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Il terremoto elettorale del 25 maggio
di Alfonso Gianni*
Questa volta, ed è già un elemento di sensibile novità, una valutazione sugli esiti del voto richiederebbe tempi e percorsi più meditati. Non è un caso che tutti i sondaggi abbiano fallito e di molto le previsioni, particolarmente in Italia, ma non solo. Un segnale del fatto che i tradizionali sensori fin qui usati non sono stati in grado di cogliere i sommovimenti in atto. Né si può francamente credere che tutti i cambiamenti siano maturati solo negli ultimi giorni, con il cosiddetto voto last minute.
Le ragioni di questa complessità sono diverse. Anzitutto si tratta di valutare il significato del voto sul terreno europeo. Tanto più che per la prima volta da quando si vota per nominare il parlamento di Strasburgo, cioè dal 1979 in poi, non si è avuto un calo dei partecipanti, attestatisi sul 43%, media che differisce di un solo decimale rispetto a cinque anni fa. L’altra ragione deriva dal risultato eccezionale verificatosi nel caso italiano, dove il calo dei votanti è stato invece marcato, il 7.7% in meno rispetto al 2009, che solo un’analisi puntuale dei flussi elettorali può permettere di esaminare in profondità. Infine in Italia si è votato anche per il rinnovo di importanti consigli regionali e comunali, sulla base di una offerta politica che non corrispondeva in tutto e per tutto a quella presente nelle elezioni europee.
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Il Marx di David Harvey*
di Giorgio Cesarale
Urbanesimo e capitalismo
Della ampia e stratificata opera di David Harvey, di questa singolare figura che si colloca a metà fra urbanistica e teoria sociale, si conosce ormai molto, vista la larga circolazione ottenuta da libri come La crisi della modernità, La guerra perpetua e Breve storia del neoliberismo. Meno conosciuta, tuttavia, è la sua attenta e proficua ricerca sul Capitale marxiano; ricerca che è, peraltro, alla base delle tesi sostenute nelle opere appena menzionate. Ciò che in prima battuta ci proponiamo in questo articolo è di esporre le linee fondamentali di questa ricerca, valutandone meriti e specificità. In conclusione, cercheremo di dire in quale direzione la rilettura del Capitale compiuta da Harvey ha influenzato il corso delle sue più recenti indagini teoriche.
Della ermeneutica marxiana di Harvey si può dire che è peculiare anzitutto l’ispirazione generale: nessun autore, fra coloro i quali hanno recentemente provato a riattivare il contenuto problematico della critica marxiana dell’economia politica, è stato più fermo di lui nel rivendicare l’esigenza che sia sul terreno della analisi della crisi e delle “contraddizioni” del capitalismo che debba essere verificata la validità teorica di tale critica. Si tratta di un approccio che, pur comportando una certa riduzione della molteplicità di temi e “aperture” problematiche che Marx è venuto promuovendo nella sua matura critica dell’economia politica, non determina una incongrua dogmatizzazione del dettato testuale marxiano: il Capitale è anzi considerato come una sorta di cantiere a cielo aperto, come un testo pieno di “empty boxes”, che occorre riempire di significati e contenuti.
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Ve lo meritate, il lepenismo
di Adriano Scianca
Chi l’avrebbe mai detto che quell’uomo che cadeva da un palazzo di 50 piani nel prologo de “L’Odio”, commentando a ogni piano “fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”, fosse in realtà il corpo esausto della vecchia Francia moralista, custode dei valori della République. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Dove a godersi lo spettacolo ci sarà una raggiante Marine Le Pen ormai stabilmente accampata a ridosso della cittadella del potere. In un ultimo incrocio di sguardi, prima dello schianto finale, sicuramente il corpo in caduta libera penserà: “Ma come è potuto accadere?”. A spiegarglielo ci proverà Pierre-André Taguieff, uno dei maggiori politologi europei, direttore di ricerca al Centro nazionale francese per la Ricerca scientifica e docente all’Istituto parigino di Studi politici. Il 15 maggio è uscito in Francia “Du diable en politique. Réflexions sur l’anti-lepénisme ordinaire” (Cnrs, 400 pp., 22 euro), in cui Taguieff racconta alla rive gauche il suo più grande fallimento: l’incomprensione totale e infine suicida del lepenismo montante.
“La sinistra francese – ci spiega lo studioso – utilizza sempre la retorica della demonizzazione, anche se essa ha fallito. Si continua a lanciare imprecazioni e a sgranare cliché: ‘Il Fn non è cambiato’, ‘Il Fn avanza camuffato’ etc. La maggior parte degli attori politici, degli editorialisti e degli intellettuali di sinistra persevera, senza dar mostra della minima immaginazione, nel discorso della denuncia e dello smascheramento, pretendendo di svelare ‘il vero volto del Fn’, lasciando intendere che esso sarebbe ‘fascista’ e ‘razzista’. Lo stesso ritornello è ripetuto da trent’anni.
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Che fine ha fatto Baby Jane?
di Elisabetta Teghil
C’era una volta lo stadio di calcio dove i cancelli si aprivano alle 10 della domenica mattina, fermo restando che le partite, anche allora, cominciavano alle 15. Questo per permettere alle famiglie di poter andare a fare una scampagnata sui generis sugli spalti. Prendevano posto dove nel corso della partita i tifosi che vi assistevano in piedi non avrebbero impedito la visuale, portavano da mangiare e da bere e la comitiva comprendeva ragazzini, nonni, padri,madri,sorelle, zii e cognati….Il tifoso era abitudinario, ritornava sempre nello stesso posto e nascevano amicizie. Un quarto d’ora prima della fine della partita i cancelli venivano aperti per permettere a chi stava fuori dallo stadio di vedere uno scampolo di gioco.
Non c’erano i seggiolini separati, ma le panchine lunghe di legno o di cemento, e i tifosi spesso si stringevano per poter far sedere i bambini. Quando si entrava allo stadio tanti presentavano il biglietto che veniva strappato dagli addetti, ma tanti entravano, approfittando del momento di ressa, senza pagare con la solidarietà, non manifesta ma implicita, dei tifosi paganti e delle maschere. Gli abbonati, quando non potevano usare, per qualche motivo personale, l’abbonamento, lo cedevano senza problemi a qualche amico o parente.
