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Una discussione sull’immigrazione

Su cosa vale la pena insistere

di Alessandro Visalli

immigrati id23431Ai piedi del post “Circa Emiliano Brancaccio “La sinistra è malata quando imita la destra”, ripreso da Sinistra in Rete con un titolo lievemente diverso, precisamente sotto quest’ultimo Fabrizio Marchi, direttore de L’interferenza, ha postato il seguente gradito commento:

“Partendo dall'ultima affermazione contenuta nel'articolo, se è vero che non si possono aiutare gli ultimi ad esclusivo danno dei penultimi, è altrettanto vero che non si può fare la guerra agli ultimi per "difendere" i penultimi …

Ergo, è necessario un lavoro molto paziente, lungo e difficile per spiegare sia agli ultimi che ai penultimi che le cause della loro condizione non sono determinate da loro stessi ma da altri, cioè dai veri padroni del vapore che hanno interesse a che ultimi e penultimi siano in competizione e si facciano la guerra. Mi rendo conto che è un lavoro lunghissimo e che non porta risultati immediati, però non c'è alternativa. Resto convinto che l'immigrazione sia solo un effetto, o uno degli effetti, del processo di espansione planetaria del capitalismo (quella che viene chiamata globalizzazione, processo in realtà in corso da secoli e oggi giunto alla sua fase apicale) e che quindi la riduzione dei salari e il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori autoctoni sia solo in modesta parte determinato dalla presenza di lavoratori immigrati. Le cause principali sono altre. La sconfitta storica del Movimento Operaio e della Sinistra nel suo complesso e il crollo del socialismo reale, hanno tolto di mezzo ogni ostacolo al capitalismo che è da trent'anni all'offensiva (dicasi guerra di classe, ma dall'alto) senza più nessun ostacolo. Per non parlare della guerra imperialista permanente in cui ci troviamo... Insistere, a mio parere, su questo tema dell'immigrazione (di fatto diventato il punto centrale dell'analisi di molti compagni) è secondo me ideologicamente e politicamente depistante”.

Intendo prendere sul serio questa obiezione, cioè di prenderla per quel che merita.

E la leggerò a partire da tre post dello stesso autore, che aiutano a comprendere l’insieme della sua complessa posizione:

1- A proposito di depistaggi ideologici. L’immigrazione, del 1 aprile 2017;

2- L’immigrazione: le cause, le soluzioni e i depistaggi, del 13 luglio 2017;

3- Profughi sgomberati a Roma: partita la campagna elettorale del governo, del 26 agosto 2017.

Partiamo dal primo articolo su L’Interferenza.

La prima frase determina buona parte dello sfondo della divergenza tra le nostre posizioni: “l’impatto reale del fenomeno dell’immigrazione sulla vita concreta della stragrande maggioranza dei cittadini italiani è scarsissimo”, precisamente lo è (e qui si nasconde il diverso senso di urgenza politica) “nonostante quello che il versante di destra dei media e delle forze politiche di ‘sistema’ vorrebbe farci credere”. Per Marchi, insomma, fa premio su ogni altra considerazione l’urgenza di porre un argine al tentativo, che riconosco esistente ed anche altamente pericoloso, del ‘populismo di destra’ (e di quello ‘dall’alto’, cioè di sistema) di funzionalizzare per i propri scopi di deviazione e controllo sociale (cioè di “depistaggio”, il termine chiave) la rabbia sociale che si accumula per il tradimento delle promesse del liberismo.

Dunque per ostacolare tale progetto bisogna ricondurre l’argomento della controparte a quel che è: un’unilaterale esasperazione di fenomeni locali. In questo senso l’impatto reale e concreto (ovvero quello quantitativo, materiale) sulla vita della grande maggioranza è scarso. Io direi anche altro, è positivo.

