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Intervista a Vladimiro Giacché
di Bruno Settis e Francesco Marchesi
Incontriamo Vladimiro Giacché il 2 febbraio a Pisa, dove è venuto a partecipare all’Assemblea pubblica di Rivoluzione Civile che si è tenuta al CEP, in quanto membro del direttivo dei Comunisti Italiani e candidato alla Camera in Toscana. Di formazione filosofica (alla Scuola Normale) e tradizione comunista (il secondo nome è Ilio), ha lavorato nel settore finanziario pubblico e privato. Negli ultimi anni Vladimiro è emerso in Italia come un penetrante commentatore della crisi, intrecciando la critica dell’ideologia (La fabbrica del falso, DeriveApprodi, seconda ed. 2011) con quella delle politiche economiche (oltre all’attività giornalistica su Il Fatto Quotidiano, Pubblico e altrove,Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato, Aliberti, seconda ed. 2013). Insomma, con il contributo che Vladimiro fornisce all’elaborazione delle linee di proposte economiche della lista di Rivoluzione Civile (di cui abbiamo già discusso, e torneremo a discutere, in altri articoli), ci ricorda che nella società civile ci sono anche i comunisti. E, infine ma non ultimo, è sempre garantita una chiacchierata piacevole.
Qual è la posizione di Rivoluzione Civile in merito alla crisi del Monte dei Paschi di Siena, in relazione, in particolare, al problema dell’infiltrazione delle banche da parte della politica, da molti considerata la causa scatenante di questa crisi?
Noi riteniamo che l’infiltrazione dei partiti in una economia, si suppone, sana non sia l’origine del crack di MPS. Pensiamo invece che questa affondi le sue radici nel periodo della massiccia privatizzazione del sistema bancario italiano: all’inizio degli anni ’90 il 73% delle banche italiane era controllato dallo stato, mentre alla fine del decennio questa percentuale risultava esattamente dello 0%.
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Il paradosso di Berlusconi “keynesiano”
di Luigi Cavallaro
Negli anni la sinistra, abbandonando progressivamente i propri punti di riferimento nella teoria economica, è diventata la paladina del “rigore”, fino ad approvare il pareggio di bilancio in Costituzione. Così ha concesso a Berlusconi ampio margine per conquistare un terreno politico lasciato incustodito. Il paradosso di un Cavaliere “keynesiano”, avversario dell’austerità imposta dalla Merkel e critico dell’euro, altro non è che il risultato di una sinistra che ha fatto proprio il “punto di vista del Tesoro“
Gramsci scrisse una volta che dire la verità è una necessità politica. Ma dire la verità presuppone una scelta partigiana: la verità, infatti, è sempre situata da una parte.
La parte in cui ci vorremmo situare non è una generica «sinistra». Da tempo ormai questa parola non designa null’altro che un vago e indistinto antagonismo rispetto a Silvio Berlusconi, ossia rispetto a colui che, negli ultimi vent’anni, ha incarnato il «grande Altro» della revanche capitalistica da cui è stato pervaso il nostro Paese. «Di sinistra» sono così diventati Indro Montanelli e Eugenio Scalfari, Antonio Di Pietro e Francesco Saverio Borrelli, Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi (e Giuliano Amato), e perfino organi dello stato come la Corte costituzionale o interi apparati statali, come la magistratura.
La parte per cui intenderemmo prendere parola non è dunque una «sinistra» che non ha più significato alcuno. È piuttosto la «parte maledetta»: quella stessa di cui scrisse Bataille in un’opera visionaria in cui si provò a illustrare «le ragioni che rendono conto delle bottiglie di Keynes»1, e che sola può spiegare la verità delle più estreme posizioni politiche di Berlusconi, così come la logica della polarizzazione dello scontro politico intorno a lui.
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Marx ai tempi del neoliberismo
Capitalismo, stato sociale e agenda Monti
di Giovanna Cracco
Se è vero che la crisi – dal greco krinò, ossia separazione, decisione – è quel particolare momento che divide un modo di essere da un altro, producendo cambiamenti, è pur vero che le scelte operate a seguito di una crisi rivelano la caratura, umana e intellettuale, di chi quelle scelte compie.
La classe politica dei Paesi europei, Italia compresa, dopo vent’anni di tagli allo stato sociale e di deregolamentazione del lavoro, si prepara a smantellare il primo e a rendere del tutto precario il secondo. Colpa della crisi, dicono, che rende sia il sistema pubblico che quello produttivo, insostenibili da un punto di vista economico. Nulla di più falso, come abbiamo già evidenziato (1). Ciò a cui stiamo assistendo è la fase finale della messa in pratica di una teoria economica, il neoliberismo, che ha piantato radici profonde nel pensiero economico-politico, al punto da diventare egemone dopo il crollo dell’Urss; una teoria economica che si è innestata nel capitalismo e ha contribuito all’attuale crisi.