I tifosi organizzati, vale a dire i club, che non sono una creazione di questi anni, ma che ci sono sempre stati, mettevano con molto anticipo i loro striscioni sugli spalti.
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La perversa "morale del potere" davanti all'atto rivoluzionario
Vincenzo Morvillo
In un’intervista, rilasciata alcuni giorni fa al Corriere di Romagna, in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo “Lascia che il mare entri”, Barbara Balzerani, scrittrice, ex militante delle Brigate Rosse, che ha pagato le sue scelte con 30 anni di carcere duro e senza mai pentirsi, dice:
«Il vincitore, oltre alla resa, pretende tutte le ragioni e fa della ricostruzione storica un’arma per l’esercizio del suo potere. Infatti, la nostra vicenda è stata talmente trasfigurata e decontestualizzata che viene usata come deterrente per il presente. Come se l’ipotesi stessa del conflitto sociale abbia esaurito la sua legittimità una volta e per sempre. La mia scrittura non può che partire da qui perché la storia dell’insorgenza degli anni ’60 e ’70 è il prodotto di violenza, illibertà e ingiustizie di antica memoria. Le responsabilità politiche di chi ha governato questo paese, anche con le stragi, e di chi se ne è fatto alleato, ne hanno costituito le ragioni. Io non intendo cercare giustificazioni per le mie scelte ma neanche darne a nessuno».
E poi, di seguito:
«Nella sostanza, sono ignorata dalla critica letteraria e ai margini del mercato editoriale, quando non direttamente sanzionata per la mia presunzione di esistenza in vita, ossia con facoltà di parola. Ma non mi lamento, voglio solo scrivere per chi, come me, soffre la povertà dei valori oggi dominanti, che fanno del mercato di tutto e di tutti la misura del bene e del male».
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Elezioni europee
(segue...)
Il boom di Renzi riorganizza il blocco conservatore
di Pino Cabras
Il PD renziano rafforza la propria funzione: riorganizzare efficacemente il blocco sociale conservatore mentre crolla l'analoga funzione berlusconiana
L'Anna Karenina di Lev Tolstoj inizia con il ricordare che «tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo». L'Europa uscita da queste elezioni continentali è più che mai una realtà estremamente variegata, e probabilmente infelice. Il regime dell'austerity ha colpito in modi diversi i popoli europei, provocando reazioni molto differenziate. Queste reazioni sono state influenzate dalla maggiore o minore velocità della crisi, dalla diversa tenuta dei partiti tradizionali, dalla capacità di rassicurare gli elettori da parte dei partiti nuovi e di rottura, dalla traiettoria dell'azione dei rispettivi governi. In certi importanti paesi (come nel Regno Unito e in Francia) si sono affermati in modo clamoroso come primi partiti delle forze di netta rottura.
Tristi elezioni
Militant
Tutto, più o meno, come previsto. La centralità della nuova DC appariva probabile, sebbene non in questi termini, che non possono che peggiorare le nostre aspettativa per il futuro. Un sistema che si stabilizza, che si cementa attorno all’uomo forte e al partito asse del sistema politico-istituzionale. Niente di buono per le speranze antagoniste in Italia, che ora avranno di fronte un nemico molto più coeso dal risultato, che andrà avanti a spron battuto tacitando, con la forza se necessario, chiunque osi opporsi al suo liberismo europeista. Un M5S che, come ampiamente previsto, riduce i suoi voti, anche se meno di quanto potessimo aspettarci.
Un risultato molto chiaro. Ma non definitivo
di Aldo Giannuli
Risultato netto e di non ardua interpretazione: Renzi ha vinto, il M5s ha perso, il centro non esiste più, la destra è in via di dissoluzione, piccole ma significative affermazioni di Lega e Lista Tsipras. Inutile cercare attenuanti o giustificazioni: i numeri parlano chiaro. Ora cerchiamo di vedere cosa c’è “dentro” questi numeri, cercando di tener presenti percentuali e voti assoluti anche se non completissimi (mancano solo 60 sezioni, per cui possiamo ritenere i dati definitivi, salvo piccolissimi discostamenti finali). In primo luogo, va detto che la forte astensione prevista c’è stata, ma si è distribuita in modo molto più disomogeneo del passato: è stata molto alta nel sud e nelle isole, mentre, al contrario i risultati più favorevoli alla partecipazione si sono avuti nei due collegi settentrionali ed, in parte, al centro.
Grillo, e ora che si fa?
Francesco Santoianni
In fondo, questo calo elettorale del Movimento Cinque Stelle (pur facendo la tara con la relativa crescita del PD, che ha trasformato questo calo in una débâcle) era facilmente prevedibile. Per carità, nessun link a miei precedenti articoli. Sarebbe bastato riflettere sul suo progressivo calo nelle varie elezioni amministrative; alle sempre più asfittiche sue iniziative, al progressivo disimpegno dei suoi “militanti” (nonostante l’aumento degli “Attivisti certificati” che nessuno ha visto mai ma buoni per votare in Rete qualche candidatura o espulsione).
Il tutto comincia a ridosso delle elezioni febbraio 2013 quando, il riversarsi di una fiumana di persone cariche di speranze e aspettative, verso il Movimento Cinque Stelle fu visto da Grillo non come occasione per strutturare un Movimento democratico e articolato con il quale interagire con la società bensì come una minaccia alla sua Chiesa che avrebbe dovuto portarlo oltre la soglia del 51%”.
Europa, i conti non tornano
di ilsimplicissimus
Ciò che sta accadendo è confuso, caotico, ma al tempo stesso chiarissimo: l’Europa del trattato di Roma, delle speranze germogliate nel dopoguerra, è definitivamente defunta. In due grandi Paesi storici ,Francia e Gran Bretagna ha vinto la voglia di andarsene da un consesso sempre più a guida bancario tedesca. In altri, Grecia, Spagna, Portogallo, Austria, Danimarca, Polonia vincono o aumentano fortemente le forze critiche sia di sinistra radicale che di destra o di protesta. Dappertutto, salvo che in Svezia e in Portogallo dove ci sarebbe anche la possibilità di un governo tutto a sinistra, perdono le socialdemocrazie colpevoli di essersi appiattite sulla politica dell’austerità e dei massacri e in qualche caso di esserne divenute persino protagoniste.
