
Chi muore giace, chi vive non si dà pace
di Augusto Illuminati
Clinicamente, afflitto da sindrome bipolare (oscillazione fra depressione ed euforia), con fissa per intrighi e servizi segreti. Politicamente, un fallito nei grandi progetti, con tratti criminali nella gestione repressiva degli eventi che sfuggivano al suo controllo. Questo fu Cossiga, cui togliamo le alterazioni grafiche per quella carità che il defunto non osservò nei confronti di Giorgiana Masi, quando ne attribuì l’assassinio a colpi vaganti sparati dai suoi compagni. Una delle tipiche rivelazioni menzognere, di cui (insieme alle tardive smentite) ha disseminato la scena giornalistica italiana nella sua inutilmente lunga vita. Gli elogi postumi di D’Alema, suo compagno di merende in Kossovo, e di qualche ex-terrorista in cerca di visibilità, lo definiscono meglio dell’unisono coro commemorativo bipartisan, venato peraltro di un certo sollievo. Non ci sarebbe molto da dire sul suo protagonismo minore rispetto ai veri leader della I Repubblica –De Gasperi, Fanfani, Vanoni, Mattei, Moro, Togliatti, Craxi– se intorno a lui non si fosse costruita una leggenda metropolitana, involontariamente alimentata anche dalla legittima indignazione per le sue pratiche poliziesche e di dossieraggio. Paolo Guzzanti, sì quello dell’affare Mitrokhin ma che trattiene un po’ del dna dei figli, ha scritto che Cossiga di servizi segreti non capiva un tubo.
Giudizio esatto, anche se Guzzanti è quello che in manicomio smaschera tutti coloro che si credono Napoleone affermando che il vero Napoleone è lui. Molti continuano infatti a ritenere che il logorroico Presidente Emerito fosse depositario di chissà quali segreti e che magari se li sia portati nella tomba. In realtà Cossiga fu uno 007 immaginario e i suoi misteri si riversarono diritti negli archivi di Dagospia: un flusso di pettegolezzi, vociferazioni, ritrattazioni con strizzate d’occhio, omertose insinuazioni, calunnie: di volta in volta furono piazza Fontana, il sequestro Moro, Ustica, la stazione di Bologna, le trame di Gladio. Una storia d’Italia svilita a complotto, in cui il Gatto Mammone si atteggiava a Fouché come se la lotta di classe, con le distorsioni terroristiche, non esistesse e ogni cambiamento si risolvesse in intrighi di palazzo, congiure internazionali, astuzie sopraffine. Al punto che la rivelazione delle rivelazioni rivelò quanto era evidente: che dietro alle Brigate Rosse non ci fosse nessun burattinaio occulto, ma solo capacità organizzativa e stupidità strategica. Solo Morucci, infatti, ha intonato un grato requiem per reciproco riconoscimento.
Più in generale smettiamola con le dietrologie: dalle stragi (tranne qualche dettaglio) agli affari sporchi di Verdini e Bertolaso tutto se ne sta in bella vista, almeno dal punto di vista politico se non giudiziario. I misteri infiniti italiani non sono affatto tali, semmai misteriosa è la capacità di sopportazione di un Paese devastato e sfibrato, che si diletta con piduismi, terzi livelli della mafia e simili, quando basterebbe consultare la Gazzetta ufficiale e gli indici economici per capire dove andiamo a parare. Occorre davvero rimuovere segreti di Stato per sapere cosa è successo a Genova, quanto la Cia controlli i servizi italiani, quali affari (con palese ira degli Usa) intessa Berlusconi con Putin e Gheddafi? Occorre “fare luce”, come implorava il Pci negli anni ’70-80, o evocare un salvatore, come è d’uso adesso? Che avanzi smascherando i malvagi e facendo tintinnare le manette, in stile Il fatto? Una concezione operettistica di storia e politica complementare a quella che va in scena a palazzo Grazioli, con rivelazioni e intercettazioni contrapposte al vulcano che erutta fra i cactus di villa Certosa. Meno efficace, purtroppo, per lo scarto di audience fra stampa e televisione, comunque su un terreno mediatico in cui l’originale è preferito alla copia.
