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Grecia, una nuova moneta fiscale la salverà?
di Enrico Grazzini
Comunque vadano le trattative con la Troika, il governo Tsipras dovrà porsi certamente la questione se emettere o no una moneta nazionale parallela all'euro, possibilmente al posto della dracma. Su questo il Financial Times sembra avere tesi contrapposte. Ma per uscire dalla crisi di liquidità anche l'Italia dovrebbe emettere certificati di credito fiscali, non vi sono altre soluzioni
La Grecia può stampare una sua moneta parallela all'euro? Sì, secondo Wolfganf Munchau, autorevole commentatore del Financial Times. Questo sarebbe il vero piano B del governo greco per uscire dalla crisi: emettere una (quasi)moneta, cioè un titolo fiscale che funzionerebbe come mezzo di pagamento per sfuggire alla stretta monetaria imposta dall'Unione Europea e dalla BCE1. Munchau è stato però aspramente contraddetto sull'autorevole quotidiano britannico da Hugo Dixon, noto editorialista della Reuters. Secondo Dixon se la Grecia stampasse una sua moneta parallela si suiciderebbe2.
Comunque vadano le trattative in corso sul programma di “salvataggio” (?) della Grecia, una cosa è certa: il governo greco dovrà certamente porsi la questione se emettere o no una moneta nazionale, una moneta parallela all'euro, possibilmente al posto della dracma. Anche l'Italia ha un problema analogo di crisi di liquidità, e, secondo l'appello lanciato da Luciano Gallino, Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Guido Ortona, Stefano Sylos Labini e da chi scrive, dovrebbe emettere una sua moneta statale-fiscale3.
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Un dialogo evoluto
Laura Di Corcia intervista Telmo Pievani
Secondo Leopardi la “natura” è crudele e la teoria evoluzionistica darwiniana non ha fatto che confermare questo sospetto, quello di un grosso meccanismo continuamente stritolante, dove ogni tassello non ha nessun altro interesse se non quello di badare a se stesso, pensare alla propria sopravvivenza. È davvero così? Perché, allora, esiste l’empatia, come mai gli uomini (alcuni fra loro) tendono a far comunità, ad aiutarsi reciprocamente? In parole semplici, l’uomo è un animale individuale o sociale?
Abbiamo posto queste domande a Telmo Pievani, filosofo della scienza ed epistemologo, grande conoscitore delle teorie evoluzionistiche che ci ha parlato di nuove frontiere, nello studio della nostra storia di uomini, di una selezione, operata a livello macro-individuale, fra gruppi, che tenderebbe a favorire gli individui cooperativi, a fare in modo che siano proprio loro (in apparente contraddizione con quanto sostenuto da Darwin nel suo L’origine della specie, 1859) a resistere nel tempo come modello vincente.
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Il vostro futuro è una nuova Norimberga
di Nico Macce
Un anno è passato dalla caduta del governo Yanukovich in Ucraina, da Euromaidan. Da quella che tutti i media occidentali avevano annunciato come la seconda rivoluzione arancione per la democrazia.
Un anno denso di atrocità in quei luoghi e infarcito di menzogne e censure da parte dei principali media nostrani.
Non è mia intenzione ripercorrere le tappe di questa vicenda. Ci sono siti e blog che sono già molto esaustivi. Piuttosto ritengo importante inquadrare questa sporca e irresponsabile guerra creata dai poli imperialisti USA e UE dell’Alleanza Atlantica, in un disegno più ampio che si va formando in Europa e più in generale a livello internazionale.
Se menzionerò qualche dato è per i più pigri, che non hanno voglia di andarsi a documentare, ma che rischiano così di non avere la dimensione reale di quello che ritengo essere il rischio più grande di guerra su vasta scala che il pianeta stia correndo dalla seconda guerra mondiale ad oggi.
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Varoufakis
di Alberto Bagnai
https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=1KSmcUyAZwU
Un compagno economista mi ha proposto il video qua sopra. Ho condiviso seco lui ed altri illustri politici ed economisti di sinistra alcune considerazioni, che mi pregio di sottoporre alla vostra riverita attenzione. Faccio un cut and paste, così famo prima, eliminando dettagli che potrebbero farvi riconoscere gli interlocutori...
==============================INIZIO LETTERA==========================
Scusate, credo che dovrò smettere di frequentarvi perché abbiamo due concetti di democrazia diversi!
Io mi sto spaccando da cinque anni per informare, e se fossimo stati in dieci i risultati sarebbero stati cento volte tanto (guardate quanto poco mi considero).
Voi vi state chiedendo quale sia e se sia efficace la strategia di un politico che promette una cosa (restare nell'euro) e (forse) vuole farne un'altra, cioè di uno che nella migliore delle ipotesi è un paternalista alla Padoa Schioppa, nell'ipotesi intermedia un coglione, nella peggiore un ascaro della Bce.
Sinceramente trasecolo (e mi rammaricherei per i cinque anni buttati al cesso, se non mi fossi comunque divertito).