Ha vinto Renzi. Il berlusconismo è risorto, più forte e più bello che pria. Grazie. Prego
Lanfranco Caminiti
L’astensionismo non ha sfondato. Più di metà degli elettori che non votano non è certo un “dato fisiologico” (sarebbe come dire che la disoccupazione giovanile al 45 per cento è fisiologica), ma non è un valore sufficiente per parlare di delegittimazione del parlamento europeo.
L’affluenza europea è nella media delle votazioni precedenti, sempre in calo, cioè, ma benché in alcune nazioni importanti (Olanda, Gran Bretagna) ci siano state punte notevoli di non-voto, in altrettante nazioni importanti (Germania, Francia) c’è stato addirittura un aumento dei votanti. La sovrapposizione fra voto europeo e voto “nazionale” non è stata solo una prerogativa italiana: vale per la Francia, la Germania, la Spagna, la Gran Bretagna, la Grecia (a proposito, auguri a Tsipras). E non poteva essere altrimenti, è uno dei “sensi” del voto di cui l’elettore si riappropria ed esercita: protestare, approvare, investire, ritirare.
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L'avanzata del populismo di regime
redazione Contropiano
Uno sconfitto clamoroso, nelle elezioni italiane per il parlamento europeo, sicuramente c'è: gli exit poll. Mai come questa volta la rilevazione a campione fuori dai seggi elettorali ha fornito dati fantasiosi, in contrasto aperto cone la realtà del voto. Chi fosse andato a letto intorno alla mezzanotte si è addormentato “sapendo” che Renzi veniva dato poco sopra il 30%, mentre Grillo viaggiava poco sotto. Riaprendo gli occhi ha appreso che Renzi aveva “trionfato sfiorando il 41%, mentre il comico genovese retrocedeva intorno al 21%, parecchio sotto i risultati di appena un anno fa. In via di dissoluzione il blocco berlusconiano, trasmigrato nel bacino elettorale “democratico” (il Nordest...) in misura molto più consistente che in quello alfaniano, salvatosi per il rotto della cuffia (appena sopra la soglia del 4%, come anche la lista Tsipras).
I dati definitivi sono comunque questi:
Plebiscito Renzi: e se fosse un voto in maschera?
di Pierfranco Pellizzetti
L’imprevisto plebiscito nazionale pro Renzi, balzato fuori dall’urna elettorale europea, ha indotto all’immediata autocritica molti commentatori della mia parte (ammesso che io una parte ce l’abbia; se non quella di voler stare dalla parte della gente seria, dunque capace di autocriticarsi). Sicché – pur trovando insopportabili certe autoflagellazioni di ex cerchiobottisti pentastellari – condivido l’opinione severa di Gomez e Padellaro sui toni sovreccitati della campagna grillesca. Cui aggiungerei una deleteria (autolesionistica) esposizione dell’impresentabile Casaleggio, nell’inquietante ruolo de “la cosa venuta dallo spazio”.
Certo, il Beppe Grillo urlante e il Gianroberto Casaleggio sibilante hanno terrorizzato non poco. Ma il trionfo renziano non può essere spiegato solo con un eccesso di decibel e un difetto di icone nella comunicazione avversaria.
Motivi per cui ha stravinto Renzi
di Christian Raimo
Nessuno si aspettava un risultato così clamoroso per il PD. Figuriamoci io, che scrivevo due giorni fa un articolo in cui dicevo che era spompato. Nessuno tranne Matteo Renzi stesso che nel 2012, nella corsa alle primarie contro Bersani, dichiarava: “Il mio Pd può arrivare al 40%, il loro al massimo al 25”. Ha avuto ragione, e altri – molti, mi ci metto nel mucchio – hanno avuto torto. Ma i motivi (i meriti e le fortune, del resto occorre essere golpe et lione) per cui Renzi ha stravinto sono molteplici, proviamo a elencarne solo i primi che saltano all’occhio.
1. Gli 80 euro. Mossa elettorale? Elemosina? Primo timido tentativo di una redistribuzione economica dalle rendite al reddito? Fatto sta che a me venerdì, ossia due giorni prima del voto, nella scuola dove lavoro mi hanno fatto firmare un foglio su cui dovevo autocertificare se ero nelle condizioni di beneficiare del bonus.
Hanno vinto loro. Per adesso
Segreteria nazionale del MPL
26 maggio. Ci vorrà tempo per svolgere un’analisi non grossolana delle elezioni del 25 maggio. Lo faremo, come siamo abituati a fare, quando disporremo di tutti i dati. Solo allora si potranno decodificare i segni che stanno dietro allo sfondamento del Pd di Matteo Renzi e al flop di M5S di Beppe Grillo.
Come c’era da aspettarsi, un simile responso delle urne, sta facendo esultare le classi dominanti e, in particolare, l’aristocrazia finanziaria.
Il Sole 24 ore per descrivere il clima euforico che regna a Piazza Affari, fa parlare i pescecani. Lo squalo n.1 esordisce:
«È il risultato migliore che si potesse ottenere per i mercati finanziari, l'Italia è stato l'unico Paese a esprimere un voto europeista fra i fondatori e, contemporaneamente, ha ottenuto dopo anni un risultato di stabilità politica».
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Moriremo (neo) democristiani?
Riccardo Achilli
Il risultato del PD è oltre ogni possibile dubbio analitico. Rispetto alle politiche di febbraio (anche se non è del tutto corretto metodologicamente confrontare le due scadenze) il PD ha preso 2,6 milioni di voti in più. E’ presto detto: ha recuperato un pezzo dell’elettorato PD che a Febbraio era fuggito verso il M5S, composto, essenzialmente, da piccoli imprenditori, artigiani, in breve quella piccola borghesia che, come bene ci illustra Marx, oscilla sempre, in funzione dei suoi interessi, fra ribellismo e conformismo. E che in un PD a guida Bersani, e dominato ancora dagli ex Ds, vedeva un ostacolo, sia pur in effetti molto blando, ai suoi interessi, perché la sua segreteria era ancora targata di un qualche residuo di socialdemocrazia che la rendeva ostica a smantellare lo Stato e la funzione pubblica, ed a trasformare il Paese in quella prateria dove il piccolo borghese italiano sogna, da sempre, di correre come il Generale Custer (salvo poi tornare da Mamma Stato per chiedere protezione, se le cose vanno male).
