Su le mascherine. Ma giù la maschera dell’ipocrisia
Lettera aperta a Ennio Abate
di Rita Simonitto
Le denunce circostanziate e non ideologiche, le analisi puntuali e problematiche, i tentativi di interrogarsi sulle strategie politiche messe in atto per la gestione di una pandemia da Covid, che appare a molti contraddittoria e a tratti insensata, sono numerose anche sul Web. (Solo alcuni esempi: qui, qui, qui, qui, qui). Questi scritti richiederebbero letture impegnative e gruppi di riflessione che oggi sono quasi inesistenti. Vengono perciò presto dimenticati o sono facilmente sovrastati dal rumore di fondo dei mass media. Questi forniscono esclusivamente valanghe di notizie emotive tese ora a rassicurare ora a impaurire. E sono queste purtroppo che i social riecheggiano o entrano nei discorsi quotidiani. Poliscritture ha pubblicato vari contributi sul tema della pandemia ma si fatica – è bene dirlo – a ragionare e a comprendere in profondità i mutamenti che stanno avvenendo a tutti i livelli esterni e interni alla vita organizzata delle popolazioni. La Lettera aperta di Rita Simonitto è un generoso tentativo di rilanciare una riflessione intermittente. Ricostruisce criticamente la cronaca degli ultimi mesi, denuncia le responsabilità politiche di governo e opposizione, testimonia vivacemente un disagio che è di molti e la volontà di non rassegnarsi. Ripropone anche, senza farla esplicitamente, la domanda più difficile: cosa si può fare di più e meglio? [E. A.]
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Caro Ennio, tre le impellenze che mi hanno spinto a riprendere (in ritardo, oggi siamo al 24.11) il tuo post “Ancora nella gabbia del Lockdown” del 5.11.2020.
- una permanente disperazione per quanto continua ad accaderci in un deserto di idee perché l’unico pensiero imperante è legato alla “sopravvivenza” la quale tende a funzionare in termini di “o / o”, “mors tua, vita mea”, salute o economia, ecc. ecc. Cosa ben diversa dal “vivere” che implica apertura alle ipotesi, ad una disponibilità dialettica.
- una incontenibile rabbia – che devo però controllare – per lo sfregio che ci viene quotidianamente inferto da coloro che, in modo del tutto arbitrario e schizoide (prima un “si può, si può” e poi “vi siete mossi da irresponsabili”) si arrogano il diritto di dirci qual è il “nostro bene”. Sì, Ennio, uno sfregio. Così, senza timore di essere tacciata per anarchico-libertaria – come hai risposto all’amico ‘insofferente’ nel post di cui sopra (“Scrivere: “Di nuovo trattati come bambini” o chiedersi “Perché ci lasciamo umiliare così?”, dice subito molto del tuo spirito anarchico-libertario e del rifiuto (istintivo o ragionato) delle nuove misure governative”)– vorrei solo esprimere la mia libertà di pensiero e di critica a fronte di un sistema politico (in particolare quella italiano) che ci mostra gli esiti drammatici dell’appiattimento culturale iniziato parecchi anni fa. Un ottundimento derivato anche da un bisogno di omertà su un certo passato, così che per chiudere fantasmi nell’armadio si è finito per chiudere lo stabile intero, anzi, di più: certe “Zone” sono addirittura interdette!
Mi assilla inoltre la reminiscenza degli antichi attacchi fatti alla meritocrazia, quando oggi non possono non balzare agli occhi situazioni in cui è palese che non ci si può improvvisare amministratori di un Ministero, gestire Leggi, e, men che meno, affrontare emergenze come quella pandemica che ci è capitata inaspettata se non si è dotati di un minimo di preparazione.