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L'Italia ha perso nella guerra tra capitali
di Pasquale Cicalese
«La decisione di immettere base monetaria attraverso il canale dell’acquisto di titoli di stato per un totale di 130 miliardi da parte della Banca d’Italia ha due conseguenze. Mina il bilancio di Palazzo Koch impegnando – in maniera obbligatoria, pare – le riserve ufficiali anche auree. E impedisce in futuro allo stato italiano ogni genere di rinegoziazione o di dichiarare default del proprio debito senza determinare gravi conseguenze anche per la “sua Banca centrale”. Il QE funziona come un’ulteriore bardatura che impedirà al paese scelte diverse da quelle di stare in Europa, obbedendo a Berlino-Bruxelles a rischio di trasformarci in colonia politica». Paolo Savona, economista, già Ministro dell’Industria del governo Ciampi, in “Quel trucchetto di Draghi per incatenare l’Italia all’euro”. Il Foglio 12 febbraio 2015.
Abbiamo perso la guerra, perché non l’abbiamo mai combattuta. Resa senza condizioni, sin dal 1992, quando si decise la fine della Prima Repubblica fondata sul ruolo dei partiti nati dalla Resistenza e si decise, in ossequio a Washington e Berlino, di smantellare i colossi pubblici.
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Una filosofia del nostro tempo?
Un libro su Slavoj Žižek
Valerio Romitelli
Valerio Romitelli ha recensito per “Inchiesta” il libro di Igor Pelgreffi, Slavoj Žižek, Orthotes, Napoli-Salerno 2014
Ogni epoca, ogni tempo ha il suo filosofo. O meglio ogni due o tre generazioni c’è quasi sempre una filosofia a tenere a banco non solo tra esperti e appassionati del settore, ma anche più o meno direttamente o indirettamente in tutti gli ambiti della cultura. Restando ai tempi moderni, basti pensare a quanto Hegel e l’hegelismo hanno influenzato non solo le idee, ma anche le opinioni e i comportamenti dei loro contemporanei lasciando in seguito tracce indelebili. Ma lo stesso si può dire di nomi come Comte e il positivismo, Husserl e la fenomenologia, Heidegger e l’ontologia fondamentale, Sartre e l’esistenzialismo, senza dimenticare i vari ritorni di fiamma, quali il neokantsimo tra ’8 e ’900 o il neoidealismo dei “nostri” Gentile e Croce e così via.
Meno oziosa o specialistica di quel che può sembrare è dunque la domanda su quale sia la filosofia del nostro tempo. Capirlo non ha interesse solo per esperti o appassionati di filosofia, ma anche per chiunque non si appaghi dell’oggi onnipresente cronaca globale e tenga invece ad interrogarsi più profondamente su quale sia il tempo in cui vive. La filosofia o una filosofia che più ha successo per un certo tempo ci dice infatti qualcosa di fondamentale di quel che il mondo è, al di là di come ci appare. Ossia ne è un sintomo più profondo e duraturo, che dura più dell’istantaneità dell’informazione. Forse è proprio in ragione del trionfo della comunicazione che più recentemente la filosofia non ha più i riscontri d’altri tempi. O meglio, ne ha solo se ridotta in quelle pillole delle pratiche terapeutiche o di counseling che sono state confezionate per sedare i problemi di comunicazione interpersonali o di management[1]. Sia quel che sia, oggi almeno un filosofo di successo, e che si presenta come tale, c’è. Per informarsene basta vedere la sua enorme prolificità premiata da vendite non trascurabili e traduzioni in tutto il mondo.
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Le previsioni di Keynes
di Marino Badiale
In un post di qualche tempo fa ho citato, come esempio di un tipo di analisi che potrebbe entrare in sinergia col pensiero della decrescita, il saggio di Keynes sulle “Possibilità economiche per i nostri nipoti”, originariamente pubblicato nel 1931. Curiosando qua e là, mi sono accorto che in anni recenti quel saggio ha suscitato un certo interesse. Ha avuto varie ristampe ed è stato discusso da un certo numero di autori. Evidentemente, di fronte alla crisi attuale, che appare irrisolvibile, si cercano stimoli intellettuali un po' diversi dai soliti. Fra le altre cose, è stata pubblicata una raccolta di saggi di economisti mainstream ad esso dedicata: "Il ventunesimo secolo di Keynes. Economia e società per le nuove generazioni", a cura di L. Pecchi e G. Piga, LUISS University Press 2011. Vi sono presenti sia autori che in qualche modo possiamo ascrivere ad una specie di “ala sinistra” del mainstream (Stiglitz, per esempio), sia autori di vedute opposte. Si tratta di testi che stimolano molte riflessioni, e che hanno spesso intuizioni notevoli, come quando Fitoussi parla, a proposito del mondo futuro delineato da Keynes, di una sorta di “comunismo delle élite”.
Nonostante le molte cose interessanti che il libro contiene, la mia sensazione generale è stata quella di una certa lontananza rispetto ai temi che personalmente sento importanti, lontananza derivante dalla presenza, nei vari autori, di alcune assunzioni implicite.