La stragrande maggioranza degli italiani vede gli immigrati solo quando fanno i camerieri, o i giardinieri nelle case di qualche amico, magari pensionato, e li vede quando gli servono il caffè al bar, oppure quando questi attraversano le strade delle nostre città. Certo anche, come scrive, quando vendono senza alcun fastidio piccoli oggetti a margine delle nostre vite, magari consentendo a nostro figlio di cambiare la cover del telefonino ogni settimana con poca spesa, oppure quando lavano i vetri delle macchine (nella mia città con molto garbo ed educazione). Come dice l’autore dunque la nostra posizione di osservazione, la sua e la mia, è di un piccolo borghese urbano (lui a Roma, io a Napoli), con media cultura, mezz’età e nessuna interferenza economica con loro. In effetti neppure positiva.

L’articolo di Marchi spende tutta la prima parte a illustrare le relazioni con queste persone già inserite nella vita sociale ed economica del paese (il fruttivendolo, ad esempio), come io potrei parlare dell’esercente di ristorazione da strada algerino, altrettanto interessante quanto a conoscenza e cultura del paese di provenienza. E ne conclude che in questa condizione è la “stragrande maggioranza della popolazione italiana”, in quanto la grandissima parte delle persone sarebbero in condizione di media dotazione economica e condizione di lavoro e vita non confliggente per le stesse risorse alle quali vogliono avere accesso gli immigrati di nuova introduzione, durante il percorso di integrazione (che, anche per le ragioni di cui darò conto in un prossimo post, deve essere quanto più spedito possibile).

Lo riporto:

“Mi sento realisticamente di affermare che nella mia condizione si trova la stragrande maggioranza della popolazione italiana (non essendo il sottoscritto un ricco borghese ma una persona di condizione sociale normalissima come appunto la grandissima parte delle persone). Che poi l’onestà intellettuale difetti in molti è un altro discorso. E allora, a quel punto, possiamo anche inventarci che la presenza degli immigrati crei condizioni di disagio insopportabili oppure che sia la ragione prima del nostro malessere. Ma è una balla”.

Ora, è certamente una balla in questi termini. Ma, purtroppo, la “grandissima parte delle persone” non è da tempo più nelle condizioni da classe media più o meno agiata che il nostro amico descrive. E comunque anche lo fosse, e non lo è, le ragioni del nostro malessere sono che scivola verso condizioni peggiori. Scivola, qui vorrei ricordare uno per tutti il libro di Bagnasco, non certo per colpa dell’aumento della concorrenza verso il basso creato dall’espansione della offerta di lavoro debole; ma neppure senza che questa, su alcuni, abbia materiale effetto.

Ecco le cause per Fabrizio Marchi: “la precarizzazione del lavoro, l’estrema difficoltà nel trovarlo, la perdita di ogni potere contrattuale dei lavoratori sul proprio luogo di lavoro, il carovita, le tasse, la sanità sempre meno pubblica e sempre più privatizzata, la ‘buona’ scuola che diventa sempre più ‘cattiva’, il traffico che ci obbliga a trascorrere ore al giorno per andare e tornare dal lavoro, il degrado ambientale e urbanistico (tanta gente vive ammassata in alveari inumani), oltre ad una condizione complessiva di miseria esistenziale, psicologica, culturale e spirituale ancor prima che materiale”.

Le prime tre le ho messe in corsivo perché sono quelle più pertinenti alla nostra piccola (davvero piccola, più che altro una differenza di angolo visuale) divergenza: la causa è l’indebolimento del lavoro. Di seguito, infatti, viene citata quella che è la mia principale attenzione:

