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sinistra

L’ideologia della casa in proprietà e le catene dorate del capitale

di Eros Barone

95c7d381df1c0cfed4c302f53793db20.image.500x400I poeti vivono in un mondo immaginario, e così anche il signor Sax, il quale s'immagina che il padrone d'immobili abbia "raggiunto il grado supremo d'indipendenza economica" ed abbia "un ricovero sicuro", "diverrebbe capitalista e sarebbe assicurato contro i pericoli della disoccupazione o dell'inabilità al lavoro dal credito immobiliare, che sarebbe a sua disposizione" ad ogni momento.

Friedrich Engels, La questione delle abitazioni.

Non ho mai toccato un soldo. Ho posseduto solo una vecchia Ritmo e questo ai milanesi non dovrei dirlo visto che a Milano chi non ha neppure una casa in proprietà è considerato un poveraccio.

Armando Cossutta, Una storia comunista.

 

  1. Investire nel mattone”: miti e realtà di un mercato monopolistico

In Italia, dove a lungo la cultura marxista ha discusso intorno ai processi di formazione di un nuovo blocco storico, non solo è mancata quasi del tutto un’analisi del blocco storico dominante, ma continua a mancare un’analisi adeguata della complessiva questione delle abitazioni come essenziale cerniera del blocco di potere dominante. Fatta questa premessa, resta tuttavia da aggiungere che qui non si intende offrire al lettore un’analisi compiuta di quello che si potrebbe definire “il blocco edilizio”, ma solo alcune linee introduttive ad una siffatta analisi, cercando, sia pure in modo schematico, di individuare le stratificazioni economiche e sociali che ne fanno parte o sono in qualche modo subordinate a questo “blocco”, e i legami, anche di carattere sovrastrutturale, che sono condizione del suo radicamento e della sua conservazione.1

Orbene,la consistenza economica e le ramificazioni del blocco fondiario, industriale e finanziario dell’edilizia appaiono evidenti, sol che si consideri come, nonostante le profonde interrelazioni tra pubblico e privato, il segno di questo settore sia tuttavia nettamente privatistico. Dal punto di vista della produzione e della proprietà, il settore dell’edilizia è infatti tra i più privatizzati della nostra economia.

Tale carattere privato del settore risulta ancora più evidente dal confronto con gli altri paesi nei quali l’ incidenza dell’intervento pubblico è di gran lunga superiore. Questa assoluta prevalenza privata non deve però indurre nell’errore di credere che l’intreccio tra pubblico e privato sia di scarsa rilevanza: esso si realizza, ed è fonte di affari quanto mai lucrosi e di interessi quanto mai corposi, che si esplicano attraverso l’intervento normativo, i piani regolatori e particolareggiati, gli oneri di urbanizzazione, la predisposizione dei servizi pubblici, le grandi opere pubbliche, la politica fiscale e creditizia ecc. Si tratta allora di individuare le aggregazioni sociali e le articolazioni economiche e culturali che compongono il blocco, tenendo conto che, in base ai rapporti di maggiore o minore subordinazione, in esso si raggruma un coacervo di forze che ricorda alcune delle pagine sociologicamente più vivide del saggio marxiano sul 18 brumaio di Luigi Bonaparte. Nel microcosmo edilizio, una sorta di ologramma della società capitalistica e dell’intreccio perverso tra rendita e profitto, tra grande e piccola impresa, tra “omicidi bianchi” e lavoro nero, che la caratterizza, ci sono tutti: reliquati di nobiltà fondiaria e gruppi finanziari, imprenditori d’assalto e colonnelli in pensione proprietari di più appartamenti, grandi professionisti e impiegati statali incatenati al riscatto di una casa che sta già deperendo, funzionari e uomini politici corrotti, piccoli risparmiatori che cercano nella casa quella sicurezza che non riescono ad avere dalla pensione oppure che ritengono di risparmiare in avvenire sul fitto pagando intanto elevati tassi di interesse, capimastri, cottimisti, lavoratori immigrati ecc.

Così, il fanatismo dell’ideologia della casa in proprietà, lo sforzo drammatico di ottenere una casa anche a costo di gravosi sacrifici, la necessità di avere un lavoro fanno sì che un sistema basato sulla equivalenza coattiva tra valore d’uso (il bene-casa) e valore di scambio (la merce-casa) finisca con l’essere la condizione di forza del “blocco edilizio”. La logica risultante di questo processo di forzosa privatizzazione e, insieme, di suadente persuasione all’acquisto della merce-casa è la situazione attuale: un paese in cui i contingenti decisivi dell’“esercito conservatore” che i capitalisti si allevano contro il proletariato sono stati sostituiti dalla vasta massa dei proprietari di abitazioni (massa che oggi raggiunge quasi l’80% della popolazione, sia pure con tutto il ventaglio di posizioni economiche, sociali e territoriali, che si cela dietro questa percentuale). Va da sé che la concentrazione delle case in proprietà è, ovviamente, maggiore nei comuni che non sono sede di capoluogo che non in quelli che sono sede di capoluogo, nel Mezzogiorno più che nel triangolo industriale, talché questo dato richiama inevitabilmente, come aveva già osservato Engels, la questione del rapporto tra città e campagna (che è un’importante chiave di lettura rispetto alla questione delle abitazioni).

Occorre poi aggiungere che, in generale, la possibilità di acquisto di un appartamento si accompagna ad uno ‘status’ che sia tale da consentire un accesso o delle agevolazioni al credito. In sostanza, la possibilità di acquisto implica condizioni di relativo privilegio, solitamente precluse alle masse lavoratrici: la proprietà della casa diventa, cioè, nell’attuale contesto, per un verso un elemento di distinzione sociale 2 e, per un altro verso, il cemento, in senso conservatore, di quel complesso di stratificazioni che viene rubricato sotto la definizione di ceto medio.