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La speranza del mostro democratico, fra Syriza e Podemos
di Antonio Negri e Raúl Sánchez Cedillo
“Uno spettro si aggira per l’Europa”: così titolava in questi giorni il giornale italiano “il manifesto”, commentando le visite di Tsipras e Varoufakis ai governi europei. Un vero incubo per gli ordoliberali tedeschi, un Geisterfahrer, per l’appunto, l’autista suicida che vuole scaraventarsi contro l’autobus europeo – ha detto in prima pagina “Der Spiegel”. Immaginiamo che cosa potrà succedere con la vittoria di Podemos in Spagna: quale enorme spettro sarà allora visto aggirarsi, un vero e proprio mostro generato dagli sfruttati e dalle forze produttive della quarta economia europea! Fra poche settimane cominceranno le scadenze elettorali in Spagna e si ripeterà, con forza moltiplicata, il ritornello dei governi europei inteso a far paura ai cittadini spagnoli. Prepariamoci. Certi che le malauguranti prepotenze propagandiste europee saranno battute. Ma intanto prepariamoci: che cosa potrà replicare Podemos sull’Europa?
Consapevole dell’accelerazione temporale e politica che la vittoria di Syriza ha imposto, il discorso di Podemos sull’Europa è da un lato di sincera solidarietà e d’alta considerazione per la vittoria dei democratici greci, d’altra parte è un giudizio di prudenza – la linea Tsipras può fallire nel breve tempo che divide dalle scadenze spagnole. E la prudenza non è ambiguità. Tutti sappiamo infatti che nulla sarebbe più pericoloso di una posizione ambigua non solo sulla trattativa ora aperta dalla Grecia con l’Europa ma soprattutto nei confronti delle politiche che l’Europa della troika ha finora sviluppato. Qualsiasi ambiguità su questo terreno dev’essere tolta – e lo è stata effettualmente da quanto si è drammaticamente visto in questi ultimi mesi: esistono due Europa e bisogna collocarsi nell’una o nell’altra.
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Il fascino discreto della crisi economica
Noi Restiamo intervista Simon Mohun
Continua il ciclo di interviste ad economiste ed economisti eterodosse-i a cura degli attivisti della campagna “Noi Restiamo”. Siamo ormai arrivati alla settima puntata. È la volta di un’economista inglese, Simon Mohun. Mohun è professore emerito di economia politica presso l’Università Queen Mary di Londra. Di tradizione marxista, influenzato dal lavoro di Duncan Foley, Dumenil e Levy, Mohun ha concentrato la sua ricerca sulla misura, la descrizione e la spiegazione dei trend del profitto aggregato nelle economie capitaliste sviluppate. Ha pubblicato su varie riviste accademiche, fra cui il Cambridge Journal of Economics e Metroeconomica. Ha curato il libro “Debates in value theory” (1994, Macmillan).
Domanda: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono invece che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite la caduta del saggio tendenziale di profitto, che è una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?
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La Grecia, l’Europa e la necessità di una nuova politica economica continentale
Simone Casavecchia intervista Riccardo Bellofiore
Il caso Grecia dimostra ampiamente non solo il fallimento delle politiche economiche europee ma anche la necessità di nuovi interventi su scala continentale che valorizzino la spesa pubblica come strumento per una nuova crescita: l'analisi del prof. Riccardo Bellofiore
Il negoziato tra i rappresentanti del nuovo governo greco e l’Eurogruppo che vede iniziare oggi, a Bruxelles, il suo secondo round, potrebbe aprire la strada a un accordo sul salvataggio della Grecia o determinarne il collasso nel giro di poche settimane. Si tratta di una trattativa cruciale non solo per il futuro della Grecia ma anche per l’Europa dal momento che potrebbe rivelarsi un’occasione privilegiata per acquisire una nuova consapevolezza sulla mancata efficacia delle politiche economiche di austerità finora attuate nel vecchio continente.
Mentre la Germania manifesta ossessivamente il suo spirito luterano nessuno dei politici europei riconosce, infatti, quelli che ormai sono due dati innegabili: l’inesigibilità del debito pubblico greco e il bisogno di nuove politiche economiche su scala europea che, facendo leva sull’aumento della spesa pubblica e dei salari, consentano una reale rinascita della fiducia nei cittadini e una ripresa della domanda.
Ne è convinto il prof. Riccardo Bellofiore, Ordinario di Economia Politica, presso il Dipartimento di Scienze Economiche “Hyman P. Minsky” dell’Università degli Studi di Bergamo, studioso della teoria marxiana e attento conoscitore delle dinamiche economiche della globalizzazione, che in questa intervista spiega a Forexinfo.it quali sono le possibili via d’uscita della crisi ellenica e perché il caso Grecia può essere considerato una cartina di tornasole della crisi europea per la quale occorrono strumenti economici inediti.