“La presenza degli extracomunitari, oltre ad essere utilizzata per tenere basso il costo del lavoro e a fungere da ricatto sui lavoratori autoctoni (questo invece è un impatto reale, ma non è creato dagli immigrati bensì dalla struttura intrinsecamente contraddittoria del sistema capitalista che da sempre ha comunque necessità di un esercito industriale di riserva…), assolve ad un’altra funzione, quella cioè di costituire una massa di persone di “serie B” che si trovano al di sotto di noi nella scala sociale. In questo modo anche il post ex proletario lobotomizzato, “consumistizzato” e “populistizzato”, privo di ogni coscienza politica e di classe, ridotto a melassa umana, quella che passa le domeniche nei mega centri commerciali, bivacca al bar sotto casa o si impasticca il venerdì sera in qualche discoteca di periferia, può ben dire di avere qualcuno sotto di lui nella gerarchia sociale. Per la serie: ”Non sono proprio l’ultimo degli ultimi, perché c’è chi sta ancora un gradino al di sotto del mio”

E’ strano come si possa produrre un’obiezione e dichiarare quindi un dissenso quando si è del tutto d’accordo, riporto uno stralcio di uno dei miei post sul tema “Poche note sulla questione dell’immigrazione ”, che aveva carattere in parte programmatico:

Aggrava il problema [posto dall’immigrazione] la creazione di due distinte ma connesse economie politiche reciprocamente rovesciate:

- da una parte i nostri settori produttivi (ma anche la piccola e media borghesia, con la sua domanda di servizi di cura a basso costo), creano una costante domanda di “forza lavoro” debole e disciplinata che riadatta verso il basso la struttura dei costi, e la remunerano a dei livelli che sono bassi rispetto al contesto locale, ma alti rispetto a quello di provenienza; creando le condizioni per una trasmissione di surplus che alimenta indirettamente (e forse anche direttamente) la seconda. Ciò induce quindi nella prima, ovvero in una economia lontana dal pieno impiego (con buona pace del ‘tasso naturale di disoccupazione’ inventato da Milton Friedman), effetti di aggiustamento regressivi, abbassamento degli investimenti, creazione di settori a bassi salari altamente inefficienti, freno all'innovazione.

- Dall’altra l'economia politica della emigrazione determina, sulla base di un flusso derivante dal surplus sopra ricordato (per via di anticipazione o per via di trasferimento), un’intera catena di agenti con caratteristiche relazioni economiche e politico-sociali tra di essi. Ovvero la creazione di lunghi network che si diramano dalle coste nord verso l'Africa profonda, o il medio oriente, specializzati nell'estrazione di valore dai migranti stessi e indirettamente dagli Stati di destinazione. Alla fine, questo che può apparire come un effetto, finisce per divenire esso stesso una delle cause del fenomeno.

D’altra parte, anche considerando tutto quanto sopra detto, è necessario non cadere nella vecchia trappola della divisione tra deboli, essenziale strumento di governo e controllo.

Qui occorre ricordare che la questione del razzismo stessa può essere compresa come strumento di controllo e disciplinamento implicito, quindi come tecnica (quella dei capponi di Renzo) ben nota. E' chiaro quindi che non si può cedere a questo antico gioco che è stato condotto nei nostri tempi prima con l'unificazione forzata tedesca, poi con l'allargamento ad Est della UE, quindi con i flussi incoraggiati, tutti fenomeni che non sono stati condotti solo per questo (anzi, i primi due essenzialmente per ragioni geopolitiche), ma che sono stati funzionalizzati alla creazione e conservazione di un settore a bassi salari e grigio, che consentisse anche ai settori economici meno “commerciabili” ed a produttività bassa di essere profittevoli, sganciandosi dal potenziale trascinamento verso l'alto tirato dal settore di esportazione. Questa è, nelle condizioni della globalizzazione vista da una forza mercantilista, cioè da un esportatore come è la Germania e per essa vuole essere l'intera Europa sotto la sua egemonia, la strada per evitare l'inflazione e restare competitiva (in particolare verso di noi ma che si dice a fare). Sono cose piuttosto trattate nella tradizione del movimento dei lavoratori (immigrazione irlandese, 1815-45 e anni seguenti).

