
La Dogville di Rosarno, provincia d’Italia
Infoaut
La Vandea in risposta alla rivolta dei migranti mette a fuoco una dimensione niente affatto locale dei fatti di Rosarno. “Il destino non è qualcosa di estraneo, come la punizione, bensì la coscienza di se stessi, ma come qualcosa di ostile” (Hegel). Quel che doveva prima o poi accadere - come dicono oggi tutti - è accaduto. Come per un meccanismo di proiezione inconsapevole, i “locali” hanno visto nei blacks in rivolta quello che loro non sono più in grado di fare, da tempo oramai, e cioè alzare la testa e dire basta mettendo in gioco tutto, anche la paga da fame - ma quanto fondamentale per loro! Lo hanno visto in uno specchio rovesciato, in negativo, dunque come elemento ostile. Sottomessi e insieme conniventi del “sistema” che non è solo e in prima istanza la rete dell’economia locale “canaglia” appaltata alle cosche ma la filiera dell’economia globale che fa capo alle grandi imprese, quelle “pulite”, e allo stato rinfoltito di ministri e funzionari padani.
Sottomessi e conniventi della rete assistenziale-clientelare, legale o meno, che fa girare reddito in cambio della devastazione del tessuto sociale e ambientale, che dà lavoro precario e spesso schifoso in cambio dell’anima. Conniventi, infine, rispetto alla condizione bestiale cui sono costretti gli ultimi degli ultimi, i blacks, ben sapendo che essi in fin dei conti sono l’anello indispensabile del sistema: non gli spacciatori di turno di cui ci si riempie la bocca per esprimere odio e insieme declinare l’accusa di razzismo, ma lavoratori sottopagati e sovrasfruttati di una filiera lunghissima di intermediari e parassiti vari.
Ma il popolino di queste terre devastate non ha dimenticato, sotto sotto, di essere pur sempre la (pen)ultima ruota del carro. Paradossalmente, i neri possono andarsene, loro no, a meno di ridursi in un condizione migrante a rischio di cadere in una condizione se non uguale, comunque simile a quella oggetto di disprezzo e di odio. O, peggio ancora, a meno di fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Si può anche pensare che i leghisti hanno ragione, ma è difficile al sud diventare tutti padroncini! Ecco allora la paura, non del migrante in quanto tale ma della sua capacità di ribellione e di rovesciare l’ordine delle cose. E dopo la paura, la caccia al negro per sfogare la rabbia e l’odio una volta, beninteso, che ci si sa protetti dai solerti tutori dell’ordine. Ma soprattutto per ribadire che i prossimi, visto che qualcuno le arance dovrà pur raccoglierle, stiano alle regole.
Al gesto “disperato” e però pieno di speranza dei migranti dobbiamo molto. Il fatto di aver messo a nudo, di colpo, lo stato bestiale delle cose italiote. Di aver fatto paura, superando così quella soglia invisibile che il proletario italiano legato da molteplici fili non riesce a oltrepassare anche quando viene improvvisamente spinto sul limite (per ora) del baratro. Ma soprattutto di aver rotto fin dentro l’immaginario la dialettica del servo buono che aspira allo status subordinato concessogli dal padrone “riconoscente”. I blacks di Rosarno hanno infatti realizzato la cosa più importante e cioè di non riconoscere nelle condizioni nostrane la vita desiderata per il motivo molto semplice che quelle condizioni non parlano ad esseri umani. Questo innanzitutto, e non la violenza in sé della ribellione, è l’atto di umanità che questa vicenda ci restituisce. Quando anche i “locali”, sparsi per tutta l’italietta, proveranno a riconoscere “la propria vita perduta” senza proiettarla all’esterno come forza ostile, forse saranno cominciate le danze contro i veri burattinai.
Per intanto, lo stato centrale si mostra sempre meno in grado di fermare o ritardare il processo di spappolamento del paese. E’ un po’ tutto il Sud a sentirsi “abbandonato” a fronte dei tagli alle sovvenzioni statali. Da un lato c’è il ricorso delle clientele politiche locali a un rinnovato, anche tacito, patto con mafie, camorre ecc. in funzione di contrattazione verso Roma (v. in Sicilia la rottura interna al fronte berlusconiano, con l’appoggio vergognoso del Pd). Dall’altro sembra riaffacciarsi, per ora in forma soft, l’”attivismo” in proprio del crimine organizzato. Dietro, la lucrosa prospettiva delle grandi opere (v. Ponte).
L’asse politico Tremonti-Lega ha aperto definitivamente a questo quadro. In cambio dei tagli alla spesa statale, lo scudo fiscale varato dal ministro è un invito a nozze per i capitali mafiosi in cerca di ritorno a casa per reinvestimenti speculativi. La Lega puntando alla clandestinizzazione dei migranti e scagliandosi contro la presunta “tolleranza”, mostra in modo ancor più eclatante la connivenza, oramai, con la mafia nella forma di delega ad essa del controllo del territorio e del lavoro. Una Lega “romana”, non c’è che dire, che ha appreso in poco tempo le regole del gioco politico e a ciucciare da quella pappatoia statale, grandi opere comprese (v. Tav), che un tempo vedeva come fumo negli occhi. A chi parla di “buon lavoro delle istituzioni” (Ciotti) forse il nesso è sfuggito. Lo stato c’è, rivendica Maroni…
Di fronte a tutto ciò, chi non esce male dalla vicenda è a prima vista la chiesa. Continua la sua partita contro la Lega. Non solo: il Vaticano tende a presentarsi sempre più come unico polo di aggregazione “nazionale” per lo meno sul terreno sociale. Un paradosso a centocinquant’anni dall’unità! Ma Ratzinger e la Cei non necessariamente devono rallegrarsene. Col volontariato ecc. la base attiva mostra orientamenti meno conformisti, quel conformismo che invece caratterizza in senso sempre più reazionario quella parte di mondo cattolico incarognito e però passivo. La polarizzazione, per ora strisciante, prosegue anche tra i cattolici.
Per finire, ci si sbaglierebbe ad assumere un’aria di sufficienza verso il Meridione. Certo, qui la situazione si presenta a volte in forme estreme. Ma, per ricordare solo due aspetti, certi umori verso i migranti non sono un’esclusiva del Sud e il proliferare dell’economia canaglia avanza vistosamente anche a nord, tanto più nella crisi globale. Basta guardare alle mani che si allungano sulla val di Susa. Il movimento No Tav ha un motivo in più per lottare…









































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