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Emergenza permanente
Slavoj Žižek
Durante le proteste scoppiate quest’anno contro le misure di austerità nella zona euro (in Grecia e, in misura minore, in Irlanda, Italia e Spagna), abbiamo visto imporsi due versioni. Quella dell’establishment propone una visione “naturale” e depoliticizzata della crisi.
Le misure di regolamentazione sono presentate non come decisioni fondate su scelte politiche, ma come imperativi dettati da una logica finanziaria neutra: se vogliamo stabilizzare le nostre economie, dobbiamo ingoiare il boccone amaro.
L’altra versione – quella dei lavoratori, degli studenti e dei pensionati – presenta le misure di austerità come l’ennesimo tentativo da parte del capitale finanziario internazionale di smantellare ciò che resta dello stato sociale. Per i primi, il Fondo monetario internazionale è un custode neutrale della disciplina e dell’ordine; per gli altri, è l’oppressivo agente del capitale globale.
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Quali possibili sbocchi per la crisi politica italiana?
Leonardo Mazzei
Da due settimane l'interminabile crisi politica del governo Berlusconi è stata messa nel freezer da una mossa bipartisan del presidente della repubblica. Il congelamento è stato giustificato dalla necessità di approvare la cosiddetta "Legge di Stabilità", ma in realtà gli scopi principali del traccheggiare quirinalizio sono ben altri. In questo modo, Napolitano - conferma vivente della ben nota legge secondo cui ogni presidente della repubblica riesce sempre a far rimpiangere (e ce ne vuole!) i suoi predecessori - è riuscito infatti ad accontentare tanto il partito berlusconiano, quanto l'eterogeneo fronte che sta cercando di disarcionare il Cavaliere, ed in particolare la sua componente terzo-polista.
Questi ultimi hanno avuto così a disposizione un bel mesetto per mettere a punto i loro disegni, mentre il capo del governo ha avuto il regalo di poter fissare la data della votazione sulla fiducia proprio per il 14 dicembre, guarda caso il giorno in cui è prevista la sentenza della Corte costituzionale sul "legittimo impedimento". Ovviamente, quel giorno saranno "impediti" a presenziare proprio gli avvocati di Berlusconi, Nicolò Ghedini e Piero Longo, entrambi parlamentari impegnati in un decisivo voto di fiducia.
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Non, je ne regrette rien
di Augusto Illuminati
Cos’è una vittoria? Stiamo a una definizione stringata, quella con cui una studentessa di Palermo chiude il video blob Mal di scuola: andrà come andrà, ma io c’ho provato, io c’ero, io non ho rimpianti. La controriforma Gelmini ancora non sappiano se passerà alla Camera il 30, se si incaglierà al Senato a dicembre, se sopravvivrà a una crisi di governo ma ormai che importa? Tutta l’agenda è saltata. Lo tsunami si è messo in moto e la realtà ha fatto irruzione nel teatro delle ombre politiche, di tradimenti e complotti, delle mozioni di fiducia e sfiducia, dei festini di Arcore e della maniche rimboccate, di futuristi e ulivi ristretti o allargati, porcelli, provincelli e mattarelli. Le dimostrazioni di strada, i flash mob e le occupazioni hanno centrato lo snodo essenziale fra la grottesca politica governativa e il “rispettabile” disegno europeo che sta alle spalle e la condiziona: la riduzione selvaggia della spesa e lo smantellamento dello Stato sociale e del compromesso contrattuale sul mercato del lavoro. Aggiungiamo anche la crisi manifesta della società della conoscenza, cioè dell’utopia di un capitalismo immateriale, espansivo e compassionevole. Per questo la dimensione delle lotte è stata europea e biopolitica, aggredendo non solo il degrado dell’istruzione, ma l’intera pratica della precarizzazione della forza-lavoro in tutte le componenti: Atene, Londra, Parigi, Berlino, Vienna, Lisbona.
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Beni comuni. Un diritto alla libertà oltre lo stato e il mercato
Ugo Mattei
La modernità ha creato le condizioni affinché solo la sovranità nazionale o l'attività delle imprese private potessero gestire al meglio aria, acqua, terra, energia e conoscenza. Una visione meccanicista che nega il fatto che si tratta di diritti e bisogni individuali il cui riconoscimento e affermazione deve vedere la diretta gestione da parte della collettività
I bisogni di bene comune non producono profitti se il diritto non li rende artificialmente capaci di tali profitti. Infatti il bene comune offre servizi dati per scontati da chi ne beneficia e il suo valore si misura soltanto in termini di sostituzione quando esso non c'è più.