La pervicace volontà di continuare sulla stessa strada, oltre ad avere peso e conseguenze sociali per l’intera umanità, è dunque qualcosa che attiene anche all’onestà intellettuale delle singole persone che hanno oggi il potere di decidere le politiche economiche, e di coloro che hanno il potere di indirizzare il pensiero dell’opinione pubblica: che le loro decisioni siano dettate da una fede cieca nel dogma della libera circolazione dei capitali e del ‘meno Stato più mercato’, oppure dal disinteresse più totale per la vita degli altri uomini e dall’egoismo più bieco, tanto più criminale quanto più si sale nella piramide del potere e dunque nella responsabilità, è purtroppo un conto che ognuno di loro farà solo con se stesso.
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Un protezionismo universalista*
di Alain Lipietz**
Inutile nasconderselo: la questione del protezionismo (in particolare nei confronti del sud del mondo) ha sempre posto problemi formidabili alle forze progressiste in Europa, e anche agli uomini e alle donne di buona volontà. A mettersi dal punto di vista degli interessi immediati delle classi popolari, il dilemma è evidente: il protezionismo protegge il lavoro di quelli che lo hanno, ma, garantendo un monopolio ai produttori nazionali, privano le famiglie con il reddito più basso di beni a cui potrebbero avere accesso. Il protezionismo è la vita più cara, e questo è spesso il motivo per il crollo delle politiche protezionistiche, sotto la pressione di chi faceva balenare l’accesso a merci a basso costo. Marx ha combattuto contro la politica protezionistica dei Tories e sostenuto il liberoscambismo dei Whigs, che sostenevano l’apertura del mercato britannico al frumento prussiano o russo. Se si aggiungono considerazioni di solidarietà con lo sviluppo del Sud del Mondo, è difficile fare le barricate contro i prodotti dei paesi meno ricchi, che non hanno altri vantaggi da offrire se non precisamente i loro bassi salari. Ma a questo arriva ad opporsi oggi un nuovo argomento: quello dell’ecologia. Tutti i trasporti implicano energia e quindi inquinamento, effetto serra …
La resistenza “di sinistra” al protezionismo
Dopo 30 anni di un modello liberal-produttivista ormai in crisi, i discorsi a favore della demondializzazione e per la rilocalizzazione sembrano sbattere contro il buon senso e la giustizia.
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L’antifilosofia della storia di Karl Marx
Raffaele Alberto Ventura
Marx senza fine
Uccidere la Storia. Porre fine alla fine. Se Karl Marx ha inteso un senso al suo cammino intellettuale, era nient’altro che questo. Un cammino che partiva da Hegel, certo – ma per scappare il più lontano possibile. Lasciare lì morto il padre crudele che l’ha cresciuto a cinghiate di metafisica, e mai più tornare sul luogo del delitto.
Ma sul luogo del delitto si torna continuamente. E la cosa peggiore è che quando sulla scena arrivano i testimoni, nessuno crede alla confessione, mista di orrore e fierezza. – Si, l’ho ucciso io! – Ma no, si calmi, lei è sotto shock, non ricorda, ha fatto il possibile, ma ora è troppo tardi: Hegel è morto. – Certo che si, l’ho ucciso io! – Suvvia, se ne vada, lei intralcia le indagini. Questo è un lavoro da professionisti. E pensano: dovevano fare fuori anche lei. – Guardate almeno, le mie mani lorde del suo sangue, e guardate come l’ho rovesciato, con la testa in giù. [1] – La testa in giù? E loro tranquillamente: ma certo, per la circolazione. Un uomo rovesciato resta pur sempre lo stesso uomo.[2] – Lo stesso uomo, si; però morto.
Alcuni furono così commossi dalla vicenda che dedicarono la vita a dimostrare l’innocenza di Karl Marx, e l’amorevole cura con la quale aveva accudito il padre morente, tenendo viva la fiamma della dialettica hegeliana.
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Contro l’economia della creatività
La cultura davvero non si mangia
Christian Caliandro e Fabrizio Federici
1. Le retoriche della creatività e la cultura in Italia
“Gli italiani sono il popolo più creativo del mondo”: quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, da decine di politici e giornalisti del Belpaese? Ma le cose non stanno proprio così. Chi pensa e dice una cosa del genere, con ogni probabilità non sa nulla del mondo del 2012 e neanche degli ultimi venti-trent’anni. Con ogni probabilità, possiede un’idea piuttosto asfittica della produzione e della fruizione culturale. Un’idea totalmente autoreferenziale e autocelebrativa della cultura e della creatività, pochissimo proiettata verso lo spazio esterno – e persino verso quello interno. Il contesto italiano dell’ultimo trentennio, infatti, è riuscito a generare (tra gli altri incredibili risultati) quello che è un vero unicum nella storia culturale recente dell’Occidente: una forma acuta e perniciosa di dissociazionedalla realtà e dal mondo esterno, di vera e propria schizofrenia. Si fa raccontare e adotta un’altra verità rispetto a quella effettiva. Un’altra identità. È, questa, una strana forma di autoriflessività, che non contempla affatto il riconoscimento di sé: piuttosto, implica la perdita di se stessi. L’oblìo. Purtroppo, la maggior parte delle produzioni e delle narrazioni culturali attuali (romanzi, film, opere d’arte, fiction televisive, discorsi pubblici), anche se per fortuna non la totalità di esse, non fa che confermare questo stato di cose.