- In aggiunta a tutto ciò, mi turba la lirica (pur splendida e anche da me partecipata) di D. Salzarulo “La curva d’autunno”, perché trasuda speranza, anche se triste, mentre quotidianamente ogni speranza di futuro viene assediata non dal “nemico invisibile” (così, erroneamente, è stato presentato il Covid 19) bensì da uno sfinimento progressivo della popolazione, demotivazione accompagnata dai più lugubri fantasmi della Morte e di fronte ai quali anche i Cavalieri dell’Apocalisse si ritraggono. Non si palesa nessuna forma di accompagnamento da parte di chi (s)governa il Paese in questa situazione drammatica, ma una crudeltà mista a sadismo che mi richiama le parole della cacciata dall’Eden fatte ad Eva (“moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli”) e ad Adamo (“maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita”). Oggi, i novelli Torquemada minacciano: “morirete tutti se vi rendete colpevoli di aver violato le regole” (regole, tra l’altro, contraddittorie). Se non fosse tragico, verrebbe da rispondere come fece M. Troisi al predicatore che voleva intimorire la popolazione al grido “ricordati che devi morire!”: “Sì, sì. Mo’ me lo segno”! (Nel film di M. Troisi -1984 – “Non ci resta che piangere”).
Come sempre, ci sono le gocce che fanno traboccare un vaso ormai stracolmo:
- la prima, riguarda la dichiarazione dell’infettivologo Massimo Galli (ma non aveva dichiarato pubblicamente che si sarebbe ritirato dalle apparizioni televisive?) in cui, esondando dal suo territorio di ‘uomo di scienza’– esondazione che, peraltro, va di moda oggi attraverso una tuttologia imperante -, ha affermato che le festività natalizie andrebbero vissute “da remoto”, ossia collegandosi agli affetti più cari via Skype e privilegiando, per gli eventuali regali natalizi, le piattaforme internazionali on line (tipo Amazon).
Queste prese di posizione ci fanno intuire un possibile ‘progetto’, una ‘linea socio-politica’ che andrà a sancire la condizione di solitudine, della distanza/deprivazione affettiva (gli affetti sono portatori di danni, si sa!), nonché una progressiva disumanizzazione e de-socializzazione: il tutto eretto a nuovo stile di vita (e di cui già oggi incominciamo a vedere i nefasti effetti). La tranquillizzante rassicurazione che si tratterà solo di un breve periodo di sacrificio e dopo ci sarà la ripresa della ‘normalità’ – anzi, ci ritroveremo migliori di prima -, non è che una pietosa bugia già detta a sostegno del primo lockdown e il cui smascheramento oggi è palese agli occhi di tutti. E il ‘mantra’, strombazzato a destra e a manca, “siamo i migliori”, non è servito ad altro che a nascondere la polvere sotto il tappeto: siamo agli ultimi posti dei parametri internazionali in quanto a crescita, buona gestione del bene pubblico e burocrazia (e anche in termini di valutazione pandemica: oggi, alla seconda ondata, siamo sì ad un terzo posto, ma solo per il numero di decessi).
- la seconda goccia, è il ricorso all’algoritmo, decisore indiscutibile (nonché imperscrutabile) delle scelte che verranno fatte in merito alle chiusure per Covid 19 nelle varie Regioni visto che un lockdown generalizzato sarebbe impopolare e turberebbe il consenso. La indefettibilità dei 21 parametri scelti, refrattari ad ogni valutazione qualitativa ha, in un certo senso, tolto le castagne (abbondantemente bruciacchiate) dal fuoco delle indecisioni e confusioni governative.
Sì, perché il PdC [Presidente del Consiglio] – onde mascherare la INDUBBIA difficoltà a gestire un evento così inusitato e terribile, si è trincerato dietro una cautela decisionale propagandata come necessaria (e, inizialmente, lo era) ma tramutatasi poi in una reiterata ossessione. Facendosi (falso) scudo dei tecnici e dei vari Organi di Sanità Nazionale e Internazionale, che affermavano tutto e il contrario di tutto (e subendo accuse più o meno velate di partigianeria) -, ora ha trovato la ‘quadra’: la ‘responsabilità’ sarà tutta dell’Algoritmo.