A partire dal secondo dopoguerra e dal ‘boom’ economico degli anni Sessanta del secolo scorso, con la trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese industriale e con i massicci spostamenti di popolazione dal Sud al Nord, si è determinato l’ingresso dei maggiori gruppi industriali nel ‘big business’ edilizio. Il nucleo dominante del “blocco edilizio” ha costituito pertanto uno dei collegamenti centrali tra le varie componenti dell’attuale potere borghese, unificate e cementate dalla rete di interessi e di forze, consolidata dalla realizzazione di crescenti guadagni, nella quale forme diverse di rendita si intrecciano e si confondono con profitti industriali e commerciali. Sennonché tali guadagni vengono realizzati sfruttando una generalizzata situazione di monopolio rispetto a un bene, la casa, il cui mercato, per le specifiche caratteristiche del bene stesso (dove c’è una casa non può essercene un’altra, la casa non è trasportabile ecc.), è tipicamente monopolistico e si svolge secondo le forme più supervacanee di concorrenza monopolistica (diversificazione del prodotto nelle sue infinite possibilità: dal tipo di casa, alla sua localizzazione in quartieri socialmente differenziati ecc.). La conseguenza è che, in questa situazione di mercato monopolistico nella quale la rendita, assumendo le forme più diverse, non si configura più come appropriazione esclusiva del proprietario fondiario, il solo esproprio generalizzato può non essere sufficiente a ridurre radicalmente il prezzo di uso della casa. Infatti, se contemporaneamente non si spezza la concrezione di potere che si esprime nel “blocco edilizio”, anche l’esproprio generalizzato rischia di essere inefficace.

 

  1. Rovinarsi per avere una casa in proprietà

Nonostante che siano passati quasi centocinquant’anni da quando Engels ebbe ad individuare l’importanza socio-politica della “questione delle abitazioni” e da quando, in polemica con la rivendicazione proudhoniana di trasformare il canone di fitto in canone di riscatto, giunse a sostenere che «gli esponenti più accorti delle classi dominanti hanno i sempre indirizzato i loro sforzi ad accrescere il numero dei piccoli proprietari, allo scopo di allevarsi un esercito contro il proletariato», al riguardo si può aggiungere che nello stesso arco della nostra esperienza (pensiamo alla progressiva liquidazione della legge sull’equo canone risalente al 1978) non sono mancate prove della potenza d’urto di questo esercito.

Da questo punto di vista, non vi è dubbio che l’ideologia proprietaria impedisca ai lavoratori di cogliere i propri veri interessi e li renda succubi della borghesia. Marx, a tale riguardo, descrisse le condizioni dei contadini francesi, vittime più che beneficiari  della proprietà parcellare, stante il fatto che i terreni erano ipotecati e le vere proprietarie erano le banche, che intascavano gran parte dei frutti del lavoro dei contadini, imponendo loro un livello di vita spesso peggiore di quello dei proletari: «Il contadino francese, sotto forma di interessi per le ipoteche vincolanti la terra, sotto forma di interessi per anticipazioni dell’usuraio non garantite da ipoteca, cede al capitalista non solo la rendita fondiaria, non solo il profitto industriale, non solo, in una parola, tutto il guadagno netto, ma persino una parte del salario del lavoro, e così precipita al livello del fittavolo irlandese: e tutto ciò sotto il pretesto di essere proprietario privato». 3

Come sempre, la comprensione dei rapporti sociali si fonda su una teoria scientifica, il marxismo, che proprio oggi, quando i fatti la confermano ad ogni piè sospinto, ‘maîtres à penser’ di varie tendenze, ‘militanti scoppiati’ e dilettanti subculturali considerano, in tutto o in parte, superata e quindi da integrare o da correggere con gli eclettici apporti dell’ideologia borghese e piccolo-borghese. Negli USA e in Europa istituti bancari, istituti assicurativi e società finanziarie hanno concesso crediti per l’acquisto della casa a persone che non avevano la possibilità di pagare. Si pensava di ridurre i rischi, perché le banche li diluivano in tutto il mondo attraverso ‘bond’, fondi e altri prodotti finanziari derivati. A partire dal 2007, i piccoli acquirenti di tali titoli, completamente all’oscuro della gigantesca truffa, si sono ritrovati con un pugno di carta straccia in mano, mentre gli americani poveri, non riuscendo più a pagare le rate del mutuo sempre più gravose, hanno perduto la casa. Così, sono crollati i prezzi immobiliari e molte famiglie hanno perso i risparmi di una vita. La Banca Europea e la Federal Reserve sono corse in aiuto, non dei truffati, ma delle banche, mettendo  a disposizione miliardi di dollari e di euro. Mentre negli Usa per la crisi dei ‘subprime’ si registravano tassi d’insolvenza superiori al 60%,  i nostri politicanti, banchieri e industriali, spergiuravano che in Europa il problema era assai meno grave. Ma le banche europee sono rimaste coinvolte fino al collo in queste speculazioni e possiedono tonnellate di titoli spazzatura. In Italia persino il portavoce diretto dell’ideologia confindustriale, “Il Sole 24 Ore”, ha parlato della necessità di “una sorta di ‘moral suasion’ nei confronti delle banche”, perché rinegozino gratuitamente i mutui a tasso variabile e allunghino il periodo di ammortamento. Ma è come pretendere che una vipera non morda o uno scorpione non punga o un avvoltoio non si nutra di carogne!

Nonostante la crisi economica, sono ancora centinaia di migliaia i mutui che vengono accesi per l’acquisto della casa. La spesa per la casa a Roma e a Milano può arrivare fino al 70% del reddito di una famiglia: «Nel mercato dell’abitazione in proprietà si presentano situazioni di  disagio sociale. La sostituzione di un canone di locazione con una rata di mutuo non è avvenuta alla pari». Ad affermarlo è  la società di studi Nomisma, che così descrive la situazione: «Il mutuo, causa soprattutto l’aumento dei tassi d’interesse delle banche, è sempre più alto e le famiglie fanno fatica a pagarlo. Per il mercato italiano dei mutui si tratta di una crescita senza precedenti. Sono aumentate le famiglie indebitate e la loro esposizione è peggiorata negli anni recenti».4 Con tutto ciò, neppure la soluzione dell’affitto è facile. È senz’altro preferibile perché meno giugulatoria, non inchioda alla località e rende più agevoli i trasferimenti, ma ha anch’essa i suoi aspetti negativi. Molte case sono sfitte e, per celarle al fisco, molti proprietari disdicono persino il contratto per la corrente elettrica. Questa elusione è possibile perché il nostro catasto è meno efficiente di quello del tempo dell’imperatrice Maria Teresa e i diversi governi non hanno fatto nulla per sanare questa piaga infetta, questa discesa nella clandestinità di molti proprietari di case. Ma è soprattutto la diffusione della proprietà che riduce il mercato degli affitti, facendo salire i prezzi. 5

 

  1. La questione delle abitazioni di Engels tra capitalismo e comunismo

Comunque sia, come era facile prevedere, le destre, con i leghisti in testa, hanno rilanciato la vecchia favola dei mutui agevolati per divenire proprietari della casa e hanno soffiato e soffiano sul fuoco della guerra tra poveri, chiedendo che le case popolari siano assegnate esclusivamente a italiani (si pensi alle reboanti dichiarazioni di Salvini). Eppure il problema della casa era già stato affrontato con estrema chiarezza, quasi centocinquant’anni fa, in uno scritto di Engels, La questione delle abitazioni, ricavato da tre articoli apparsi nel 1872 e ripubblicati sotto forma d’opuscolo nel 1887.