Questa retorica si aggancia ad altre retoriche, prodotte a livello internazionale: nel corso degli ultimi quindici-venti anni, infatti, la “creatività” è diventata non solo un termine onnicomprensivo, ma anche una sorta di mantra per la letteratura sia specialistica che generalista.
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L'ipocrisia del Fondo Monetario Internazionale
di Riccardo Achilli
Da quando la signora Lagarde si è installata alla guida del FMI, numerosi osservatori, ovviamente di parte o superficiali, hanno sottolineato un presunto cambio di passo e di filosofia del FMI, un allontanamento dal cinismo neomonetarista ed iperliberista che da sempre caratterizza l'impostazione, più ideologica che tecnico/professionale, dell'Istituto, e che si trova scolpita nei punti del Washington Consensus, che puntualmente si traducono in “programmi” di austerità finanziaria e riforme strutturali sui mercati monetario e del lavoro e nei sistemi di welfare pubblico suggeriti ai Paesi iper-indebitati, e quindi in terribili recessioni economiche, spaventose e rapide fasi di impoverimento degli strati popolari, aumento delle diseguaglianze distributive, ulteriore avvitamento dei problemi di finanza pubblica.
Certo su una revisione dell'ortodossia del FMI hanno influito le pesanti critiche provenute anche da economisti borghesi come Joseph Stiglitz, che sulla critica alle ricette del FMI ci ha costruito un best seller: La Globalizzazione E I Suoi Oppositori (edito da Einaudi in italia), in cui analizza gli errori delle istituzioni economiche internazionali – e in particolare del Fondo Monetario Internazionale – nella gestione delle crisi finanziarie che si sono susseguite negli anni novanta, dalla Russia ai paesi del sud est asiatico all'Argentina. Stiglitz illustra come la risposta del FMI a queste situazioni di crisi sia stata sempre la stessa, basandosi sulla riduzione delle spese dello Stato, una politica monetaria deflazionista e l'apertura dei mercati locali agli investimenti esteri. Tali scelte politiche standardizzate venivano di fatto imposte ai paesi in crisi ma non rispondevano alle esigenze delle singole economie, e si rivelavano inefficaci o addirittura di ostacolo per il superamento delle crisi.
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Ascesi e capitalismo*
di Gianfranco Ferraro
Qual è il paradigma di governo su cui si affaccia la società contemporanea? E come comprendere il legame tra il senso delle nostre condotte quotidiane e la forma di vita che, in maniera sempre più pervasiva, ci viene proposta come un inevitabile e “naturale” destino di indebitamento collettivo e individuale?
È a questi interrogativi che Elettra Stimilli intende dare risposta nel suo testo, raccogliendo gli esiti del suo dialogo con quell’ultimo, cruciale, risultato del dibattito novecentesco intorno alla “teologia politica”, costituito da Il Regno e la Gloria di Giorgio Agamben (cfr. G. Agamben, Il Regno e la Gloria. Per una genealogia teologica dell’economia e del governo. Homo sacer II, 2, Neri Pozza, Milano, 2007). Per lungo tempo studiosa e interprete di Jacob Taubes, insieme a Carl Schmitt, Walter Benjamin, Erik Peterson e Hans Blumenberg personalità tra le più significative del dibattito novecentesco sulla secolarizzazione (cfr. in proposito E. Stimilli, Jacob Taubes. Sovranità e tempo messianico, Brescia, Morcelliana, 2004; Jacob Taubes, In divergente accordo. Scritti su Carl Schmitt, a cura di E. Stimilli, Macerata, Quodlibet, 1996; Jacob Taubes, Il prezzo del messianesimo. Lettere di Jacob Taubes a Gershom Scholem e altri scritti, a cura di E. Stimilli, Macerata, Quodlibet, 2000), l’autrice si propone qui, lungo un sentiero che è solo per un tratto, in realtà, comune a quello di Agamben, di riallacciarsi direttamente alle ricerche avviate da Michel Foucault, negli ultimi anni della sua produzione intellettuale, intorno alle “tecnologie del sé” e alle forme di ascesi.
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Berlusconi Monti: marciare divisi, colpire uniti
di Nicola Casale
Le prossime elezioni sembravano avere un vincitore annunciato, il centrosinistra. La ricomparsa di Berlusconi e l’aggressività di Monti han fatto barcollare la certezza: Bersani potrebbe vincere, ma anche no. Sarebbe la seconda volta, in poco più di un anno, che il centrosinistra si vedrebbe scippare la vittoria, o l’avrebbe dimezzata. A fine 2011, con la caduta di Berlusconi, fu Napolitano a orchestrare il governo Monti per evitare le elezioni con la sicura vittoria del Pd. Lo stesso obiettivo è perseguito ora da una combinazione di elementi. Berlusconi punta a impedire la vittoria di Pd-Sel almeno al senato, e Monti pure, assieme alla sua compagnia di giro. Un centrosinistra vincitore dimezzato dovrebbe allearsi con Monti in posizione di debolezza. Ciò provocherebbe grandi tensioni nella coalizione Pd-Sel e all’interno dello stesso Pd. Con quali conseguenze? Una probabile esplosione delle contraddizioni, finora rimandate con continui compromessi. Questa volta, però, con un soggetto interno pronto a uscirne con la sua pattuglia di parlamentari, Renzi.