In un certo senso i servizi essenziali resi dai beni comuni sono simili al lavoro domestico che si nota solo quando non viene fatto. Per esempio, i servizi che le mangrovie o la barriera corallina offrono agli abitanti della costa non sono «apprezzati» perché spesso non sono neppure noti ai loro fruitori: in questo senso i desideri che essi soddisfano non sono «paganti». Quando gli italiani distrussero la barriera corallina in Somalia per consentire alle grandi navi da trasporto di attraccare a Mogadiscio per portar via il bottino coloniale, aprirono un varco per gli squali attratti in frotte dal sangue scaricato in mare dal locale macello. La spiaggia di Mogadiscio divenne uno dei posti più pericolosi del mondo per la balneazione. Per ricreare una barriera capace di trattenere gli squali lontano dalla riva ci vorrebbero moltissimi soldi e moltissima tecnologia. Solo nel momento della sostituzione si può avere un'idea (ancorché molto riduttiva e approssimativa) del valore del bene comune. Discorso analogo vale per le mangrovie, distrutte in gran parte per allevare i famigerati gamberetti: esse svolgevano un servizio inestimnabile per proteggere i villaggi della costa dalle onde di tsunami.
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Perché la Germania salva l’Irlanda
di Vladimiro Giacchè
1. Salvataggio, ma di chi? Siamo al secondo salvataggio in Europa. Al secondo salvataggio delle banche tedesche. Come già nel caso della Grecia, chi sicuramente guadagna dalla soluzione della crisi irlandese, infatti, sono i creditori. Che vedono scongiurato il rischio di non riavere indietro i soldi incautamente prestati alle banche e allo Stato irlandese. E anche adesso, come nel caso della Grecia, tra i primi creditori ci sono le banche tedesche: allora in compagnia delle banche francesi, adesso assieme alle banche inglesi. Tra parentesi, è questo il motivo per cui in questo caso anche la Gran Bretagna si è detta disponibile a partecipare al salvataggio. Considerando che l’esposizione del Regno Unito sull’Irlanda è di 188 miliardi di euro (quello tedesco “appena” di 184), il meno che si possa dire è che si tratta di un aiuto interessato.
2. I cittadini pagano la crisi delle banche. Nel caso del paziente irlandese, quello che è avvenuto è chiarissimo: 1) lo Stato ha salvato le due maggiori banche del Paese, travolte dalla crisi immobiliare, con iniezioni di capitale per decine di miliardi di euro; 2) questo ha fatto esplodere il deficit pubblico, che è schizzato al 32% su base annua (il limite di Maastricht è al 3%), imprimendo una tremenda accelerazione al debito pubblico;
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Il capitalismo è morto
di Paolo Giussani
Joe Bageant
1.
Anche se la crisi esplosa tre anni fa è solo una manifestazione acuta di una patologia cronica crescente iniziatasi con la fine del boom postbellico negli anni ’70, segna comunque uno spartiacque fra due fasi distinte perché è la prima manifestazione di un crollo generalizzato. Senza il fenomenale intervento pubblico cui abbiamo assistito e continuiamo ad assistere, ora il capitalismo mondiale comincerebbe già a essere un ricordo.
2.
Negli anni ’70 la diminuzione del saggio del profitto che ha accompagnato tutta la grande espansione del dopoguerra produce i suoi effetti attraverso una serie di recessioni mondiali. Da questo momento l’accumulazione comincia a procedere in maniera perturbata, seguendo un percorso tendenzialmente declinante e molto oscillante. Le difficoltà in cui finiscono molti settori e aziende e la formazione di vasti capitali liquidi inattivi unite al basso livello dei valori azionari provocano un enorme movimento di fusioni e concentrazioni che fa scattare in alto gli indici di borsa, e di qui, verso l’inizio degli anni ’80, prende il via il grande movimento di spostamento del capitale monetario dalla sfera produttiva a quella speculativa.
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La spirale perversa delle delocalizzazioni
Guglielmo Forges Davanzati
I commenti critici alle recenti dichiarazioni dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, in ordine alla scarsa redditività degli stabilimenti Fiat in Italia e alla conseguente necessità delle delocalizzazioni, si sono - per lo più - concentrati sulle capacità gestionali del management dell’azienda e sulla censurabilità di quelle dichiarazioni alla luce dei cospicui finanziamenti pubblici ricevuti in passato da Fiat.
