
Berlusconi è un pericolo estremo. Serve un sussulto dei democratici
di Alberto Burgio
Una sentenza della Corte costituzionale è un atto giuridico, non politico. Che può tuttavia avere serie conseguenze politiche. Cominciamo da qui.
Sulla base del ricorso presentato da alcuni magistrati, la Corte ha svolto un ragionamento geometrico. Il Lodo Alfano contraddice un principio materiale (il principio di uguaglianza, scritto nell’articolo 3 della Costituzione) e, per ciò stesso, anche un principio formale (che impone il ricorso a una legge costituzionale, in caso di deroga a uno o più principi scritti in Costituzione).
Eccepire di fronte a questo sillogismo è certo possibile ma è solo un tributo a interessi di parte. E comunque è ormai del tutto inutile. Per nostra fortuna la Corte ha deciso, cassando la legge. Punto e a capo.
Le conseguenze politiche di questa decisione possono e debbono essere profonde. Cozza contro un ostacolo insormontabile una strategia eversiva dispiegatasi durante l’intera parabola politica di Silvio Berlusconi. Viene al dunque uno scontro la cui posta in gioco non è l’orientamento politico di un esecutivo, ma la forma stessa del governo, la logica del rapporto tra governanti e governati, tra potere e cittadinanza.
Questo è il punto, al di là del fatto che motivo determinante dell’azione eversiva del capo della destra sia la volontà di difendere, con tutti i mezzi, i propri interessi economici e un enorme patrimonio accumulato grazie a protezioni politiche e a collusioni col malaffare. E al di là del fatto, anche, che tra questi mezzi figuri uno strapotere mediatico (videocratico) di per sé incompatibile con il buon funzionamento di un regime democratico.
Com’era previsto, Berlusconi ha reagito alla sentenza della Corte con inaudita violenza. I suoi insulti hanno colpito le massime autorità istituzionali della Repubblica, compreso il Capo dello Stato. La Consulta è stata raggiunta da accuse infamanti, accompagnate da un corteo di minacce. Non è una novità, anche se si tratta di fatti gravissimi, poiché l’insulto alle istituzioni, soprattutto se pronunciato da chi ricopre alte funzioni pubbliche, mina alle radici la loro autorità e credibilità. Non è una novità, ma è certo il segno di un pericolo divenuto ormai estremo.
Sino alla settimana scorsa, la scena politico-mediatica era segnata da alcuni fatti, che oggi stanno sullo sfondo: la penosa vicenda delle notti brave di Berlusconi, con il corteo delle sue risibili giustificazioni; la guerra contro i giornalisti e le testate indisciplinate, culminata nella lista di proscrizione stilata in puro stile piduista dall’on. Cicchitto; lo scontro fra Tremonti e le grandi banche, a copertura del disastro di una mancata politica economica, che lascia il Paese (chi campa di salario, di stipendio o di pensione) senza difese contro la recessione. Poi, negli ultimi giorni, due bombe hanno sconvolto una situazione già molto instabile.
Prima è arrivata la pesante condanna di Berlusconi per la corruzione del giudice che decise a favore della Fininvest lo scontro con De Benedetti per il controllo della Mondadori (una sentenza tanto più pesante in quanto preceduta dalla condanna, lo scorso febbraio, dell’avvocato Mills, falso testimone su mandato della Fininvest che lo aveva corrotto a questo scopo). Poi è entrata in scena la Consulta, chiamata a giudicare della costituzionalità del cosiddetto Lodo Alfano, per mezzo del quale Berlusconi è sin qui riuscito a tenersi alla larga dalle aule di giustizia.
Come sempre dal ’96 a questa parte, la reazione del presidente del Consiglio è stata rabbiosa e minacciosa, al punto di indurre qualche giornale ad evocare pericoli di golpe. Di certo, il passato (e, a sentire Licio Gelli, anche il presente) piduista di Berlusconi non è una credenziale di lealtà costituzionale, e non lo è nemmeno la presenza ai vertici del suo partito di altri membri della P2. Fatto sta che i proclami e gli insulti di queste ore suonano inequivocabili, e segnano un salto di qualità rispetto ai precedenti attacchi rivolti agli avversari e ai poteri sottratti al suo controllo.
Silvio Berlusconi rappresenta un grave pericolo per la tenuta del nostro sistema democratico. Non tenere presente questo dato di fatto sarebbe, nell’attuale frangente, l’errore più nefasto. Egli ha già fatto molto, grazie a un’enorme rete di complicità politiche ed economiche, per devastare l’Italia e renderla simile a lui nel disprezzo della legalità e nella pratica della prevaricazione. Oggi è colpito duramente, ma non si rassegna a uscire di scena. È un uomo disperato, che tuttavia dispone ancora di un enorme potere. Non si dimetterà, finché disporrà ancora di una maggioranza parlamentare. Al contrario, farà di tutto pur di rimanere in sella e travolgere quanto ostacola le sue mire totalitarie.
La sorte di Berlusconi dipende in larga misura dalle forze che potrebbero abbandonarlo. Purtroppo lo stesso non si può dire con altrettanta certezza di un’opposizione debole e inefficace, non di rado incline ad assecondarne, nei fatti, le decisioni. Se, dopo ogni esperienza di governo del centrosinistra, Berlusconi è stato, nonostante tutto, puntualmente rieletto, non ci si può limitare a denunciare le sue responsabilità. Oggi l’on. Franceschini si cosparge il capo di cenere per la mancata legislazione in tema di conflitti di interesse. Fa senz’altro bene, benché il discorso dovrebbe riguardare anche la decisione, nel ’94, di non applicare a Berlusconi la normativa sulla ineleggibilità, inaugurando una fase di drammatica regressione politica e morale e precipitando il Paese verso una devastante avventura. Ma il punto è ancora un altro.
La destra prende i voti perché da quindici anni l’altra parte politica, quando vince e governa, non cambia nulla rispetto alle sue politiche: nulla per quanto concerne il diritto di essere rappresentati nelle istituzioni fuori dalla gabbia del bipolarismo; nulla per contrastare le degenerazioni oligarchiche della classe dirigente; nulla, soprattutto, per tutelare i diritti del lavoro e rispondere ai bisogni di chi ha difficoltà a sbarcare il lunario. Lo strapotere mediatico di Berlusconi è l’arma vincente perché quando mancano le cose concrete (o – peggio – accadono fatti incresciosi come l’assenza dei deputati Pd che ha permesso l’approvazione dello scudo fiscale), anche le sole parole bastano a illudere. Se oggi il Paese è sull’orlo di un precipizio, non è colpa soltanto di Mr. Hyde, ma anche di chi si comporta come il suo subalterno alter ego.
È giunto il momento di porre fine a questa situazione. Sia pur tardivamente, le forze democratiche debbono avere un sussulto di responsabilità. Debbono trovare il modo di rispondere unitariamente al pericolo che sovrasta la democrazia italiana. E debbono lavorare per dare vita a una stagione di garanzia costituzionale, che sani la patologia dei conflitti di interesse e cancelli una legge elettorale liberticida, chiudendo la sciagurata parentesi della cosiddetta Seconda Repubblica. Il Paese se lo aspetta. Se lo aspettano il mondo del lavoro, il mondo della cultura, i giovani lasciati senza prospettive da una classe dirigente egoista e miope. Anche questo dicono i metalmeccanici della Fiom con una lotta che irrompe nello spettacolo politico a rammentare la drammatica condizione del lavoro dipendente, resa intollerabile dalla violenza della crisi. Ciascuno faccia la propria parte per restituire all’Italia la dignità perduta.









































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