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Lettera aperta a Nichi Vendola
di Giuseppe Laino
Caro Nichi
affermare, come hai fatto in una recente apparizione televisiva, che il lavoro per tutto il ‘900 si è accompagnato alla libertà e, ancora, che il lavoro ha, finora, garantito le libertà individuali, è semplicemente allucinatorio. Porta, cioè, fuori dalla realtà in cui dovrebbe stare una sinistra antiliberista come è quella che tu rappresenti.
Di che lavoro stai parlando?
Il lavoro ha assunto nelle varie epoche connotazioni diverse. È storicamente determinato, essendo non univoca la modalità con cui l’uomo ha interagito con la natura per ottenere beni fruibili. Ma il lavoro a cui tu ti riferisci, il lavoro che ci avrebbe donato la libertà, non può che essere quello salariato. Quello, cioè che si è generalizzato negli ultimi secoli su scala globale. Esattamente lo stesso lavoro che, secondo Marx, sottrae tempo alla vita e che perciò diviene l’arcano attraverso cui passa ogni sfruttamento.
Il lavoro salariato non dà affatto la libertà. In nessun caso.
Nel grigiore uniforme del pensiero unico dominante appare come una necessità a cui nessuno può sottrarsi.
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Errata corrige 2: Gioventù
di Sandro Moiso
“Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”
(Paul Nizan, Aden Arabia, 1931)
Un’affermazione violenta, superba, categorica, vera: l’intellettuale francese l’aveva scritta nel suo libro più famoso, quattro anni prima di morire in guerra.
Anche oggi, quasi quotidianamente, l’immagine felice e gioiosa della gioventù, che il marketing televisivo e l’idea borghese del mondo vorrebbero trasmettere, è messa in crisi dalla realtà dei fatti economici, sociali e politici.
Non importa che Monti si sforzi di affermare, davanti alla platea della Bocconi, di essere dalla parte dei giovani e che tutte le scelte del suo governo sono state fatte per favorirli: bastano le parole della ministra Fornero e i dati sull’occupazione a smentirlo.
Non importa che la ministra Cancellieri si sforzi di incontrare gli studenti: sono le violenze poliziesche a smentirla. Non serve che il ministro Profumo dica di stare operando per un rafforzamento e miglioramento dell’istruzione: è lo stato delle scuole pubbliche italiane a smentirlo.
Le manifestazioni sempre più frequenti degli studenti e gli scontri con le forze del dis/ordine che ne conseguono bastano, poi, da sole a dimostrare che quella illusoria felicità giovanile non è più di casa né in Italia né nel resto d’Europa.
Il disagio giovanile oggi si manifesta principalmente attraverso le lotte in difesa del diritto all’istruzione, nel rifiuto dell’enorme debito pubblico accumulato, soprattutto, con gli interessi pagati sui titoli di stato e nella richiesta di un lavoro che, attualmente, semplicemente non c’è.
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Keynesismo o decrescita*
di Paolo Cacciari
“Le macchine automatiche (…) danno origine alla tentazione di produrre molto di più di quanto non sia necessario per soddisfare i bisogni reali, il che conduce a spendere senza profitto tesori di forza umana e di materie prime”.
“Così il più funesto dei circoli viziosi trascina la società intera al seguito dei suoi padroni in un girotondo insensato”.
Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione, 1934
La natura di una crisi che viene da lontano
Vissuta in Europa la crisi economica in corso da cinque anni assume caratteristiche strutturali ed epocali. Di fronte all’Europa si prospetta un futuro di decadenza e di emarginazione. La sensazione diffusa è che un lungo ciclo storico si sia irrimediabilmente concluso.
Da 70 anni l’Europa è stata al traino degli Stati Uniti. I governi europei sono stati i loro servitori/imitatori ben ricompensati (un’ “area sub-imperiale”, come giustamente ricorda Alternativa).
Per un quarto di secolo (la “golden age” postbellica) l’Europa, all’ombra del dollaro, ha potuto beneficiare di aiuti diretti e di ragioni di scambio favorevoli sui mercati internazionali per approvvigionare di petrolio e di materie prime a basso prezzo i propri apparati produttivi industriali.
Inoltre, quando si ricordano con nostalgia quegli anni (come ora fanno in molti, tra tutti Gabriele Pastorello e Joseph Halevi su “il manifesto” del 20.9.12: “La decrescita è in atto, Si chiama povertà”, che scrivono: “Combattere il capitalismo è un conto, ma disprezzare l’unico periodo – quello keynesiano – in cui fu costretto a dividere maggiormente i frutti con i lavoratori, è insensato.”), bisognerebbe anche ricordare il veleno contenuto in quei frutti: urbanizzazione dissennata, inquinamenti irreversibili, salute compromessa per non poche categorie di operai, spoliazione di risorse naturali non rinnovabili in giro per il mondo.
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Una recensione condita di riflessioni e qualche lacrimuccia
di Daniele Barbieri
Il quotidiano «il manifesto» sta esplodendo e/o implodendo. Persino le persone più distratte sanno che ieri nella prima pagina del quotidiano «comunista» (così si legge sopra la testata) Rossana Rossanda annuncia che non collaborerà più al quotidiano che fondò nel 1971 e aggiunge: «un mio commento settimanale sarà pubblicato, generalmente il venerdì in collaborazione con Sbilanciamoci e sul suo sito.