Si tratta di rilievi condivisibili che, tuttavia, sembrano non tener conto di una considerazione che prescinde dal singolo caso e che può porsi nei seguenti termini: l’accelerazione dei processi di delocalizzazione industriale conferma che il capitalismo contemporaneo è sempre più caratterizzato dalla piena sovranità della grande impresa. Una piena sovranità che si manifesta anche mediante il potere che essa esercita sulle scelte di politica economica e, in particolare, di politica del lavoro[1]. Sono in molti a ritenere che gli assetti istituzionali e decisionali ereditati dal Novecento siano oggi inadeguati e che le norme giuridiche debbano adeguarsi alle ‘nuove’ esigenze di competizione delle imprese nell’economia globale. A ben vedere, si tratta di una opzione ideologica; d’altronde, non sempre ciò che è nuovo è necessariamente meglio di ciò che lo ha preceduto[2].
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Concrete astrazioni. Modelli logici contraddetti dalla realtà
Luigi Cavallaro
Finalmente riproposto il libro di Henryk Grossmann, considerato a torto la pietra miliare della teoria marxista novecentesca sul crollo inevitabile del capitalismo. Un libro utile per riuscire a comprendere come le imprese e gli stati provano a contrastare le dinamiche economiche e i conflitti che determinano la crisi di una formazione sociale
Per una singolare coincidenza, il 1929 non vide solo il crollo di Wall Street e l'avvio della crisi più profonda del capitalismo occidentale, ma anche l'apparizione, pochi giorni prima del famigerato «martedì nero», di un libro che più di altri poteva ambire a costituirne la spiegazione. Ne era autore Henryk Grossmann, docente all'Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte e fervente militante marxista, che sotto il titolo La legge dell'accumulazione e del crollo del sistema capitalistico aveva appena completato un'imponente studio del pensiero di Marx sulla dinamica del modo di produzione capitalistico.
Benché scopo del volume fosse quello di instaurare un confronto critico con le principali tradizioni marxiste dell'epoca (da Bernstein a Kautsky, da Hilferding a Rosa Luxemburg, con un occhio attento a Lenin e alla sua interpretazione dell'imperialismo), la sua illustrazione della meccanica dell'accumulazione diede luogo ad un curioso paradosso.
Grossmann, infatti, si proponeva di valorizzare quegli aspetti della teoria marxiana della riproduzione allargata che, ove assunti in forma «pura», avrebbero condotto al crollo del sistema per sopravvenuta impossibilità dell'accumulazione stessa, ma non intendeva derivarne alcuna previsione circa un crollo «automatico» del capitalismo: due terzi del volume erano anzi dedicati all'analisi di quelle «controtendenze» che ne avrebbero impedito il verificarsi, trasformando così i presupposti del «crollo» in altrettanti presupposti di crisi.
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Lo specchio dell'imbarbarimento sociale
Lavoro autonomo e crisi economica, indagine su una realtà diffusa ma misconosciuta.
di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli
Verso il lavoro autonomo di terza generazione
Che il mercato del lavoro sia in continua ebollizione è oramai cosa nota. Non siamo più nei tempi in cui la stabilità del rapporto di lavoro rappresentava una delle poche certezze della vita quotidiana. Tuttavia, l'implosione della fabbrica fordista, con il suo carico di gerarchia, comando, subordinazione e alienazione, non ha liberato potenzialità e opportunità di vita migliori. Anzi. Venendo meno la differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro, più che liberare la vita dal lavoro, ha fatto sì che la vita fosse sempre più sottomessa al ricatto del lavoro. Tutto è cominciato alla fine degli anni Settanta, quando le prime strategie di delocalizzazione (outsourcing) e di snellimento della grande fabbrica (downsizing) hanno scomposto e frammentato l'organizzazione rigida dei siti industriali, prevalentemente situati nel Nord-ovest del paese. Nuove filiere produttive si sono evolute in direzione est e sud-est. L'asse pedemontano che da Milano arriva a Trieste, passando per Bergamo, Brescia, Verona, Treviso, Udine, è diventato uno dei centri della produzione manifatturiera italiana, soprattutto specializzato nei settori della minuteria metallica, dell'abbigliamento, delle calzature, ecc.