Engels così argomentava: «Poniamo che in una data regione industriale sia diventato normale che ogni operaio possegga la sua casetta. In questo caso la classe operaia di quella regione abita gratuitamente; del valore della sua forza lavoro non fanno più parte le spese per l’abitazione. Ma ogni riduzione dei costi di produzione della forza-lavoro, cioè ogni durevole deprezzamento dei bisogni vitali del lavoratore, “in forza delle ferree leggi dell’economia politica”, si risolve nel ridurre il valore della forza-lavoro e finisce quindi per avere come conseguenza una corrispondente caduta del salario. Quest’ultimo, quindi, verrebbe decurtato in media del valore medio della pigione risparmiata, vale a dire che il lavoratore pagherebbe l’affitto della sua propria casa non più, come prima, in denaro al padrone, ma in lavoro non retribuito all’industriale per cui lavora. In tal modo i risparmi dell’operaio investiti nella casetta diventerebbero, sì, in un certo qual senso, capitale, ma non per lui, bensì per il capitalista che gli dà lavoro.» Engels aggiunge: «Per gli operai delle nostre grandi città la prima condizione vitale è la libertà di movimento, e la proprietà fondiaria non può essere altro che una catena, per loro. [….] Procurate loro una casa in proprietà, incatenateli di nuovo alle zolle, ed ecco che spezzerete la loro capacità di resistenza contro la politica di riduzione salariale condotta dagli industriali.» 6 È esattamente quel che è avvenuto, a partire dal dopoguerra, quando milioni di proletari si sono indebitati per comprare la casa. Le ore di straordinario sono schizzate verso l’alto e, oltre a perderci in tempo libero e salute, gli operai hanno dovuto limitare sia i già modesti consumi propri e dei familiari, sia la loro partecipazione agli scioperi e, in generale, la loro disponibilità alle rivendicazioni e alla lotta contro il padronato. Il grande depotenziamento della conflittualità operaia ha determinato, a sua volta, la stasi e il regresso dei salari, che durano ormai da quasi mezzo secolo. Una schiavitù salariata forgiata con catene in apparenza dorate ha così integrato il cosiddetto “compromesso socialdemocratico” con lo scambio tendenziale tra docilità operaia, stagnazione salariale e proprietà della casa.

Come Engels precisa, «non è la soluzione del problema delle abitazioni che risolve al tempo stesso la questione sociale, ma solo la soluzione di questa rende possibile al tempo stesso quella del problema della casa».7 Dunque, benché la degradazione culturale provocata dall’ideologia proprietaria e le alterazioni di valori intrinseche alla miseria in una società di ricchi agiscano come un freno potente alla soluzione rivoluzionaria indicata da Engels, il problema della casa non si risolve attraverso riforme, ma solo attraverso il rovesciamento del sistema. In questo senso, le prevedibili obiezioni di nullismo appaiono concretisticamente miopi e avvocatesche, talché la risposta più facile consiste nel dire che il più grosso concentrato di nullismo politico si trova nelle opere di Marx o che ripubblicare la Questione delle abitazioni di Engels senza una prefazione che spieghi come la situazione attuale – mercato monopolistico, “blocco edilizio” ed “esercito conservatore” dei piccoli proprietari (o aspiranti tali) – sia il frutto velenoso del “compromesso socialdemocratico” e delle politiche di (falsa) liberalizzazione del mercato della casa, è un dar prova di massimalismo intellettualista. Quello stesso massimalismo che, in contrasto con il moderatismo e la subalternità dell’attuale sinistra endosistemica, induce a rammentare come in Salario, prezzo e profitto Marx, il quale pure aveva particolarmente insistito sul fatto che il proletariato si sarebbe liberato dalle sue catene solo attraverso il rovesciamento del capitalismo, non ritenesse tutto ciò incompatibile con la lotta operaia per migliorare i salari reali.

Dal canto suo, la lotta per la casa deve avere, per essere efficace, un respiro ideale e culturale comunista, capace di alimentare, traendone forza essa stessa, un’egemonia, sia pur tendenziale, di classe. Proprio nel caso delle abitazioni vale ripetere che “l’opposizione tra la mancanza di proprietà e la proprietà, sino a che non è intesa come l’opposizione tra il lavoro e il capitale, resta ancora una opposizione indifferente”. 8 Benché non si tratti qui di definire modelli alternativi di abitazione, va, comunque, rilevato che l’ideologia reazionaria e piccolo-borghese della casa in proprietà non ha futuro e che, in quanto consumo sociale, l’abitare è destinato a sganciarsi dai processi di privatizzazione, aprendo lo spazio ad un arricchimento della libertà individuale e ad un’intensità di relazioni sociali che faranno del comunismo, come Marx scrive nell’opera da cui ho tratto il passo or ora citato, la “soppressione positiva della proprietà privata”.