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Il New York Times invia giornalisti in Ucraina e “ritratta” la versione ufficiale
di Robert Parry
Il New York Times ha mandato dei giornalisti tra gli insorti dell’Ucraina dell’est e ha dovuto scoprire che la propaganda mandata viralmente da tutti i media secondo il “pensiero unico” ufficiale di Washington non risulta confermata: niente russi a sostenere o dirigere le operazioni, solo ucraini preoccupati del loro futuro. (Purtroppo l’effetto sull’opinione pubblica non ne risente, perché le notizie dissonanti rispetto ad un frame ripetuto in maniera martellante tendono ad essere automaticamente cancellate. Ma noi insistiamo.). Via Smirkingchimp.com
Il New York Times, che ha affermato per settimane che dietro i disordini nell’Ucraina dell’est c’era il governo russo, alla fine, ha inviato alcuni giornalisti nella regione per trovare le prove, ma tutto quel che hanno trovato sono stati degli ucraini orientali sconvolti dal regime golpista di Kiev che ha destituito il presidente Viktor Yanukovich.
The Times, che è stato un promotore impenitente della rivolta “pro-democrazia” che ha spodestato il presidente democraticamente eletto attraverso violenti mezzi extra-costituzionali, aveva recentemente promosso l’ “argomento” che gli ucraini sarebbero soddisfatti del loro nuovo governo non eletto se solo i russi non “continuassero a destabilizzare l’Ucraina orientale.”
Due settimane fa i redattori del Times pensavano di avere trovato uno scoop da prima pagina, delle fotografie che sembrava dimostrassero la presenza di truppe delle forze speciali russe. Secondo il Times, le foto mostravano “chiaramente” le forze speciali russe in Russia, e poi gli stessi soldati nell’Ucraina orientale.
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Jean-Claude Michéa e la “sinistra capitalista”
Matteo Luca Andriola
In un’epoca in cui il grosso della sinistra europea (quella “radicale”, dato che la riformista è ormai parte integrante del fronte liberale) ha letteralmente abdicato alla sua funzione originale, la costruzione di un punto di vista critico e attuale al vigente sistema capitalistico dominante – la “stecca nel coro” – è sempre vista con grandissima diffidenza. Si pensi all’ostracismo ai danni del filosofo Costanzo Preve, recentemente venuto a mancare, e alla sua piccola scuola di pensiero marxiana, che si sta segnalando per lo sforzo generoso di riuscire nell’opera di dissodamento delle incrostazioni che ingessano l’odierna sinistra, una crosta ideologica che rende attualmente impensabile l’uscita dall’asfissiante impasse “postmoderna” della fine della storia capitalistica, cercando di indicare percorsi alternativi di ricerca, di emancipazione e di affrancamento. Insomma, in piccolo, l’obiettivo che anche noi de L’Interferenza, pur nella nostra povertà di mezzi (e con diversi punti di criticità e differenza culturale rispetto alla comunità filosofica previana), cerchiamo di portare avanti in questo piccolo laboratorio telematico, nell’intento titanico di animare un dibattito per “liberare” la sinistra dai mali che la perseguitano: l’appiattimento sul mercato e l’ideologia del politicamente corretto. Un’ideologia di regime che rappresenta tutt’oggi l’emblema stesso del neocapitalismo globalizzato (o «turbocapitalismo»), ormai disfattosi del vetusto apparato valoriale vetero borghese simil-reazionario (la triade Dio, patria e famiglia), ormai obsoleto e inservibile per i suoi scopi, per assumere il nuovo, fatto di relativismo, laicismo (diverso dalla laicità, che invece difendiamo strenuamente), scientismo, genderismo, femminismo, eugenetismo, oltre naturalmente alla celebrazione del capitale, ormai “naturalizzato”, concepito non più come una forma dell’agire umano storicamente determinatasi ma come una dimensione ontologica dalla quale non si può neanche prescindere e che di conseguenza non può essere modificata o trasformata.
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La leggenda delle merci volanti
Lusso low cost dal Veneto alla Campania
di Devi Sacchetto
Cinque giorni dopo che lo stilista di punta ha finito di disegnare in qualche atelier parigino i nuovi modelli di Louis Vuitton, a Fiesso d’Artico (Venezia) si cominciano a produrre i prototipi che continueranno a fare la spola con la capitale francese su un aereo privato finché il campione non sarà pronto per entrare in produzione. La narrazione delle merci volanti, essenziale nella costruzione dell’immaginario del lusso esclusivo, oscura il lavoro che corre lungo tutta la filiera. La ricerca svolta per conto dell’associazione «Abiti puliti» e condotta con Davide Bubbico e Veronica Redini in tre aree di Veneto, Toscana e Campania ha cercato di rischiarare le trasformazioni nelle condizioni di lavoro nel cosiddetto sistema moda che, per quanto dimagrito, conta ancora complessivamente circa 500 mila addetti con una concentrazione in un pugno di regioni: Veneto, Toscana e Marche per le calzature e la pelletteria, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per l’abbigliamento. In Campania, che pure non è tra le regioni centrali per i due settori, permangono realtà produttive importanti, soprattutto nell’abbigliamento, con una forte incidenza di lavoro irregolare.
Negli ultimi dieci anni le filiere dell’abbigliamento e delle calzature hanno subito un profondo processo di riorganizzazione produttiva che è stato accelerato dalla crisi economica. Un ruolo chiave è stato assunto dai grandi gruppi internazionali detentori di brand grazie alle possibilità finanziarie di investimento sulla produzione e di gestione dei canali distributivi.
