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Gli strateghi

di Alberto Burgio

«Qualcuno ricorda, per caso, il dalemone?». Così qualche mese fa concludemmo, tra il serio e il faceto, un articolo sull’enigma della mancata opposizione democratica al governo. Gli eventi delle ultime settimane, dal caso Puglia al rinnovato «dialogo sulle riforme», all’attrazione fatale del Pd per Casini, sono solo l’ennesima conferma che il dalemone non è una boutade partorita dalla fertile fantasia di Sabina Guzzanti. È il nome di una strategia di convergenza verso il campo moderato perseguita con coerenza dai vertici del Pd (come già dalle forze politiche da cui è sorto) nell’arco di un ventennio. C’è, sì, un’oggettiva divisione della politica in due campi, ma se stiamo all’essenziale (l’alternativa tra conservazione e trasformazione della forma sociale) sembra purtroppo inevitabile concluderne che il Pd muove con determinazione verso il campo delle forze conservatrici.

Non è identico al Pdl, come i democratici americani non sono identici ai repubblicani. Non fa riferimento allo stesso insieme di soggetti e interessi (la grande industria e il capitale finanziario non sono la piccola e media impresa). Ma persegue un disegno di «modernizzazione», fondato sulla centralità dell’impresa e del mercato e sulla riduzione della politica ad amministrazione, in larga misura sintonico a quello della destra. Prenderne atto è, ogni giorno di più, indispensabile.

Se questo quadro dovesse apparire semplicistico, si pensi al ricco catalogo delle «riforme» condivise realizzate nell’arco di un quindicennio sul terreno delle politiche sociali (tagli del welfare e criminalizzazione dei migranti), del lavoro (concertazione e precarizzazione), della politica economica (privatizzazione di risorse, imprese e servizi), delle istituzioni (federalismo, presidenzialismo, bipolarismo coatto), della politica estera («guerre democratiche» e costituzionalizzazione europea del neoliberismo). Questa lunga esperienza di «alternanza nella continuità», come la chiama il ministro Sacconi, è il presupposto implicito degli appelli del Capo dello Stato a por mano a nuove «riforme» in un clima di coesione. Quando dei dirigenti del Pd si parla come di «strateghi delle nostre sconfitte», tale definizione va dunque presa alla lettera, sapendo che il possessivo è la parola-chiave. Noi – il lavoro dipendente, il mondo del precariato e del sommerso, le masse subalterne, la sinistra critica – abbiamo subito sconfitte pesanti. Loro hanno alacremente lavorato al proprio progetto di «modernizzazione». Che non è soltanto ideologia, ma anche costruzione di un vasto sistema di potere e di una corposa rete di interessi e di clientele.

Non c’è di che menare scandalo. Si è certamente trattato di una gigantesca operazione trasformistica, ma non di un caso isolato. Anche nel nostro Paese si è verificata la regressione neoliberale della sinistra moderata che, studiando i casi inglese e tedesco, Giuseppe Berta ha definito «eclisse della socialdemocrazia»: tutto qui. Si capisce che si resista a prenderne atto, difendendo i rassicuranti schemi antichi e scambiando per divergenze strategiche la rissa politica quotidiana. Non è facile, e spaventa, riconoscere che la storia del Pci è stata realmente cancellata e che un enorme campo di forze progressive è stato sradicato di sana pianta. Oltre a ciò, che il bipolarismo abbia blindato la più grande e solida coalizione centrista della storia repubblicana è un paradosso che può disorientare. Resta il fatto che è sempre più urgente guardare in faccia la realtà. Solo dopo avere aggiornato la carta geografica della politica italiana sarà dato comprendere che l’unità di tutte le forze che non rinunciano all’orizzonte della trasformazione è ormai davvero questione di vita o di morte. E che ogni giorno trascorso a contemplare le vecchie mappe è speso invano e potrebbe costare assai caro. Verrà poi, se ve ne saranno le condizioni, se servirà a battere questa destra eversiva, fascistoide e razzista, il tempo delle alleanze. Ma oggi è il momento della consapevolezza, che, come direbbe il nostro Gramsci, è sempre rivoluzionaria.

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