Note
1 Per definire dal punto di vista del lavoro dipendente alcune essenziali coordinate della “questione delle abitazioni” e delineare il peso socio-economico del “blocco edilizio” è utile la consultazione del paragrafo dedicato alle “Costruzioni” in Clash City Workers, Dove sono i nostri, La Casa Usher, Lucca 2014 (pp. 78-85).
2 L’amara considerazione di questo aspetto inerente allo ‘status’ socio-economico è ciò che mi ha colpito leggendo l’autobiografia di un importante dirigente comunista, quale fu Armando Cossutta, e mi ha indotto a riportare, a titolo di epigrafe, la frase in cui questi ha espresso tale considerazione. Diverso il caso di un altro prestigioso dirigente e segretario nazionale del partito comunista, quale fu Luigi Longo, il quale, se non ricordo male, possedeva un villino nella campagna monferrina di cui era originario.
3 Cfr. https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1850/lottecf/index.htm (parte terza).
4 Cfr. https://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2007/09/SINTESI-17SET07.pdf?cmd%3Dart . La ricerca risale al 2007, quindi al periodo immediatamente antecedente l’inizio della recessione, la quale ha di certo aggravato ‘in pejus’ la situazione descritta in questo rapporto del Ministero delle Infrastrutture.
5 Secondo un’analisi dell’Eurostat, nel 2010 poco più di sette persone su dieci (il 70,8%) disponeva nell’UE-27 di un’abitazione di proprietà, mentre il 17,8% viveva in abitazioni in affitto locate a canone di mercato e l’11,4 % in abitazioni in affitto locate a canone agevolato o gratuito. Tuttavia vi è una grande discrepanza fra Europa del Nord e Occidentale e Europa dell’Est e Meridionale. I paesi con più proprietari di case sono infatti quelli ex-socialisti (Romania, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Lituania), seguiti da spagnoli, greci e italiani. I principali paesi del continente hanno invece una quota minore di proprietari di casa: abita in un alloggio di proprietà solo il 44% degli svizzeri, il 53,2% dei tedeschi e il 62% dei francesi. Cfr. lo studio Statistiche sulle abitazioni: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Housing_statistics . Per quanto riguarda l’Italia, secondo l’Istat, al 9 ottobre 2011 le famiglie che possiedono la casa in cui vivono sono il 72,1%, quelle in affitto il 18%, mentre il restante 9,9% risiede nell’abitazione a titolo gratuito o a titolo di prestazione di servizio. Va sottolineato, però, che molti di questi proprietari di casa la stanno pagando con un mutuo, il che, dal punto di vista della composizione di classe, li pone esattamente nella stessa situazione materiale di chi sta in affitto. La proprietà della casa può, sì, agire, almeno per ora, come fattore di contenimento dei processi di pauperizzazione e di proletarizzazione, ma pur sempre entro il confine invalicabile, segnato dal modo di produzione capitalistico e chiaramente indicato da Engels, della riduzione del valore della forza-lavoro. D’altronde, quando alla fine degli anni Settanta del secolo scorso fu avviata, ad opera del blocco neocorporativo formato dalla DC e dalle opposizioni subalterne (PCI, PSI e sindacati collaborazionisti), la liquidazione dell’equo canone e imposta la linea della casa in proprietà, furono esattamente questi gli obiettivi (economici, ideologici e persino antropologici) che informarono tale operazione.
6 Cfr. https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1872/abitazioni/qa-2pa.htm .
7 Vedi nota 2.
8 Cfr. il passo qui citato dei marxiani Manoscritti economico-filosofici del 1844 al seguente indirizzo: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/proprietacomunismo.html .
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Comments   

#9 Paolo Selmi 2019-02-18 12:06
Caro Mario,
concordo anch'io sul fatto che "sarebbe lecito affermare che nel prezzo della casa, con il sistema dei mutui, al profitto capitalistico si aggiunge la rendita finanziaria, ad incrementare lo sfruttamento del lavoro".
A proposito di rendita finanziaria, andrebbe visto in questo senso anche il passaggio delle case automobilistiche in holding finanziare, fino alla fondazione di vere e proprie banche che gestiscono i "finanziamenti".
Addirittura la macchina, se scegli la modalità finanziamento (con loro, tipo FCA bank), te la "scontano"... Pigliavano fino all'anno scorso il denaro a zero e prestavano al 5%... oggi sarebbe interessante sapere a quanto comprano, ma sarà sempre pochissimo rispetto a quanto vendono.
Infine, da segnalare in quest'ottica anche il fatto che, ormai, tutte le banche delle case automobilistiche propongono "affitti", a prezzi ottici tipo 299, 399 euro al mese, dove la "macchina dei tuoi sogni" è finalmente tua, anche se non lo è per passaggio di proprietà. Distinguiamo la fase di "possesso" (inteso come usufrutto esclusivo) dalla fase di "proprietà" di un bene "proibito" come può essere una tedesca di grossa cilindrata, o un SUV. A "me", consumatore che "cambio e scambio", che uso e getto, che voglio apparire sempre più quello che non sono... interessa a questo punto relativamente sapere cosa c'è scritto sul libretto. E non compro più a rate ma prendo in "leasing", ingrassando la rendita della FCA bank di turno a cui dò le coordinate IBAN per il prelievo mensile diretto sul conto.
Grazie per avermi fatto riflettere su questo aspetto e
ciao!
paolo
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#8 Mario Galati 2019-02-17 15:32
Se ricordo bene, nel suo scritto Engels scompone l'affitto della casa nelle singole voci economiche che lo compongono e dimostra che non è altro che l'espressione dell'ammortamento del valore della costruzione, ivi compreso il profitto capitalistico del costruttore (con l'acquisto in proprietà il lavoratore non farebbe altro che anticipare l'intera somma, con conseguente assunzione del rischio di perimento). Ebbene, sarebbe lecito affermare che nel prezzo della casa, con il sistema dei mutui, al profitto capitalistico si aggiunge la rendita finanziaria, ad incrementare lo sfruttamento del lavoro.
Eros Barone analizza come sempre efficacemente la realtà economica, ideologica e sociale alla base della questione proprietà o meno della casa, e introduce anche l'altra questione del coinvolgimento dei lavoratori nel sistema finanziario, attraverso i mutui.
In effetti, da qualche decennio assistiamo all'estensione della finanziarizzazione dei lavoratori (mutui e credito al consumo, acquisto di obbligazioni pubbliche e private, azioni, partecipazioni a fondi pensione, assicurazioni sulla vita, ecc.). Dalla ideologia della proprietà della casetta all'ideologia della proprietà dell'azienda capitalistica (la compartecipazione azionaria), sino all'ideologia dello speculatore finanziario sconnesso dal lavoro.
Mi sembra che questi meccanismi di coinvolgimento abbiano, oltre alla funzione ideologica e di sfruttamento, subordinatamente anche il valore di dispositivo pratico per imbrigliare, oltre che la coscienza, anche l'autonomia e l'iniziativa del lavoratore attraverso il conflitto di interessi (con se stesso: tra operaio e azionista della stessa azienda; lavoratore e risparmiatore possessore di titoli; produttore e consumatore; ecc.).
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#7 Paolo Selmi 2019-02-17 10:38
Caro Eros,
fai bene a rimarcare il furto al salario rappresentato dal mutuo e la catena di dipendenza economica che innesta, da cui la maggiore propensione a subire angherie e soprusi, revisioni progressivamente peggiorative delle condizioni di vita individuali e collettive, eccetera.
E' il ragionamento che Bordieau sviluppava parlando di "dialettica del declassamento" e "lotta per la concorrenza" (Pierre Bourdieu, La distinction, Critique sociale du jugement, Le sens commun, Les éditions de minuit, 1979) nel momento in cui parlava proprio del ruolo del credito, in questo brano che ho tradotto nel mio ultimo capitolo di appunti di critica (https://www.sinistrainrete.info/teoria/13148-paolo-selmi-appunti-per-un-rinnovato-assalto-al-cielo-xi.html):