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La crisi e le politiche sociali
di Felice Roberto Pizzuti
La sottovalutazione della crisi e, in particolare, delle sue cause di natura reale continua ad essere uno dei maggiori ostacoli al superamento della crisi stessa.
Una spiegazione di questo diffuso atteggiamento va individuata nel persistente predominio sia dei forti interessi economici sia delle visioni politico-culturali legati alle modalità di funzionamento assunte dal sistema economico negli ultimi tre decenni.La «Grande crisi» esplosa nel 2008, il cui decorso è ancora incerto, si è manifestata inizialmente nelle Borse e nel sistema bancario a livello internazionale; ciò ha contribuito a un’interpretazione diffusa che la sua natura sia essenzialmente finanziaria; invece, la crisi riflette anche e soprattutto contraddizioni di natura reale delle relazioni economiche, sociali e politiche tuttora irrisolte.
Le cause più recondite della crisi sono :
• L’aumento dell’incertezza nei mercati, che negli ultimi tre decenni è stata sottovalutata dalle teorie economiche prevalenti, proprio mentre veniva accentuata nei fatti dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione dell’economia;
• Il contemporaneo indebolimento delle istituzioni e delle politiche economiche e sociali preposte a compensare l’instabilità dei mercati;
• Gli effetti negativi dell’accresciuta sperequazione distributiva sugli equilibri economici e sociali;
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La non-violenza e le sue astratte agiografie
Dal «Piccolo gioco» del PRC al «Grande gioco» internazionale
di Leonardo Pegoraro
La “svolta non-violenta” del PRC e le sue resistenze interne
Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito all’interno della sinistra radicale e in particolare, del PRC ad un aspro dibattito sulla non-violenza che vale la pena ripercorrere brevemente. Come si ricorderà, il dibattito si sviluppò a partire dalle dichiarazioni che Fausto Bertinotti rilasciò in occasione di un convegno sulle foibe svoltosi a Venezia nel dicembre del 2003. Per la maggioranza del PRC si trattava di imprimere al partito una una vera e propria “svolta” non-violenta, a ribadire la quale sarebbe intervenuto poi un altro convegno ad hoc, tenutosi il 28 e 29 febbraio del 2004 sempre a Venezia, nell’isola di San Servolo1. Ma non tutti i compagni del PRC apprezzarono questa “innovazione”. Essa sarebbe infatti assurta a oggetto di critica da parte delle minoranze interne del partito, a partire da quella de l'Ernesto che si impegnò così a promuovere nel giro di un mese un terzo convegno (plurale e aperto a diverse posizioni) presso la Casa della Cultura di Milano2.
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L'Europa paga gli errori di Berlino
Martin Wolf
Se qualcosa di buono può venir fuori dal disastro irlandese, sarà la consapevolezza che le tradizionali teorie tedesche sui problemi dell'Eurozona sono sbagliate. Qualunque unione valutaria tra economie diverse è inevitabilmente un'avventura pericolosa. Ma se si fonda su idee errate sul modo in cui dovrebbe funzionare, può rivelarsi catastrofica.
La teoria canonica di cui parliamo è che i problemi dell'euro sono legati all'indisciplina di bilancio e alla scarsa flessibilità dell'economia, e che le soluzioni corrette sono rigore nei conti pubblici, riforma strutturale e ristrutturazione del debito. Ma l'Irlanda si trova nei guai per gli eccessi finanziari, non per le negligenze di bilancio; necessita di un intervento di salvataggio nonostante possieda un'economia flessibilissima; e a forza di parlare di ristrutturazione del debito, com'era prevedibile, si è scatenata la crisi. Sono dati di fatto che dovrebbero indurre i tedeschi a rivedere le loro idee. Che poi lo facciano effettivamente, ne dubito.
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India in crisi
di Arundhati Roy
La legge rinchiude il delinquente sventurato
che sottrae l'oca alla proprietà comune
ma libera il delinquente maggiore
che sottrae la proprietà comune all'oca
Anonimo, Inghilterra, 1821
Alle prime ore del mattino del 2 luglio 2010, nelle foreste remote di Adilabad, la Polizia statale dell’Andra Pradesh ha sparato un colpo nel petto di un uomo chiamato Cherukuri Rajkumar, noto ai suoi compagni come Azad.