Divisi in campagna elettorale, Berlusconi e Monti puntano, dunque, allo stesso obiettivo: impedire al centrosinistra di governare, e si preparano a provocare la crisi di questo schieramento per una nuova stagione di governo di centro-destra.
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Archeologia del presente: affari e politica
Prime riflessioni sul caso Monte dei Paschi di Siena
di Luca Michelini
1. Stiamo vivendo i giorni convulsi dello scandalo del Monte dei Paschi di Siena. La cronaca è destinata a sorprenderci, temo; come sempre avvenuto, del resto, perché ciò che il potere effettivamente fa, nelle sue manifestazioni politiche ed economiche, è ben lungi dall’essere nell’immaginazione dei critici o anche soltanto degli osservatori, addirittura delle sue vittime. Nonostante questo, vale forse la pena proporre alcune considerazioni di carattere generale, per cercare di orientarsi nel prossimo futuro.
2. L’operazione “Monti-Bond”, come è evidente a tutti, tranne che alla stragrande maggioranza della “opinione pubblica” italiana che si distingue per povertà e omertà d’analisi, ha un solo significato: si tratta di un salvataggio operato dallo Stato (e nell’analisi prescindo dai salvataggi operati dalla Bce). Come ogni salvataggio, esso non può che implicare il controllo da parte dello Stato: insomma, siamo di fronte all’oggettività di una nazionalizzazione. Naturalmente, come in Italia è accaduto per ogni forma di salvataggio, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, esso è presentato o invocato come “provvisorio”, come fase di passaggio per una futura privatizzazione, frutto di accurato e oculato “risanamento” e via discorrendo, secondo l’usuale frasario politico corrente. Come ogni crisi bancaria che si rispetti e che il nostro Paese ha conosciuto, essa mostra quanto profondo e perverso sia il legame tra “politica ed affari”.
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Il bilancio espansivo che serve all’Europa
di Sergio Bruno
La rotta d'Italia. Contro l’inerzia delle politiche e delle idee dominanti, per uscire dalla crisis serve un bilancio federale europeo che arrivi al 10% del Pil, finanziato da Tobin tax ed emissione di moneta della Bce
Nel dibattito sulla “rotta d’Italia” l’articolo di Gnesutta e Pianta ha mostrato, in termini politici e di possibili politiche economiche, come il nuovo governo si troverà di fronte ad un gioco complesso, in cui se per un verso sarà condizionato dai soggetti europei, per l’altro dovrà cercare di condizionarli in funzione di un cambiamento. Tale cambiamento è necessario dapprima per impedire che l’Europa come costruzione politica collassi e, successivamente, per riprendere, non solo a chiacchiere, l’idea di fare dell’Europa un polo competitivo e politico planetario. Vorrei qui fare delle riflessioni – quasi un contrappunto – su piani diversi: analitico, retorico, ideologico.
Ci sono buone ragioni per imbastire questo meta-discorso. Come ho già argomentato in questa sede una gran parte della sinistra e dei sindacati, sia in Italia che in Europa, è convinta che le tesi portate avanti dalla Commissione, dalla Signora Merkel in Germania e in Europa e dal Sig. Monti in Italia siano sostanzialmente corrette e solo troppo drastiche. Se, dopo le elezioni, la sinistra si troverà a doversi misurare con l’Europa e a dover “trattare” con il Sig. Monti, è opportuno che le idee siano tanto chiare da escludere qualsiasi proposizione non razionalmente fondata.
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Il tempo sospeso
di Marino Badiale
Nel post di ieri abbiamo un po' scherzato sulle prossime elezioni. Per dire qualcosa di più serio, pubblico di seguito due lettere indirizzate al Manifesto (in particolare a R.Rossanda) e scritte nel '96, a ridosso delle elezioni che portarono al potere il centrosinistra. Da allora sono passati (quasi) diciassette anni, ed è ovvio che moltissime cose sono cambiate: all'epoca c'era un diverso sistema elettorale (il cosiddetto “Mattarellum”), Rifondazione era una componente importante dello schieramento di centrosinistra, si discuteva molto sul pericolo “fascista” rappresentato dalle destre, e così via. E' pure ovvio che sono cambiato anch'io, e molte cose oggi le scriverei diversamente. Nonostante tutto questo, ritengo oggi di poter riproporre queste lettere, perché sono convinto che la questione sostanziale che esse pongono, e cioè in sostanza la fine della “sinistra emancipativa”, sia ancora fondamentale. Su questo tema aggiungo qualche commento alla fine.
1. Prima lettera a R. Rossanda
Pisa, 5/4/1996
Cara signora Rossanda,
vorrei sottoporLe alcune riflessioni sul problema dell' “astensionismo di sinistra”.
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Dall'autorganizzazione alla comunizzazione
di R.S.