--- inizio testo tradotto ---
Non è un caso che questo sistema assegni un posto così importante al credito: la legittimazione del potere costituito, che si realizza attraverso questa lotta di concorrenza e che è amplificata da tutte quelle azioni di proselitismo culturale, violenza dolce esercitata con la complicità delle vittime e in grado di conferire all’imposizione arbitraria dei bisogni le sembianze di una missione liberatrice invocata da coloro che la subiscono, passa attraverso la PRE-tesa, intesa come bisogno che PRE-esiste ai mezzi per il suo soddisfacimento; e di fronte a un ordine sociale che riconosce anche ai meno dotati il diritto teorico a essere soddisfatti in tutto, purché a termine, nel lungo termine, la PRE-tesa altra risposta non trova che nel CREDITO, che permette di avere la soddisfazione immediata dei beni promessi contro l’accettazione di un avvenire che altro non è che la continuazione del presente, o una sua cattiva imitazione, con false vetture di lusso e false vacanze di lusso.

Tuttavia, la dialettica del declassamento e della riclassificazione è in grado di funzionare anche come meccanismo ideologico, che il discorso conservatore si sforza di rendere sempre più efficace e che, nell’impazienza stessa che porta alla soddisfazione immediata per mezzo del credito, tende a imporre ai dominati, soprattutto se comparano la loro condizione presente a quella passata, l’illusione che gli basti attendere per ottenere ciò che invece non otterranno che lottando: collocando la differenza fra classi entro l’ordine di successione, la lotta di concorrenza instaura una differenza, che è a un tempo la più assoluta e la più impraticabile – dal momento che non c’è nulla da fare che attendere, a volte una vita intera […] – e la più irreale ed evanescente, dal momento che sappiamo che, in un modo o nell’altro, se sapremo attendere, avremo ciò che ci è stato promesso delle leggi ineluttabili dell’evoluzione .
--- fine testo tradotto ---

Un'abdicazione, una rinuncia alla lotta, ben più potente di quella denunciata a suo tempo, da Marx a Malcom X, circa il ruolo di "oppio dei popoli", di sonnifero, esercitato dalla religione. Peraltro, in Malcom X notiamo un accento decisamente maggiore sulla questione razziale, su questo dio "bianco", colonizzatore, che iconicamente teologizza la SUBORDINAZIONE della razza nera alla razza bianca e cristallizza IN ETERNO la gerarchia data (MAIUSCOLO mio):

"And where the religion of every other people on earth taught its believers of a God with whom they could identify, a God who at least looked like one of their own kind, the slavemaster injected his Christian religion into this "Negro. THIS "NEGRO" WAS TAUGHT TO WORSHIP AN ALIEN GOD having the same blond hair, pale skin, and blue eyes as the slavemaster.
This religion taught the "Negro" that black was a curse. It taught him TO HATE EVERYTHING BLACK, INCLUDING HIMSELF. It taught him that everything white was good, to be admired, respected, and loved. It brainwashed this "Negro" to think he was superior if his complexion showed more of the white pollution of the slavemaster. This white man's Christian religion further deceived and brainwashed this "Negro" TO ALWAYS TURN THE OTHER CHEEK, and grin, and scrape, and bow, and be humble, and to sing, and to pray, and to take whatever was dished out by the devilish white man; AND TO LOOK FOR HIS PIE IN THE SKY, AND FOR THIS HEAVEN IN THE HEREAFTER, while right here on earth the slave-master white man enjoyed his heaven.

Ora, accostare Engels, Malcom X e Bordieau su questo argomento è sicuramente un'operazione da compiere dopo aver staccato la luce, CON TUTTI I CAVEAT che possono derivare quando si arriva a toccare i fili dell'alta tensione: o lo si sa fare, o si resta fulminati. Engels era Engels, Malcom X era Malcom X e Bordieau era Bordieau. L'accostamento inizia e finisce nel momento in cui notiamo che, ciascuno di essi, in questo frangente, dal suo punto di vista, ha notato questo atteggiamento di:
- ACCETTAZIONE DI UNA CONDIZIONE PEGGIORATIVA
- E CONSEGUENTE RINUNCIA ALLA LOTTA
- E ALLA RICERCA DI UN'ALTERNATIVA
- IN VISTA DI UN MIRAGGIO
- DA RAGGIUNGERE POI (MAI).

Il "Negro" di Malcom X odia la sua condizione, così come il consumista occidentale odia la sua casa, i suoi vestiti, la sua macchina, il suo telefonino, ecc. E qui non c'è nessun Gesù "biondo con gli occhi azzurri" a fare la differenza, è troppo "lento" per una domanda che va rintuzzata a ogni fine mese in chiave di recupero ORMAI QUASI TOTALE dal parte del Capitale di quello che è costretto a cedere come salario: basta un nuovo modello "esclusivo", in qualsiasi categoria merceologica, un nuovo "giocattolo" per piccoli di ogni età, e Il Capitale torna al suo secolare "divide e impera".

Torno alla casa: NON SOLO QUELLO CHE SCRIVI SULLA CATENA DEL DEBITO E' VERO, MA LO E' OGGI PIU' DI IERI! Mio padre il suo mutuo fisso lo contrasse in regime di SCALA MOBILE e di INFLAZIONE GALOPPANTE. All'inizio (1978) le centinaia di migliaia lire ogni sei mesi chei miei dovevano versare erano un impegno che neanche due salari riuscivano a mettere insieme, VENT'ANNI PIU' TARDI, quando gli stipendi si aggiravano intorno al milione e due, milione e tre, erano una spesa che si poteva detrarre da uno dei due salari mensili. Quando invece noi abbiamo contratto il mutuo fisso nel 2007, IL MUTUO RAPPRESENTAVA IL TERZO DI MONTE SALARI (mio e di mia moglie) che tu ben descrivi, E OGGI... A DODICI ANNI DI DISTANZA, E' ANCORA UN TERZO! E anzi, tutto intorno, è aumentato, più dei nostri salari! Quindi ogni mese è carne viva che se ne va! E, dall'andamento tutt'altro che positivo, ci vuole poco a vedere per altri dodici anni la stessa croce, con la speranza che non succeda nulla: uno dei due stipendi mancante (già accaduto, per fortuna per pochi mesi), una cura medica urgente (con buona pace di un sempre più inefficace servizio pubblico), un intervento straordinario sull'immobile e altre grandinate del caso.

