Cambiare i partiti non si può
di Pierluigi Sullo
Non avrei gran che da aggiungere all’articolo di Guido Viale riprodotto in questo sito. Mi pare che tracci con nettezza la differenza che c’è, o dovrebbe esserci, tra le intenzioni con le quali l’appello “Cambiare si può” è stato varato, un mese fa o giù di lì, e la “lista arancione” che il sindaco di Napoli e quello di Palermo, De Magistris e Orlando, con quel che resta dell’Italia dei Valori, probabilmente il Pdci di Diliberto e, come annunciano tutti i media, il magistrato Ingroia nella parte del “frontman”, si apprestano a lanciare in una manifestazione convocata a Roma il 21 di dicembre. Giusto un giorno prima dell’assemblea nazionale fissata da “Cambiare si può” fin dal suo incontro, a Roma, il primo dicembre.
Il tono dell’articolo di Viale dice che qualcosa non sta funzionando, nonostante le quasi 10 mila firme all’appello per una “lista di cittadinanza”. E questo qualcosa è il fatto che una iniziativa nata per cambiare i modi di presentare alle elezioni programmi e candidati, e i contenuti da promuovere, si scontra con lo stile di partiti e personaggi politici. Da una parte si vorrebbero escludere dalle candidature i “dinosauri” e stabilire nettamente che la partecipazione alle elezioni serve a ostacolare l’”agenda Monti”, cui il centrosinistra invece offre fedeltà; dall’altra si vogliono, come sempre, confermare o rinnovare i posti di deputato o senatore, e soprattutto proporre al Pd una qualche forma di alleanza.
La tensione è tanto alta che – dice il manifesto – Marco Revelli e Massimo Torelli, due dei promotori sia di Alba che di “Cambiare si può”, hanno scritto una lettera a Ingroia per chiedergli di non aderire a questo ostinato metodo con cui partiti o pezzi di partiti tentano soprattutto di confermare se stessi.
Non avrei gran che da aggiungere, salvo che questo esito era scritto fin dall’inizio, secondo me, e i promotori dell’iniziativa elettorale “di cittadinanza” non hanno voluto prenderne atto per tempo, illudendosi che i partiti, o quel che ne resta, avrebbero magicamente cambiato atteggiamento.
Nello scorso fine settimana si sono tenute decine di assemblee cittadine come quella milanese di cui parla Viale. Io sono andato a vedere quella romana, per cercare di capire. Mi pareva di aver letto, nella convocazione di questi incontri, che si trattava di capire prima di tutto se vi erano le condizioni per presentare una lista alle elezioni, che nel frattempo sono diventate molto più vicine: entro febbraio. E solo poi si sarebbe dovuto discutere come presentare questa lista. La domanda – fondamentale – è stata cancellata fin da subito, tranne che da Oliviero Beha, che ha esortato, invano, a considerare che quella aggregazione viaggia su due velocità: la prima è quella delle elezioni, a breve termine; l’altra è quella della “ricostruzione del paese”, così si è espresso, che comporta un tempo ben più lungo. E, ha concluso (riassumo con parole mie): piuttosto che bruciare tutto in una partecipazione al voto affrettata e minoritaria, meglio allora scegliere decisamente il lavoro sul tempo lungo. Come non avesse parlato. Subito ha preso la parola il segretario di Rifondazione di Roma, Fabio Alberti, che ha del tutto ignorato la possibilità di decidere che non ci sono le condizioni per partecipare alle elezioni – e per forza, un partito ha nel voto l’inizio e la fine della sua esistenza – e ha cominciato a dettare condizioni: nel simbolo elettorale ci deve essere la parola “sinistra”, il programma deve essere centrato sul “lavoro”, e così via. In sala, la maggior quantità di iscritti che Rifondazione poteva schierare.
Non so come siano andate le assemblee in altre città, spero meglio. Quella di Milano, dice Viale, molto meglio. Ma il punto è che non è più chiaro a cosa serva mettere insieme più gente possibile e puntare alle elezioni. Serve a quel che è scritto nelle intenzioni esplicite o nel programma in dieci punti (criticabile per vari versi, ad esempio per il fatto che non si dice una parola sulla crisi della democrazia rappresentativa, ma di sicuro non-montiano), oppure serve, come teme Viale, a fabbricare un taxi su cui far viaggiare la vecchia politica?