Designare la rivoluzione come comunizzazione è dire questa cosa abbastanza banale, che l'abolizione del capitale è l'abolizione di tutte le classi, compreso il proletariato, e non la sua liberazione, il suo ergersi a classe dominante che organizza la società secondo i propri interessi. È dire che l'abolizione dello scambio, della divisione del lavoro, della merce, della proprietà, dello Stato, delle classi, non sono delle misure da prendersi dopo la vittoria della rivoluzione, ma le sole misure attraverso le quali larivoluzione può trionfare. È dire, inversamente, che non c'è “periodo di transizione”. Il proletariato non fa la rivoluzione per instaurare il comunismo, ma attraverso l'instaurazione del comunismo. In questo, tutte le misure della lotta rivoluzionaria saranno misure di comunizzazione. Al di qua, non vi è che la società attuale. Le sconfitte delle rivoluzioni tedesca e spagnola ne sono la triste verifica.
La ristrutturazione del rapporto di sfruttamento, ossia della lotta di classe dopo l'inizio degli anni '70, la sparizione del “movimento operaio” e di una identità operaia confermata all'interno della riproduzione del capitale, hanno imposto ciò che non era altro che un obiettivo finale da raggiungere dopo la rivoluzione come il corso stesso di quest'ultima.
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Marx, il caso e la giustizia
Giuseppe Panissidi*
Chi trova un operaio, trova un tesoro. Una boutade solo apparente, se si considera che racchiude il valore e il significato che Marx annette alla sua analisi critica del modello di produzione con capitale. “Il fatto che dall’impiego del lavoro salariato il capitalista, quale semplice agente del capitale, ricavi più di quanto investe, costituisce una particolare fortuna per lui, non un’ingiustizia per il lavoratore”. Il senso del discorso non potrebbe essere più chiaro. L’intero fenomeno del “plus-lavoro”, dunque del profitto, non inerisce alla dimensione morale. Non integra violazioni dell’etica. Non interpella questioni di giustizia. Astrazioni indeterminate. Il capitalista è semplicemente un uomo “fortunato”. Come funzionario del capitale, si trova ad agire in condizioni sommamente vantaggiose, che gli consentono di ottenere il più dal meno, e nel modo più “naturale”. Da qui, a ben vedere, la ferma opposizione di Marx alle distorsioni ottiche di ogni reverie utopistica, a ogni versione teorica della società capitalistica che si ispiri all’idea di giustizia. E qui, altresì, il limite radicale, se non il divieto, del ricorso al principio morale nell’analisi delle “contraddizioni di struttura” del sistema. Qui, insomma, il discrimine, aspro e forte, tra lo slancio lirico e sofferto dell’anima bella e il volo alto della morale evangelica, da una parte, e il rigore laico e umano dell’intelletto scientifico, o che tale si presuma, dall’altra. S’impone, perciò e una volta di più, l’esercizio del Rasoio di Occam.
Ne discende un’idea di “società giusta” profondamente diversa dalle immagini sottese all’ampia costellazione delle filosofie politiche contemporanee, tutte più o meno classicamente, ancorché talora inconsapevolmente, intrise dell’”idea del bene”, pur declinata, in modo spesso raffinato, come ciò che è socialmente “necessario” o “utile” o “giusto” tout court.
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I comunisti e la fase attuale: voltare pagina*
Andrea Catone intervista Vladimiro Giacchè
Se facciamo il punto sulla situazione economico-sociale del nostro paese a cinque anni dal manifestarsi della grande crisi e dopo un anno di “cura” Monti, osserviamo che l’Italia vive una crisi profondissima, avvitata in una spirale recessiva di cui non si vede per il momento alcun segnale di inversione. Come scrivevi amaramente qualche anno fa, c’è il buio in fondo al tunnel… Quali sono i tratti salienti della crisi, e quali, nel contesto generale, i caratteri specifici della crisi italiana?
Io credo che questa crisi sia realmente un passaggio d’epoca. È finito un modello di crescita che ha sostenuto per oltre 30 anni i profitti (e anche il relativo benessere) dell’Occidente capitalistico, ossia il modello di crescita basato sulla finanza e sul debito (privato e pubblico). La fine di questo modello è stata evidente dapprima negli Stati Uniti, dove la crisi è iniziata di fatto nel 2005-2006 con l’arretramento e poi il crollo dei valori degli immobili (perché la finanza non era più in grado di sopperire alle scarse risorse di chi comprava casa, perlo più lavoratori con un reddito in calo).
Poi, anche se a seguito del crack finanziario su scala mondiale sfiorato tra fine 2008 e 2009, e conseguente congelamento della liquidità su scala mondiale, ha colpito pure l’Europa.