Ciò che hanno in comune, e ne fa delle tecniche, è che il confine, più o meno artificiale, tracciato consente allo status di prevalere sulla meccanica di produzione e riproduzione sociale; per cui una persona od un gruppo che è oggettivamente dominata e sfruttata in rapporti sociali altamente ineguali, per la sola presenza di un “altro” ancora più esterno e sfruttato ed “inferiore”, può trarre il conforto e le ragioni per restare leale. E anche contento.

A questo post ha fatto seguito un primo “carotaggio” su quella che avevo deciso di chiamare “economia politica dell’emigrazione” (dai paesi di partenza) sul ruolo del credito; quindi un primo approccio, anche se in parte d’occasione, sulla simmetrica “economia politica della immigrazione” (nei paesi di destinazione) in “Tito Boeri e l’immigrazione: l’assenza di spiazzamento”, nel quale cercavo di contrastare l’argomento di pura marca neoliberale che il mercato del lavoro trova sempre per definizione il posto adatto ad ognuno, e dunque nessuna forma di disoccupazione non volontaria è in effetti possibile. L’argomento di Boeri è che se anche, come conferma, in alcuni segmenti del mondo del lavoro (classicamente quelli per i quali la composizione organica del capitale è meno sbilanciata sulla componente costante, e dunque la forza lavoro, che è la componente flessibile, è meno specializzata e formata) si registra sia un gap salariale (-15%) sia una prevalenza dei lavoratori immigrati non c’è spiazzamento. Ciò perché volontariamente i lavoratori autoctoni rifiutano questa riduzione di salario, dunque non competono. Partendo dalla posizione teorica che la disoccupazione non esiste e non può esistere, in quanto il mercato offre sempre tutti i lavori che servono al prezzo che risulta giusto in funzione della produttività marginale, è chiaro che quindi “sono gli italiani che non fanno più quei lavori [a quei prezzi], più che essere gli immigrati che spiazzano gli italiani” (Boeri, min. 24). In definitiva i migranti offrono una quantità di “lavoro” adatta per quantità e qualità alle caratteristiche della rispettiva domanda.

E bisogna notare che non è solo adatta per il basso salario, conta anche di più (Marchi cita opportunamente le condizioni di lavoro), il fatto che lo sia per la maggiore disponibilità a sopportare ogni possibile sopruso, dato che la loro posizione sociale è più debole.

Ci torniamo, e ci torneremo, ma qui cade uno dei punti politici più rilevanti, il vero punto di discrimine tra politiche adattive (incluse quelle di mero respingimento) e politiche che vogliano affrontare veramente il tema.

Quindi avevamo continuato l’excursus tornando sulla “economia politica dell’immigrazione”, con un post riassuntivo “Scrivendo a margine dell’immigrazione: persone, forza lavoro, vita” che allargava lo sguardo nella stessa direzione proposta da Marchi nella sua obiezione dalla quale siamo partiti: serve un vasto progetto di scala internazionale; connesso con politiche industriali che rovescino la logica dello sviluppo sfruttando la lotta tra poveri e costantemente riadattando verso il lavoro povero la composizione organica del capitale; che faccia uso di opportuna repressione finanziaria per creare condizioni di scarsità invertite, nelle quali non sia il capitale a potersi spostare liberamente ed indefinitamente scegliendosi dallo scaffale i lavoratori di volta in volta più consoni, al minor prezzo, ma il lavoro a trovarsi in condizioni di scarsità relativa e quindi attivare una dinamica ascendente (maggiore costo del lavoro, investimenti, aumento della produttività) che possa favorire il riposizionamento dei sistemi paese su segmenti di valore e ricchezza superiori. In questa dinamica potrebbe darsi anche il miracolo che nuova forza-lavoro (che, però, sono anche persone, con la loro cultura) progressivamente sposti verso l’alto quella esistente, invece di rigettarla nella disoccupazione, la rabbia e l’intolleranza.