Questa domanda – insisto – si poteva porre già molto tempo fa. Mi spiace citarmi, ma è necessario al ragionamento. Alla vigilia dell’assemblea nazionale del primo dicembre, scrissi la mia rubrica sul manifesto (ora defunta), chiedendo ai promotori dell’appello se intendevano – semplicemente – porsi dentro o fuori del centro sinistra (dentro, aveva detto pochi giorni prima, sul manifesto, Luigi De Magistris). La domanda era posta con grande schiettezza, proprio perché – pensavo – se si vuole cambiare la politica bisogna prima di tutto cambiare il modo di nominare le cose. Il giorno successivo, sempre sul manifesto, uscì un articolo di Livio Pepino e Andrea Morniroli, in cui si poneva grosso modo la stessa questione, ma in modo indiretto (come dissi ad Andrea, un amico), per me troppo diplomatico. Curiosamente, sul sito di Alba – che riprende tutto quel che viene scritto sull’argomento – comparve l’articolo di Pepino e di Morniroli, il mio no, come invece era accaduto tutte le volte che me ne ero occupato. Una disattenzione, pensai, o un riflesso eccessivo di prudenza (inutile, perché quel che scrivo io non conta nulla), visto che all’assemblea del primo dicembre De Magistris sarebbe intervenuto come uno dei padri fondatori dell’”arancione”.
Già, potrebbe dire qualcuno, perché rifai così minuziosamente (e, va da sé, da un punto di vista parziale) le vicende di una cosa cui non partecipi? Sì, quando mi fu proposto di sottoscrivere quell’appello, io dissi “no, grazie”. Sostanzialmente perché penso che le elezioni siano un gioco truccato già da un paio di decenni (quelli del berlusconismo e della “seconda repubblica”) e che siano oggi doppiamente truccate, perché il sistema di marketig elettorale riuscirà sì alla fine a produrre un “premier”, ma nel frattempo quel che lui e un nuovo governo dovranno fare è già stato deciso altrove: alla Commissione europea, alla Banca centrale europea, al Fondo monteario, soprattutto nei misteriosi “mercati”, quelli che usano lo “spread” come un manganello.
Perciò trovo bizzarre affermazioni come quella che il manifesto, in una cronaca di qualche tempo fa, attribuì a Massimo Torelli (e mi scuso con Massimo se la citazione è sbagliata, la uso solo come esempio), per cui “se non avremo rappresentanti in parlamento, il pensiero unico avrà definitivamente vinto”. Ma vi pare? Il pensiero unico ha già vinto in ben altri livelli del potere europeo e globale.
E d’altra parte, anche se in parlamento vi fossero dieci, venti deputati o senatori genuina protesi di movimenti e comitati, reti e aggregazioni sociali e cittadine, cioè la sola politica che esista in Italia, anche questo non servirebbe a molto. Certo, ci sarebbero testimoni e osservatori di manovre come quella che riduce a 100 milioni lo stanziamento per le università pubbliche e allo stesso tempo ne attribuisce centinaia alla Tav in Val di Susa, e voci per dirlo anche dall’interno delle istituzioni. Ma la domanda è: a quale costo? Metter piede nel Risiko del marketing elettorale e degli interessi particolari di questo o quel partito o gruppo o lobby o individuo aggrappato al suo ruolo (o desideroso di conquistarlo), la giostra della televisione e dei sondaggi, la richiesta ossessiva di “leader” e “candidati premier” da parte dei media, degli altri politici e persino della legge elettorale attuale, insomma tutto il circo che vediamo ciclicamente organizzare i suoi spettacoli, tutto questo quanto costa? Quanto espone a delusioni, a tentazioni, a rotture, e soprattutto quante energie sottrae alla sola azione politica che cambia davvero il paese – a lungo termine, dice Beha, ma io direi in modo sostanziale – ossia la resistenza all’aggressione della finanza e la messa in pratica, ovunque possibile, di quel che sappiamo già che va fatto, si chiami “conversione ecologica” o “decrescita”, “cura del territorio” o “nuovo welfare”, e così via? Hanno cambiato più cose, in Italia, l’elezione di “girotondini” al parlamento o il movimento No Tav e tutti i No Tav d’Italia, che hanno fra molte altre cose saputo agire sui livelli istituzionali più prossimi, i comuni, talvolta conquistandoli? Magari, disintossicandosi dal gioco di luci e suoni delle elezioni, mi dico da tempo, si riuscirebbe più facilmente e rapidamente a fare quel che molti invocano: più coordinamento dei movimenti sparsi ovunque, più ricerca e proposta culturale, più ciurcolazione delle informazioni, più democrazia nel modo stesso di ricostruire la società, ecc.