Io sono arrabbiato con la redazione per molte ragioni (che magari spiegherò un’altra volta) ma – del tutto incoerentemente? – continuo a sostenerlo, a pensare che (se non finisce nelle mani di un padrone però) pur con tutti i suoi difetti sia una lettura necessaria di questi brutti tempi. Addirittura ho preso dall’editore Manni 25 copie del libro di Valentino Parlato «La rivoluzione non russa» (sottotitolo «Quarant’anni di storia del manifesto», a cura di Giancarlo Greco: 188 pagine per 14 euri) e le ho già vendute, con lo sconto: anche questi pochi soldini – così hanno deciso editore e autore – andranno a rimpinguare le casse del quotidiano; o meglio finiranno forse in una grande “colletta” per tentare di ricomprare, in modo collettivo, il giornale quando i curatori fallimentari indiranno “l’asta”.
Ho preso le 25 copie “al buio” (beh, so bene chi è Parlato) e dunque in questa sorta di recensione devo anzitutto dire se sono rimasto deluso. No, il libro è proprio come «il manifesto» cioè pieno di pregi e difetti ma comunque unico nel suo genere; con Parlato sono a volte d’accordo e qualche volta invece mi fa inferocire.
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Doina fila e Berta non va in pensione
Come il made in Italy gioca di prestigio con gli operai
di Devi Sacchetto
La storia è analoga a molte altre e non ha meritato più di due colonne nella cronaca locale. Diversamente da quanto pensano i pigri e talvolta prezzolati giornalisti, però, per noi questa storia consente di gettare uno sguardo profondo sui processi di globalizzazione. Una fabbrica con un marchio storico, una multinazionale che la acquista per quattro denari e che dopo aver tirato il collo a lavoratrici e lavoratori la chiude, mantenendo il marchio. Le cause, ripetute come un mantra, sono i costi della manodopera e della materia prima, ritenuti eccessivi. Peccato che la stessa multinazionale, ventidue giorni prima di chiudere in Italia, abbia inaugurato uno stabilimento in Romania. D’altra parte, per continuare a produrre «made in Italy» non serve molto: due operazioni di qualsiasi tipo svolte in Italia, come ad esempio spazzolare e imbustare il prodotto, e lo sporco lavoro rumeno sparisce lasciando il posto alla bellezza del lavoro ben fatto, italiano. Il made in Italy nasconde procedure di valorizzazione che funzionano solo perché si attraversano i confini, mentre come vedremo le fabbriche diventano uno degli snodi di produzione della precarietà e una lente privilegiata per cogliere le trasformazioni complessive del sindacato. La produzione globale gioca di prestigio con gli operai: li fa sparire da una parte per farli comparire in un’altra con salari più bassi e condizioni di lavoro peggiori. La produzione di precarietà ha bisogno di confini da varcare in continuazione affinché il gioco di prestigio sia redditizio. Quelli che restano da questa parte del confine hanno il problema di organizzare una precarietà sempre più spesso priva di salario, mentre dall’altra parte il salario è la misura stessa della precarietà. E presto o tardi ci si accorge che questo confine non separa degli Stati, ma stabilisce una posizione rispetto al salario che si ripete in ogni paese, indifferente alle frontiere.
La multinazionale è però tutta italiana e ha i piedi ben piantati in piazzetta Cuccia, dove si trova la (ex?) sede del potere economico e finanziario di questo paese, Mediobanca.
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31 Tesi sulla Società della Miseria*
Message in a Bottle
Giuseppe sottile, Antonio pagliarone
si presenta come una “immane raccolta di merci”.
(Karl Marx, Il Capitale)
di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di “spettacoli”.
(Guy Debord, La Società dello spettacolo)
I. Diversamente da quanto solitamente immaginato, la "politica" non ha mai avuto alcun ruolo rilevante nelle società capitalistiche, specie riguardo all’influenza da essa esercitata sulle fasi del trend economico. Essa ha goduto dei favori della crescita economica un tempo (Golden Age) come è caduta in disgrazia quando si è entrati in una fase di pronunciato declino economico.
Il tanto sbandierato "primato della politica" è stato un riflesso proprio dell’ingovernabilità dei processi economici - come la religione lo fu di quelli naturali - da quando l'economia è divenuta una dimensione sovra-determinante gli individui a tutti gli effetti, sicché quel "primato" nel contempo ha fatto da "visione del mondo" con cui gli apparati politico-istituzionali sorti col capitalismo hanno rappresentato e legittimato loro stessi, come un tempo, appunto, gli apparati religiosi.
II. A partire in specie dal secondo dopoguerra e relativamente ai Paesi industrializzati, il capitalismo ha intrapreso una notevole fase di crescita economica, caratterizzata da consistenti investimenti in capitale fisso e ampio incremento dell'occupazione in ogni settore dell'economia. La crescita dei primi si è accompagnata - come sempre nella storia di questo sistema sociale - alla crescita della seconda.
economica della società come processo di storia naturale”.
(K. Marx, Il Capitale)
III. In questa fase il capitalismo in alcune aree del pianeta sembra aver portato a compimento la sua più essenziale natura, ossia trasformare la popolazione in una massa di lavoratori salariati.