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Karl Marx’s Grundrisse
di Antonio Negri
1. Cominciai a lavorare sui Grundrisse negli anni ’60. Quando cominciai ero comunista da parecchio tempo, non ancora marxista. Avevo lavorato molto su Kant, Hegel, e il neokantismo, Max Weber, Lukacs e poi, infine, all’inizio degli anni ’60, avvicinandomi ai 30 anni, avevo cominciato a leggere Il Capitale. Già prima ero passato attraverso le interpretazioni alla moda del giovane Marx: i Frühschriften li avevo letti e discussi (in Francia, in Italia, in Germania – non si può immaginare l’intensità delle emozioni sollevate da quella “scoperta”!) nel clima di un certo esistenzialismo umanistico. Ne trassi le stesse ambivalenti (se non equivoche) impressioni che avevo avute studiando il marxismo sartriano. Di conseguenza non avevo avuto difficoltà a cogliere una certa ragionevolezza nella “cesura epistemologica” che Althusser aveva proclamato. Questa cesura non rappresentava per me un elemento né rilevante né decisivo dal punto di vista filologico: lo era piuttosto (come d’altronde voleva Althusser) dal punto di vista di un’ermeneutica politica e polemica “situata” (come, appunto, in un Kampf-platz) del pensiero rivoluzionario, nell’epoca delle ultime smanie dell’hegelismo dialettico – in occidente come in oriente. Il materialismo marxiano mi sembrava divenire “intero” proprio passando attraverso questa rottura – rottura anti-umanista, nel senso che le illusioni dell’umanesimo borghese sarebbero state a quel punto definitivamente scacciate – e soprattutto nel senso che la dialettica hegeliana era effettivamente messa da parte. Per noi, educati nell’hegelismo e alle infinite variazioni della “coscienza infelice”, questo passaggio era necessario: costituiva una propedeutica alla militanza rivoluzionaria.
La lettura de Il Capitale mi risultò comunque assai difficile.
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La scena terroristica e il suo motore occulto
Mario Perniola
Accanto alla grandezza della civiltà politica moderna, che è consistita nella relazione sapere-potere, non bisogna tacere la sua miseria, che emerge dalla meditazione sul rapporto tra scena e violenza, aperto dalla Rivoluzione francese e dal giacobinismo. Esso si fonda su due presupposti: la connessione tra scena, senso e violenza e la presunzione di un motore occulto che per definizione non appare.
Il primo presupposto è stato acutamente rilevato da Marx. Tutti i grandi fatti e personaggi della storia universale – scrive Marx – si presentano per così dire due volte: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa; valga l’esempio della Rivoluzione francese e della sua ripetizione farsesca degli anni 1848-51. Egli mostra così innanzitutto il primato dell’azione violenta e appassionata, considerata come innovativa e creativa, rispetto alla sua ripetizione, cui attribuisce una dimensione meramente caricaturale.
Ma Marx non si limita a questa considerazione: approfondendo l’indagine osserva che anche la “vera” rivoluzione del 1789 è stata una ripetizione, la messa in scena di un copione tratto dalla storia dell’antica Roma e che solo l’eroismo, l’abnegazione, il terrore, la guerra civile e la guerra tra i popoli, cioè l’opera del negativo e della morte, l’hanno trasformata in una cosa seria. Proprio questa volontà di suffragare la verità di un’imitazione, di una rappresentazione, con la morte costituisce una delle caratteristiche essenziali della civiltà politica aperta dalla Rivoluzione francese, una civiltà politica in cui la scena e la morte, il pensiero e il sangue sono strettamente congiunti, in cui l’azione storica ha bisogno di essere azione scenica per avere senso e azione violenta per diventare reale.
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Ustica, la strage impunita
di Fabrizio Casari
La sentenza della Corte d’Appello sull’abbattimento sul cielo di Ustica del DC-9 dell’Itavia è uno dei pochi atti di giustizia che la vicenda in sè possa esibire. Si condanna lo Stato italiano a risarcire le famiglie delle vittime, perché la negligenza e l’incapacità di monitorare e difendere adeguatamente lo spazio aereo, l’incolumità dei cittadini viene giustamente considerata mancanza grave di cui dover rispondere.
Ma la sentenza non si limita solo a definire le responsabilità dei vertici militari, perché assume in toto la tesi sostenuta a suo tempo dal giudice Priore e dai familiari delle vittime che hanno sempre sostenuto come il DC9 fu colpito da un missile. E riconoscere che sia stato un missile lanciato da un aereo militare ad abbattere il DC9 e non una bomba a bordo, come per decenni hanno tentato di spacciare per depistare e disinformare i vertici militari e politici, significa ammettere che vi fu un atto di guerra nei cieli italiani. Non fu infatti lanciato per errore il missile che abbatté l’aereo uccidendo 81 persone, tra cui 11 bambini, tra passeggeri ed equipaggio.
Quella maledetta sera del 27 Giugno del 1980, l’aereo che copriva la rotta Bologna-Palermo, partì con due ore di ritardo rispetto all’orario schedulato. Venne seguito nella parte finale del suo volo dai radar di Ciampino e Licola fino a quando scomparve, intorno alle 20,00, mentre era in discesa per atterrare all’aeroporto palermitano di Punta Raisi.
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Quello che sta per succedere e perché
di Fabrizio Tringali
Dopo un 2012 turbolento, il nuovo anno è iniziato in un clima economico di relativa tranquillità. Gli spread sono bassi e la crisi sembra concedere una tregua. Ma cosa ci aspetta nel prossimo futuro? Le difficoltà sono davvero superate o sono destinate a riproporsi? Poiché esistono due opposte chiavi di lettura della crisi, per rispondere a queste domande è necessario capire quale sia.
Vediamole.
Chiave di lettura 1: Crisi dei debiti sovrani
Secondo questa chiave di lettura, alcuni Paesi europei hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità. Hanno aumentato il loro debito pubblico senza migliorare la competitività, rischiando il default. L'aumento degli spread indica che i mercati sono restii ad investire in titoli di Paesi spendaccioni e già molto indebitati.