E’ proprio vero che la realtà supera la fantasia se penso al film di S. Kubrick, “2001, Odissea Caporettonello spazio” (1968). In quel film, a bordo della navicella spaziale Discovery One, era stato installato un supercomputer di nome HAL 9000, acronimo per Heuristic ALgorithmic (“algoritmo euristico“) al fine di gestire quel periglioso viaggio in modo ‘asettico’, onde evitare gli scogli di conflitti soggettivi nelle scelte da prendere da parte dell’equipaggio. Non evitò nulla, andò in tilt (per un umano si direbbe ‘impazzì’) e, per chi non lo avesse ancora visto, non faccio ‘spoiler’ sul finale.
- la terza goccia contempla la presunta impossibilità di cambiare un governo in corsa e men che mai in una situazione drammatica come l’attuale. E quindi si cerca di tenere in piedi con le unghie e con i denti un esecutivo che non ‘esegue’ niente di propulsivo ma soltanto pericolose ripetizioni di errori già fatti. Ricordo che il Gen. Luigi Cadorna, che attribuì la disfatta di Caporetto alla scarsa combattività di alcuni suoi reparti anziché imputarla alla sua impermeabilità ad ascoltare consigli esterni, venne sostituito dal Gen. Armando Diaz. E si era nel pieno della Prima Guerra Mondiale…
Premetto che non voglio turbare quei sentimenti di ‘placida rassegnazione’ di fronte alla patita “sopravvenienza di eventi imponderabili”: ognuno risponde a seconda di quanto può gestire o meno. E non mi va di essere tacciata da ‘negazionista’ (di non so cosa perché il virus c’è, eccome!) e men che meno costretta in una assurda riduzione ‘ad Hitlerum’, come se godessi dei morti per virus, solo perché vorrei presentare alcune problematicità e non mi accordo al ‘pensiero unico’.
Premetto anche che non è nel mio stile fare polemiche, ma oggi più che mai mi riesce intollerabile la mistificazione. Le ‘bugie’ dei politici le ho sempre messe in conto, so che le false promesse sono il loro pane quotidiano, ma qui siamo in un ambito completamente diverso, ovvero lo stravolgimento della realtà, il ribaltamento di ogni principio di responsabilizzazione dove i ‘non-più-cittadini’ vengono sottoposti alternativamente ad inneggiamenti o ad affossamenti.
Inoltre premetto che tendo ad essere rispettosa delle regole, anche se ho delle perplessità sulla loro sensatezza e sul loro inserimento in un progetto previsionale. In ogni modo mi seccherebbe morire a causa dell’insipienza altrui accompagnata a volte anche da malafede.
Dolorosamente mi risuonano alcuni versi del sonetto n. 66 di Shakespeare quando parla della “povera nullità tutta agghindata”… , della ”forza invalidata dal potere zoppicante”…,dell’ “arte imbavagliata dall’autorità”. Non è forse questo il panorama che ci si presenta oggi?
Certo, mi si dirà: “Ma siamo di fronte al Covid, bellezza!”, il “nemico invisibile!”. Senza dubbio il virus non è visibile a occhio nudo; senza dubbio la sua struttura, le sue dinamiche di trasmissione ci sono in parte sconosciute, ma ciò non ne fa un nemico bensì un ‘oggetto’ che si andrà a conoscere e a decrittarne lo statuto. A ciò serve la scienza, pur con i suoi limiti e le sue contraddizioni interne, altrimenti ci atteggiamo come i nostri antenati che vivevano come ‘nemico’ tutto ciò che non conoscevano. L’espressione di cui sopra, rappresenta dunque la prima grande mistificazione onde rimestare nel torbido delle nostre paure ancestrali: “il nemico invisibile”.
Nello stesso tempo, non possiamo limitarci a guardare il dito (il Coronavirus) e non la luna, ovvero un sistema capitalistico che attualmente ha bisogno di trasformarsi e utilizza tutto ciò che ha a disposizione, fra cui anche la pandemia che, come accade per la famosa eterogenesi dei fini, gli è capitata fra le mani producendo quell’annullamento residuo di socializzazione che ancora persisteva. Non a caso, con un bel lapsus freudiano, si è parlato di ‘distanziamento sociale’ anziché di ‘distanziamento fisico’. E questa è la seconda mistificazione: “distanziamento sociale” verso cui si sta alacremente operando per fini che esulano dal contenimento del virus.