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Adele sfida i potenti
"Ipocriti, questo è il nostro funerale"
«Caro ministro Clini, caro magnifico rettore: oggi state celebrando un funerale, non l’inaugurazione della nostra università». Scena surreale, a Parma, alla cerimonia di apertura dell’anno accademico: a scuotere l’aula è una ragazza, Adele Marri, portavoce del collettivo studentesco “Anomalia Parma”. Una requisitoria memorabile. La ragazza parla per cinque, interminabili minuti: parole durissime, scolpite nell’aria. Una denuncia drammatica, che ha la fermezza composta e terribile di un testamento. E’ la vigilia di una morte annunciata: fine della scuola, della libertà, della democrazia. Fine dello Stato di diritto. E fine del futuro, per decreto dell’infame Europa del rigore. Lo scenario: crimini contro l’umanità di domani, quella dei giovani. Sentenza senza appello. E senza neppure la dignità di un commento: ammantati di ermellini, gli emeriti membri del senato accademico restano ammutoliti, dietro al clamoroso imbarazzo del “magnifico rettore”.
«Prima, il rettore ha detto che l’università è un luogo libero», esordisce Adele, che protesta: lezioni sospese per permettere a tutti di partecipare alla cerimonia inaugurale, «e invece quello che abbiamo trovato è stata un’università blindata da cordoni di polizia e carabinieri con scudi e manganelli».
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Primarie, iniezione fatale di "realtà aumentata"
di nique la police
“Dovunque regni lo spettacolo, le uniche forze organizzate sono quelle che vogliono lo spettacolo”. Questa frase dei Commentari di Guy Debord va interpretata in modi differenti, diversi anche dalle intenzioni dell’autore. Debord metteva l’accento su come differenti forze dello spettacolo si contendessero il dominio, per operare politiche del tutto simili, nella società dello spettacolare integrato. Società che altro non era che un dispositivo di potere coordinato tra concentrazione di potere nella produzione di significati spettacolari e diffusione microfisica dei suoi effetti. Qui Debord, interpretato meno alla lettera e in toni meno apocalittici, faceva capire come nelle società contemporanee la coesione politica, e anche quella sociale di qualunque segno, non possa essere separata da quella spettacolare. Il possesso di una evoluta logistica dello spettacolo è quindi garanzia di potere politico ma anche della riuscita, quello spettacolo che rappresenta il campo di forza della coesione sociale. Fa politica chi è in grado di mettere assieme spettacolo e logistica intesi come tecnologie della creazione e del mantenimento del campo di forza della coesione sociale. Un quarto di secolo dopo i Commentari, con l’esplosione di diverse generazioni di tecnologie della comunicazione, vanno rivisti sia i concetti di spettacolo che di logistica in rapporto alla politica istituzionale.
Le primarie di centrosinistra rappresentano quindi un buon punto di osservazione dei cambiamenti di questi concetti. E questi cambiamenti sono il vero dato politico delle primarie visto che il grosso delle politiche su lavoro, fisco, bilancio in Italia (quello che sarebbe il nucleo di un programma elettorale) passa tra Ecofin, eurogruppo e Bce e le esigenze di un sistema bancario europeo in preda a tossicità di ogni genere.
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Spread? La vera emergenza è la disoccupazione
Domenico Moro
In Eurolandia la disoccupazione è strutturale…
La vera emergenza nell’area euro non è lo spread ma la disoccupazione. Lo ammette la Bce nel suo ultimo rapporto sul mercato del lavoro[1], che rivela come un’elevata disoccupazione sia ormai una caratteristica strutturale dell’economia europea. Tra il 2008 e il 2011 l’Europa ha perso 4 milioni di posti di lavoro (-2,6%). Negli Usa la perdita è stata maggiore, ovvero di 6 milioni di posti di lavoro (-4,5%), pur a fronte di un medesimo calo del Pil (-5%). Ma mentre dopo il 2010 - quando entrambe le economie raggiunsero un tasso di disoccupazione del 10% - negli USA questo ha cominciato a diminuire, in Europa ha continuato a crescere (raggiungendo nella sola area euro, a settembre scorso, i diciotto milioni e mezzo di unità). La disoccupazione dell’area euro in meno di tre anni è aumentata di due punti, passando dal 9,6% del 2009 all’11,6% del settembre 2012[2]. Contemporaneamente, è aumentata anche la disoccupazione di lungo periodo[3], che nel 2010 ha raggiunto il 67,3% del totale (7 punti più che nel 2008). Un segno evidente di quanto la disoccupazione non sia più un fenomeno congiunturale. I disoccupati nell’area euro dal settembre 2011 al settembre 2012 sono aumentati di 2milioni 174mila unità.
…ma “divergente” tra la Germania e quasi tutto il resto dell’area euro
Nel primo periodo della crisi in Germania e in Belgio la perdita di posti di lavoro è stata solo dell’1%, sebbene il calo del Pil fosse nella media europea, mentre in Irlanda è stata del 15%, e in Spagna e Grecia del 10%.
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Un anno dopo, Monti e a capo
di Rossana Rossanda
È giusto un anno che il parlamento italiano, auspice il presidente della repubblica, si è consegnato mani e piedi a un illustre “tecnico” e al governo da lui interamente scelto (se no non avrebbe accettato l’incarico) per smettere con le fanfaluche politiche e risanare i conti del nostro bilancio, primo fra tutti l’indebitamento. Si sa che la politica non è “oggettiva”, quando va bene risponde a una parte sociale, quando va male risponde a interessi privati, mentre la “tecnica” non guarda in faccia a nessuno, è neutra e, come il professor Monti ama ripetere, è assolutamente super partes.
