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volerelaluna

Tra “Quaderni Rossi” e Intelligenza Artificiale

di Renato Pisani

Stavo leggendo un testo di Raniero Panzieri tratto da Quaderni Rossi del lontano 1961. Ero un po’ perso nelle sue dotte riflessioni marxiste quando mi sono imbattuto in una frase che, con violenza stravagante, mi ha riportato al 2026. Si è trattato di un breve passaggio in cui Panzieri critica coloro che interpretano l’innovazione tecnologica delle aziende come un fatto oggettivo e neutro. In particolare, Panzieri nota come costoro tendano a “riconoscere la scomparsa della parcellizzazione delle funzioni” nella fabbrica, e cioè i lavori più specifici e meccanici, in favore di mansioni più gratificanti, più intelligenti, e cioè “qualificate da responsabilità, capacità di decisione, molteplicità di preparazione tecnica”. Ho subito pensato: ma guarda, si dice lo stesso dell’IA. Così sono andato a recuperare qualche esempio.

Nel 2025 Hayes e Downie, due redattrici di IBM, hanno scritto un articolo sul sito dell’azienda chiamato “L’AI e il futuro del lavoro”, in cui spiegano che le IA possono “automatizzare compiti ripetitivi e potenziare il processo decisionale umano, permettendo ai lavoratori di concentrarsi su attività più creative e di maggior valore”. Così anche Microsoft, nel suo “Report 2025 sul Nuovo Futuro del Lavoro” scrive che “le persone si stanno spostando verso lavori di guida, critica e miglioramento. Le organizzazioni che ce la faranno sono quelle che investono in giudizio, capacità critica e supervisione responsabile”. Ho trovato anche una testimonianza ben più vecchia (si fa per dire) del 2023 in cui l’ex Product Manager di Google Workspace, citando un report finanziato da Google, spiegava che “con l’IA come supporto […] si elimineranno le mansioni banali, contribuendo a una maggior creatività e innovazione”.

L’implicazione che potremo diventare tutti manager, o quasi, fa un po’ sorridere. Anche noi ora avremo un piccolo lavoratore da comandare, cioè il povero Claude o ChatGPT di turno. Però, bisogna ammettere che l’eliminazione delle mansioni più faticose e ripetitive è una delle promesse dell’automazione, e in buona parte la storia sostiene questa tesi. Se pensiamo che una volta si usavano strumenti di lavoro come falce e martello, per citarne un paio, e che con questi si producevano cibo e utensili, fa un po’ impressione. Io non ho mai adoperato né l’uno né l’altro, se non per qualche impresa domestica.

Nonostante ciò, secondo Panzieri è fuorviante raccontare lo sviluppo tecnologico come “oggettivo” o “neutrale”, e cioè come una forma di progresso in quanto tale. La chiave, secondo lui, sta nel contesto: se le tecnologie si sviluppano come conseguenza dell’uso capitalistico delle macchine, quindi in un contesto di squilibrio di potere, allora saranno certamente introdotte per accrescere lo squilibrio e non per ridurlo. Supporre che miglioreranno la condizione materiale generale dei lavoratori non è necessariamente sbagliato, ma sicuramente peggioreranno la loro condizione politica, cioè il divario di potere tra la classe capitalista e… tutti gli altri. Curiosamente, l’IA e le piattaforme digitali nate nel cuore della Silicon Valley stanno avendo proprio questo effetto, accentrando immense ricchezze in poche mani e in pochi Stati, nonostante la promessa sia quella di dare a tutti intelligenza e conoscenza.

