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I funerali Khamenei: la terza sconfitta Usa nella guerra all'Iran

di Piccole Note

Secondo i media iraniani nei sei giorni di lutto hanno partecipato oltre 40 milioni di persone, cifra che i media occidentali hanno cercato in tutti i modi di sminuire, come denota il fatto che tanti hanno riferito, a dispetto di immagini inoppugnabili, di "migliaia" di persone

Si può azzardare con un certo grado di certezza che i funerali dell’ayatollah Alì Khamenei sono stati i più partecipati della storia, imparagonabili per numero di convenuti con quelli di altri leader occidentali recenti, politici o spirituali che siano, e, a quanto pare, anche con altri del passato (escludiamo quelli più antichi, che non potevano avvalersi per attirare le folle di mezzi di comunicazione efficaci).

Secondo i media iraniani nei sei giorni di lutto hanno partecipato oltre 40 milioni di persone, cifra che i media occidentali hanno cercato in tutti i modi di sminuire, come denota il fatto che tanti hanno riferito, a dispetto di immagini inoppugnabili, di “migliaia” di persone.

Certo, le cifre iraniane potrebbero essere esagerate, ma sicuramente siamo ben oltre i 2 milioni di persone che parteciparono ai funerali di Ghandi e ai 3 milioni di quelli di Giovanni Paolo II, per citare due eventi funebri tra i più partecipati.

Un media autorevole come il Financial Times ha scritto di una cifra che sarebbe oscillata tra i 12 e i 15 milioni, numeri lontani da quelli comunicati da Teheran, ma pur sempre altissimi.

Non solo i numeri, la stampa occidentale ha anche sminuito la genuinità della partecipazione. Sul punto, appare più che convincente la smentita del Guardian: “Sarebbe errato considerare i partecipanti alla processione come robot in forma umana o come poveri cittadini bisognosi di un panino gratuito. Molti di essi erano persone istruite che volevano manifestare la loro opposizione a quello che consideravano l’omicidio extragiudiziale del loro leader, a prescindere dalle loro opinioni generali sul regime”.

Partecipare al funerale è stato anche un moto di ribellione per le vittime e i danni inflitti all’Iran dall’aggressione illegittima e ingiustificata di Stati Uniti e Israele, un modo per lanciare un messaggio al mondo per l’ingiustizia e la prepotenza subite.

Quanto alle vittime di guerra, che hanno suscitato tanta indignazione popolare, val la pena indugiare su un facile parallelo: le vittime civili in Iran secondo Human Rights Activists in Iran (HRANA), un’organizzazione non governativa con sede negli Stati Uniti, sono state almeno 1.701 (ma non sono state identificate oltre 700 vittime).

Tali decessi sono stati registrati dal 28 febbraio al 7 aprile 2026, ultimo giorno prima del cosiddetto cessate il fuoco, cioè in soli 39 giorni di conflitto; mentre le vittime civili in Ucraina registrate da febbraio 2022 a maggio 2026, cioè in oltre 4 anni di guerra e con attacchi anche più massivi, sono state 16.126

La partecipazione in massa del popolo iraniano ai funerali dell’ayatollah segna la seconda sconfitta degli States e di Israele: da decenni i media consegnati al regime-change iraniano parlano di una governance invisa alla popolazione, di un ayatollah odiato.

Al di là della veridicità o meno di tale narrazione, resta che tale partecipazione ne è uno scacco. Mai l’Iran è stato più coeso di così (ovvio che, come in ogni Stato, ci sia un’opposizione, ma quella che si registra negli States o in Israele, per fare solo due esempi, è molto più consistente…).

Dopo la sconfitta registrata nello scontro aperto, questa è la seconda sconfitta degli aggressori, sicuri che l’attacco a sorpresa e l’assassinio in massa delle massime autorità dello Stato, anzitutto l’ayatollah, avrebbero innescato un regime-change. È avvenuto l’esatto contrario.

Infine, il funerale di Khamenei ha inferto un ulteriore vulnus agli aggressori, stavolta in Iraq, dove si è svolta una parte della cerimonia funebre con la salma portata in processione nei luoghi santi sciiti. Anche qui una “folla immensa” di iracheni, come rilevava la Rai, si è stretta all’ayatollah.

Tale folla segnala la terza e bruciante sconfitta strategica di Stati Uniti e Israele, che dall’invasione dell’Iraq del 1990 e con l’invasione del 2003 erano certi di fare del Paese mediorientale una colonia occidentale avversa all’Iran. Le moltitudini recatesi a rendere omaggio alla salma di Khamenei indicano chiaramente che non gli è andata bene.

Quanto al momento attuale, tutto è sospeso. Dopo due giorni di fuoco incrociato, la notte tra il 9 e il 10 luglio non ha registrato nessuna nuova fiammata. Trump sta decidendo il da farsi consultandosi con i suoi collaboratori.

Un momento di sospensione che il presidente ha accompagnato con un messaggio ambiguo: “La Repubblica islamica dell’Iran ci ha chiesto di continuare i ‘colloqui’. Abbiamo accettato, ma gli Stati Uniti hanno dichiarato loro, senza mezzi termini, che il cessate il fuoco è FINITO!” Cosa voglia dire non lo sa neanche lui… 

Intanto, Israele preme per la ripresa del conflitto su larga scala. Di ieri la telefonata Trump-Netanyahu e l’annuncio che l’aviazione israeliana è pronta ad accompagnare i raid aerei degli Stati Uniti. Un pressing che corre in parallelo con l’indiscrezione gridata ai quattro venti che Tel Aviv avrebbe avvertito Trump di un complotto iraniano per ucciderlo.

Una notizia la cui veridicità è pari a zero, ma non per questo è priva di peso, come insegnano le manipolazioni che hanno innescato o accompagnato tante guerre, basti pensare alle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam o all’inesistente programma iraniano per produrre una bomba atomica.

Peraltro, la notizia va probabilmente letta a vari livelli, cioè secondo le diverse modalità con cui si può interpretare la frase: “Israele avverte Trump”.

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