Azad era un membro del Politbureau del Partito Comunista Indiano (maoista) [illegale per lo Stato indiano], ed era stato nominato dal suo partito come il capo negoziatore degli accordi di pace con il governo dell'India. Perché la polizia ha sparato a bruciapelo e perché ha lasciato scoperte delle tracce eloquenti del suo passaggio, quando avrebbero potuto coprirle tanto facilmente? E' stato un errore oppure un messaggio?
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Risposta a Basso su "Marx in questione"
di Riccardo Bellofiore
[in fondo alla pagina, Luca Basso: Economia, il mito della scienza esatta che può fare a meno della politica]
Su "Liberazione" del 28 gennaio Luca Basso ha recensito il volume Marx in questione (Città del Sole, 2009) che ho curato con Roberto Fineschi, e che raccoglie alcuni degli scritti degli autori dell'International Symposium in Marxian Theory (ISMT). Si tratta di contributi a volumi comparsi sinora presso prestigiosi editori anglosassoni, e di cui esiste anche una antologia pubblicata in Messico a cura di Mario Robles: vale la pena almeno di segnalare i tre testi per Palgrave Macmillan sui tre libri del Capitale, a cui si aggiungerà nel 2010 un volume a cura mia, di Guido Starosta e di Peter Thomas sui Grundrisse per i tipi di Bril). La recensione di Luca Basso è articolata e si segnala perché, meritoriamente, non si limita a dare conto del volume, ma manifesta (specie nella parte finale) alcuni dissensi in modo serio e argomentato. Basso solleva problemi reali, e che meritano di essere dibattuti. L'ISMT è peraltro un gruppo unito più dalle problematiche ritenute centrali per la critica dell'economia politica che da risposte unitarie, rigide o dogmatiche, come è spesso nell'ambito del marxismo. Lo stesso Basso segnala i punti di contatto, ma anche le divergenze significative, tra i membri dell'ISMT.
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L'effetto Berlusconi
Antonio Gnoli intervista Slavoj Žižek
Si può analizzare un fenomeno mediatico, politico, culturale qual è da quasi un ventennio Silvio Berlusconi, senza lasciarsi condizionare dal fastidio che l'«oggetto» in questione sovente provoca in chi lo analizza? Non è una forma di neutralità che si invoca, ma una connessione più attenta tra superficie e profondità: diciamo tra il volto-maschera, al quale ci ha abituati nelle sue molteplici apparizioni televisive, e l'anima-merce, nella quale albergano desideri, finzioni, progetti. Per molti italiani egli è l'uomo del sogno: figura temibile e consolatoria a un tempo, le cui parole, quando vengono pronunciate, hanno per lo più un carattere fuggitivo. Nello schema generale del suo linguaggio rassicurante (legato all'idea del fare) le variazioni sono minime, e la mobilità è massima. Nel senso che Berlusconi tende a dire sempre le stesse cose, ma nel dirle - come accade nei sogni - le parole hanno un carattere volatile e lievemente ipnotico. Quel linguaggio diverte e rassicura coloro che ne sposano i contenuti. Egli incarna un potere «grottesco»: esilarante, minaccioso, imprevedibile, efficace. Ci ha colpiti il modo col quale, qualche tempo fa, sulla «London Review of Books», Slavoj Zizek riportava quel potere all'ironica immagine di un Panda, protagonista di un cartoon di successo. Ed è la ragione per cui abbiamo voluto incontrare questo intellettuale che con grande libertà ha messo assieme Lacan e il cinema, indagato Freud e Marx e preferito il moderno al «post». Zizek non si considera un esperto di Berlusconi e soprattutto — tiene a precisare — pensa che per molti versi il problema non sia lui, ma che lo stesso Berlusconi sia l'effetto di un processo più generale che non coinvolge solamente l'Italia. Il discorso, dunque, non può che cominciare dall'intreccio tra due figure cardine della modernità: politica ed economia.
Lei sostiene che sia stata recisa ogni connessione fra democrazia e capitalismo. Com'è accaduto? E cosa sostituisce oggi quel legame?
Sì, nella mia interpretazione questo accade soprattutto in Cina, anche se non solo lì. Qualche tempo fa il mio amico Peter Sloterdijk mi confessò che, dovendo immaginare in onore di chi si costruiranno statue fra un secolo, la sua risposta sarebbe Lee Kwan Yew, per oltre trent'anni Primo ministro di Singapore. E stato lui a inventare quella pratica di grande successo che poeticamente potremmo chiamare «capitalismo asiatico»: un modello economico ancora più dinamico e produttivo del nostro ma che può fare a meno della democrazia, anzi funziona meglio senza democrazia. Deng Xiaoping visitò Singapore quando Lee stava introducendo le riforme e si convinse che quel modello andava applicato alla Cina.