Panzieri ha ragione. Tutta questa bella libertà che ci viene venduta da aziende come IBM, Microsoft e Google, ha senso fintanto che le loro ricerche restano decontestualizzate, non tenendo conto del fatto che il rapporto tra chi possiede i mezzi di produzione e chi invece lavora non è minimamente alterato dall’introduzione dei sistemi digitali. Anzi, il divario politico ed economico è accresciuto, sia tra lavoratori e aziende che tra le aziende stesse. Nel primo caso, il digitale diventa uno strumento per aumentare il potere sui lavoratori attraverso il monitoraggio, cioè la raccolta di informazioni (di cui Panzieri parla), così da anticipare e confinarne il comportamento. La questione non è neanche tanto quella dei “licenziamenti di massa” causati dall’IA, spesso paventati dai CEO delle compagnie di IA (guarda caso). È più banale di così. Il potere di un’azienda deriva dal poter controllare l’attività di esseri umani, facendoli agire a seconda di una precisa organizzazione – una forma di potere sociale che nasce ben prima del capitalismo, e che gli sopravviverà. In questo contesto, introdurre sistemi digitali sempre più avanzati certo richiede una revisione delle mansioni, con qualche possibile licenziamento, ma in sostanza non fa che accrescere la capacità di imposizione e di controllo. Neanche nella relazione tra aziende troviamo indicazione che la creatività, la libertà o l’innovazione aumenteranno. Accedere ai servizi digitali di un’altra azienda, che siano o meno AI, è in realtà un indebolimento relativo significativo per qualsiasi organizzazione. Si tratta, infatti, di mezzi di produzione che non diventano mai “proprietà” dell’azienda che li adotta. Al contrario, rimangono spesso collocati in lontanissimi server a cui un’azienda è costretta ad accedere pagando regolarmente, pur di restare competitiva. Potremmo star parlando di una lavanderia gestita da una persona sola che vuole organizzare meglio i programmi di lavaggio, così come di una grande banca che vuole investire più efficacemente, o di un comune che crea un chatbot come servizio di amministrazione pubblica. Lavorare per aziende deboli indebolisce anche i lavoratori stessi. La prossima volta che dei lavoratori penseranno di occupare (si fa per dire) la loro azienda per appropriarsi dei mezzi di produzione con cui lavorano, potrebbero non trovarli proprio. Al contrario, tutto l’utilizzo che ne avranno fatto fino ad allora avrà migliorato questi “mezzi digitali” grazie alla raccolta, in qualche sperduto server, dei loro dati comportamentali. Senza però lasciar loro la possibilità di decidere sul valore prodotto in questo modo. Ho scritto di come si potrebbe impostare una rivendicazione basata su questa nuova dinamica in “Utenti di tutto il mondo: unitevi!”.

Per concludere, vorrei cercare di colmare quei sessantacinque anni passati dal testo di Panzieri ad oggi. Non vorrei fare l’errore, secondo me tanto diffuso, di prendere un vecchio testo profondo e brillante e dire “guarda com’è stato lungimirante!”, e poi fermarsi lì. È vero, la lungimiranza c’è, e non si ferma al piccolo passaggio da cui è nato questo articolo. Tuttavia Panzieri scriveva in un’epoca diversa dalla nostra. L’Italia era giovane, piena di operai, piena di enormi industrie che sarebbero ancora cresciute. Oggi però non è più così. Il settore secondario è passato da oltre il 40% al 26% della forza lavoro, l’età media da 30 a 48 anni, il partito comunista dal 25% del 1963 alla dissoluzione. Tuttavia l’Italia e l’Europa sono più diseguali che mai, e troppe persone vivono di ansia e stress legate al mantenimento di un tenore di vita basilare che dovrebbe essere gratis, considerando quanto la nostra società riesce a fare e produrre.

Occorre fare tesoro dell’avvertimento di Panzieri, non farsi distrarre dal progresso tecnologico dimenticandosi del rapporto di classe sottostante. Ma non si può nemmeno inseguire la rivoluzione operaia a cui ambiva lui, se di operai non ce ne sono più, in quei termini e in quel modo. Bisogna invece chiedersi: qual è il rapporto della persona media o medio-povera con i mezzi di produzione attuali, e quindi col digitale? Qual è il suo rapporto con il consumo materiale e digitale? Qual è il suo rapporto con il potere economico e sociale? E poi, crucialmente, occorre chiedersi: in cosa, questa persona, è indispensabile per coloro che sono al potere? Quali risorse essenziali (ad esempio i dati o il lavoro) estraggono da essa? La risposta a queste domande ci darà indicazione sulla natura della collettività che si può mobilitare oggi, con le proprie rivendicazioni ancora da formulare. Ci dirà anche di quali strumenti di potere questa collettività disponga per mettere sotto pressione l’attuale forma del capitalismo.

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