In altre parole, bisogna rimettere in questione le “quattro libertà” del progetto europeo. Che sono oggettivamente preordinate alla meccanica, incorporata nella logica del capitale e non necessariamente voluta o progettata da alcuno, della creazione costante di ‘eserciti di riserva’ pronti a prendere il posto dei renitenti locali (ovvero di chi avanzasse l’assurda pretesa di trarre dal suo lavoro quanto basta ad una vita sicura e dignitosa).

L’incastro delle due “economie politiche” osservate (in realtà, poi vedremo anche la terza, quella dell’”emigrazione” dai paesi semiperiferici come i nostri ed i paesi “core”) nella dinamica “emigrazione/immigrazione/emigrazione” sta devastando il mondo e facendo saltare ogni possibile patto sociale, si tratta come avevo detto: “di un meccanismo strutturale intrinseco alla dinamica necessaria del capitale”.

Da ultimo, prima del post su Brancaccio, ero quindi tornato sulla prima (in senso genetico) “economia politica”, quella della “emigrazione” dalle periferie, in “Note circa l’economia politica dell’emigrazione: l’estrazione di risorse”. Torneremo su questo tema, per dotarci di strumenti analitici più articolati, a partire dalla lettura sistematica di alcuni libri (a partire da “Lo sviluppo ineguale”, del 1973), di Samir Amin. Grazie a questa pluridecennale lettura forse saremo nelle condizioni di capire meglio che il problema dell’Africa ci riguarda su molti piani diversi; in effetti siamo noi.

Ma non anticipiamo, ho fatto questo breve excursus solo per dire che, in effetti, con Fabrizio Marchi non siamo così lontani.

Eppure di questo prisma di problemi, lui vede soprattutto l’oggettivo tentativo di “depistaggio”. In tal senso spende anche il secondo intervento per lamentare che lo sforzo dei nostri media spinge ad oscurare le profonde cause strutturali (che ci riguardano così da vicino), per produrre solo risposte securitarie. Ritorna anche sul tema dello Jus Soli per chiedersi come sia possibile che la “sinistra” sia così attenta ai diritti ed alla libertà di movimento e così chiusa sulle questioni di potere del mondo del lavoro e distributive. Per questo motivo, dice:

La confusione è, dunque, tanta. Il compito arduo che hanno quelli come noi è cercare di non perdere la bussola (cosa che a mio parere sta accadendo anche a tanti bravi compagni e amici personali che pure hanno gli strumenti adeguati per una analisi lucida delle cose, e questo, devo dire mi dispiace…) e di spiegare faticosamente agli altri quanto sta accadendo e quanto astuto e perverso nello stesso tempo sia il meccanismo che è stato messo in piedi”.

Non so se il riferimento è anche a me (del resto siamo amici su Facebook), ma credo che in effetti molto vada spiegato:

- il tema si affronta nel medio periodo lavorando sull’intreccio delle tre “economie politiche”,

- e si affronta facendola finita con la coltivazione della dipendenza reciproca, base della dominazione la cui conseguenza inevitabile è quello che Samin chiama “sviluppo ineguale”.

- Come avevo scritto l’Africa è infatti solo un caso limite di un processo di estensione della dipendenza e del saccheggio delle risorse (finanziarie, fisiche e umane) e della continua riproduzione, alla scala diversa, del meccanismo gerarchico “città-campagna” che interessa anche l’Europa stessa (con questa volta l’Italia, ed i paesi periferici tutti, in posizione di “campagna”) e il mondo intero (con il conflitto tra le “città” nella definizione delle proprie “campagne”).

- Ovvero il tema è quello della “specializzazione internazionale ineguale” (Amin, 1973, p.248). Secondo la definizione dello studioso egiziano “l’economia sottosviluppata è costituita da settori e da imprese giustapposte, scarsamente integrate tra di loro ma fortemente integrate, separatamente l’una dall’altra, in complessi il cui centro di gravità è situato nei centri capitalistici”, in conseguenza “non esiste una vera nazione nel senso economico del termine, un mercato interno integrato” (p.253). A nessuno ricorda una certa aria di famiglia?