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Transizione soft?
di Nicola Casale e Raffaele Sciortino
Il logoramento politico di quasi un anno e mezzo sembra sterzare verso il dopo Berluska. Un po' di cautela è d'obbligo, non perchè il Cavaliere abbia coefficienti effettivi su cui rilanciarsi quanto per l'inconsistenza del fronte che punta a sostituirlo e la nullità della cosiddetta opposizione, fin qui non a caso bloccati dalla paura di restare col cerino in mano e di dover andare alle elezioni. Vedremo se basterà il salvacondotto interno garantito a Berlusconi e Mediaset...
Cosa ha provocato l'accelerazione della crisi politica? Scandali a parte, è la "paralisi" dell'azione di governo denunciata dagli industriali, l'incapacità irrecuperabile di arrestare il declino del paese dentro una crisi che sta ribaltando tutti gli equilibri. In gioco non è solo la sicura esplosione del debito pubblico - col rischio default dello stato e conseguente crisi dell'intero sistema bancario italiano che sulle rendite statali si regge - ma anche la potenziale crisi dell'euro, che finora ha funzionato da ancora di salvataggio, e in più il rischio tangibilissimo che questa volta non ci sarà neanche la possibilità di ripartire dalla produzione industriale (il rapace prendi e fuggi del finanziere Marchionne ne è la riprova).
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Grande crisi nella globalizzazione
Ernesto Screpanti
Le cause di fondo della crisi attuale sono di natura reale e vanno rintracciate negli effetti prodotti dalla globalizzazione sullo sviluppo economico e la distribuzione del reddito nei principali paesi capitalistici. L’imperialismo globale contemporaneo è basato su un patto implicito tra il grande capitale dei paesi avanzati e il grande capitale dei paesi emergenti. Il primo ha ottenuto gli accordi TRIPS, con cui si è assicurato un potere monopolistico sui prodotti della ricerca scientifica e tecnologica, per la quale si trova all’avanguardia rispetto al resto del mondo. Questo potere monopolistico è stato usato per ridistribuire reddito dal Sud al Nord del mondo. Il grande capitale dei paesi emergenti ha ottenuto la liberalizzazione dei mercati e l’abbattimento di gran parte delle barriere protezionistiche dei paesi più ricchi. In questo modo ha potuto sfruttare il vantaggio competitivo sul costo del lavoro e avviare dei processi di sviluppo trainato dalle esportazioni.
La concorrenza ha spinto molte imprese tradizionali dei paesi avanzati a ridurre la produzione e a delocalizzare gli investimenti.
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La riduzione del prodotto che va al lavoro
Antonella Stirati
Varie analisi elaborate da grandi istituzioni internazionali (OCSE, ILO, FMI) e un’ampia letteratura economica hanno messo in luce il verificarsi in diversi paesi di un fenomeno importante: la caduta della quota dei redditi da lavoro sul Pil nell’arco di circa un trentennio. Molti si sono soffermati di recente su questa caduta, non ultima la “Lettera degli economisti” sottoscritta da oltre 250 studiosi e pubblicata nel giugno scorso. L’economista Giulio Zanella ha tuttavia contestato l’effettivo verificarsi di questo fenomeno. In un recente articolo egli è infatti giunto alle seguenti conclusioni: 1) che le quote distributive non sono variate molto nella maggior parte dei grandi paesi industrializzati; 2) che dove la quota dei redditi da lavoro è diminuita, in particolare in Italia, ciò è avvenuto non a beneficio della quota dei profitti e degli altri redditi non da lavoro ma a beneficio esclusivo di quella che viene chiamata “quota del governo”. [1]
Un motivo per cui vale la pena soffermarsi sull’articolo in questione è che l’autore del medesimo non apre la consueta controversia circa l’interpretazione dei fatti, ma solleva un problema preliminare che in un certo senso riguarda i fatti stessi, o più precisamente i dati di partenza delle analisi.