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La strategia del cane pazzo
di Piotr
La prospettiva di escalation in Ucraina non spaventa la Russia ma terrorizza l'Europa. Il motivo è elementare. Ma perché i Frankenstein sono liberati?
1. Solo chi è accecato non si accorge di una cosa evidentissima: la prospettiva di escalation in Ucraina non spaventa la Russia ma terrorizza l'Europa. Il motivo è elementare: loro hanno tutto da perdere se si spaventano, noi abbiamo tutto da perdere se non lo facciamo. Infatti, nonostante le rassicurazioni dello stesso Putin il sentimento oggi corrente tra la popolazione, i media e soprattutto i social network russi è "Non la vogliamo, ma siamo pronti a una guerra". Da noi invece si fa di tutto per esorcizzare l'idea che una guerra ci coinvolgerebbe.
2. E i più terrorizzati sono, giustamente, i Tedeschi. Così la signora Merkel si è lanciata di persona in un giro frenetico di incontri diplomatici, col timore che sia però troppo tardi. Infatti sa benissimo che la pace doveva essere negoziata un anno fa, prima della guerra. Ma allora noi eravamo sicuri che la junta avrebbe facilmente vinto e potevamo tenere bordone agli Usa e far finta di non vedere le svastiche. Abbiamo dei dirigenti metà venduti e metà ottusi.
3. La Merkel si è portata in giro lo chaperon Hollande. Qualcuno ha detto per non dare l'impressione di un nuovo patto Ribbentrop-Molotov (come ha subito insinuato il califfo McCain). Ma ci sono altri motivi. Deve fare vedere agli Americani che il negoziato a oltranza è quanto vuole il nucleo della UE. In teoria ci saremmo anche noi italiani, ma in quanto a iniziativa diplomatica è dalla fine della Prima Repubblica che non contiamo niente.
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Un intellettuale, un letterato, dunque un niente
di Luca Lenzini
Quando abbiamo cominciato a pensare all’anniversario della scomparsa di Fortini, siamo partiti da una domanda molto semplice e radicale: Fortini chi? Così infatti, al modo epocale, rispondevano i librai alle richieste di chi cercava i suoi libri. Ma non solo i librai: anche avvoltoi accademici e opinion makers di dubbia fama ripetevano la domanda o tacevano del tutto (intanto fioccavano convegni e concistori, ogni weekend un centenario o un cinquantenario, e a nessuno si nega una Festschrift). Per tanti, troppi motivi di quella domanda non c’era in verità da stupirsi. Sono cambiati assai i tempi, da quando strutturalisti in crisi, barbudos in eskimo o smunti filologi bussavano alla porta di via Legnano o della facoltà di lettere di Siena per chiedere lumi sul mondo, per sapere “che fare”, per portare a casa una Weltanschauung o ricaricarsi d’indignazione, almeno per qualche ora. E lui, che non si negava a nessuno, ogni volta a negare ricette, a decostruire le parole d’ordine. Un libro da leggere? La Bibbia; e che andassero a studiare.
Ma oggi, bisognava pur rispondere e allora cominciavano i problemi. Almeno per me, che in molti anni di studi su Fortini poeta e intellettuale mi sono sempre rifiutato alla sintesi. Rifiutato perché intimorito dalla complessità e molteplicità dell’opera, atterrito dai nessi con gigantesche questioni storiche e sociali; ma anche perché consapevole di non disporre di altro strumento, per tentare di capire qualcosa del suo sterminato lavoro, di quello parziale, partigiano e imperfetto, imparato molto approssimativamente proprio da lui e da alcuni altri: ovvero il saggio – quindi solo assaggi, domande parziali, interrogazioni empiriche, commenti a singoli testi, interpretazioni provvisorie. Nessuna sintesi (Fortini chi?...).
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La tendenza alla guerra dell'Occidente e il radicalismo islamico
Domenico Moro
1. Le conseguenze disastrose della distruzione degli Stati laici arabi
Il nemico è alle porte, anzi è già al di qua delle nostre porte. Questo ci dicono governi e mass media europei. Il concetto indiscusso, dopo l’attacco a Charlie Hebdo, è che l’Occidente, con i suoi valori di libertà, di opinione e di espressione, è stato gravemente colpito dal bestiale estremismo islamico. Di conseguenza, bisogna prepararsi alla guerra interna ed esterna. La netta sensazione è che si stia aprendo una altra fase della guerra al terrore iniziata da Bush dopo l’11 settembre 2001 e di fatto mai terminata. Non a caso, in riferimento agli eventi di Parigi, si parla di 11 settembre europeo e Matteo Renzi ha colto l’occasione per dichiarare la disponibilità dell’Italia ad un intervento militare in Libia, sia pure sotto il “cappello” Onu, a poco più di cento anni dalla invasione coloniale del 1911. Anche in questo caso però, come in ogni guerra, di qualunque tipo essa sia, la prima vittima è la verità. Per questo, è fondamentale sollevare il velo dell’ipocrisia che impera sovrana e andare alla realtà dei fatti. Un obiettivo che, però, è complicato dal mutamento del quadro storico, caratterizzato da fenomeni che un tempo avevano un ruolo meno importante e soprattutto regionale, a partire dal radicalismo musulmano.