Risultato? L’analisi di Pitagora, (“L'anno perduto di Mario Monti”, Sbilanciamoci.info 20 novembre 2012) ha dimostrato nel modo che più chiaro non potrebbe essere, che il nostro debito è in aumento, crescita, occupazione ed entrate pubbliche sono calati. (E non parliamo del contorno di corruzione che sembra incrostato nelle nostre istituzioni, non è per colpa specificamente di questo governo). I fautori delle somme e delle sottrazioni contabili possono soltanto dirci: “È vero. Niente di fatto. Ma se non avessimo applicato questa terapia da cavallo chissà dove saremmo finiti. E avremmo dovuto chiedere un prestito accettando di passare sotto il controllo della troika, cosa che il nostro premier, essendo uno della stessa famiglia, ha evitato”. Dunque il debito è cresciuto ma politicamente a bocce ferme; l’equilibrio sociale fra chi ha e chi non ha non è stato toccato.
E invece no. L’essere Monti e il suo governo super partes, senza il fardello delle ideologie, ha preteso che alcune parti, che sarebbero state finora favorite, cioè i meno abbienti, abbiano pagato più delle altre, in soldi e diritti.
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Teorie economiche e governi tecnocratici
di Francesco Saraceno
Le prossime elezioni italiane hanno innescato un interessante dibattito sulle scelte future, e sul ruolo dei governi tecnocratici. Pochi giorni fa la giornalista italiana Barbara Spinelli ha pubblicato sul quotidiano La Repubblica una magistrale analisi delle difficoltà incontrate da una sfera politica che sembra incapace, o che non ha la volontà, di riprendersi dai tecnocrati il compito di governare, e con questo intendo il diritto / dovere di scegliere tra politiche che comportano diverse conseguenze economiche e sociali.
Per un economista, l’analisi di Spinelli è una fonte di ulteriori riflessioni sul ruolo della scelta nella teoria economica e politica, con conseguenze importanti non solo per l’Italia ma anche per il percorso che la costruzione europea intraprenderà nei prossimi anni.
La seconda metà del ventesimo secolo è segnata dalla opposizione di (almeno) due diverse concezioni di politica economica, la cosiddetta tradizione “neoclassica”, e la teoria keynesiana. La scuola neoclassica, che ha dominato il panorama intellettuale per gran parte del secolo scorso, ha le sue radici nel tentativo fatto nel XIX secolo di costruire una teoria economica più vicina alla fisica e alle scienze naturali che alle scienze sociali. Nelle parole di Henry Moore,
“Nell’ultimo quarto del secolo scorso, gli economisti hanno nutrito grandi speranze nella capacità dell’economia di tradursi in “scienza esatta”. Secondo la visione dei teorici più importanti, lo sviluppo della dottrina dell’utilità e del valore aveva gettato le basi di una economia scientifica con concetti esatti, e sarebbe stato presto possibile erigere sopra il nuovo fondamento una solida struttura di parti interrelate che, nella loro determinatezza e forza di persuasione, avrebbero esercitato la suggestione della severa bellezza delle scienze matematico-fisiche … “
(Henry L. Moore, cicli economici, 1914: p.84-85)
E ‘difficile riassumere in poche righe più di un secolo di sviluppi teorici, quindi spero che mi si perdoni un certo grado di semplificazione e approssimazione.
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Il declino tendenziale del saggio di profitto
di Riccardo Achilli
L’illustrazione di Marx
Il tema della legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto è, non a caso, insieme alla questione della trasformazione dei valori in prezzi, il più dibattuto e controverso della teoria del grande pensatore di Treviri. Non è un caso: dall'accettazione o confutazione di tale legge discende l'accettazione o confutazione dell'idea di una estinzione del capitalismo per via della sua stessa contraddizione interna fondamentale, ovvero la declinante capacità di valorizzare il capitale investito, fatto salvo, ovviamente, l’indiscutibile argomento per cui il capitalismo terminerà soltanto quando sorgerà la classe sociale che lo abbatterà.
Nei termini più semplificati possibili, Marx afferma che l'incremento continuo di investimento in macchinari e strumenti di produzione, mirato ad accrescere la produttività del lavoro, produce una tendenza alla caduta del tasso di profitto, anche quando ciò accresce il saggio del plusvalore. L'effetto depressivo derivante dall'incremento del capitale costante, infatti, più che compensa l'aumento del plusvalore. Formalmente:
- sia s il saggio del plusvalore, ovvero s = Pv/Cv, dove Pv è il plusvalore estratto dal capitalista;
- sia p il saggio di profitto, ovvero p = Pv/(Cc + Cv).
Se dividiamo numeratore e denominatore del saggio di profitto per Cv, otteniamo:
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Per le Elites saremo tutti abitanti di Gaza*
Chris Hedges
Gaza è una finestra sulla nostra prossima distopia. Il crescente divario tra l'élite mondiale e le miserabili masse dell'umanità è mantenuto da una spirale di violenza. Molte regioni povere del mondo, sprofondate nella crisi economica, stanno cominciando ad assomigliare a Gaza, dove 1,6 milioni di Palestinesi vivono nel più grande campo di internamento del pianeta. Queste zone sacrificate, piene di poveri penosamente intrappolati nelle baraccopoli o tra gli squallidi muri di fango dei villaggi, sono circondate da recinti elettronici, controllate da telecamere di sorveglianza, droni e guardie di confine o unità militari che sparano per uccidere. Queste distopie da incubo si estendono dall'Africa sub-sahariana, al Pakistan, alla Cina. Sono luoghi dove avvengono assassinii mirati, brutali attacchi militari contro popoli inermi, privi di esercito, marina o aviazione. Qualsiasi tentativo di resistenza, benché inefficace, è colpito con i massacri indiscriminati che caratterizzano la moderna guerra industriale.