Per ragioni analoghe l’impostazione istituzionale e legalitaria della dissidenza finiana e del moderatismo centrista rischia di non reggere alla bufera populista scatenata da Berlusconi e alle campagne diffamatorie dei suoi killer. Qui risulteranno decisivi, piuttosto, gli effetti e i ritorni della crisi economica e il pressing americano e vaticano, che richiedono però tempi più lunghi –donde la tendenza delle opposizioni a evitare o rinviare il voto anticipato. Lo stallo parlamentare e la paralisi governativa rischiano per un verso di esporre l’Italia agli stessi attacchi speculativi che si avrebbero in caso di scioglimento delle Camere, per l’altro di soffocare proteste e lotte di massa, incanalate nella falsa dialettica di uno scontro tripolare (quadripolare con la Lega) sotto la retorica ufficiale del bipolarismo. Non calano solo in parallelo i consensi di PdL e Pd, ma ansimano anche i movimenti o finiscono sotto la cappa viola di Di Pietro e De Magistris. Il tormentone sull’emergenza nazionale, al solito, è una potente arma di distrazione di massa.
Il bello è che, al contrario, solo facendo leva su movimenti orizzontali e molecolari è possibile sparigliare la dinamica verticale e paralizzata dei tre blocchi di destra, centro e sinistra e l’oscura manipolazione del voto cui tali schieramenti tendono. Non solo, infatti, Berlusconi gioca la carta azzardata dell’appello alla pancia del popolo con toni fra il costituente presidenzialese e il caimanesco (il traditore Fini che mangia i bambini, gli “squadristi” di Verdini a vigilare sugli scrutini), ma Casini sbandiera la demagogia del voto utile moderato per arrestare la marcia del tiranno e Bersani, per forza subalterno, si accontenterebbe di far fuori il rivale Vendola, minimizzando nel contempo Veltroni e D’Alema dentro il Pd e Di Pietro fuori. Tutti (tranne Bossi, il silenzioso sodale Tremonti e in parte Di Pietro) sono però incerti sui risultati di una consultazione a brevissima scadenza e mirano a rinviare di fatto il voto almeno sino a primavera, con calcoli diversi e sperando nel frattempo di logorare avversari e alleati (Bossi e Di Pietro). Il «lapalissiano» ultimatum del 20 agosto, la finto-mansueta ricezione finiana e il successivo ricarico ne sono chiari indici, mentre la delusa Lega cercherà compensazioni facendo la faccia feroce con gli immigrati, a parodia di Sarkozy. Non mancherà neppure la sceneggiata di profferte berlusconiane di allargamento della maggioranza a Casini per sostituire i finiani, destinate a un rapido rientro per non irritare la Lega. E così via per tutto l’autunno-inverno.
Per cominciare a uscire fuori dalla palude serve un po’ di tempo (l’unica ragione per non precipitarsi alle urne subito) ma soprattutto bisognerebbe usarlo per destrutturare una sinistra troppo debole per giocare la partita parlamentare, abbastanza imbalsamata per frenare le lotte sindacali e studentesche, per impedire una ricomposizione delle resistenze precarie. Parliamoci chiaro: qui non è discorso sulla proletarizzazione, ma in prima battuta sul dissolvimento del ceto medio –fenomeno, d’altronde, diffuso anche nel resto d’Europa e negli Usa, affare di blue e white collars mischiati, non livellati tanto meno alleati. Nella generazione precaria, che ancora per poco vive su redditi parentali di origine eterogenea, la diversità dei livelli di partenza tende a confondersi e ben presto diventerà indistinta con l’esaurimento del tesoretto pensionistico. L’offensiva neoliberista ha prima disintegrato lo Stato sociale e il sistema fordista di relazioni industriali per poi investire il ceto medio, recuperando consenso nel primo caso mediante suggestioni securitarie e xenofobe, nel secondo seminando illusioni di tipo assicurativo e finanziario (ideologia delle partite Iva e dei fondi pensionistici privati). Modificare scelte di disperazione o il rassegnato astensionismo facendo leva sul rimescolio di elementi della politica politicante sarebbe una proposta grottesca o un’esercitazione scolastica tipo il «governo di ricostruzione democratica» di Asor Rosa: l’unica risposta politica forte, al di là di marginali decisioni tattiche, è investire su movimenti correttivi di lunga durata, proprio traendo vigore dal declino strutturale del neoliberismo collegato a una prolungata irreversibilità della crisi. Una proposta-bandiera quale il reddito di cittadinanza, tanto per fare un esempio, lavora in questa direzione, traversando condizioni sociali di diversa provenienza e non configurandosi come l’integrazione parrocchiale del solo minimo salariale –la Speenhamland Law, 1795, cara al keynesiano Polanyi. Il rigetto dell’anti-intellettualismo di Stato e l’autoriforma dell’Università ne sono l’equivalente culturale, cioè il rilancio del lavoro cognitivo contro il suo sequestro finanziario, contro il dispositivo della rendita quale enclosure e svalorizzazione.









































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