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Ucraina e Grecia: la violazione "internazionalista" del principio di non ingerenza e la religione guerrafondaia del Free-Trade
di Quarantotto
Oggi tutto il mondo è (o dice di essere) col "fiato sospeso", di fronte alle preoccupazioni per la guerra civile in Ucraina, date le sue potenziali implicazioni di coinvolgimento, diretto e militare, della Russia da un lato e degli USA, (più o meno uniti alla UE), in un non ben chiaro quadro NATO.
1. La questione ucraina va ripercorsa dal suo inizio.
E lo faremo riassumendo i passaggi fondamentali del noto post di Riccardo Seremedi "Ucraina Dies Irae" (che in effetti è un quasi-trattato sulla materia, data l'enorme ed esauriente mole di notizie, links e connessioni che vi sono contenute).
E dunque:
a) La crisi ucraina – come si ricorderà - è iniziata con il rifiuto del presidente Yanukovich di aderire all'Accordo di Libero Scambio (DCFTA) di fine novembre 2013 a Vilnius; sono seguite giornate convulse nelle quali la cosidetta “Euromaidan” si è popolata magicamente di persone, spesso reclutate per pochi dollari l'ora, con migliaia di vessilli UE nuovi di zecca spuntati da chissà dove...
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La crisi greca, la recessione italiana e le contraddizioni dell’Eurozona
di Guglielmo Forges Davanzati
La crisi greca è la più eclatante manifestazione del fatto che l’Unione monetaria europea non può che generare impoverimento crescente delle aree deboli. La spirale perversa nella quale è precipitata l’economia ellenica è molto simile a quella che caratterizza la nostra economia. In questo scenario, e contrariamente alla posizione assunta dal governo Renzi, dovrebbe essere interesse anche nostro sostenere il programma di revisione dell’architettura istituzionale europea che Syriza propone
"Il libero scambio porta inevitabilmente alla concentrazione spaziale della produzione industriale – un processo di polarizzazione che inibisce la crescita di queste attività in alcune aree e le concentra in altre” (N.Kaldor, The foundation of free trade theory, 1980).
I numerosissimi commenti sulla situazione greca si sono, nella gran parte dei casi, concentrati sul problema della ristrutturazione del debito e sulla tenuta dell’Unione Monetaria Europea. Non vi è dubbio che si tratta di problemi di massima rilevanza, così come non vi è dubbio che la soluzione della crisi greca ha natura innanzitutto politica. Non dovrebbe però passare in secondo piano un altro dato che attiene al fatto che ciò che è accaduto all’economia greca – per quanto attiene alla sua struttura produttiva – è molto simile a ciò che è accaduto (e sta accadendo) agli altri Paesi periferici del continente, Italia inclusa.
Le affinità fra i due Paesi non sono marginali, sebbene lo siano, ovviamente, con ordini di grandezza assai diversi. Fra queste, l’elevato debito pubblico, l’elevata evasione fiscale1, l’elevata disoccupazione (prevalentemente giovanile) e soprattutto una specializzazione produttiva in settori a bassa intensità tecnologica accomunano le due economie2. In particolare, l’Italia, a differenza della Grecia, non ha mai sperimentato tassi di crescita negativi nell’ordine dell’8% (come accaduto in Grecia nel 2011), né ha mai fatto registrare un rapporto debito pubblico/Pil del 175% (come nella Grecia del 2014), attestandosi questo rapporto, ad oggi, al 135%. Ma soprattutto, mentre la Grecia ha sempre avuto una specializzazione produttiva in settori a bassa intensità tecnologica (agricoltura e turismo, in primis), l’economia italiana è stata un’economia industriale, per poi sperimentare, almeno a partire dall’inizio degli anni novanta, un intenso processo di deindustrializzazione che la rende ora sempre più simile a quella greca.
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Tra l’ottimismo e la catastrofe
Mario Nuti
Il calo del petrolio e dell’euro e la decisione della Bce possono dare un aiuto alla crescita, anche se non sono privi di qualche controindicazione. Il nuovo governo di Atene ha avanzato proposte molto ragionevoli, ma per ora accolte con ostilità: se si dovesse decidere di abbandonare la Grecia provocandone l’uscita dall’euro, la situazione potrebbe precipitare
Il mese di gennaio 2015 ci ha dato diversi motivi per un moderato ottimismo circa le prospettive di ripresa economica dell’Eurozona e dell’Italia.
In primo luogo, il rafforzamento della tendenza già manifestatasi della caduta del prezzo del petrolio. Da metà giugno del 2014 a fine gennaio 2015 il prezzo del greggio infatti è diminuito di ben il 60 per cento, riducendo i costi energetici delle imprese dell’Eurozona nonostante la contemporanea ma molto inferiore svalutazione dell’euro rispetto al dollaro (di cui si parla più avanti). Stime quantitative dell’effetto di questa riduzione dei costi sul tasso di sviluppo del Pil sono incerte e variano intorno allo 0,5%-0.8%, ma indubbiamente l’effetto positivo c’è e non è trascurabile.