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Tutti sconfitti alla guerra delle valute
di Marcello De Cecco
Al G20 di Seul nessuno dei problemi sul tappeto è stato risolto e gli squilibri mondiali si sono ulteriormente accentuati. Germania, Cina, Usa: tutti impegnati solo nella difesa degli interessi nazionali
La signora Merkel ne ha fatta un’altra delle sue. Facendo discutere il 29 ottobre in sede di summit europeo la sua proposta di far pagare anche agli investitori in titoli di stato di paesi che hanno bisogno dell’aiuto del fondo europeo di salvataggio, ha messo una carica di sfiducia di grosso calibro nel mercato dei titoli stessi, col risultato che i titoli irlandesi, che già erano in sofferenza per motivi molto seri e che si sono voluti nascondere dietro vari paraventi per troppo tempo, invece di affrontarli insieme ai problemi greci a maggio, sono stati sommersi dalla speculazione.
Il risultato è stato che al vertice del G20 si è dovuto dedicare una quantità di tempo a questo problema, e i ministri delle finanze europei hanno dovuto emettere un comunicato per rassicurare i mercati sottolineando che le eventuali proposte tedesche cominceranno ad applicarsi solo al nuovo debito e solo dal 2013. Il danno tuttavia era fatto. I rendimenti dei titoli dei paesi periferici sono schizzati e a farne le spese è stato il Tesoro italiano che ha sì portato a termine l’asta che aveva organizzato, ma ha dovuto fare uno sconto più alto sui suoi titoli in vendita.
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Economia della conoscenza, giovani generazioni e ruolo del sindacato
intervista a Enzo Rullani
Nel senso comune si descrive l’economia della conoscenza o il cosiddetto capitalismo cognitivo come fonte di grosse opportunità per le giovani generazioni. Ma allora perché la generazione più formata della storia italiana, è quella che più stenta a trovare spazio sia in termini di posti di lavoro che possibilità di esprimersi attraverso le proprie competenze? Perché le competenze di questa generazione sono in realtà così poco richieste e comunque così poco pagate, sia in termini di salario che di diritti e garanzie?
I giovani fanno fatica ad entrare per tante ragioni. Ma una sopra tutte: il paradigma che governa la società in cui dovrebbero farsi valere è diventato conservatore e come tale mette i bastoni tra le ruote al nuovo. Anche al nuovo nel senso del ricambio generazionale delle persone e degli stili di lavoro e di vita.
Tuttavia detto questo bisogna precisare che:
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Essere senza tempo nel “tic-tac” del capitalismo
di Marco Sferini
Essere senza tempo potrebbe sembrare un paradosso: in fondo il tempo lo si vive, che lo si voglia o no. Eppure tu dici che il tempo in qualche modo ci viene rubato, sottratto. Da chi, da cosa?
Tra le molteplici definizioni che si possono attribuire al nostro specifico momento storico ve n’è una che forse, meglio delle altre, coglie il suo spirito: il nostro presente è l’epoca della fretta, un “tempo senza tempo” in cui tutto corre scompostamente e senza fermarsi mai, impedendoci non soltanto di vivere pienamente gli istanti presenti, che si succedono vorticosamente, ma anche di riflettere serenamente su quanto accade intorno a noi. Troppi eventi vanno accumulandosi in lassi di tempo sempre più ristretti, determinando, in noi che viviamo questa accelerazione di ogni settore dell’esperienza (dall’ambito della vita quotidiana a quello lavorativo, dai processi di apprendimento al mondo delle informazioni), una sensazione spaesante e, insieme, irritante: non abbiamo mai tempo sufficiente per tutto quello che dovremmo o vorremmo fare. La modernità, con la sua passione per il futuro, aveva scientemente scelto la strada dell’accelerazione dei ritmi in nome dell’avvenire: il presente era inteso come punto di passaggio in vista di un futuro diverso e migliore.
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Collegato Lavoro: mutismo e rassegnazione?
Precari per sempre: il nuovo ‘collegato’ lavoro
Il condono tombale per le imprese che utilizzano lavoratori precari è diventato legge di stato con la firma del Presidente Napolitano e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. E’ la legge 183/2010 che in 18 pagine modifica fortemente l’attuale disciplina del diritto del lavoro per i lavoratori precari e i neoassunti.
Ecco i punti salienti della riforma:
a) Per quanto riguarda le controversie di lavoro non vige obbligo di effettuare un tentativo di conciliazione, ma è possibile rivolgersi immediatamente all’autorità giudiziaria, a meno che non si decida di impugnare dinanzi al giudice un contratto di lavoro certificato. In questo caso, infatti, il tentativo di conciliazione presso la commissione che ha emesso l’atto di certificazione è obbligatorio.
b) Permane inoltre la possibilità di accedere immediatamente alle procedure arbitrali, nei casi e con le modalità previste dai contratti collettivi.