Nel nuovo panorama mondiale, nei territori occupati di Israele come nei progetti imperiali degli Stati Uniti in Iraq, Pakistan, Somalia, Yemen e Afghanistan, massacri di migliaia di nnocenti inermi sono etichettati come guerre. La resistenza è chiamata provocazione, terrorismo o crimine contro l'umanità. Lo stato di diritto, nonché il rispetto delle fondamentali libertà civili e il diritto di autodeterminazione, sono una finzione utilizzata nelle pubbliche relazioni per placare le coscienze di coloro che vivono nelle aree di privilegio.
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L'agenda Monti per il dopo Cristo
di Guido Viale
Dopo Marchionne, Monti. Tenete presente la parabola di Marchionne: due anni e mezzo fa, quando aveva sferrato il suo attacco contro gli operai di Pomigliano («o così, o chiudo»), togliendosi la maschera di imprenditore aperto e disponibile che si era e gli era stata appiccicata addosso, la totalità dell'establishment italiano si era schierata incondizionatamente dalla sua parte: Governo, partiti, sindacati, media, intellettuali di regime, sindaci, aspiranti sindaci, ministri e aspiranti ministri, più la falange di Comunione e Liberazione, da cui Marchionne si era recato a riscuotere gli applausi che i suoi dipendenti gli avevano negato. Uniche eccezioni, gli operai presi di mira, la Fiom, i sindacati di base e poche altre voci senza molta audience.
Perché a quell'attacco antioperaio Marchionne aveva abbinato un faraonico piano industriale da 20 miliardi di euro («Fabbrica Italia», l'ottavo piano, da quando Marchionne era in carica, nessuno dei quali mai realizzato), che avrebbe portato finalmente la Fiat, anche grazie alla stretta imposta agli operai, a competere nel pianeta globalizzato con mezzi adeguati alla nostra epoca, che Marchionne, con venti secoli di ritardo, aveva battezzato «Dopo Cristo». Al manifesto , che su quel piano aveva sollevato fondati dubbi, erano stati riservati i lazzi di ben sette collaboratori del Foglio - tra cui due stimati ex sindacalisti - e del direttore del Sole24ore. Qualcun altro aveva, sì, notato che quei 20 miliardi non comparivano, nè avrebbero potuto comparire, nel bilancio della Fiat; o che triplicare la produzione di auto ed esportarle in un mercato con il fiato corto era forse una mossa avventata;
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Marx e i suoi eredi
Commento alla lettura di Carlo Formenti: Tra post-operaismo e neo-anarchia
Antiper
“La storica frattura fra marxisti e anarchici, durata per un secolo e mezzo, sta per ricomporsi? Ancorché accomunate dall’obiettivo – la distruzione dello Stato borghese – le due correnti rivoluzionarie sembravano essersi irreversibilmente divise su come realizzarlo. Da qualche tempo, sostiene tuttavia David Graeber, uno dei più noti intellettuali libertari a livello mondiale, la distanza fra anarchici da un lato, autonomi, consigliaristi e situazionisti dall’altro, si è molto ridotta e, pur se i punti di vista restano diversi, è possibile che intrattengano un rapporto di complementarietà, più che di opposizione. Posto che le tre correnti chiamate in causa possano essere effettivamente riconosciute come rappresentanti ed eredi del marxismo rivoluzionario (molti non sarebbero d’accordo, ma qui, per semplicità, daremo per buono il punto di vista di Graeber), mi propongo di affrontare alcuni problemi sollevati dalla sua tesi”1.
Formenti inizia subito male perché rimuovendo “per semplicità” (?) il fatto che autonomi, consigliaristi e situazionisti (ACeS) possano effettivamente -o meno -essere considerati eredi del marxismo (che è rivoluzionario o non è) non è possibile capire se l'ipotesi di Graeber (“La storica frattura fra marxisti e anarchici, durata per un secolo e mezzo, sta per ricomporsi”) sia da considerarsi valida oppure no.
Secondo punto. Forse non a David Graeber (e non a Carlo Formenti), ma dovrebbe essere pur noto che, nonostante i titanici sforzi compiuti per mistificare il contributo teorico di Marx ed accreditarne versioni di comodo, questi ha pur scritto qualcosa e di questo qualcosa, a rigore, si dovrebbe tenere conto: invece, a forza di leggere tra le righe si è finito per non leggere più le righe. E questo assomiglia al ben noto vizietto di certi “autonomi” che di Marx considerano molto più importanti gli inediti -come i Grundrisse -che gli editi -come il Capitale -.
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Il romanzo di centro e di periferia*
di Alberto Bagnai
I protagonisti sono due: quello maschile è un paese sviluppato, lo chiameremo “il centro”, con una forte base finanziaria e industriale; quello femminile è un paese, o un gruppo di paesi, relativamente arretrato, che chiameremo “periferia”. Fra centro e periferia l’attrazione è subitanea e fatale (soprattutto per la periferia), ma, come in ogni trama che si rispetti, la diversità di origini pone qualche problema. Dove sarebbe altrimenti l’interesse della storia? La storia è interessante proprio perché i protagonisti sono diversi, molto diversi.
Il centro è un ragazzo moderno, spregiudicato, mentre la periferia è una ragazza all’antica, risparmiatrice, saggia, e un po’ repressa. Che pensate? No, non sessualmente repressa! Questo, al centro, non interessa. Non ricordate? Il centro è virtuoso. Lapida le adultere (dopo esserci andato a letto).