I miei vivevano i benefici del "compromesso socialdemocratico", strappato grazie alle lotte dei lavoratori e grazie all' "orso cattivo" ad Est che ricordava ai padroni e ai borghesi la fine che avrebbero fatto, bomba o non bomba, entro pochi anni se non avessero aperto il portafoglio, noi scontiamo la terra bruciata di trent'anni di fine dell'URSS. Quella faceva paura ai capitalisti, non la Cina che è come loro, se non peggio.

E finché non riprenderemo, anche a sinistra, quella non necessariamente comunista, la BUSSOLA, questa bussola, che trae la sua stella polare nel marxismo, nella sua critica antagonistica al modo capitalistico di produzione e, al contempo, l'INIZIATIVA, per esempio, visto che di questo stiamo parlando, di una grande battaglia sulla casa, sulle politiche della casa, portando dalla nostra anche chi non la pensa come noi, aprendo loro gli occhi, questi ci distruggeranno, ci passeranno sopra con lo schiacciasassi delle quotidiane guerre fra poveri, alimentate da bastoni e carote appositamente somministrate per ogni occasione.

Buona domenica.
Paolo
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#6 Eros Barone 2019-02-16 22:04
Ringrazio coloro che hanno letto e commentato questo articolo, però non vorrei che sfuggisse quello che io considero, dal punto di vista della composizione di classe e in coerenza con le fondamentali indicazioni di Engels, il centro focale della “questione delle abitazioni”, vale a dire la svalorizzazione della forza-lavoro. In una società fondata sui rapporti di produzione capitalistici e sulla relativa appropriazione privata del prodotto sociale, stante l’equivalenza coattiva tra il prezzo della forza-lavoro (= salario) e il capitale variabile, la proprietà dell’abitazione è infatti per il proletariato una forma di riduzione del valore della forza-lavoro, quindi una forma di autolesionismo retributivo, quindi in buona sostanza, per essere chiari fino in fondo, di autosfruttamento. Ma vi è di più, perché ad essere decurtata non è solo quella parte del valore della forza-lavoro costituita dal salario diretto, ma altresì quell’altra parte del valore della forza-lavoro, da Marx definita “storico-morale”, che è costituita dal complesso di beni-servizi (sanità, istruzione, trasporti ecc.) che integrano il salario sociale di classe e contribuiscono ad elevarne il valore. Non a caso, secondo i dati dell’Istat, dagli inizi degli anni duemila risulta diminuito il numero di famiglie proprietarie del proprio alloggio di residenza, mentre risulta in costante aumento la percentuale delle famiglie che dipendono da un mutuo; sono inoltre aumentati progressivamente gli sfratti per morosità e i pignoramenti, così come continua a crescere l'incidenza dell'affitto e della rata del mutuo sui redditi delle famiglie proletarie. Il quadro che scaturisce da questi dati è, a dir poco, drammatico e conferma che, se proprietà e indebitamento continueranno ad essere i miti che guidano i comportamenti delle famiglie italiane e il modo attraverso cui il potere pubblico e i vari schieramenti politici ritengono che debba essere soddisfatto il primario e fondamentale bisogno di casa dei cittadini, sarà inevitabile un peggioramento catastrofico della situazione generale. A ciò si aggiunge il fatto che, nel quadro di un mercato libero dei canoni di locazione non è stato introdotto alcun vincolo capace di avvicinare i prezzi degli affitti alle reali capacità economiche delle famiglie, così come si è voluto chiudere gli occhi di fronte sia all'enorme patrimonio immobiliare vuoto e inutilizzato, presente su tutto il territorio nazionale, sia alle sofferenze di migliaia di famiglie (ricordo che alla fine degli anni Settanta del secolo scorso il pretore di Roma – se non erro si chiamava Pavone - ebbe il coraggio, per segnalare la gravità della questione delle migliaia e migliaia di appartamenti sfitti, di avviare un procedimento per il reato di aggiotaggio). In nesso con la dimensione economica della storica “questione delle abitazioni”, vi è poi, nel nostro paese, l’enfatizzazione della dimensione ideologica, ossia il mito della casa in proprietà: un mito che, se rivela il suo stretto rapporto con le origini contadine di una vasta parte della popolazione italiana, non cessa per questo di essere culturalmente regressivo (mi viene in mente, a tale proposito, l’ironia con cui Lukàcs, parlando della politica di alleanza con i ceti medi, evocava l’aspirazione piccolo-borghese alla proprietà di una villetta con i nanetti nel giardino), politicamente reazionario e oggettivamente filo-padronale. Non per nulla, le politiche per la casa hanno sempre teso, in Italia più che altrove, a consolidare questo mito e tutti i governi che si sono succeduti, anche in séguito allo scoppio della crisi economica, hanno continuato ad orientare le risorse e gl’interventi pubblici a favore della rendita immobiliare e del sostegno alle banche, seguendo quella che è stata definita una "logica di finanziarizzazione del welfare". Riguardo al peso che esercita la summenzionata dimensione ideologica, va precisato, naturalmente, che per chi non sia schiavo di pregiudizi intellettualistici è evidente che le egemonie di classe sono a monte delle attività dei gruppi intellettuali che hanno il compito di veicolarle tra le classi subalterne, e non viceversa. Per fare un esempio: il consenso di massa a trasferire il 30% (o più) del reddito aggregato delle famiglie a proprietà immobiliare, banche ecc., in affitti, mutui ecc., è stato determinato in primo luogo, a lungo termine, da scelte di classe sul modo di costruire le città, il sistema dei trasporti, il rapporto tra luogo di abitazione e luogo di lavoro ecc., talché la 'forma mentis' che si esprime nell'efimnio “casa mia, casa mia, per piccina che tu sia tu mi sembri una badia” e simili può, in secondo luogo, venir celebrata e diffusa da cantanti, letterati, favolisti e illustratori.
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#5 Paolo Selmi 2019-02-15 17:25
Caro Eros,

ho letto con molto interesse sia il tuo lavoro, sia i commenti. E ho “ruminato” un po’ prima di rispondere, perché davvero stiamo parlando di un bene particolare, che risponde non solo a un bisogno fondamentale, ma a esigenze altrettanto vitali che fanno parte del vissuto di ciascuno, non fosse altro per quella maledetta analogia immediata, inconscia, che lega le SUE fondamenta alle PROPRIE radici: quello per cui avrei dato un occhio della testa per riscattare la casa di mia nonna materna, dove ero nato e cresciuto (e ancora rimpiango di non esserci riuscito), quello per cui mia moglie ancora fa fatica a definire, specialmente in certi ambienti, casa “sua” quella dove abita da 12 anni e distante 1100 km di distanza da quella di origine, che vede 15 giorni all’anno e in cui fa obbiettivamente sempre più fatica a ritrovarsi (perché col tempo noi cambiamo così come cambia tutto ciò intorno a noi). Cerco di ampliare ulteriormente lo spettro della tua analisi, introducendo alcuni elementi complementari.