Dall’Europa all’America, ovviamente con le differenze socio-politiche ed economiche specifiche di ogni singolo Paese, pare che il trend sia questo: un attacco spietato a quelle specifiche forme di socializzazione che possono rappresentare un pericolo in quanto passibili di venire trascinate da eventuali “soggetti non assoggettati” al potere dominante (il tema è molto complesso per essere sviluppato qui).
Così vediamo le aziende che previlegiano il lavoro da remoto, la scuola con didattica a distanza, i teatri con rappresentazioni trasmesse via Netflix, lo shopping mediato da influencer sponsorizzati da catene tipo Amazon, i ristoranti dove la cultura del piacere nello stare a tavola viene sostituita dalla depressione di un pasto portato a domicilio, anche con amici, sì, ma senza quel clima di incontri che rendeva il ristorante luogo in cui ci si ristorava non solo col cibo ma anche attraverso i rapporti con le persone. Ovvero la socialità è stata soppiantata dalla virtualità (e viralità) dei social (che di ‘sociale’ non hanno nulla, contano solo i numeri dei gradimenti). Emblematico nella sua drammaticità questo episodio: l’invit oa portare la mascherina protettiva non arriva dall’autorevolezza di chi ci governa e si dovrebbe prendere cura delle nostre sorti, bensì dagli influencer che hanno più ascolti.
La stessa informazione, il cui compito sarebbe appunto quello di dare forma comprensibile agli eventi, si è trasformata in notizia la quale, più che ‘informare’, deve essere ‘sensazionale’, suscitare ‘sensazioni’ non riflessioni e quindi pensiero. La stessa malattia deve entrare nel circolo mediatico, meglio se esibita/raccontata nel suo dramma dai Vip.
Fatte queste premesse, veniamo ad alcuni dettagli.
Giustamente Paolo Di Marco (8.11 – h. 14.44) scrive: ‘il potere ci fa questo …per i suoi interessi..’: quale potere? O mettiamo nome, cognome, indirizzo o evitiamo affermazioni fumose; il ‘a chi giova’ dovrebbe sempre avere consequenzialità logiche e anche qui possibilmente controllabili.”
Rispondo che, ovviamente, nomi, cognomi e indirizzi potranno essere desunti dai dati che riporto.
Partiamo dal 5 gennaio 2020: il Ministero della Salute invia a vari Enti tra cui l’ Istituto Superiore di Sanità, l’ Ospedale Spallanzani di Roma e il Sacco di Milano una nota di tre pagine. Oggetto: “Polmonite da eziologia sconosciuta”. Il Ministero spiega che al 31 dicembre la Cina ha segnalato alcuni casi di questo genere (poi il 3 gennaio i casi sono diventati già 44. Il mercato di Wuhan viene chiuso e da lì a poche ore inizieranno a emergere i primi Covid). La nota del Ministero aggiunge dell’ altro. Si legge: “I segni e i sintomi clinici consistono principalmente in febbre, difficoltà respiratorie, mentre le radiografie al torace mostrano lesioni invasive in entrambi i polmoni”. Si tratta delle ormai note polmoniti interstiziali bilaterali. Eppure si prosegue come nulla fosse. Gli italiani nulla immaginano. I vertici sanitari invece sì, ma queste sintomatologie non vengono comunicate a quei medici di base che stanno sul territorio né vengono allertati i medici ospedalieri che verranno a contatto con l’epidemia senza alcuna protezione informativa in merito. Sembra che non si attivi alcun piano antipandemico, non solo perché quello in vigore è obsoleto (risale al 2017) ma perché si cerca di derubricare l’evento come una forma influenzale un po’ più virulenta.
Il 1° febbraio, in apparente contraddizione con le affermazioni tranquillizzanti di cui sopra, il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza per 6 mesi e stanzia 5 milioni di euro. Viene nominato Commissario straordinario il Capo della Protezione civile, Angelo Borrelli.