No, la periferia è, come dicono gli economisti, un po’ repressa finanziariamente, il che significa, in buona sostanza, che nella periferia lo Stato mantiene un certo grado di controllo sul circuito del risparmio e dell’investimento. Ad esempio, pensate un po’ che idea bislacca, nella periferia si considera la politica monetaria come uno strumento a disposizione dell’azione del governo, da mantenere, sia pure in forma mediata, sotto il controllo della sovranità democratica dei cittadini.
Avete capito bene: è esattamente quello che gli intellettuali della nostra sinistra definirebbero “populismo”, che è poi il termine con il quale certi sinistri intellettuali etichettano qualsiasi circostanza nella quale il popolo non fa ciò che loro hanno deciso che faccia. Che ne sa il popolo della moneta?
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Leggendo nel 2012 un libro su Israele*
di Ennio Abate
( F. Fortini, Extrema ratio, p. 68)
18 novembre 2012. Avevo ultimato questa riflessione il 18 ottobre 2012. I nuovi bombardamenti israeliani su Gaza di questi giorni, la loro approvazione da parte degli USA di Obama, il silenzio della cosiddetta Europa e l’impotenza dei movimenti pacifisti inducono non più all’indignazione soltanto ma al disprezzo, sia pur impotente, della civiltà in cui purtroppo sono vissuto. Nel gennaio 2009 davanti al precedente massacro, sempre a Gaza, avevo scritto un poesia.[1]Oggi posso solo rileggermela e pensare che quello sdegno trattenuto attenderà ancora a lungo atti politici veri.
1.
Parto dai contenuti. Si tratta di una raccolta di diciotto saggi abbastanza eterogenei, accompagnati da un utile glossario e un’appendice di vari documenti. Alcuni hanno un taglio più sociologico-storico-teorico, altri sono di testimonianza diretta.[2] Nell’introdurli al pubblico italiano, la curatrice, Susanna Sinigaglia, partecipante dal 2002 della rete Eco (Ebrei contro l’occupazione), elenca i principali: politiche di divisione etnico-territoriale in Israele, radici storiche della “questione mizrachi”[3] nello scontro tra destra e sinistra israeliane e in rapporto (potenziale) con quella palestinese; e si riallaccia allo spirito militante di due lettere pubblicate in appendice: quella, drammatica, del figlio del rabbino Meshulan, vittima assieme al padre di pesanti ritorsioni per il loro impegno sul caso della scomparsa di centinaia se non migliaia di bambini yemeniti negli anni della grande immigrazione in Israele; e quella, del 2011, di un gruppo di ebrei mizrachi indirizzata «ai protagonisti delle rivolte arabe». Vengono così richiamati immediatamente due elementi antitetici: la durissima repressione presente in Israele anche nei confronti degli ebrei dissidenti; le speranze suscitate in alcune minoranze ebraiche dai recenti sconvolgimenti politici avvenuti nel Maghreb.
2.
Diamo una scorsa ad alcuni dei più importanti saggi del libro. Oren Yiftachel[4] si sofferma sulla «ebraicità» dello Stato di Israele, che - egli ricorda - è uno stato e una comunità politica senza confini definiti (p. 59).
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Legge elettorale: verso il montellum?
di Leonardo Mazzei
Dunque, ad oggi, la situazione è questa: gli artefici del Porcellum (autunno 2005) lo vogliono ora superare a tutti i costi per arrivare a un Montellum, mentre gli avversari storici del Porcellum se lo vorrebbero ora tenere stretto, pur senza poterlo dire.
Paradossi della situazione italiana, dove una casta politica che non ha la minima idea su come uscire dal disastro in cui ha portato il Paese, si azzanna su come spartirsi i resti di un potere comunque delegato in larga parte alle tecnocrazie al servizio degli squali della finanza.
Finora, a ben guardare, hanno fatto tutto in maniera bipolare: lo sfascio economico e sociale di quest'ultimo ventennio porta il marchio di Berlusconi come quello di Prodi, le controriforme antisociali idem, identica la loro subordinazione agli ordini dell'eurocrazia, per non parlare di quelli di Washington. Insieme sostengono il governo Monti, che da un anno esatto sta strangolando l'economia, peggiorando la vita di decine di milioni di persone, senza peraltro aver registrato alcun miglioramento neppure sul versante del debito pubblico [1].
Ed insieme avrebbero dovuto cambiare la legge elettorale, ma qui le cose si sono fatte più complicate. Intendiamoci, è assai probabile che l'accordo che ad oggi non c'è arrivi ben presto in parlamento. E' tuttavia utile cercare di capire qual è la vera materia del contendere. Fanno infatti un po' ridere le affermazioni (Grillo, Bersani) sul fatto che una soglia di accesso al premio di maggioranza al 42,5% sarebbe addirittura un «colpo di stato», mentre al 40% (Bersani) no.
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La teoria economica e i giovani “choosy”
Ilaria Lucaroni
Dietro la battuta sui giovani “choosy” c’è la teoria economica dominante che vede la disoccupazione come strumento per tenere sotto controllo lavoratori e salari
L’ infelice dichiarazione del ministro Fornero nel consigliare ai giovani ad essere meno “choosy” nella scelta del lavoro, può sembrare l’uscita azzardata e un po’ ingenua di una tecnica. La verità è che dietro quell’espressione, economicamente parlando, c’è molto di più di una semplice uscita infelice, che bisogna approfondire andando oltre la satira che si è scatenata su internet. Allo stesso modo le raccomandazioni di rigore – al festival della famiglia – del premier Monti sul gestire i bilanci dello stato come il buon padre di famiglia e il fare sacrifici per risanare lo stato delle nostre finanze non sono argomentazioni così casuali.