La soluzione della crisi consisterebbe dunque nel rafforzare la disciplina di bilancio, imponendo un tetto al rapporto debito/PIL e implementando drastiche misure di austerity che diminuiscano la spesa. Per scoraggiare la speculazione, a livello europeo andrebbero inoltre introdotte forme di mutualizzazione dei debiti sovrani (acquisto di titoli da parte della BCE, emissione di Eurobonds) in modo che tutti i Paesi si impegnino a garantire, collegialmente, il pagamento degli interessi e il rimborso dei titoli in scadenza emessi dai singoli Stati.
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Il Freud di Fachinelli
di Pietro Barbetta
La scrittura di Elvio Fachinelli è piena di dissidenze, a tratti autobiografica, semplice, poi ostica. Si tratta di frammenti clinici, tratti dall’esperienza interiore. Un ottuso psicoanalista potrebbe pensare a Fachinelli come a un’Autorità (l’apostrofo non servirebbe, Autorità è maschile). Un inquisitore catturarlo nelle maglie della psicoanalisi ufficiale. Non è Weiss, non avrebbe stroncato Svevo. Né Musatti, non avrebbe esercitato il ruolo di Padre pubblico. Si colloca a sinistra. Scandalo della stupidità di molti intellettuali che non possono pensare a uno psicoanalista libertario: filosofi Milanesi, gazzettieri Romani, sociologi Bolognesi, politologi Torinesi, sognanti saperi astratti, che dicano la verità oggettiva.
Se fosse vissuto ai tempi di Reich – il pensiero di Reich lo conosceva bene – avrebbe subito la medesima inquisizione, ma la qualità della scrittura polifonica lo avrebbe salvato.
Quando scriveva Fachinelli erano terminate le pagine oscure dell’IPA? Dopo che Jones aveva accolto la psicoanalisi ariana mentre si preparava a espellere Reich. E ancora – certo meno gravi, ma altrettanto autoritari – i rischi corsi da Melanie Klein, i silenzi sulle dissidenze di Ferenczi, l’espulsione di Lacan.
Fachinelli viveva a Milano nel tempo della liberazione, quando il parco Lambro era più interessante della Statale.
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Recessione e deficit 2013
Guida pratica per... praticoni
di Orizzonte48
Dunque, dunque, Visco dichiara (tra "leggere" contestazioni di cui si sorprende) che "le regole (europee) di contenimento del debito non impongono necessariamente misure restrittive".
Bankitalia, però, quasi contemporaneamente, determina la recessione 2013 nell'1% del PIL.
La prima affermazione di Visco si bassa sul fatto che...ignora il moltiplicatore, e che, sostanzialmente, pare ritenere che le misure di "crescita" siano, in presenza di austerity "espansiva", le famose "riforme strutturali" sul lato dell'offerta che tanto beneficio danno e daranno al PIL italiano. Insomma, "egli" continua a credere nel crowding-out: tagli alle spese, dunque "meno Stato", fanno "crescere", perchè si ottiene ("dicono") aspettativa di minori tasse da parte degli "operatori razionali" a trazione "equivalente ricardiana" e comunque si ottiene una più, (indovinate), razionale allocazione delle risorse.
Ma se si sbaglia su questo può essersi sbagliato pure sulla misura della recessione.
Vediamo com'è andata nel 2012. Alla fine del 2011, si registra "crescita zero" e un indebitamento netto pubblico, (deficit/PIL) pari al 4%.
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Confindustria alla ricerca del profitto perduto
di Pasquale Cicalese
Solita solfa, “flessibilità del lavoro”, come se questa ti risolvesse i problemi. Ne hanno fin troppa dall’epoca del Pacchetto Treu e la produttività del lavoro è crollata. Nel frattempo, questi signori hanno avuto 15 anni di boom di profitti, evaporati nelle bolle azionarie e nel mattone. Non ci pensavano mica ad investire nelle aziende, piuttosto le spolpavano per arricchire i patrimoni familiari, i quali sono stati bruciati nella grande crisi. Ora li devono ricostituire, ma è dura, alquanto dura. Pensavano di andare in Cina per il “basso costo” del lavoro, ma quella dirigenza gli ha combinato uno “stoppino” con la reflazione salariale. Gli rimane la Moldavia, il Nord Africa, il Bangladesh, ma con questi paesi non ci fai poi molto. Unica controtendenza alla caduta del saggio di profitto la vedono nella “svalutazione salariale interna”; che poi le dimensioni delle loro aziende siano ridicole, che nessuno si quoti in borsa o che da un trentennio non investono una lira nelle loro imprese a loro importa poco.
Semplicemente non ci arrivano. Eppure, nel documento di Confindustria c’è anche altro da sottolineare. Uno dei cardini è la riforma del Titolo V della Costituzione, che nel 2001, grazie ai “geniali” Bassanini e Amato, ha dato un potere enorme alle regioni, con l’esplosione della spesa corrente e il conseguente ingrassamento del capitale commerciale.
