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sollevazione2

E ora vediamo chi inciucia...

di Leonardo Mazzei

Elezioni o governo destra-Pd: le responsabilità di Di Maio e quelle di Salvini

berlu4 U43120103862739Non abbiamo risparmiato critiche a Di Maio, né prima né dopo le elezioni. La svolta, europeista e sistemica, di M5S l'andiamo denunciando da un anno ormai. Il tentativo di un accordo con il Pd si commenta da solo. E, tuttavia, giocate tutte le carte a disposizione, il leader pentastellato ha almeno detto di no al cosiddetto "governo del presidente", chiedendo nuove elezioni a giugno. Sul punto, invece, Salvini per ora nicchia. Domandiamoci il perché.

Che da questi due mezzi populismi - mezzi perché per l'altra metà abbondante compromessi con le forze sistemiche e la loro ideologia liberista - non ce ne venga fuori neppure uno minimamente decente, è un dubbio più che legittimo. Nondimeno, più del 50% degli elettori è lì che si è rivolto per colpire l'oligarchia, per uscire dall'austerità, per mandare a quel paese l'Europa. Un dato imprescindibile, che ci ha portato a pronunciarci per un governo M5S-Lega.

Le stucchevoli sceneggiate degli ultimi quaranta giorni sono comunque agli sgoccioli. Siamo ad un passo dal momento della verità. Quel momento riguarda soprattutto Matteo Salvini. Perché ormai i casi sono due e solo due: o elezioni subito (al massimo nella prima metà di luglio) o nascerà un governo tra la destra ed il Pd.

Vediamo il perché chiarendo tre punti sui quali la confusione regna sovrana. E regna perché mentre i media del regime fanno il loro sporco lavoro, sul web scarseggia la capacità di sfuggire ai luoghi comuni ed ai trucchi semantici diffusi dagli strilloni di lorsignori.

 

Primo punto: non è vero che non si possa votare prima di settembre

E' vero che non lo si voglia. Che non lo vogliano cioè i poteri sistemici, intenti come sono a guadagnare tempo, fossero anche solo poche settimane. Ma non è affatto vero dal punto di vista della legge. Il testo unico della legge elettorale del 1957 dice semplicemente che «Il decreto (di indizione delle elezioni, ndr) è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale non oltre il 45° giorno antecedente quello della votazione» (comma 3, art. 11). Ciò significa che sciogliendo le camere entro il 9 maggio sarebbe possibile votare il 24 giugno. Ma, nel casino legale prodotto dai legislatori dell'ultimo quarto di secolo - quello, ovviamente, della "competenza" - gli azzeccagarbugli in servizio permanente effettivo hanno già trovato il cavillo per allungare i tempi. Si tratta del Regolamento applicativo della legge sul voto degli italiani all'estero, che fissa i primi adempimenti al 60° giorno antecedente al voto.

E' questo un problema insormontabile? Ovviamente no. Si fa un decreto, approvato dal parlamento, riducendo quel termine ai 45 giorni previsti dal Testo Unico. E' solo una questione di volontà politica. Ma anche se non si volesse percorrere questa strada, c'è forse qualcosa che impedisce il voto nella prima metà del mese di luglio? Chiaramente no. C'è solo la consuetudine di non andare oltre giugno. Ma se è per questo anche il voto a settembre sarebbe altrettanto inconsueto. Però, si dirà, a luglio si va al mare! Ma come, da una parte si drammatizza la necessità di avere un governo nella pienezza dei suoi poteri e dall'altra si rinvia tutto per motivi balneari? Suvvia, siamo seri...

La verità è che non c'è nessun impedimento legale, tantomeno costituzionale, al voto entro la prima metà di luglio. E che si tratti di un ipotesi plausibile ce lo conferma anche l'articolo di Ugo Magri su La Stampa di stamattina. La verità è che chi vuole rinviare lo vuol fare per ben altri motivi. Sul punto Di Maio ha dunque ragione da vendere. La sua richiesta a Salvini di presentarsi a Mattarella con la richiesta di elezioni subito sbarrerebbe la strada a qualsiasi inciucio.

 

Secondo punto: giugno-luglio o settembre pari non sono

Si dirà che due o tre mesi non faranno poi tanta differenza. Ed invece la differenza c'è, eccome. Poiché al secondo round sarebbe francamente inimmaginabile il ripetersi della pantomima di queste settimane (vedi com'è andata in Spagna nel 2016), entro agosto avremmo di certo il nuovo governo nel pieno dei suoi poteri. Un governo che potrebbe prima ridisegnare gli obiettivi macroeconomici attraverso un nuovo DEF, per poi passare alla concreta stesura della Legge di Bilancio, vero banco di prova del grado di autonomia dai diktat europei. Viceversa, elezioni a settembre significherebbe ritrovarsi con una Legge di Bilancio fatta da un governo tra destra e Pd, un inciucio che ricalcherebbe esattamente i primi passi (governo Letta, benedetto da Napolitano) della precedente legislatura. Se a qualcuno questa conclusione sembrerà troppo drastica si legga con attenzione il punto seguente.

 

Terzo punto: il "governo del presidente" non esiste

Lo ripeto: il "governo del presidente" non esiste. Esso è solo un trucco giornalistico, come lo fu quello di definire "tecnico" il governo Monti. Nonostante le disgrazie della democrazia di questa sciagurata stagione il nostro è pur sempre un regime parlamentare. Ogni governo ha una sua maggioranza parlamentare. Amen. Chi gli dà la fiducia è corresponsabile delle scelte di quel governo. Non c'è foglia di fico presidenziale, istituzionale o tecnica che si regga in piedi. Ora, siccome M5S ha detto chiaramente che vuole le elezioni, un tale governo potrebbe reggersi solo su una maggioranza destra-Pd.