Che cosa significa accettare lavori non in linea con il proprio profilo professionale e a salari di mercato? La risposta sta nella critica alla teoria neoclassica della distribuzione del reddito e al perché la disoccupazione è necessaria. Riprendiamo qui gli argomenti sviluppati dal prof. Fabio Petri, dell’Università di Siena (1), secondo il quale la ragione per cui la proprietà privata dei mezzi di produzione frutta un reddito è fondamentalmente simile alla ragione per cui il controllo dell'accesso alla terra fruttava un reddito ai signori feudali. Il monopolio collettivo della terra (e delle armi) da parte dei signori feudali permetteva loro di esigere da coloni e servi una parte del prodotto del loro lavoro in cambio del diritto a trarre la sussistenza dalla terra. Analogamente, nel capitalismo il lavoratore o accetta di ricevere un salario che lascia ai proprietari dei mezzi di produzione parte del prodotto, o non può produrre, per via della necessità di possedere già capitale per avere accesso ai mezzi di produzione, il che si traduce in un monopolio collettivo dei capitalisti sulla possibilità di produrre.
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Emanciparsi
di Anselm Jappe
Il concetto marxiano di "feticismo della merce" indica non solo una mistificazione della coscienza, un velo, come spesso di crede (ed ancor meno abbiamo a che fare con un gusto smodato per il consumo). Esso costituisce un fenomeno reale: nella società capitalista, tutta l'attività sociale si presenta sotto forma di valore e di merce, di lavoro astratto e di denaro. Il termine "feticismo", che Marx, con un pizzico di ironia, prese in prestito dall'etnologia e dalla critica delle religioni, è molto appropriato. Così come i pretesi "selvaggi", anche i membri della società di mercato proiettano il loro potere sociale su degli oggetti inanimati, da cui ritengono di dover dipendere. Nessuno lo ha mai deciso: tale feticismo si è costituito sulle spalle dei partecipanti in modo inconscio e collettivo, ed ha preso tutta l'apparenza di una realtà naturale e trans-storica. Il feticismo della merce esiste laddove esiste una doppia natura della merce e dove il valore di mercato - che viene creato dalla parte astratta del lavoro ed è rappresentato dal denaro - forma il legame sociale e decide perciò del destino dei prodotti e degli uomini, mentre la produzione del valore d'uso non è che una sorta di conseguenza secondaria, praticamente un male necessario. (Ho parlato di " parte astratta del lavoro", perché è più chiara di "lavoro astratto": in effetti ogni lavoro, in regime capitalista, possiede una parte astratta ed una parte concreta, e non sono affatto due generi distinti di lavoro.)
Marx chiama il valore, il soggetto automatico: la valorizzazione del valore, in quanto lavoro morto, per mezzo dell'assorbimento del lavoro vivo, e la sua accumulazione in capitale, che governa la società capitalista, e riduce gli attori sociali a delle semplici rotelle di tale meccanismo.
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Lavoro improduttivo e composizione di classe
Visconte Grisi*
In un articolo apparso sul numero precedente della rivista (Lavoro improduttivo e crisi del capitalismo), a cui rimandiamo, abbiamo tentato di dimostrare, partendo da un punto di vista eminentemente oggettivo, come l’enorme diffusione del lavoro improduttivo, dal punto di vista del sistema capitalistico, tipico della moderna “società dei servizi”, costituisca “una sottrazione o uno spostamento o un consumo improduttivo della grande massa di plusvalore prodotto a livello mondiale”, e quindi, in ultima analisi, “uno dei fattori, insieme allo sviluppo abnorme del capitale finanziario, dell’attuale crisi strutturale del capitalismo”. Si può discutere all’infinito sul carattere produttivo o improduttivo dei singoli lavori concreti, propri della divisione capitalistica del lavoro, soprattutto in alcuni “settori di confine” come quello dei trasporti e della logistica, ma tale discussione non altera, a mio avviso, l’assunto di fondo sopra descritto. Detto in altri termini si potrebbe anche sostenere che i costi necessari al mantenimento del sistema capitalistico sono diventati così elevati da rappresentare, allo stesso tempo, un freno all’accumulazione del capitale e quindi alla sua riproduzione allargata, contribuendo così al declino del modo di produzione capitalistico.
Mi viene in mente, a questo punto, una citazione da P. Baran, secondo cui “il lavoro improduttivo consiste in tutto il lavoro necessario per produrre beni e servizi la cui domanda è attribuibile alle condizioni specifiche e al sistema di relazioni propri del capitalismo e che non esisterebbe in una società più razionalmente organizzata”.(1)
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Businnes Schools
di Elisabetta Teghil
(K.Marx-Il Capitale- III)
Come qualsiasi risorsa materiale e immateriale, la “risorsa umana” viene considerata una merce economica.
E’ una visione in cui tutto e tutte/i devono misurare la propria esistenza secondo l’unico valore importante a cui sottomettersi, il valore commerciale.
E’ la nascita e la diffusione della nozione di “capitale umano” che, declinato, significa la forza lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori letta come l’insieme delle facoltà fisiche, intellettuali, relazionali che queste/i possono mettere in vendita sul mercato del lavoro.
Secondo questa vulgata, in tutti i momenti o aspetti della propria esistenza, ognuna/o dovrebbe considerarsi e agire come un potenziale centro di accumulazione di ricchezza alla stregua di un’impresa capitalista.