Il secondo motivo di moderato ottimismo è la decisione della Bce del 22 gennaio scorso sull’allentamento monetario (Quantitative Easing, o QE), sia pure con la disapprovazione del presidente della Bundesbank Jens Weidmann e di altri rappresentanti di paesi nordici in minoranza: 60 miliardi di euro al mese per 19 mesi, da marzo 2015 al settembre 2016, e se necessario anche oltre, fino a quando non sarà raggiunto l’obiettivo di un tasso d’inflazione dell’Eurozona “vicino ma inferiore al 2 per cento”. Questo ammontare include altri interventi già decisi in precedenza, per cui in realtà non si tratta di 1140 miliardi ma di circa 900 miliardi aggiuntivi. E l’effetto sorpresa (importante ad esempio nella recente rivalutazione del franco svizzero) è stato diluito da mesi, anzi da anni, di discussioni e controversie. Tuttavia l’ammontare dell’intervento è stato pur sempre maggiore delle aspettative, che erano dell’ordine di 500 miliardi, per cui i mercati sono stati sorpresi lo stesso. L’assunzione da parte delle Banche centrali nazionali del rischio di default eventuale sull’80% dei titoli del loro paese acquistati dalla Bce è un limite importante all’unione monetaria ma un prezzo accettabile per questo massiccio intervento.
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Il mestiere di pensare e il ruolo pubblico della filosofia
di Andrea Zhok
Recentemente è uscito in libreria un volumetto di Diego Marconi dall’impegnativo titolo: Il mestiere di pensare. Il testo pone alcune domande cruciali per chiunque abbia a cuore la filosofia come pratica, storia e vocazione. Marconi è un filosofo analitico di valore, ma nonostante l’indubbia qualità della scrittura e della riflessione le sue tesi risultano piuttosto controverse. Di seguito ne forniremo un resoconto critico.
1. Diagnosi e ricette
Marconi pone una questione importante, concernente la natura pubblica del filosofare. Egli ritiene che la filosofia accademica sia oggi assai meno comunicativa verso il pubblico colto di quanto fosse in altri periodi storici, anche recenti (p. 6), e che la filosofia sia di fatto “in buona parte sparita dall’orizzonte delle persone colte” (p. 8).
La diagnosi che viene fornita di questo processo è la seguente: secondo l’autore si tratterebbe di un’evoluzione obbligata, dovuta al naturale processo di specializzazione accademica. Il crescere di una letteratura specialistica sarebbe parte costitutiva della rispettabilità dell’odierno lavoro accademico e sarebbe inevitabile il crearsi di una produzione filosofica sempre più numerosa, tecnica e circoscritta.
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La guerra è la sola igiene del mondo?
Prospettive 2015
di Piotr
La crisi sistemica sul piano inclinato del dollaro, dell'Ucraina, dell'egemonia USA e della tentazione della guerra
I tratti salienti del 2015 iniziano a delinearsi. Cercherò in futuro di analizzarli meglio, ma quelli centrali mi sembrano che vertano su alcuni punti salienti.
Due parole sul metodo
Come al solito non uso una sfera di cristallo, ma un po' di logica applicata ai fatti. Alcuni sono fatti certi, altri sono il risultato di incroci di fonti informative di diversa provenienza e di diversa tendenza. Non ho servizi di intelligence a mia disposizione e quindi mi devo accontentare. Quelli che invece si accontentano di una sola fonte, di fatto si accontentano anche di essere ricettori passivi di servizi di intelligence. Data l'origine promiscua delle mie informazioni, requisito essenziale è non fare il tifo per una parte, ma cercare di essere un lettore equilibrato. Ciò non vuol dire che il mio cuore non stia dalla parte degli aggrediti, degli umiliati e degli offesi. L'osservatore puramente razionale e neutrale è una mostruosa finzione al servizio del pensiero dominante. Essere equilibrato nell'osservazione e nell'analisi non vuol dire essere indifferente, bensì analizzare con disincanto il maggior numero possibile di linee di forza in gioco per poter intervenire a vantaggio degli aggrediti, degli umiliati e degli offesi.
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I limiti del keynesismo
di Michel Husson
La stagnazione europea sembra dare ragione alle “analisi keynesiane”. Il ragionamento di fondo è il seguente: l’austerità provoca recessione e debito, si tratta quindi di una politica assurda. Sarebbe meglio rilanciare l’attività economica attraverso politiche monetarie e di bilancio più dinamiche e un aumento dei salari e/o degli investimenti pubblici. Questa presentazione è un po’ caricaturale, ma è un riassunto provvisorio del nocciolo di questo discorso che chiameremo, per comodità, “keynesiano”.
La critica che possiamo indirizzare a questo discorso obbedisce alla seguente dialettica:
- Le proposte “keynesiane” sono in un certo senso corrette;
- ma fanno astrazione della logica profonda del capitalismo,
- e perciò conducono ad alternative incoerenti poiché incomplete.