Questi elettori in fuga sono tornati non appena hanno visto che il PD era in grado di abolire le province, smantellare i sindacati, distruggere ciò che resta del sistema pubblico, e promettere soldi e regalie.
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Europa 2020 e noi
di Paolo Pini , Roberto Romano
Come si si ricostruisce l'infrastruttura della piena occupazione? Il Def del governo accoglie solo in parte la sfida delineata dall'Unione Europea con il programma Europa 2020. Perchè mentre l'Europa prefigura il governo dei processi di cambiamento, l'Italia li de-regola lasciandoli al mercato
Prefigurare delle buone politiche economiche e industriali in particolare significa studiare cosa si nasconde dietro i movimenti dei redditi, dei prezzi e della produzione; nello sviluppo c’è qualcosa di diseguale: gli investimenti nella tecnologia. La riflessione supera la distinzione statistica tra spesa in investimenti e spesa in ricerca e sviluppo, indagando le conseguenze che gli investimenti e la spesa in ricerca e sviluppo, che rimane una declinazione del progresso tecnico, hanno sulla struttura e la composizione del reddito:
“in una analisi dinamica lo sviluppo economico è da riguardare, non semplicemente come un aumento sistematico del prodotto nazionale concepito come aggregato a composizione data ma, necessariamente, come un processo di mutamento strutturale, che influisce sulla composizione della produzione e dell’occupazione e che determina cambiamenti nelle forme di mercato, nella distribuzione del reddito e nel sistema dei prezzi” (Sylos Labini, 1993).
Non si tratta di un generico aumento degli investimenti o di un altrettanto generico ritmo dell’innovazione tecnologica. Il progresso tecnico non è (solo) l’invenzione di una nuova macchina o di un nuovo principio fisico o meccanico: è la variazione dell’organizzazione economica di una unità produttiva, quindi dell’economia nel suo insieme:
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Socialismo, nè sinistra nè destra
di Alain De Benoist
Un saggio provocatorio sull'ultimo libro di Jean-Claude Michéa
Il gennaio 1905, il «regolamento» della Sezione francese dell'Internazionale operaia (SFIO) – il partito socialista dell'epoca – indicava ancora quest'ultima come un «partito della classe operaia che si prefigge di socializzare i mezzi di produzione e scambio, ossia di trasformare la società capitalistica in società collettivista o comunista, attraverso l'organizzazione economica e politica del proletariato». Beninteso, nessun partito «socialista» oserebbe oggi dire una cosa del genere, essendo i socialisti diventati socialdemocratici o social-liberali.
Che oggi la «sinistra», nella sua quasi totalità, sia divenuta riformista, che abbia aderito all'economia di mercato, che si sia progressivamente separata dai lavoratori e dalle classi popolari, non è certo una rivelazione. Lo spettacolo della vita politica ne è una ininterrotta dimostrazione. Per questo, ad esempio, le grida della sinistra sono così deboli nella grande tormenta finanziaria mondiale attuale: semplicemente, essa non è disposta più della destra a prendere le misure che permetterebbero di intraprendere una vera guerra contro l'influenza planetaria della Forma-Capitale. Come osserva Serge Halimi, «la sinistra riformista si distingue dai conservatori per il tempo di una campagna elettorale grazie a un effetto ottico. Poi, quando le è data l'occasione, si adopera a governare come i suoi avversari, a non disturbare l'ordine economico, a proteggere l'argenteria della gente del castello».
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Soggettivazioni
di Federico Chicchi
Il soggetto come estimità del capitale
Non è per nulla facile costruire una riflessione sistematica sul soggetto. La soggettività è un concetto teorico a dir poco scivoloso, che scappa da tutte le parti quando provi a includerla in paradigma interpretativo.
Il soggetto (come la sua etimologia mostra chiaramente) è al contempo il risultato della presa dell’ordine simbolico sul bios, dell’azione del potere sull’individuo, e al contempo quell’elemento che rende strutturalmente insaturo quello stesso ordine e che bucandolo lo costringe ad un processo dinamico di continua trasformazione. Il capitalismo non è un cristallo.
Il soggetto è in altre parole l’esito dei dispositivi che lo attualizzano e al contempo, osservando il processo di soggettivazione a rovescio, ciò che facendo resistenza a essi costituisce un punto d’inassimilabilità al discorso capitalista. In questo senso possiamo dire che il capitalismo “si nutre” di soggettività ma al contempo deve continuamente “risolvere” il problema di come rendere, quest’ultima, adatta ai suoi processi di accumulazione.
Anche per questo motivo può essere molto utile (se non addirittura necessario) provare a osservare la soggettività sul piano del suo processo di costituzione, (che in fondo è ciò che lo rende consistente fenomenologicamente) e parlare cioè di soggettivazioni piuttosto che di soggetto/i.
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Il disagio della democrazia
di Stefano Petrucciani
È da qualche giorno presente sugli scaffali delle librerie il nuovo libro di Stefano Petrucciani, Democrazia (Einaudi). Quella che qui vi forniamo è un’anticipazione del testo, che l’autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare, con numerosi riferimenti al contenuto della discussione fra Urbinati e McCormick che stiamo ospitando in questo periodo sul “Rasoio di Occam”
Un ragionamento sullo stato di salute della democrazia oggi[1] non può che partire da un incontestato dato di fatto: il tasso di credibilità ovvero la fiducia che i cittadini nutrono nelle istituzioni tradizionali della democrazia rappresentativa scende di anno in anno sempre più basso[2]. Alla questione sono stati dedicati, nell’ultimo quindicennio, molti studi politologi anche empirici[3], e oggi si può dire che essa sia esplosa in tutta la sua forza e la sua drammaticità. La sfiducia, lo scontento, il disagio, sono messi in evidenza dai più attenti politologi (mi riferisco rispettivamente a Rosanvallon, Mastropaolo, Galli[4]); ma non ce ne sarebbe bisogno, perché il fenomeno risulta ormai del tutto evidente e manifesto. E non si tratta, giova precisarlo, solo di una questione italiana: anche se da noi la crisi è certamente più acuta, essa è da molto tempo oggetto di studi ad ampio spettro che indagano panorami internazionali.