In quest’ambito, anche la scuola è entrata , a pieno titolo nel mercato.
Perché è catena di trasmissione dei valori dominanti.
Il compito principale che ora le viene assegnato è quello di formare le ”risorse umane” al servizio dell’impresa. La scuola è trattata come un mercato, il mercato dell’istruzione.
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Il Costo del Federalismo nell'Eurozona
di Jacques Sapir
Ora sull'ipotesi "Federale" si sprecano fiumi di inchiostro. E' presentata come "la" soluzione alla crisi dell'euro, le alternative essendo o un drammatico impoverimento dei Paesi "del sud" dell'Euro o un crollo dell'euzona [1] .Alcuni non esitano ad aggiungere che quest'ipotesi era già implicita nelle imperfezioni oggi riconosciute della zona euro [2] . Tuttavia, non sembra che si abbia una reale comprensione di ciò che comporta la formazione di una "Federazione europea", in particolare dal punto di vista dei flussi di trasferimento.
Per contro, cominciamo a sentirne lo stress, e in particolare l'abbandono della sovranità fiscale. La volontà della Germania di sottoporre i bilanci a una decisione preventiva di Bruxelles, naturalmente, va in questo senso [3] .
In realtà, passare al "federalismo" implica che le politiche fiscali degli Stati membri della Federazione siano controllate dal governo "federale", in questo caso, nella situazione attuale, dalla Commissione Europea. Ma, "il federalismo" implica anche notevoli trasferimenti di bilancio che esistono altrove negli Stati federali, sia in Germania, che negli Stati Uniti, in Brasile o in Russia. Il presidente russo Vladimir Putin ha d'altronde posto perfettamente la questione, in una discussione tra esperti internazionali che abbiamo avuto con lui, sottolineando che il passaggio a una moneta unica tra paesi molto eterogenei comporta ingenti flussi di trasferimenti. [4] .
I. Il livello di eterogeneità all'interno dell'eurozona
Tre gli elementi utilizzati per misurare il livello di eterogeneità nella Zona Euro.
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"Temperare" il capitalismo, la più vecchia delle illusioni
di L.Vasapollo- J. Arriola -R.Martufi
Nei primi giorni di novembre abbiamo verificato la divaricazione strategica (oltrechè pratica e teorica) sulle soluzioni e le alternative alla crisi delle principali economie capitaliste. Mentre a Milano il presidente dell'Ecuador Correa riaffermava che il debito non va pagato, che occorre procedere alle nazionalizzazioni e a forme di integrazione tra i vari paesi che rompano i vincoli imposti dalle istituzioni finanziarie del capitale, al Social Forum di Firenze, ancora una volta, una serie di economisti riformisti lanciano attraverso la Rete europea degli economisti progressisti proposte in chiave tardo-keynesiana come cura possibile della crisi sistemica del capitalismo in atto. Dimostrando così ancora una volta o di essere in mala fede, e quindi non meriterebbero in tal senso alcuna risposta, o di essere speranzosi in una futura uscita dalla crisi in chiave riformista (ma di quale riformismo sono figli?), ignorando che non ci sono più i presupposti economici, politici e sociali per una crescita equilibrata e con capacità redistributive attraverso i vecchi e non più proponibili modelli di Stato sociale; improponibili sia per le dinamiche del conflitto capitale-lavoro che vedono avanzare sempre più un conflitto di classe dall’alto, sia poiché si tratta di politiche economiche incompatibili con la strutturazione stessa della competizione globale interimperialistica.
Anche questa volta associazioni, sindacalisti ed economisti hanno discusso a tavolino, fuori dai problemi di vita reali e quotidiani reali del mondo dei lavoratori in carne ed ossa , contro le politiche della Troika per esaminare le possibilità alternative alla crisi, o meglio per dare indicazione di come uscire “a sinistra” dalla crisi, come si trattasse di un bel gioco a Risiko per i dopocena della sinistra salottiera.
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Grillo comunica
di Giuseppe Mazza
Ecco una storia da raccontare in corsa, mentre ancora sta accadendo. In fondo, del Movimento 5 Stelle è recente il debutto in politica, e le elezioni nazionali, imminenti, non potranno che aggiungere lati al prisma. Ma già adesso i media aggiornano senza sosta i contorni di un fenomeno che contiene un po’ tutto: magma e dirigismo, colpi di scena e vecchi film, coraggio e furbizia. A voler scavare, tuttavia, la comunicazione di Grillo e del movimento di cui è fondatore, si è andata definendo lungo un percorso che a questo punto conta oltre venticinque anni di storia. E ha accompagnato quella del paese, anche se spesso non vista, e per lunghi tratti quasi sotterraneamente.
Una storia di comunicazione non è per forza una storia dei trucchi che sono stati usati, né è necessariamente la ricostruzione di ingredienti magici, di incantamenti irrazionali. L’idea, molto italiana ma non soltanto, che quello della comunicazione sia il terreno privilegiato dell’inganno e della mistificazione, è una lettura ossessiva che corrisponde al sospetto progressista nei confronti del “parlare a tutti”. Certo, la diffidenza verso il consenso di massa arriva da un Novecento che ha offerto molti buoni motivi. Ma come concepire la modernità senza poterla declinare in un linguaggio democratico e accessibile? Un linguaggio capace non di banalizzare, ma di rendere vive le proprie ragioni e i propri valori.
Il caso di Beppe Grillo non fa che riproporci questo disagio.
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