I modelli post-keynesiani
La diagnosi “keynesiana” si fonda sul ricorso ai cosiddetti modelli di stock-flow consistent realizzati da una scuola di economisti eterodossi che si definiscono piuttosto come “post-keynesiani”. Questi modelli combinano i flussi (per esempio il volume della produzione, l’investimento, la massa salariale) con gli stock (per esempio il capitale fisso, l’indebitamento,ecc.).
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Guerra impura
di Paul Virilio
Con la caduta dell’Unione Sovietica e la fine dell’equilibrio tra potenze, è scomparsa anche la nozione classica di guerra, sostituita da conflitti locali permanenti che hanno l’obiettivo di seminare il panico nelle grandi città. Esattamente venticinque anni fa, mentre scrivevo Pure War (Semiotext<e>-Mit Press, 1983), la dissuasione si poneva ancora sul piano strettamente militare. Gli Stati praticavano una dissuasione reciproca, favorendo l’equilibrio del terrore.
Venticinque anni dopo, sono costretti ad ammettere che la corsa agli armamenti tipica della «guerra pura» ha cancellato non soltanto l’Unione Sovietica, che è implosa, ma anche l’idea stessa della «grande guerra classica», la guerra clausewitziana, prolungamento della politica con altri mezzi.
Questa dissoluzione ha condotto il nostro mondo direttamente tra le braccia del terrore, del disequilibrio terrorista e della proliferazione nucleare che, purtroppo, impariamo a conoscere ogni giorno di più. La copertura antimissilistica globale degli americani – quella sorta di ombrello o parafulmine che Bush sta proponendo a tutti nel mondo – mi pare esemplifichi bene il grado di squilibrio e il delirio geostrategico di cui siamo vittime. Incredibile e degna di nota, a mio avviso, anche la risposta di Vladimir Putin alle proposte americane, una risposta su cui non si è discusso a dovere. Che cosa ha detto, in sostanza, Putin? Ha proposto di installare i radar di questo scudo globale… in Russia e Azerbaigian. Non poteva essere più chiaro. Così, dopo la «grande guerra classica» e politica ci ritroviamo adesso alle prese con una guerra asimmetrica e transpolitica.
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In Ucraina la guerra globale è alle porte
Si mobiliti finalmente tutta la sinistra!
di Mauro Gemma
Quando uno dei “potenti della terra”,il presidente francese Hollande, arriva a fare affermazioni che non escludono la possibilità dello scatenamento, nello scenario ucraino, di una guerra dalle proporzioni inimmaginabili tra l'Occidente imperialista e la Russia, non occorre essere particolarmente ferrati in politica internazionale per capire che ormai si corre il rischio di essere arrivati a un punto di non ritorno.
L'ipotesi di una spaventosa guerra globale non viene avanzata più solamente dalle voci isolate di qualche esperto preveggente, come quelle di coloro che già tempo fa la ipotizzavano nelle prime fasi del conflitto del Donbass, attribuendo all'imperialismo statunitense persino la volontà di utilizzare le armi più devastanti per affermare definitivamente il proprio progetto egemonico nell'intero spazio post-sovietico.
Ora, di fronte a quanto sta accadendo, con l'intenzione ormai dichiarata dell'amministrazione USA di scendere in campo prepotentemente a fianco dell'esercito dei golpisti di Kiev, rendendo esplicito il sostegno di armi e istruttori che già, sottobanco, era stato garantito fin dall'inizio alle operazioni “antiterroriste” nell'Ucraina sud orientale avviate dai dirigenti nazional-fascisti della giunta ucraina e sfociate in un autentico genocidio delle popolazioni dell'Ucraina sud orientale, si precisa un quadro che dovrebbe terrorizzare l'opinione pubblica dell'intero nostro continente.
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Riflessioni sul programma di Syriza e il futuro della Grecia
di Lorenzo Battisti
Le elezioni greche hanno generato molte aspettative a sinistra, nella speranza che la vittoria di Tsipras e di Syriza possa cambiare gli equilibri europei e quindi aprire la strada alla fine dei programmi economici di austerità che hanno colpito i paesi europei negli ultimi anni. Al contempo, l'alleanza con il Partito dei Greci Indipendenti ha colto di sorpresa molti.
Partirò da un'analisi del programma di Syriza e di come è mutato rispetto al 2012. Cercherò poi di indicare l'importanza delle scelte post elettorali.
Le differenze con il programma del 2012
Il programma di Syriza è stato presentato a Settembre a Salonnico durante un discorso tenuto da Tsipras e poi ampiamente diffuso in rete. Il discorso può essere trovato qui in inglese(1) mentre la traduzione italiana è disponibile qui (2).
Innanzitutto non si possono non notare importanti differenze con il programma che Syriza presentò solo due anni e mezzo fa, quando per la prima volta arrivò a pochi passi dal governo della Grecia(3). Il programma attuale tratta esclusivamente il tema economico, non lasciando alcuna indicazione su altri importanti temi. In particolare due punti risaltano per la loro assenza.
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