Il primo è figlio non dei miei studi, ma delle letture “livettiane” sul PGT della mia provincia, più considerazioni personali. La casa è un bene particolare, “immobile”. In quanto tale, esso non è solo “mio” nella misura in cui io lo faccio tale, lo vivo, lo modifico secondo le mie esigenze e le mie possibilità, ma è anche “di tutti”, ovvero parte di un territorio che, per l’appunto, è preesistente all’insediamento umano che lo ha iniziato ad abitare prima di me e lo continuerà ad abitare dopo di me; un territorio entro cui si collocano ville come regge e baraccopoli, quartieri esclusivi (in tutti i sensi) e aree degradate, zone industriali in dismissione e infrastrutture di nuova concezione.

I nostri paesaggi riflettono capacità di sovrapposizione e sostituzione delle attuali dinamiche capitalistiche di sfruttamento del territorio come risorsa, appoggiandosi su modelli ormai desueti di sfruttamento fordistico, industriale, della forza lavoro tramite la creazione di forti concentrazioni abitative a ridosso dei luoghi di lavoro, impiantati a loro volta su modelli ottocenteschi, feudali, schiavistici, ecc. Mio fratello archeologo partiva a scavare dai resti industriali e, nel giro di pochi strati, arrivava ai resti di cultura materiale romana.

Il saggio di sfruttamento del territorio, spremuto sempre di più con il regredire del livello di civiltà vigente, limite sovrastrutturale e, quindi, destinato a soccombere, nei confronti del modo di produzione dominate, è dato
- da dinamiche di ottimizzazione del ciclo di produzione e riproduzione capitalistico della merce
- da manovre speculative di tipo diretto (“le mani sulla città”)
- da regalie al blocco capitalistico di riferimento (lo sviluppo della rete stradale in Italia a scapito del trasporto pubblico e l’appoggio storico da parte degli Agnelli).

I casermoni prefabbricati sono stati trasversali a qualsiasi modo di produzione, mi si potrebbe obbiettare. Vero. Quelli sovietici poi sono particolarmente brutti. Verissimo, li ho visti coi miei occhi e non ho visto particolari differenze con quelli in cui ho abitato fino a quando mi sono sposato. Vero è anche che un conto è tamponare un’emergenza casa, come nel caso sovietico dove si passò dalla kommunal’ka in cui coabitavano diverse famiglie, gestendo tutti gli spazi comuni (dal gabinetto alla cucina) con tutti i comprensibili conflitti del caso, all’appartamento per ciascun nucleo familiare, E AVENDO CHIUSO SIN DA SUBITO IL PROBLEMA DELLE CASE SFITTE O DISABITATE; un altro conto è costruire casermoni prefabbricati con case sfitte e in un mercato gonfiato dove i valori sono spalmati lungo ordini di grandezza a due zeri. Questo senza nulla togliere alla critica del casermone prefabbricato in sé, ma mi rendo conto che certe dinamiche non potevano, allora, essere eluse, e che sicuramente il crollo prematuro dell’URSS non ha permesso di porre rimedio alle inevitabili carenze di allora.

Inoltre, la struttura economica di un’economia di piano e a proprietà sociale dei mezzi di produzione consentì di limitare la popolazione a 9 milioni di abitanti (contro i 12 attuali).

I flussi migratori, infatti, sono anch’essi parte integrante del discorso urbanistico generale, e non possono essere demandati alle attuali, globali, dinamiche capitalistiche. Sottolineo globali, perché pensiamo, ancora una volta, al caso cinese.

E’ appena passato il loro Capodanno. Come ogni anno, 3 miliardi di movimenti di persone si sono concentrati in 40 giorni. Questo è il report di un agente cinese, che ti riporto integralmente:

Chun Yun is also called Spring Festival Transportation, or Spring Festival Transportation, is a large-scale phenomenon of high transportation pressure in China around the Spring Festival. With the Spring Festival as the center,
it lasts about 40 days, ranging from the fifteenth day of the lunar month to the twenty-fifth day of the first month of the following year.In 40 days or so, there are more than 3 billion population movements,
accounting for 3/7 of the world's population (about 7 billion people), which is equivalent to two major migrations of the whole nation. China's Spring Festival Transport has been selected as the largest
cyclical transport peak in the world by the World Records Association, creating many of the world's largest.
Spring Festival Transport is known as the largest and periodic human migration in human history. The term "Spring Festival" first appeared in People's Daily in 1980.
Over the past 30 years, the Spring Festival Transport Army has increased from 100 million to 3.7 billion in 2015, which is equivalent to the total population of Africa, Europe, America and Oceania moving once.

On February 21, 2013, the report showed that more than 67% of people chose to go home during the Spring Festival, of which more than 80% started from first-tier cities such as Beijing, Shanghai,
Guangzhou and Shenzhen. The places of arrival are ranked according to the number of people: Shaanxi, Shandong, Hebei, Henan, Shanxi, Anhui, Hunan, Sichuan, Jiangsu, Heilongjiang and other traditional people.

Notare il “other traditional people” detto verso i suoi connazionali dalla “compagna” della ricca Shenzhen…. Come dicono a Venezia riferito ai chioggiotti, “xè campagnolo”… tutto il mondo è paese. Accontentiamoci di questi dati spicci: dai 100 MILIONI di spostamenti per tornare al paesello in quei 40 giorni nel 1980, arriviamo ai 3.7 MILIARDI del 2015. Tutti dalle zone costiere alle zone meno sviluppate, e quindi ritorno a fare la loro vita da sfruttati. Questo in un Paese se-dicente socialista, con contraddizioni città-campagna, metropoli-periferia inimmaginabili in qualsiasi altro Paese del globo e che fanno sorridere ai nostri dati sull’ “esodo” estivo o invernale Nord-Sud.