Più che constatare questa crisi si dovrebbe dunque cercare di comprenderne le motivazioni: se la gente ha sempre meno interesse verso i partiti e le elezioni, se ha sempre meno fiducia nei suoi rappresentanti, delle ragioni ci devono pur essere; e dunque è necessario cercare di indagarle[5]. La mia convinzione è che la crisi di fiducia sia ben motivata: che risponda cioè a una effettiva situazione critica della democrazia contemporanea, almeno in Italia e in Europa; dal mio punto di vista si tratta dunque di capire quali mutazioni o quali processi involutivi siano all’origine della insofferenza o del rifiuto che i cittadini manifestano nei confronti delle istituzioni o delle pratiche della democrazia rappresentativa come si è venuta articolando da qualche lustro a questa parte.
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ClashCityWorker e il balzo di tigre (da fare)
CortoCircuito Firenze
Ancora una recensione, più che meritata, del libro "Dove sono i nostri?", redatto dal collettivo di ClashCityWorkers. Il merito, lo ripetiamo per i sordi, sta nel guardare i processi reali per arrivare a definire anche quelli della "soggettività trasformatrice". Il contrario di quanto proposto rumorosamente - in mancanza di numeri adeguati - da chi ascolta se stesso (e poco altro) sperando che il mondo risponda positivamente.
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Non pensiamo sia eccessivo, riferendosi al testo Dove sono i nostri dei Clash City Workers, parlare del primo, organico, e soprattutto riuscito tentativo di allontanamento dall’auto-inflittosi “Medioevo” politico di quella che un tempo era giornalisticamente considerata la sinistra extra-istituzionale. Per la prima volta infatti, la forza dei numeri si sostituisce al balbettio del senso comune, la consapevolezza di dover giungere ad un’attenta ponderazione su cosa concentrarsi alla tendenza ad aumentare “smaniosamente le iniziative, gettandosi su ogni cosa che si muove” (pag. 10). Per comprendere però con maggiore chiarezza lo straordinario valore teorico del lavoro dei Clash, permetteteci un lungo salto indietro al 1936, anno di elezioni presidenziali negli Stati Uniti.
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Il programma di Tsipras
Ovvero come fare concorrenza a George Romero
di Paolo Giussani
Nell’immondo bordello in cui l’Europa è precipitata si sentiva proprio il bisogno di altre anime belle, di qualcuno candido e ingenuo, che portasse sulla scena un po’ di calore umano e di spirito da educanda. Ed ecco venire in soccorso la lista Tsipras per le elezioni europee, nella quale i pii desideri si mescolano mirabilmente con l’ignoranza delle cose del mondo e con un dolce spirito da agnello sacrificale, differente da quello di una certa parte dei popoli di oggi, certo sempre volti al sacrificio ma più come recalcitranti pecore nevrotizzate.
Il programma di Tsipras, diffuso anche in milioni di volantini distribuiti nelle abitazioni, si compone di dieci punti, tutti di carattere economico. Una solenne novità, questa, perché sino all’altro ieri molti dei sinistri e dei loro intellettuali “di massa” minimizzavano le faccende economiche nascondendole dietro quelle politiche, sia perché di cose economiche normalmente non capiscono nulla sia perché la cosiddetta politica offre l’illusione di maggiore libertà di movimento e quindi di leaderismo.
Sviluppo e Austerity
Anche se la successione dei dieci punti non segue un ordine logico cerchiamo di seguirlo noi in modo da cercare di avere un quadro coerente. Il primo punto riguarda l’austerity:
“1. L’Austerità è una medicina nociva somministrata al momento sbagliato con devastanti conseguenze per la coesione della società, per la democrazia e per il futuro dell’Europa.”
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I tabù della sinistra radicale
di Spartaco A. Puttini
Note sulla posta in gioco, a margine di una recensione
Aurélien Bernier, di Attac France, ha da poco pubblicato il suo libro sui tabù della sinistra radicale: La gauche radicale et ses tabous: pourquoi le Front de Gauche échoue face au Front national. Il libro non è stato ancora tradotto in italiano, forse non lo sarà mai. Appare per certi versi troppo legato alla dimensione politica transalpina per poter sperare di rompere la coltre di provincialismo che interessa la politica nostrana. Eppure parla anche a noi. Per questo vale la pena soffermarsi sul testo e sui suoi rilievi, perché può arrecare alcuni elementi di giudizio e riflessione anche alla sinistra italiana, che mai come ora procede a tentoni, a fari spenti nella nebbia.
Tratta dell’ascesa del Front national, del suo sfondamento nelle classi popolari e della modifica di indirizzo che, almeno apparentemente, ha impresso la nuova leadership di Marine Le Pen. Ma il soggetto vero dell’analisi e della ricostruzione di Bernier è la sinistra radicale francese. Con la sua ambizione di contenere l’estrema destra e intercettare il malcontento verso le politiche euro-liberali praticate dai socialisti e dagli esponenti della destra ex-gollista convertita al neoliberismo.
Bernier ricostruisce le varie fasi in cui, dal 1984 ad oggi, l’elettorato comunista e apparentato si è assottigliato, specie a seguito della mutation, il processo di allontanamento dalle proprie radici ideologiche e di cultura politica, mentre parallelamente cresceva la fiamma lepenista.
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N\Euro-fobia
(estratto di un articolo in uscita sul no.147 della Contraddizione)
origini della questione
Introduzione al 1° gennaio 2002 della moneta unica coincide con una evidente impennata dei prezzi (“1000 lire sono come 1 €”). Il ministro dell’economia Tremonti (governo Berlusconi 2) attribuisce l’aumento dei prezzi alla mutata attitudine psicologica dei consumatori; secondo il ministro Trecarte, il problema consisteva nel fatto che i “cònzumatori” italiani non avendo adeguata confidenza con monete dotate di un valore così alto (1 € e 2 €), le sperperavano impoverendosi “a loro insaputa”. Per ovviare a ciò, propone l’introduzione dell’euro di carta (la proposta resta inevasa anche a livello europeo).
euro-fobia moderna
Bibliografia: “Il tramonto dell’Euro” (A.Bagnai, 2012), criticato da alcuni per cui la sua prospettiva culturale sarebbe “populista, nazionalista, socialista” ma divenuto punto di riferimento imprescindibile per parte della sinistra sedicente antagonista.
