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Una maglietta da calcio per sudario

di Paola Caridi

«E a proposito… nel Paese in cui i bambini stanno morendo, indossano le maglie dell’Argentina, del Barcellona, del Manchester City e del Real Madrid.»

È proprio vero, quello che ha detto Hossam Hassan, l’allenatore dell’Egitto, dopo la partita con l’Argentina che ha estromesso la nazionale egiziana dai Mondiali. Una partita con un risultato ribaltato nella fase finale, su cui pesano pesantissime accuse di razzismo e corruzione.

Quei bambini indossano le magliette del Barcellona, del Real Madrid. Sempre meno le magliette delle squadre di calcio italiane. Indossano le divise delle nazionali più ambite. Brasile, Argentina, Italia, Spagna. Sulle maglie c’è impresso il nome di Ronaldo o di Messi, certamente. Più spesso, dalle parti che ho frequentato, il nome di Mo Salah.

In quelle magliette, i bambini di Gaza ci sono anche morti. Ammazzati dalle bombe israeliane, dai droni israeliani, dai cecchini israeliani. Avvolti in strani sudari che sanno di miti globalizzati, ma anche di piccoli sogni per uscire dall’inferno e respirare altro. Altro oltre il puzzo di morte.

Non ci pensiamo spesso, a questa dimensione. Basta, però, aprire bene gli occhi. Guardare i video che escono da Gaza e dai campi profughi palestinesi in Libano. Pensare a Maradona e ai suoi fratelli di pallone. Ricordare gli oratori cattolici, le favelas brasiliane. E allora tutto torna.

E’ certo un mondo fatto in massima parte di uomini. E di uomini con tanti soldi, oppure servili. Uomini che eseguono il volere dei potenti. Esiste, cioè, il calcio della ricchezza, e dello spreco, ambito da chi soldi e futuro dignitoso non ne ha, e che intravvede nella carriera di calciatore l’unico modo per uscire da vari tipi di miserie e disagio. Soprattutto in alcuni angoli del pianeta, regione araba compresa. Non riguardo solo il calcio, ma tutti gli sport su cui gli investimenti sono imponenti.

L’errore però, sia da parte della “cupola” del calcio, sia da parte di una lettura superficiale del calcio, è non notare i segnali che da quel mondo escono. Sono segnali di diverso tipo, magari anche contraddittori tra di loro. Ma ci sono. Gioia collettiva, comunità, e anche l’emergere di cose che al calcio pensiamo non appartengano. Ciò che è giusto, ciò che è ingiusto. E allora imperversano gli striscioni Free Palestine accanto alle pubblicità di gas e petrolio. E i social, in queste ore, sono inondati dell’attacco alla corruzione nel calcio, tra arbitri e VAR.

Ancora una volta, è bastata la parola a rompere un sistema di potere consolidato, come spesso accade nella Storia. È bastato che una persona, Hossam Hassan, ex calciatore e allenatore della nazionale di calcio dell’Egitto, dicesse “il re è nudo. Guardatelo!”

Il re è Trump. Il re è il sistema del potere calcistico. Il servo del re è Gianni Infantino (da un pezzo). Il re è Israele che compie un genocidio. Il re è la destra razzista che tifa senza problemi nazionali di calcio in cui il bianco quasi non esiste e il non-bianco è la maggioranza: forse si illude ancora che il non-bianco sia subalterno… Il re è chi considera il calcio alla stregua del “panem et circenses”.

Hossam Hassan ha gettato invece, nei colossei 3.0 e in tutto il triste e stanco sistema mediatico dello sport, manciate di realtà. Realtà pesantissima. Un genocidio in corso. Ha parlato di bambini ammazzati e di razzismo, di corruzione e di cattiva coscienza. Anzi, dell’inesistenza di una coscienza globale, e soprattutto occidentale. E Hossam Hassan è diventato l’eroe che non ha paura delle conseguenze dei suoi gesti: ha dato dignità ai silenziosi e ai dissenzienti.

Il mondo arabo, e in particolare l’Egitto, mi ha insegnato che così nascono le rivoluzioni. Quando le parole svelano la realtà.

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