Il 4 febbraio, il Ministero della Salute istituisce una task force dedicata al virus 2019-nCoV e rafforza i controlli negli aeroporti e porti italiani. I presidenti leghisti di Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia e della provincia autonoma di Trento chiedono al governo di imporre la quarantena a chi rientra dalla Cina (tenendo conto che il 25 gennaio lì hanno festeggiato il capodanno cinese con assembramenti a go-go), compresi gli alunni delle scuole, ma vengono accusati di ‘razzismo’ verso i cinesi e di portare panico immotivato tra la popolazione. Lo slogan è: “il nemico non è il virus ma il razzismo”. La celebrazione dell’involtino cinese da parte di politici e di giornalisti diventa lo scenario dove si contemplano le nostre paure e le relative scaramantiche difese.
Arriviamo al 21 febbraio. È il nostro venerdì nero. A 54 minuti dalla mezzanotte l’ Ansa batte la prima agenzia: “Coronavirus, un contagiato in Lombardia”. È il “paziente uno”, un 38enne ricoverato per polmonite all’ospedale di Codogno, nel basso Lodigiano. Nel corso della giornata emergono due casi a Vo’ Euganeo, nel Padovano: alle 23.40 uno dei due, un 77enne di Monselice, muore. È il primo morto in Italia. Salvini intima al governo di chiudere tutto: “Chiudere! Blindare! Proteggere! Controllare! Bloccare!”.
Il 22 febbraio, Conte firma un decreto: le aree dei due focolai del Lodigiano e di Vo’ Euganeo diventano “zone rosse”: non si potrà uscire né entrare. Nel corso della giornata i contagi arrivano a 76. Panico!
Il 23 febbraio: vengono chiuse le scuole in sei regioni del Nord.
Il 26 febbraio. Il presidente della Lombardia Attilio Fontana si mette in isolamento in diretta Facebook dopo aver annunciato la positività di una sua collaboratrice. Non solo viene preso in giro per i suoi movimenti maldestri nell’indossare la mascherina ma viene accusato di allarmismo ingiustificato.
Il 27 febbraio. Da più parti si sollevano le grida contro chi semina paura per paralizzare il Paese. Il sindaco di Milano Beppe Sala chiede al governo di riaprire i musei, riapre i locali dopo le 18 (già chiusi dalla Regione), indossa la t-shirt con lo slogan #milanononsiferma, si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale. M. Salvini, preso in contropiede e non volendo screditarsi come colui che ostacola l’operosità della Regione, va da S. Mattarella a chiedere di “Riaprire tutto e far ripartire l’ Italia” e intima al governo: “Riaprire tutto quello che si può riaprire”.
Il segretario del Pd Nicola Zingaretti va sui Navigli per un simbolico aperitivo coi giovani del partito. Nove giorni dopo annuncerà di essere positivo al Coronavirus.
Il 28 febbraio. Il governo approva il decreto legge “misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’ emergenza epidemiologica da COVID-19 “.
- Salvini chiede: “Aprire, aprire, aprire! Si torni a produrre, a comprare, si torni al sorriso”.
- Confcommercio stila un decalogo: “Sono gli ultimi giorni di saldi: approfittane! Vai dal parrucchiere o dall’ estetista! Incontra gli amici al bar per un aperitivo, non sono più chiusi dopo le 18! Esci a cena, i ristoranti sono aperti!”
- Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia denuncia al Corriere i danni della psicosi da Coronavirus: “L’ export e il turismo hanno pesanti contraccolpi”. Riapre il Duomo di Milano.
Questo triste e drammaticamente parossistico calendario-indice di un disorientamento generale senza guida alcuna, accompagnato da dichiarazioni governative del tipo “Siamo prontissimi” (Presidente del Consiglio da Lilli Gruber), “Non possiamo presentarci come il lazzaretto d’Europa” (Presidente del Consiglio), “Andrà tutto bene” e, in alternanza, da DPCM restrittivi, in un andamento a fisarmonica (stonata, peraltro!) -nascondeva una ben altra verità: a gennaio sia i Servizi Segreti (la cui delega è nelle mani del premier Conte), sia un dossier (poi secretato e declassato a ‘scenario’ mentre invece il frontespizio titolava “Piano Nazionale Anticovid”) definivano: il primo, l’avvento di una pandemia (non una semplice influenza) e, il secondo, le linee guida da adottare per fronteggiare ciò a cui si sarebbe andati incontro (terapie intensive, stoccaggio mascherine e altri ausili sanitari, dispensari distribuiti nel territori, reclutamento di personale medico e infermieristico) computando anche il numero delle perdite di vite umane (numeri che poi si andranno a riscontrare nella lugubre verità dei fatti).