Tesi principale: il problema dell’euro è che l’adozione di una valuta unica a livello europeo permette un trasferimento di risorse dai paesi del sud Europa alla Germania. L’adozione dell’euro ha privato lo stato italiano di uno strumento, a suo dire, fondamentale, ossia quello della cosiddetta svalutazione competitiva che molti anni ha permesso di deprezzare la lira; quindi l’Italia non può adottare una manovra sul tasso di cambio per stimolare la vendita delle merci locali all’estero, migliorando così il saldo della bilancia commerciale.
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L’errore filosofico della decrescita
Antonio Allegra
Sostenere la «qualità» contro la quantità significa proprio solo questo: mantenere intatte determinate condizioni di vita sociale in cui alcuni sono pura quantità, altri qualità.
(Antonio Gramsci, Quaderno 10)
Il libro di Giovanni Mazzetti, dal titolo Critica della decrescita, Edizioni Punto Rosso 2014, benché sia stato scritto da un economista, porta a segno una critica al progetto politico della decrescita che non ricorre ad argomentazioni economiche ma filosofiche. Per essere più precisi, quella di Mazzetti si presenta come una «critica alla prospettiva culturale» dei sostenitori della decrescita (Latouche, Pallante), mettendone in evidenza contraddizioni oggettive e soggettive (intendendo con le prime quelle che sorgono dal confronto con la realtà storica, con le seconde quelle che sorgono dall’interno delle tesi di tale prospettiva). A nostro avviso le prime sono più importanti delle seconde, anche perché sono quelle quantitativamente e qualitativamente più consistenti.
La prima osservazione è di natura metodologica. Poiché, secondo la definizione datane dai suoi sostenitori, la decrescita non è una teoria ma un progetto politico che intende modificare una realtà, Mazzetti sostiene che, per capire cosa sia necessario fare e come cambiare tale realtà, occorre «verificare se, grazie al proprio sistema di orientamento, si è realmente in grado di individuare correttamente dove ci si trova e come [vi] si è giunti». Insomma, siamo sicuri di capire con le nostre categorie interpretative la realtà su cui si vuole intervenire politicamente?
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L’inchiesta come stile di militanza
In ricordo di Vittorio Rieser
Questa notte è venuto a mancare Vittorio Rieser, compagno e militante fin dagli anni ’50 impegnato nei processi di studio e organizzazione della lotta di classe, in particolare nella sua Torino. Vittorio è stato una figura importante dei Quaderni Rossi, straordinario laboratorio di formazione politica ed elaborazione militante per un’intera generazione: a cominciare da allora ha cominciato la pratica dell’inchiesta operaia, uno stile che avrebbe portato avanti per tutta la vita. La storia di Vittorio è dentro una storia collettiva, che ha assunto percorsi differenti ma ha una radice comune: l’irriducibile scelta e parzialità del punto di vista. Per questo motivo vogliamo ricordarlo con un’intervista uscita nel volume sull’operaismo Futuro anteriore. Dai «Quaderni Rossi» ai movimenti globali: ricchezza e limiti dell’operaismo italiano. Per dire ancora una volta con Fortini che “chi ha compagni non morirà”.
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INTERVISTA A VITTORIO RIESER – 3 OTTOBRE 2001
Qual è stato il tuo percorso di formazione politica e culturale e quali le eventuali figure di riferimento nell’ambito di tale percorso?
Il fatto di essere arrivato presto alla politica è legato anche alle mie origini famigliari: i miei genitori erano antifascisti, tutti e due hanno avuto periodi più o meno lunghi di militanza comunista. Mia madre è stata in carcere un anno, condannata dal Tribunale Speciale perché era responsabile del Partito Comunista clandestino a Grosseto; mio padre era un ebreo polacco comunista che ha fatto per alcuni anni il rivoluzionario di professione, poi si è rifugiato in Italia perché in Polonia era colpito da mandato di cattura.
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Manifesto per un’Europa egualitaria
di Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou
Pubblichiamo qui un’anticipazione dal «Manifesto» di Roth e Papadimitriou, in libreria da oggi per DeriveApprodi.Alla vigilia delle elezioni europee un manifesto per il futuro dell’Europa
La situazione attuale
L’Europa si sta impoverendo. I poteri forti stanno trascinando le classi lavoratrici verso la rovina. Sono gli agenti di un sistema definito dai principi del massimo profitto e della concorrenza. Un sistema instabile che puo sopravvivere soltanto finché continuerà a espandersi in maniera spasmodica: in pochi continueranno ad arricchirsi ricorrendo alla progressiva espropriazione, allo sfruttamento e all’immiserimento della maggioranza. Questa dinamica rischia di subire una battuta d’arresto a causa del crollo dei profitti, per questo le classi dominanti corrono ai ripari per mantenere ben salde le disuguaglianze e accelerare lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali.
Le loro strategie più rilevanti al riguardo sono l’accrescimento e la stabilizzazione delle riserve economiche, il consolidamento dei processi di produzione, la riduzione dei salari e la privatizzazione dei beni pubblici e dei servizi sociali, cosi come l’introduzione di un sistema creditizio piu restrittivo. Il risultato saranno fenomeni complessi di precarizzazione e di impoverimento di massa. Le classi subalterne si vedranno deprivate dei loro fondamentali diritti all’esistenza e saranno costrette a sopportare la pressione di una disoccupazione sempre crescente, di insicurezza sociale e rapporti di lavoro sempre piu malpagati e limitati nel tempo.
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Chi di precarietà ferisce
Davide Gallo Lassere intervista Andrea Fumagalli
DGL: Dal pacchetto Treu fino al Jobs Act di Renzi, passando per la Riforma Fornero, negli ultimi anni in Italia si è assistito a una progressiva precarizzazione del mondo del lavoro. Nei tuoi interventi parli spesso di “trappola della precarizzazione”. Che cosa intendi con questa espressione?