Però è anche vero che un secolo e mezzo di democrazia rappresentativa, con le attese e le speranze che questo ha stratificato nella coscienza comune e nei movimenti dal basso, non si cancella da un giorno all’altro. Così, mesi fa, all’inizio di ottobre, proposi ai miei amici di DKm0 una discussione sulla partecipazione alle elezioni, appunto, e su come arrivarci. In sostanza, dicevo che se proprio si considerava indispensabile cercare di mandare in parlamento qualcuno che provenisse dalle reti di cittadinanza, si sarebbe potuto rovesciare il procedimento: invece di un’iniziativa “nazionale” e dall’alto, come ad esempio un appello, si sarebbe potuto porre il problema luogo per luogo, territorio per territorio, e a ciascun gruppo sociale in movimento (come gli studenti o i ricercatori o i precari). Diciamo, una sorta di elaborazione dal basso, dai luoghi autentici della democrazia insorgente (come diciamo noi di DKm0), partendo dai quali poi ci si sarebbe potuti “federare” in una “lista nazionale”. Questo non avrebbe garantito del tutto dai cattivi costumi e dalle intromissioni dei partiti, ma avrebbe per lo meno proposto da subito uno stile differente.
Ne nacque una discussione abbastanza vivace, nella quale le opinioni erano fondamentalmente due: lasciamo perdere le elezioni; sarebbe bello ma non si può fare, non ci sono le condizioni ecc. Mi colpì in particolare la replica della mia amica Chiara Sasso, valsusina No Tav, che scrisse: “… potrebbe essere una buona idea ma la sento totalmente impraticabile per mille motivi, se perfino Alba che pure ha messo insieme molte ‘intelligenze’ non riesce a decollare, se gli amministratori dei comuni virtuosi che guardano alla Costituente ecologista non riescono a ‘parlarsi’ con Alba ecc. Partire da capo/ripartire con una nuova proposta, nuovo soggetto politico, la vedo davvero dura per mille motivi… Insomma a naso non vedo neppure proponibile qui da noi una cosa del genere (a parte il volume di lavoro che ci starebbe dietro), siamo condannati (me ne rendo conto) ad un periodo senza speranza almeno sul piano elettorale”. A parte il fatto che solo sentire l’espressione “soggetto politico” mi provoca eruzioni cutanee e invece immaginavo una sorta di “federazione comunale”, apprezzai il realismo di Chiara, di cui conosco la profonda onestà intellettuale. Perciò un paio di mesi dopo mi chiesi perché comparisse tra i promotori dell’appello “Cambiare si può”: cosa era successo, nel frattempo? Che quell’altro metodo funzionava meglio? Che erano rinate speranze “sul piano elettorale”?
La verità, credo, è che siamo tutti molto turbati da quel che accade, e non vogliamo rassegnarci alla constatazione che la democrazia che abbiamo fin qui conosciuto è finita. Per lo meno, è stata “commissariata”, come dice Mario Pezzella. E quando dico noi intendo principalmente una generazione che è nata nell’ambiente creato dalla Costituzione repubblicana (nella misura in cui è stata applicata davvero, beninteso), gente non giovane, disillusa ma non arresa, ossia il grosso dei partecipanti alle assemblee di Alba e di “Cambiare si può”. Gente che si definisce in molti modi (comunisti, ciascuno a suo modo, di sinistra, altermondialisti, qualcuno come me zapatista, o basilarmente cittadini) e che non vede – perché non c’è – il nesso tra la lotta per l’acqua pubblica, per la politica rifiuti zero o consumo di suolo zero, contro l’uso capitalista delle energie rinnovabili, e molti eccetera, da una parte, e, dall’altra, la “sintesi” nazionale, lo “sbocco” elettorale e politico. E non c’è, questo nesso, perché i due piani non si incrociano, visto che alludono a forme di democrazia e di civilizzazione differenti, storicamente, dal punto di vista economico, sociale e politico. E ambientale.
Io non so come andrà a finire questa vicenda: o se ne impadroniscono i partiti, o si fanno due “liste arancioni”. Ma forse, prima di sentirsi sconfitti e delusi per l’ennesima volta (e spero che non sarà così, che una “lista arancione” genuina prenda un mucchio di voti e porti una pattuglia in parlamento, perché è meglio ci siano persone così e non solo la banda di mentitori, oligarchi e malversatori che oggi occupano le istituzioni), si potrebbe cavare qualche lezione. Per le prossime elezioni o, meglio ancora, per la nostra comune vita di ogni giorno.









































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