cedimenti e dalle capitolazioni di Zinoviev e di Bucharin, hanno rappresentato altrettante sfide con cui il partito comunista ha dovuto misurarsi sotto la direzione di Stalin. Solo una salda direzione e la capacità di individuare con chiarezza gli obiettivi immediati, intermedi e finali del processo in corso potevano garantire, in un periodo di ferro e di fuoco (1924-1953), il successo non soltanto della costruzione del socialismo in un solo paese, ma anche della realizzazione di una base rossa per la rivoluzione mondiale. Un corretto approccio a questa grandiosa vicenda storica, per non essere superficiale, unilaterale e in definitiva opportunistico, deve perciò poggiare su un’esatta comprensione degli effettivi processi storici, dei concreti rapporti di classe e delle reali forze in campo. In questo senso, non vi è alcun dubbio che un deficit di comprensione di questi dati e del modo di agire su di essi per trasformarli in altrettante leve della transizione sia all’origine della sconfitta degli oppositori di Stalin e dell’affermazione della base operaia, contadina e intellettuale, che lo sosteneva. Dunque, se di misfatti è lecito parlare, allora va preso in considerazione quello che stavano per compiere, fra gli altri, quei dirigenti sovietici di estrazione e di affiliazione trozkista che non esitarono, seguendo l’indicazione criminale impartita dallo stesso Trotsky, a stipulare, contro il regime socialista sovietico e contro la direzione di Stalin, un’alleanza tattica con Hitler e con la Germania nazista. Calunnie degli ‘stalinisti’? Tentativi di giustificare le dure repressioni degli anni Trenta? Si leggano le seicento pagine della documentata e stringente inchiesta condotta da Burgio, Leoni e Sidoli su “Il volo di Pjatakov” (inchiesta basata in gran parte su materiale di fonte trotskista) e ci si renderà conto che la qualificazione di “traditore” attribuita a Trotsky non è un deteriore vezzo diffamatorio degli ‘stalinisti’, ma una verità storica concreta ed inoppugnabile.
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#5 Mario Galati 2018-05-06 15:29
Siamo alla abusata tesi del capitalismo senza capitalisti. È illusorio, è perciò ingannevole, prescindere dalla realtà storica, dalla lotta e dai rapporti di forza, dalle fasi di transizione. Il socialismo come instaurazione immediata di un modello è tanto poco marxista quanto la tesi di un capitalismo senza capitalisti. La lotta di classe concreta e i suoi processi non sono la contrapposizione di due idee astratte. E i suoi risultati e i problemi concreti che pone di fronte non li decidono liberamente i suoi attori. In questa situazione occorre decidere da che parte stare. Io sto dalla parte dei lavoratori e di mio padre, per il quale l'URSS, Stalin e il movimento comunista terzinternazionalista erano la speranza, il riscatto e la dignità. Il resto sono chiacchiere (senza offesa per nessuno).
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#4 Egidio Zaccaria 2018-05-06 13:22
Mario, il dominio ideologico del Capitale passa anche attraverso la falsificazione del comunismo e la falsificazione in generale, mi spingo a dire che il dominio totale del Capitale è falsificazione (vedasi Capitale fittizio).

L'ideologia è falsa coscienza, inganno. Inganno è affermare che una società fondata sul lavoro salariato sia una società di produttori liberi ed uguali, così come è ingannevole ispirarsi ad una Repubblica democratica che dice, giustamente, di fondarsi sul lavoro che però è lavoro salariato (l'Italia produce in regime capitalistico).

Non si tratta di farsi belli, è necessario armare la testa prima di armare la mano.
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#3 Mario Galati 2018-05-05 18:12
Ammesso, ma non concesso, che le cose stiano come dice Paolucci, bisognerebbe chiedersi come mai questa essenziale distinzione e separazione del "vero" socialismo dalle esperienze storiche reali non riesca a guadagnare nemmeno un piccolo passo nella coscienza sociale. Mentre continua con successo l'aggressione ideologica contro il socialismo-comunismo proprio attraverso la diffamazione ( e sottolineo: diffamazione) del socialismo reale.
Quella storia è la nostra storia e va anche criticata. Ma va difesa dalle falsificazioni e va rivendicata. La presa di distanza e l'atteggiamento da anime belle è irrilevante ai fini della lotta (e il piano storico è un piano fondamentale della lotta ideologica) e porta acqua all'avversario.
Sarebbe ora di modificare posizioni ossificate e di prendere in considerazione studi storici, che esistono, in dissonanza con la vulgata anticomunista ufficiale.
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#2 Giorgio Paolucci 2018-05-05 14:37
E’ che, purtroppo, l’esperienza del cosiddetto “socialismo reale”, sotto qualsiasi profilo (storico, economico,politico e sociale) la si esamini, sta al socialismo come il diavolo all’acqua santa. La critica marxista dell’economia politica ci dice che per tutta la sua durata è rimasta un’esperienza fondata sul lavoro salariato e sullo sfruttamento della forza-lavoro, quindi tutta interna al modo di produzione capitalistico; capitalismo di Stato ma sempre capitalismo.
Non si tratta, quindi, né di denigrare né di difendere l’indifendibile, ma di prendere atto che la rivoluzione d’ottobre è stata sconfitta dimostrando così che l’equazione comunismo uguale stalinismo con tutti i suoi misfatti, ivi compreso il massacro di centinaia di migliaia di comunisti veri, su cui si fonda in buona parte l’ideologia dominante è assolutamente falsa.
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#1 Mario Galati 2018-05-04 08:45
L'articolo contiene spunti di analisi giusti e condivisibili. Ma se invece di collaborare alla denigrazione del socialismo reale e alla costruzione della leggenda nera antistaliniana, forgiando un'arma ideologica potente nelle mani del capitale, consegnando il controllo della storia ai capitalisti, i compagni si fossero impegnati nella difesa dell'esperienza storica socialista reale, con tutti i suoi difetti, non sarebbe stato meglio?
Non è mai troppo tardi per rivedere posizioni stantìe e nocive.
O si pensa che continuando a diffamare ciò che abbiamo (e sottolineo "abbiamo") fatto si apriranno ampi spazi di azione verso il "vero" socialismo?
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