Nel terzo intervento che guarderemo Fabrizio Marchi, partendo dal caso dello sgombero dell’immobile romano, pone sotto accusa la libera circolazione (le quattro libertà: capitali, merci, servizi, lavoratori) che è il cardine operativo e strutturale del processo di dissoluzione delle regolazioni democratiche e dei presidi di forza delle forze sociali storicamente insediate in corso da un quarantennio. La sua analisi è molto vicina alla mia:

“da una parte il sistema capitalista favorisce e promuove la libera circolazione dei capitali e delle merci (e quindi anche degli esseri umani, considerati anch’essi come merci) perché ha necessità di un esercito di lavoratori permanente e soprattutto di un esercito di lavoratori ‘di riserva’ permanente, cioè di lavoratori disoccupati o precari che premono su quelli occupati e che agiscono, loro malgrado, come strumento di ricatto sui primi. Dall’altra – due piccioni con una fava – il fatto che questo esercito industriale di riserva sia oggi costituito da lavoratori stranieri, fa sì che questi ultimi vengano visti come degli ‘invasori’, come gente che viene a ‘togliere’ lavoro agli autoctoni, ad occupare spazi, case e a spartirsi gli avanzi di una già misera torta di cui non avrebbe diritto (il ‘diritto’ di essere sfruttati a casa loro, occupati e bombardati, però ce l’hanno, o meglio lo subiscono…)”.

Ma il focus è immediatamente posto sulla meccanica politica, cioè sullo sfruttamento populista (di sistema) della dinamica:

“Nel momento in cui è praticamente assente una forza politica in grado di spiegare questa situazione alle masse autoctone, è evidente che queste diventano facile preda della propaganda neopopulista di destra (e non solo) che sta diventando ed è ormai già diventata uno dei mantra ideologici dell’attuale fase storica. Tutte le principali forze politiche lo hanno ben compreso, ivi compreso il maggior partito di governo, cioè il PD. Hanno cioè compreso che quella fra loro che riuscirà a cavalcare con più sagacia politica la questione dell’immigrazione sarà anche quella maggiormente premiata dall’elettorato o da una parte dell’elettorato”.

Ed in questa direzione propone una breve tassonomia, abbiamo:

- Una “sinistra radical” che non può spiegare la complessità multiforme della situazione perché è “imbevuta di ideologia politicamente corretta” (cioè di retorica LGBTQ), apparentemente rivoluzionaria, ma in sostanza coerente con l’approccio iperliberale dominante, prona ad una retorica dei “diritti” (rigorosamente individuali e liberali) che esclude di fatto qualsiasi possibile azione collettiva rivolta a spostare gli effettivi rapporti di potere su qualsiasi triviale questione, come il denaro, i rapporti di produzione, il controllo dei relativi mezzi e della tecnologia; si può leggere questo intervento di Nancy Fraser che lo chiama “neoliberismo progressista”;

- Quindi abbiamo “alcuni gruppi minoritari” che “hanno scelto di cavalcare o intercettare, a loro modo, il diffuso sentimento popolare contro gli immigrati”.

Il secondo tentativo sarebbe velleitario e perdente (il primo, se capisco, è l’avversario), nessuna risposta immediata è possibile, come crede, infatti, Marchi:

l’’emergenza per eccellenza’ è oggi costituita dalla guerra imperialista preventiva e permanente in atto su scala planetaria, sia pure con modalità diverse (dalla Siria al Venezuela, dalla Libia al Donbass, dallo Yemen al Mali, dalla Palestina alla Grecia e via discorrendo) dalla caduta del muro di Berlino in avanti e tra le prime cause che generano il fenomeno dell’immigrazione. Una guerra permanente di cui il sistema capitalista ha necessità così come ha necessità dell’immigrazione per le ragioni che ho sommariamente spiegato prima.”