AF: Nel capitalismo contemporaneo, la precarietà si presenta come condizione generalizzata e strutturale, oltre che esistenziale. È qui che entra in campo il concetto di trappola della precarietà la cui concettualizzazione non è però uniforme. Una prima definizione si riferisce a una sorta di circolo vizioso, che impedisce agli individui di liberarsi dalla loro condizione precaria perché cercare un lavoro stabile costa troppo. Vivere in condizioni precarie significa sostenere i cosiddetti costi di transazione, che incidono pesantemente sul reddito disponibile: stiamo parlando del tempo necessario per compilare una domanda di lavoro, della perdita del lavoro temporaneo e della ricerca di un nuovo impiego, dei tempi e dei costi di apprendimento che il nuovo lavoro richiede.
Un’altra definizione più ampia ha a che fare con la constatazione che vivere una condizione precaria implica sostenere in modo individuale il peso dell’insicurezza sociale e del rischio che vi è connesso. Da questo punto di vista, la trappola della precarietà è il risultato della mancanza di un’adeguata politica di sicurezza sociale e può essere considerata come un fenomeno congiunturale. In alcune recenti analisi, partendo dal fatto che la precarietà è più diffusa nei servizi avanzati e nelle industrie creative, si sostiene che un intervento di politica economica in tali settori potrebbe risolvere la situazione.
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L’uso e la norma
di Augusto Illuminati
Il ciclo dedicato dalla Lum dedicato all’uso ha già fornito una messe di problemi e suggerimenti di grande interesse, di cui è apparsa subito chiara la connessione con i punti ciechi non solo della teoria ma anche della prassi politica in cui siamo coinvolti. Uso e istituzione da un lato hanno a che fare, come alternativa, con un’ontologia della trascendenza, dall’altro investono in diretta l’ideologia della legittimità, insomma se questo sia il solo mondo possibile, cui al massimo opporre un altro mondo speculare fondato sull’inversione di tutti i valori e le pratiche. L’uso, invece, ci è sembrato fertile per tracciare un sentiero fra i due poli astratti di un potere sempre ineludibile e malvagio e l’assenza di potere o la rinuncia ad esso, fra qualsiasi arché (comando, principio, effettualità egemonica) e an-archia.
La discussione negli incontri della Lum è stata ampia e partecipata, con una considerevole affluenza di pubblico che ha toccato il culmine in occasione della molto attesa relazione di Giorgio Agamben. La sua fascinosa e controvertibile conferenza si è conclusa con una battuta contro le regole in generale (neppure le leggi statuali, ma ogni forma di norma), con una domanda provocatoria sull’amore per le norme che caratterizzerebbe troppi che si pretendono rivoluzionari e restano prigionieri dell’illusione dell’operatività, della potenza-di, senza aprirsi all’efficacia destituente della potenza-di-non, dell’onnivalenza del Qualunque disgiunto strutturalmente da ogni forma di stato o diritto.
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Euro, quelli che ‘se ne usciamo ci sarà la corsa agli sportelli’ (Diritto di replica)
di Alberto Bagnai
Siamo al redde rationem.
Mentre gli oligarchi, quelli per i quali i suicidi provocati dalla crisi sono “l’emersione di una contraddizione tale da aprire la strada a un progetto costituente europeo”, se ne stanno ben rinchiusi e defilati nei loro bunker, nelle strade, casa per casa, lotta un’improbabile armata Brancaleone di bambini soldato, mandati allo sbaraglio con argomenti tanto insulsi quanto terroristici. Fra questi, come spesso accade, il più convincente ad occhi inesperti è anche il più ridicolo agli occhi del professionista. Ma se il pubblico non coglie immediatamente il ridicolo, la colpa non è certo sua: la colpa è di un sistema dell’informazione volto da trent’anni a distorcere i più elementari fatti economici. Per ripristinare un minimo di buon senso, però, basta poco, come spero di chiarirvi se avrete la pazienza di leggermi.
Dunque: li avete mai sentiti quelli che raccontano che se si uscisse la nuova lira si svaluterebbe, e quindi, nell’imminenza di questa prospettiva, ci sarebbe una fuga di capitali all’estero, preceduta da una corsa agli sportelli (che gli espertoni chiamano bank run)? La conclusione dei nostri economisti improvvisati è che privando di liquidità il sistema economico italiano, questo fenomeno condurrebbe rapidamente l’Italia al collasso.
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Ancora sul ceto politico
di Marino Badiale
Continuo il discorso sul ceto politico, iniziato in un paio di post di qualche tempo fa (questo e questo) che avevano suscitato un po' di dibattito fra i nostri lettori. Poiché alcuni passaggi di quei post erano forse un po' stringati, provo adesso ad argomentare le mie tesi in modo più disteso, cercando di inserirle nelle riflessioni che vado facendo da tempo.
Tempo addietro, in una serie di lavori scritti assieme a Massimo Bontempelli, (per esempio questo e questo) avevamo introdotto la nozione di “capitalismo assoluto”, con la quale cercavamo di esprimere quello che ci sembrava uno degli aspetti più significativi dell'attuale organizzazione sociale ed economica, il fatto cioè che negli ultimi decenni la logica capitalistica del profitto si è estesa all'intero ambito sociale. Riporto un passaggio tratto da “La Sinistra rivelata”, che sintetizza questi concetti:
“Si tratta della completa pervasività sociale del capitalismo storico (…) ogni aspetto della società umana, compresi i corpi biologici degli individui e i caratteri della loro personalità, viene sussunto sotto il capitale come materia della produzione capitalistica (…). Chiamiamo capitalismo assoluto il capitalismo storico che è penetrato in ogni poro e in ogni profondità della vita umana associata. Esso è assoluto perché la sua logica di funzionamento regge completamente ogni ambito della vita, senza più lasciare alcuna autonomia di scopi e di regole ad altre istituzioni. L'azienda, cioè l'istituzione che promuove la produzione e la circolazione della merci in funzione del profitto, diventa allora non più soltanto la cellula del sistema economico, ma l'alfa e l'omega della società, perché la società è diventata una società di mercato, in cui ogni bene pubblico è stato convertito in bene privato, e ogni bene privato in merce. Di conseguenza ogni istituzione viene concepita come azienda, persino l'ospedale, persino la scuola, e persino l'intero paese, che non è più nazione, ma azienda, l' “azienda-Italia”.