Concludo e mi scuso per questo intervento-fiume. Il modo socialistico di produzione, primo in ordine di tempo e di fase di processo di quello comunistico, oltre a risolvere il problema della casa garantendola a tutti, e in modo dignitoso, dovrà anche risolvere il problema, molto più complesso e intricato, degli squilibri urbanistico-territoriali prodotti dall’attuale devastazione capitalistica in corso. Un modo di produzione che armonizzi attività produttive, insediamenti abitativi, territorio, e che non è – e oggettivamente non può essere – quello attuale.

Un caro saluto.
Paolo
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#4 Eros Barone 2019-02-14 22:20
Da marxista, mi batto per la "soppressione positiva della proprietà privata", cioè per il comunismo. Conforme ai princìpi classici del materialismo storico, intendo contribuire con le mie analisi ed i miei elaborati (anche la teoria, infatti, è una forma della prassi) ad aprire una fase in cui un partito rivoluzionario cerchi di conquistare ideologicamente le masse (con il consenso) alla causa del socialismo, fase che precede quella in cui esso le guiderà politicamente verso una decisiva sollevazione contro lo Stato borghese. In questo senso la "questione delle abitazioni" è parte integrante, assieme ad altre questioni (nazionale, occupazionale, industriale, energetica, militare, scolastica, vaticana ecc.), della costruzione dell'egemonia di classe. Sennonché oggi, in tutte le formazioni sociali capitalistiche più importanti, la maggioranza della popolazione sfruttata, come mi sembra di aver dimostrato in questo articolo, rimane in un modo o nell'altro sottomessa a un'ideologia riformista o capitalista. Così, a distanza di ottant'anni il compito che il fronte unico è chiamato ad assolvere rimane ancora insoluto. Le masse, nell'America del Nord, nell'Europa, in Giappone devono ancora essere conquistate nella loro maggioranza al socialismo. Pertanto la problematica centrale del fronte unico - l'ultima indicazione strategica di Lenin al movimento operaio occidentale prima della sua morte - conserva ancor oggi tutta la sua validità. L'esigenza imperativa rimane quella di conquistare la classe operaia, prima che si possa anche solo parlare di conquista del potere. I mezzi per adempiere questo compito, fra i quali rientra certamente la parola d'ordine programmatica della "realizzazione prioritaria di un corposo piano pluriennale di alloggi pubblici di qualità", sono il primo punto all'ordine del giorno di ogni strategia autenticamente comunista.
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#3 Vincesko 2019-02-14 18:24
Appunto. Perché hai scritto 80%? Alimentando la BUFALA propagandistica berlusconiana ( e non solo) del 90% di proprietari di casa. Comunque sono d'accordo con te che la trasformazione da affittuario a proprietario di casa determina una mutazione: psicologica, antropologica e perciò politica e fiscale. Da marxista, dovresti dunque batterti doppiamente e strenuamente per la realizzazione prioritaria di un corposo piano pluriennale di alloggi pubblici di qualità.
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#2 Eros Barone 2019-02-14 16:28
Cfr. nota 5.
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#1 Vincesko 2019-02-14 10:47
Citazione: “vasta massa dei proprietari di abitazioni (massa che oggi raggiunge quasi l’80% della popolazione)”.

I proprietari di casa, in Italia, sono poco più del 70%; in alcune Regioni, come la Campania, sono poco più del 60%.
Negli altri Paesi europei, l’incidenza è inferiore o molto inferiore perché ci sono molti alloggi pubblici.
«(i) in aderenza alle richieste dell’UE, del FMI e dell’OCSE (disattese dal Governo Berlusconi, che anzi lo ha ridotto) di spostare il peso fiscale dalle persone alle cose, reintrodusse l’IMU sulla casa principale, che era stata abolita dal prodigo con i soldi pubblici Berlusconi, tranne per le cosiddette case di lusso - A1/abitazioni signorili, A8/ville e A9/castelli -. Queste categorie furono (e sono sempre) sbandierate dai legislatori “abolizionisti” della tassa sulla casa, allo scopo di dimostrare che il provvedimento è improntato all’equità ed al rigore, ma esse però erano appena 74.430 su un totale di 34.435.196 [113] (pari ad appena lo 0,2 per cento); il che si tradusse (si traduce) in una presa per i fondelli, in particolare per i contribuenti affittuari, anche a basso reddito (o – come hanno fatto il miliardario Berlusconi e il milionario Tremonti - perfino nullo quando come contropartita si riduce la spesa sociale destinata ai poveri). I quali affittuari – come fiscalità generale - sono poi chiamati a contribuire a colmare il buco causato al bilancio dello Stato dall’abolizione dell’imposta anche ai ricchi e ai benestanti (che rappresenta la quota maggiore – circa i 2/3 - di tale introito fiscale), in barba al principio contenuto nell’art. 53 della Costituzione. E’ importante anche rilevare che gli alloggi pubblici popolari e ultrapopolari censiti sono appena 589.969, pari all’1,7 per cento del totale, contro il 10, 20, 30 per cento di altri Paesi UE;[113] tale numero si è dimezzato rispetto a dieci anni fa, a seguito della loro vendita; poi ci si scandalizza della guerra tra poveri dell’occupazione abusiva delle case popolari, mentre bisognerebbe scandalizzarsi per l’estrema penuria di alloggi pubblici e sollecitare vigorosamente un corposo piano pluriennale di case popolari di qualità;[113] […].»
https://www.amazon.it/dp/B07L3B5N5M

Purtroppo, l’Italia è un Paese “controllato” dalle banche (che erogano i mutui immobiliari ed ora sono proprietari di migliaia di immobili di coloro che non hanno potuto più pagare i mutui) e dagli immobiliaristi, i quali bloccano qualunque progetto di riforma della legislazione urbanistica e di sviluppo dell’edilizia pubblica.
Milioni di poveri hanno votato per l'immobiliarista miliardario Berlusconi, una delle cui decisioni nel 2008 fu di cancellare i 500 milioni di € stanziati dal governo Prodi per l'edilizia pubblica, e poi varare il c.d. piano Casa, uno specchietto per le allodole, già dal nome. La colpa è anche dell'attuale sinistra, che ha paura di disturbare i proprietari di case, anche ricchi e benestanti: vedi lo scandaloso Renzi, che abolì l’IMU sulla casa principale, in un primo momento addirittura anche sulle c.d. case di lusso, cosa che non aveva osato fare il “destro” Berlusconi.
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