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Auri Sacra Fames
Rosario Patalano
Dopo il crollo del sistema di Bretton Woods, nel 1971, economisti e politici liberisti hanno costantemente auspicato il ritorno a forme di regolazione delle relazioni monetarie internazionali fondate sull’oro. È con questo spirito che il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, nel momento più acuto della guerra delle monete che sconvolge i mercati valutari, ha proposto ai paesi riuniti al G20 di Seoul una vera e propria agenda per istituire un nuovo ordine monetario internazionale fondato sulla centralità dell’oro. E poiché la Banca Mondiale è - con il Fondo Monetario Internazionale - il pilastro su cui si costruisce l’attuale assetto delle relazioni monetarie internazionali, la proposta di Zoellick ha riscosso grande attenzione e riavviato il dibattito tra economisti e politici sulla possibilità di una restaurazione, anche in forme innovative, del sistema aureo.
Vediamo allora in dettaglio cosa ha proposto Zoellick - già nel suo articolo del 7 novembre apparso sul Financial Times - per superare l’attuale regime di cambi flessibili più o meno controllati. Il nuovo sistema, scrive Zoellick, “dovrà coinvolgere il dollaro, l’euro, lo yen, la sterlina e un renminbi che si muova verso l’internazionalizzazione” e “dovrebbe anche prendere in considerazione di impiegare l’oro come punto di riferimento internazionale su inflazione, deflazione e futuri valori monetari”.
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Facebook. Un dispositivo omologante e persuasivo
di Maria Maddalena Mapelli
Facebook [1] – quattordici milioni [2] di utenti italiani – è un dispositivo social (siamo tutti “amici”) e sicuramente di successo (ma come, non sei su Facebook?), ma è anche un dispositivo persuasivo, nel senso che induce comportamenti automatici e prevedibili (ci vuole, appunto, tutti veri e social) e al tempo stesso omologante, nel senso che induce, in noi utenti, assetti identitari, modalità di interazione e di narrazione, regimi di visibilità che ci rendono seriali e simili. Su Facebook si è più soggetti costituiti, che soggetti costituenti. Facebook accentua caratteristiche già presenti in altri luoghi della rete, rivelandosi così un esempio significativo di dispositivo-specchio, cioè di dispositivo che crea effetti di somiglianza con il “reale” e impone specifici assetti identitari.
Il dispositivo, dice Deleuze sviluppando un concetto foucaultiano, [3] è una macchina per far vedere e per far parlare: consideriamo allora anche i social network come dispositivi che abitiamo [4] e che orientano i nostri pensieri e la nostra immaginazione, disciplinano i nostri corpi e il nostro modo di interagire, veicolano, a seconda dei casi, differenti regimi discorsivi e di visualizzazione, promuovono, per continuare a usare la terminologia di Deleuze, processi di soggettivazione.
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Sinistra plurale contro il moderatismo
di Alberto Burgio
Il blocco di forze che ha vinto nel 2008 si è dissolto ma il quadro politico è sospeso in un falso movimento. Berlusconi e Bossi difendono il governo, il Pd e le forze maggiori del nuovo centro (Fli e Udc) lavorano per un esecutivo "tecnico" ma temono che questa ipotesi si allontanerebbe se fossero loro a staccare la spina. Tutto ciò blocca lo sviluppo della crisi.
Al di là del braccio di ferro tra i partiti, il problema però è un altro. Anche se il piano di Bersani, Fini e Casini andasse in porto, la partita la vincerebbe ugualmente la destra. Di che si tratta infatti quando si immagina una riedizione del governo Ciampi? Che cosa sarebbe la «scossa all'economia» invocata da D'Alema, se non il ritorno alle politiche "modernizzatrici" degli ultimi vent'anni (privatizzazioni, soldi alle imprese, precarizzazione) grazie alla rinnovata unità sindacale sulla linea Bonanni-Marchionne? In sostanza, berlusconismo senza Berlusconi. Tenuto conto della situazione attuale (livelli di disoccupazione e di povertà), pura macelleria sociale. Visto che sono in voga i paragoni storici, la sintesi è che l'Italia è a rischio di franchismo: sepolto il duce, la destra conserverebbe a lungo l'egemonia sociale, politica e culturale.
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