(M.Badiale-M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari editore, pagg.171-172)”
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La violenza invisibile
Isidoro Strano
Leggere un’opera di Slavoj Žižek è sempre piacevole, anche quando l’argomento trattato non lo è affatto. La violenza invisibile non fa eccezione: in questo libro, il filosofo sloveno analizza il fenomeno della violenza con “sguardo obliquo”, diremmo quasi ambiguo. Perché mai una questione così importante deve essere aggirata? Questo procedere circospetto non equivale forse ad un non cor-rispondere all’ingiunzione che ci intima di “far qualcosa”, subitaneamente, contro la violenza?
Questo è dunque il punto di partenza: occorre mantenere una distanza di sicurezza dall’orrore straziante provocato dalla violenza, poiché è proprio questo orrore a causare lo shock che blocca, mette fuori uso le nostre facoltà mentali. È a partire da queste premesse che Žižek si appresta ad affrontare l’imponente tema che ha ossessionato i pensatori di tutte le epoche. I capitoli, come sei sguardi “obliqui” gettati intorno alla violenza, costituiscono le traiettorie mobili attraverso cui l’autore, orbitando intorno a quella sorta di buco nero che ci impedisce di uscir fuori dal suo campo gravitazionale, cerca di cogliere gli aspetti inediti, spesso taciuti, travisati, fraintesi della violenza. Noi sfrutteremo solo alcune traiettorie.
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Uscire o no dall’euro: gli effetti sui salari
Emiliano Brancaccio* e Nadia Garbellini**
Uno studio sugli effetti salariali e distributivi della permanenza o dell’uscita dall’euro. Il pericolo di una “grande inflazione” in caso di uscita, evocato da Draghi, non trova riscontri adeguati. Ma anche l’opinione secondo cui gli effetti salariali e distributivi di un abbandono dell’euro non dovrebbero destare preoccupazioni è smentita dalle evidenze empiriche. Se si vuole salvaguardare il lavoro, la critica della moneta unica deve essere accompagnata da una critica del mercato unico europeo.
Negli ultimi cinque anni la Germania ha conseguito una crescita del Pil di quasi tre punti percentuali, a fronte di una caduta superiore ai sette punti in Italia. Si tratta di una divaricazione che non ha precedenti dal secondo dopoguerra. Giovedì scorso, gelando gli ottimisti al governo, Eurostat ha confermato la tendenza: confrontando il Pil del primo trimestre 2014 rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, si rileva una crescita superiore ai due punti percentuali in Germania e una ulteriore diminuzione di mezzo punto in Italia.[1] Semmai ve ne fosse stato bisogno, siamo di fronte all’ennesima conferma del “monito degli economisti” pubblicato sul Financial Times nel settembre scorso: le politiche di austerity e di flessibilità del lavoro non riescono a ridurre le divergenze tra i paesi membri dell’Eurozona, ma per certi versi tendono persino ad accentuarle.[2]
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Sulla difficoltà di leggere
Giorgio Agamben
Il testo che proponiamo qui è tratto dalla raccolta di saggi di Giorgio Agamben Il fuoco e il racconto, che la casa editrice Nottetempo manda in libreria venerdì 16 maggio. Si tratta della trascrizione, finora inedita, dell’intervento presentato alla tavola rotonda Leggere è un rischio durante la Fiera della piccola e media editoria di Roma, nel dicembre 2012.
Vorrei parlarvi non della lettura e dei rischi che essa comporta, ma di un rischio che è ancora piú a monte, cioè della difficoltà o dell’impossibilità di leggere; vorrei provare a parlarvi non della lettura, ma dell’illeggibilità.
Ciascuno di voi avrà fatto esperienza di quei momenti in cui vorremmo leggere, ma non ci riusciamo, in cui ci ostiniamo a sfogliare le pagine di un libro, ma esso ci cade letteralmente dalle mani. Nei trattati sulla vita dei monaci, questo era anzi il rischio per eccellenza cui il monaco soccombeva: l’accidia, il demone meridiano, la tentazione piú terribile che minaccia gli homines religiosi si manifesta innanzitutto nell’impossibilità di leggere.
Ecco la descrizione che ne dà san Nilo: Quando il monaco accidioso prova a leggere, s’interrompe inquieto e, un minuto dopo, scivola nel sonno; si sfrega la faccia con le mani, distende le dita e va avanti a leggere per qualche riga, ribalbettando la fine di ogni parola che legge; e, intanto, si riempie la testa con calcoli oziosi, conta il numero delle pagine che gli rimangono da leggere e i fogli dei quaderni e gli vengono in odio le lettere e le belle miniature che ha davanti agli occhi finché, da ultimo, richiude il libro e lo usa come un cuscino per la sua testa, cadendo in un sonno breve e profondo.
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Le elezioni europee e il treno di Lenin
di Sandro Moiso
“Era necessario che la Italia si riducessi nel termine che ell’è di presente, e che la fussi più stiava che li Ebrei, più serva ch’e’ Persi, più dispersa che li Ateniensi, sanza capo, sanza ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa, et avessi sopportato d’ogni sorte ruina.[...] In modo che, rimasa sanza vita, espetta qual possa esser quello che sani le sue ferite, e ponga fine a’ sacchi di Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca di quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite. Vedesi come la prega Dio, che le mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà et insolenzie barbare. Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, pur che ci sia uno che la pigli.” (Niccolò Machiavelli – Il Principe – cap.XXVI)
Machiavelli era, per il suo tempo, un autentico rivoluzionario, anche se Renzi non l’ha ancora capito poiché ogni tanto lo cita a vanvera come quei cattivi studenti che sparano cazzate sperando di salvarsi in corner dall’insufficienza grave, citando luoghi comuni per sentito dire (spesso neanche in classe, ma al bar). Nel disastro il fiorentino doc sapeva, infatti, intravedere la possibilità della ripresa della lotta e della vittoria anche se oggi qualcuno allevato alla scuola del pensiero positivo di Jovanottiana memoria vedrebbe sicuramente in lui uno sfascista.
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