Ciò fa sì che il governo, appunto il 1° di febbraio, da un lato dichiari lo stato di emergenza per sei mesi ma, dall’altro, non avvii quelle procedure previste nel Piano Emergenza Pandemica. Oltretutto il nostro era fermo al 2017 (mera fotocopia di quello del 2006 e quindi senza alcun aggiornamento). Già nel 2010 Formigoni, alle prese con l’Aviaria, aveva denunciato l’inadeguatezza del Piano del 2006. Ma non se ne fece nulla. Di fronte alla mole pesantissima di impegni di cui farsi carico, unita alla carenza di soggetti preparati alla bisogna e capaci di affrontare l’emergenza, la strada presa fu quella di procedere a seconda di come tirava il vento del consenso: dal negare il problema (“si tratta solo di una influenza”) allo scodellamento quotidiano di Dpcm restrittivi coadiuvati in questo da una pletora di virologi, infettivologi, microbiologi che trovavano finalmente una loro audience e il cui successo mediatico avrebbe potuto anche portare ad una certa visibilità anche politica.
Così inizia il balletto/calvario delle mascherine sì e mascherine no (“non servono”, si dice anche da fonti autorevoli quali l’OMS, ma solo perché non ci sono – parecchie migliaia sono state inviate per solidarietà a Wuhan dal nostro Ministro degli Esteri) e la danza macabra del palleggio delle responsabilità tra Governo centrale e Regioni.
A tutto ciò si aggiunge un Parlamento esautorato e una operazione di blindatura di notizie sanitarie, anche lì con varie mistificazioni in merito alla loro secretazione: non ci sarebbe stata alcuna secretazione, viene detto. Ma allora perché ricorrere al TAR Lazio contro la richiesta di accedere a quei fascicoli fatta dalla Fondazione Einaudi per vederci chiaro? E, alla fine, essere presentati con molti ‘omissis’?
Anche la recente audizione del Ministro alla Salute, Roberto Speranza, al Copasir (il ministro si ostina ad affermare che all’ISS [Istituto Superiore di Sanità] non era pervenuto nessun Piano Nazionale Anticovid ma solo ipotetici scenari) viene secretata.
Quindi si preferìsce operare con la paura. Presentando l’epidemia come una catastrofe inevitabile e ingovernabile, anziché come un evento che poteva essere fronteggiato sia pure con difficoltà – in virtù anche del fatto che il PdC [Presidente del Consiglio] aveva prolungato lo stato di emergenza e quindi assumendosi poteri decisionali di pronto intervento senza finire nelle maglie della burocrazia – approntando quelle misure sanitarie adatte alla bisogna. Sarebbe stato anche sufficiente consultare un Software messo a disposizione dell’OMS (pur essendo un organo alquanto deficitario e di parte) per fronteggiare la pandemia, strumento in grado di calcolare i fabbisogni del territorio e procedere di conseguenza.
La paura! Mi angoscia e mi si ghiacciano le vene nel ricordare quanto disse Goering interrogato a Norimberga sul come mai il popolo tedesco avesse potuto tollerare tanto orrore perpetrato dal Terzo Reich. Macabra la risposta. “E’ stato facile e non ha nulla a che fare con il nazismo, ha a che fare con la natura umana. Lo puoi fare in un regime nazista, comunista, socialista, in una monarchia o in una democrazia. L’unica cosa che si deve fare per rendere schiave le persone è impaurirle. Se riuscite a immaginare un modo per impaurire le persone, potete fargli quello che volete”.
E, purtroppo, è così. Fior di letteratura sia scientifica che letteraria ne dà conferma!