L’emergenza è, insomma, il cambiamento strutturale profondo dell’intero assetto del mondo. Una strana definizione di emergenza (almeno per me, impregnato di cultura tecnica progettuale).

Da un certo punto sarei d’accordo. Da un altro, però, dire che i tempi sono molto lunghi assomiglia a non far niente. Uno dei miei migliori amici degli anni giovanili era un tale Filippo, persona di grandissima capacità, carisma e cultura politica e non solo, potevamo stare ore a parlare di tanti temi e della interpretazione di questo o quel testo. Ma lo chiamavamo, affettuosamente, “il compagno del ‘sì, ma però’”. Invariabilmente, quando si proponeva una qualche azione, di qualsiasi genere, lui ascoltava pensoso, lasciava dire, poi verso la fine si alzava (tutti lo aspettavamo curiosi) e iniziava dichiarandosi in pieno accordo: … “però”, “compagni, la questione è un’altra… bisogna ricordare il quadro generale, la connessione delle cose e la meccanica internazionale entro la quale questa vicenda si iscrive, …”

Normalmente dopo un’oretta si decideva di non far nulla.

Filippo era il mio miglior amico, e ancora è mio amico, ed io ero quasi sempre d’accordo con lui. Spesso aveva in pieno ragione e non era opportuno agire in quella direzione.

Ma qualche volta oltre il quadro, oltre il cambiamento strutturale profondo dell’intero assetto del mondo bisogna anche partire da qualcosa di piccolo: qualche volta aveva torto.

Varrebbe, ad esempio, partire dal fare i conti con la “sinistra radical”, in realtà liberale, che considera la globalizzazione come ineluttabile e progressiva, e che vede con orrore qualsiasi forma di ostacolo alle libertà di tutti, anche quando la libertà ne impedisce altre, e anche quando esse sono usate per ribadire la struttura di potere del mondo.

Dunque direi a Fabrizio che siamo d’accordo. Ma che, contemporaneamente, non lo siamo.

Non si deve fare proprio nessuna guerra, né agli ‘ultimi’ né ai ‘penultimi’ (ai quali oggettivamente gli ‘ultimi’ creano problemi), che mi spiace dire sono molti. Bisogna fare tutti i lavori pazienti necessari, spiegare bene (ed in primis capire) i nessi tra le cose, cercare le cause e non lasciarsi prendere dalla vecchia trappola (invero antica) della deviazione del rancore.

L’emigrazione dai paesi periferici (e semiperiferici come il nostro) e l’immigrazione dei paesi collocati in posizione più centrale nel sistema di produzione, ovvero in quella che l’ultimo Amin chiama “catena del valore mondializzato”, secondo la gerarchia di dominazione, è uno dei principali meccanismi imperiali, ed è intrinseco profondamente alla meccanica automatica del capitalismo. La fase finanziaria contemporanea lo ha solo meglio travestito, ma non ne ha affatto mutato la natura.

Ma questa dinamica non è affatto “in realtà in corso da secoli”, guardarla in questo modo significa vedere tutte le vacche grigie. La dinamica è propria del capitalismo, quella che vigeva nei modi di produzione precedenti era del tutto diversa. E nel capitalismo ha attraversato fasi molto diverse, di estensione e ritirata, a volte repentine (basta leggere il classico capolavoro di Polanyi, o gli studi di Arrighi, che pure vedeva una tendenza all’allargamento su cui ho riserve), e quindi non è affatto “alla sua fase apicale”. Potrebbe essere invece al suo punto di flesso.

Del resto nelle condizioni di forza attuali, se si va verso l’impero (ovvero verso una maggiore integrazione, che è sempre strutturalmente ineguale, ed è sempre necessariamente dominazione), si va nella direzione del tutto opposta a quella desiderata dal nostro.

Dunque forse non siamo d’accordo.

Io vorrei insistere.

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