E' vero che Salvini ha sempre respinto l'ipotesi di un governo con il Partito Democratico, ma è altrettanto vero che - ad ora - non si è neppure pronunciato per le elezioni subito. Il che è altamente sospetto. D'altronde la sua insistenza nel voler tenere in piedi l'alleanza con lo Zombie di Arcore, qualche prezzo certamente lo impone. E dalle parti di Forza Italia se c'è una cosa che temono come la peste sono appunto nuove elezioni, tant'è che il suddetto zombie dice apertamente da mesi di lavorare ad un accordo con il Pd e con Renzi in particolare.

Solo fantapolitica? Lo spero sinceramente. Ma intanto stiamo ai fatti. Ed i fatti sono che M5S per ora ha soltanto sfiorato l'inciucio, mentre della Lega ancora non sappiamo. Ce lo diranno i prossimi giorni.

 

Addendum 1: sulla legge elettorale

Circola anche la favola che quello che chiamano "governo del presidente" dovrebbe riscrivere una nuova legge elettorale. Tutto ciò è semplicemente ridicolo, e prova ne è il fatto che tutti quelli che si esprimono per questa ipotesi non sanno poi dire su quale nuovo marchingegno dovrebbe convergere una qualsivoglia maggioranza parlamentare. Il fatto è che oggi non c'è nessuna soluzione in grado di avere questa maggioranza.

Il discorso sarebbe lungo, ma qui andiamo con l'accetta: 1) Non è plausibile l'ipotesi di introdurre un premio di maggioranza, perché favorirebbe solo la destra e dunque non potrebbe avere il voto di M5S e Pd. 2) Idem per un sistema uninominale secco all'inglese, tipo Mattarellum. 3) A niente servirebbe tornare all'ipotesi del Tedeschellum in auge per breve tempo lo scorso anno, dato che produrrebbe risultati del tutto analoghi al Rosatellum in vigore. 4) In quanto al modello francese, sappiamo tutti che oltre ad essere pesantemente antidemocratico esso è semplicemente inapplicabile in un sistema bicamerale, come la stessa Consulta ha sentenziato. 5) Resterebbe il sistema spagnolo, che tanto piaceva ad M5S, ma a parte la complicazione di un ridisegno generale dei collegi, resta il fatto che anche questo modello determinava una maggioranza quando il sistema era bipolare, mentre oggi che non lo è più le alleanze sono necessarie anche a Madrid.

Ora, è vero che la fantasia dei mascalzoni è fervida assai, ma in questo caso penso che dovranno rassegnarsi ad andare a nuove elezioni con il sistema in vigore. Che è assolutamente pessimo, ma meno di quello che costoro vorrebbero. Del resto sono stati proprio Pd, Forza Italia e Lega a votare non secoli fa, ma nell'ottobre 2017, il Rosatellum. Ricordiamolo ogni tanto.

Tutto ciò è ben noto agli attori politici da cui dipenderanno le scelte dei prossimi giorni. Dunque chi dirà "nuova legge elettorale" lo farà sapendo di mentire. Lo farà solo per guadagnare tempo, per sé e per i poteri oligarchici che temono più di ogni altra cosa un governo non pienamente controllabile, peggio se permeabile alla profonda domanda di cambiamento che ribolle nel Paese.

 

Addendum 2: sull'economicismo e l'«autonomia del politico»

Chi scrive non ha mai creduto all'ipotesi di un governo M5S-Pd. Questo per due motivi. Il primo è che un simile governo non avrebbe retto per più di qualche settimana. Il secondo è che si era capito fin dal principio come il niet di Renzi ad un governo con M5S fosse irremovibile.

La verità è che l'unico governo in grado di farcela - con mille difficoltà, diecimila contraddizioni e centomila pezzi d'artiglieria schierati contro - era il governo M5S-Lega. Non a caso il più voluto, quello ritenuto più "naturale" dalla grande maggioranza degli italiani. Al di là delle diverse considerazioni di merito, ogni altra maggioranza nascerebbe debole e destinata a vita grama. A qualcuno queste sembreranno banali note di buonsenso che nulla possono contro gli invincibili disegni delle oligarchie. Ma fortunatamente il mondo reale è assai diverso da quello immaginato da costoro. Sta di fatto che alla fine il governo M5S-Pd, quello che lorsignori avrebbero considerato come il loro "male minore", non è nato.

E non è nato anche perché Renzi, certo per motivi ben diversi dai nostri, si è messo di traverso. Una cosa che dovrebbe far riflettere chi ritiene che gli attori politici siano semplicemente pilotati da quelli economici. Ed invece, anche in questa schifosissima epoca del dominio delle oligarchie finanziarie, esiste ancora l'«autonomia del politico». Beninteso, un'autonomia limitata. Fortemente limitata ma non del tutto annullata, specie in un periodo così tumultuoso, dove i progetti delle èlite sono tanti, spesso contraddittori. In un contesto come questo i dominanti non hanno mai una sola linea, il che se da un lato li rende più forti (sempre meglio avere un piano b), dall'altro li rende più divisi. Attenzione dunque alle visioni economicistiche che pretendono di dedurre sempre gli sviluppi politici in base ai semplici desiderata dei poteri economici. Specie in tempi di crisi le cose sono generalmente più complesse. E la vicenda politica di queste ultime settimane ne è una discreta dimostrazione.

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