Ecco, quel giocare con le debolezze della natura umana come vediamo anche oggi, mi ha distrutto dentro. Da qui la mia profonda disperazione di cui ti ho parlato all’inizio.
Nello stesso tempo posso anche capire. A febbraio/marzo le risorse disponibili erano veramente al lumicino: un irrisorio investimento del 6% del PIL sulla Sanità; sgretolata la medicina territoriale; tagliati decine di migliaia di medici, di infermieri, di posti letto a seguito di faziose politiche di austerità (sempre propagandate per il ‘nostro bene’!).
Sarebbe stato troppo facile gridare contro un governo di ‘incapaci’: né più né meno che come sparare sulla Croce Rossa. Quindi, ciò che è avvenuto nella prima ondata lo includo (anche se con uno sforzo generoso) ad una impreparazione a fronte di difficoltà oggettive di natura organizzativa, sanitaria e non. Difficoltà che però – anziché essere presentate in Parlamento onde mettere in atto ALLORA un lavoro comune, di ‘squadra’ (come si caldeggia OGGI) per il bene pubblico -, vennero sottaciute, anzi, addirittura negate con un perentorio “Siamo prontissimi!”.
Ma ciò che sta avvenendo adesso, no, non può essere accettato. Dopo i ‘fantastiliardi’ ventilati (e parte di questi come sono stati utilizzati – anzi, sprecati -?) la situazione è al collasso. Ci troviamo di fronte ad una specie di reiterazione del reato, però senza alcuna manifestazione di riconoscimento della propria insipienza ma soltanto un riversare le colpe sugli altri (sulla popolazione – che pur avrà avuto i suoi deficit a causa anche di informazioni caotiche -; sulle Regioni – che pure avranno avuto le loro negligenze). In questo modo (come suggeriva il caro buon S. Freud in “Ricordare, ripetere, rielaborare”), se non si rielabora non si impara e si rischia di ripetere gli errori ad infinitum. E ciò vale per tutti, non solo per chi ci (s)governa. Anche per chi gestisce l’informazione.
La memoria storica è importante, ma vi si deve accedere senza preconcetti o ideologie che sviano e condizionano l’osservazione.
Nella cronaca che ho riportato, ho segnalato che tutto il mondo politico si è ‘impasticcato’, ognuno a modo suo e ognuno con le sue ragioni.
Però è chi detiene il potere che ha la responsabilità di tenere la barra!











































Comments
Oh sì, è opportuno guardare alla storia senza ideologie, se non il turbo-liberalismo, lamentando la distruzione di intere sezioni dell'ospedale, il pubblico, l'impreparazione, le conseguenze allucinanti ma logiche, il cui maggior beneficiario sarà la e-medicina, i Big Data e così via e così via e i migliori.
Meno esseri umani impastati nell'errore, più tecnologia, più disoccupazione, più reddito universale, la buona vita in breve,
Si vede che la dialettica sta ancora rompendo i mattoni.
Il timone in cui la tengono non c'è dubbio.
Tradotto con www.DeepL.com/Translator (versione gratuita)
socio-politiche. In realtà, siccome la composizione demografica del paese è in questo come in altri casi determinante, la “situazione epidemica” sta conferendo, ogni giorno che passa, un’investitura plebiscitaria alla borghesia imperialista, rafforzandone la direzione in termini di immaginario ideologico, di consenso sociale e di potere politico. E anche la crisi economica già ingravescente, e ancor più aggravata dalla situazione epidemica, non modificherà l’annoso dilemma, che paralizza le energie creative del movimento di classe mondiale, tra uno stato di cose insopportabile, una fascistizzazione galoppante e una rivoluzione impossibile. Quella che stiamo vivendo è infatti, sotto la maschera sempre più truce e ricattatoria di una solidarietà spettacolare imposta a livello mediatico, una tragedia dissimulata e diluita nel tempo. Per questo ci attende un lungo e paziente lavoro di preparazione di massa che rifugga dai falsi scopi, per questo è così preziosa la coerenza del materialismo storico-dialettico.