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Dalla fine delle sinistre nazionali ai movimenti sovversivi per l’Europa
Toni Negri
I. Quando si dice globalizzazione dei mercati si intende che con essa vanno imponenti limiti alla sovranità dello Stato-nazione. Il fatto di non aver compreso la globalizzazione come un fenomeno irreversibile costituisce l’errore essenziale delle sinistre nazionali nell’Europa occidentale. Fino alla caduta dell’Unione Sovietica la leadership americana consistette nel combinare, prudentemente ma con continuità, le specificità nazionali dei paesi compresi nelle alleanze occidentali (e nella Nato soprattutto) e la continuità dell’imperialismo classico, raggruppandoli dentro un dispositivo di antagonismo con il mondo del “socialismo reale”. Dal 1989 in poi, crollato il mondo sovietico, allo hard power della potenza americana si è man mano sostituito il soft power dei mercati: la libertà dei commerci e la moneta hanno subordinato, in quanto strumenti di comando, il potere militare e di polizia internazionale – il potere finanziario e la gestione autoritaria dell’opinione pubblica hanno d’altra parte costituito il campo sul quale soprattutto si è esercitata la nuova impresa politica di sostegno alla politica dei mercati. Il neoliberalismo si è fortemente organizzato a livello globale, gestisce l’attuale crisi economica e sociale a proprio vantaggio avendo verosimilmente davanti a se un orizzonte radioso…. A meno di rotture rivoluzionarie, non essendo immaginabile una trasformazione democratica e pacifica degli attuali ordinamenti politici del neoliberalismo sull’orizzonte globale.
Di contro, al rafforzamento del sistema capitalistico nella forma neoliberale, lo sbandamento delle forze politiche della sinistra dopo ’89 è stato massiccio.
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Ripensare Marx e i marxismi
di Alfio Neri
Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi, Carocci, Roma 2011, pp. 373. € 33
Il modo di leggere Marx è cambiato negli ultimi anni. Gli scritti sono (quasi) sempre quelli ma sono intervenuti due fattori nuovi che hanno cambiato molte cose. Innanzitutto, i nuovi equilibri geopolitici hanno reso obsolete le letture legate agli schieramenti della guerra fredda. Inoltre siamo molto vicini alla (speriamo) definitiva edizione delle opere complete di Marx ed Engels. In questo momento, l’intricata matassa dei testi pubblicati in vita (pochi) e delle opere rimaste manoscritte (tante) è ora, finalmente, disponibile. La fine della guerra fredda e la pubblicazione integrale di tutto (o quasi) quello che Marx ha scritto ci permettono di leggere in modo nuovo l’intera sua opera. Il punto di partenza è, comunque, un paradosso: in settanta anni il paese del socialismo scientifico non ha avuto il tempo di terminare un’edizione filologicamente scientifica delle opere complete del suo massimo ispiratore.
Negli ultimi anni è stato fatto molto per sbrogliare l’intricata matassa degli scritti di Marx e il lavoro filologico di Musto è uno dei più interessanti. Sulla base delle recenti acquisizioni ottenute con la nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels (Marx-Engels-Gesamtausgabe, MEGA), Musto ricostruisce con rigore e acume tutta una serie di tappe della biografia intellettuale di Marx e della sua opera. Questo lavoro di attenta lettura mette in luce l’enorme distanza tra la teoria critica di Marx e il dogmatismo dei marxismi che, dalla fine Ottocento ad oggi, sono seguiti. Si tratta di un lavoro importante che sta aprendo nuove prospettive di notevole spessore teorico.
La chiave di volta della vicenda sta, probabilmente, nella straordinaria vicenda della pubblicazione dei suoi scritti. La storia edizione dell’opera omnia di Marx, su adeguati criteri filologici, è sconcertante.
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La democrazia fa male alla crescita*
Slavoj Žižek
In una delle ultime interviste prima della sua fine, Nicolae Ceauşescu si sentì chiedere da un giornalista occidentale come giustificasse il fatto che i cittadini romeni non potessero viaggiare liberamente all’estero nonostante la libertà di movimento fosse garantita dalla costituzione. La sua risposta fu nel solco della migliore tradizione dei sofismi stalinisti: “È vero”, disse, “la costituzione garantisce la libertà di movimento, ma garantisce anche il diritto a una patria sicura e prospera. Siamo quindi in presenza di un potenziale conflitto di diritti: se i cittadini romeni fossero autorizzati a lasciare il paese, il benessere della loro patria sarebbe a rischio. In questo conflitto, è indispensabile operare una scelta, e il diritto a una patria prospera e sicura ha naturalmente la priorità”.
Sembra proprio che questo principio sia ancora oggi vivo e vegeto in Slovenia. Il mese scorso la corte costituzionale ha stabilito che un referendum sulla legge che istituiva una “banca cattiva” e una holding sovrana sarebbe incostituzionale, e di fatto ha proibito il voto popolare. Il referendum era stato proposto dai sindacati dei lavoratori che contestavano le politiche economiche neoliberali del governo, e la loro proposta aveva raccolto un numero di firme sufficienti a farlo indire in ogni caso.
L’idea alla base dell’istituzione di una “banca cattiva” era far convergere tutto il credito tossico delle banche principali in una sola, così che le prime potessero essere salvate dai finanziamenti pubblici (quindi a spese dei contribuenti), scongiurando qualsiasi indagine su chi fosse responsabile di questo disastro.
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