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La legge del valore nel passaggio dal capitalismo industriale al nuovo capitalismo
di Carlo Vercellone
Lo scopo di quest’articolo è di caratterizzare, nel quadro teorico post-operaista, il senso logico e storico della marxiana legge del valore, nel passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo. In questa prospettiva, l’analisi si svilupperà in tre stadi. Nel primo si proporrà di precisare cosa bisogna intendere per legge del valore/tempo di lavoro e in cosa consiste la sua articolazione alla legge del plusvalore di cui è una variabile dipendente e storicamente determinata. In riferimento a questa articolazione utilizzeremo la nozione di legge del valore/plusvalore. Nel secondo e nel terzo stadio, l’attenzione sarà focalizzata sulle principali dinamiche che spiegano la forza progressiva della legge del valore/plusvalore nel capitalismo industriale, quindi la sua crisi nel capitalismo cognitivo.
1. Due principali concezioni della legge del valore-lavoro
Nella tradizione marxista coabitano, come rileva Negri (1992), due concezioni della teoria del valore. La prima insiste sul problema quantitativo della determinazione della grandezza del valore. Essa considera il tempo di lavoro come il criterio di misura del valore delle merci. E’ quella che chiamiamo la teoria del valore tempo di lavoro. Questa concezione è ben definita, per esempio, da Paul Sweezy, quando afferma che in una società mercantile-capitalistica “il lavoro astratto è astratto soltanto nel senso, dichiarato nettamente, che sono ignorate tutte le caratteristiche speciali che differenziano un genere di lavoro dall’altro. In definitiva, l’espressione lavoro astratto, come risulta chiaramente dallo stesso uso che ne fa Marx, equivale a lavoro in generale; è ciò che è comune a ogni attività produttiva umana” (Sweezy, 1970, p. 35).
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Populismo
di Rodolfo Ricci
Uno spettro si aggira per l’Europa: il Populismo.
Cosa sia di preciso nessuno lo ha capito, ma il termine prolifera: in bocca a sprovveduti di varia provenienza, riempie ormai i comizi d’amore e d’odio, le pagine di tanta stampa, in Europa e in Italia soprattutto, dopo il varo della campagna d’autunno del partito di Repubblica, rinvigorito da quella altrettanto possente de L’Unità.
Fino a qualche decennio fa, lo spettro si aggirava per altri lidi. In particolare in America Latina dove alcuni sostengono che sia nato all’epoca di Jan Domingo Peron. Oppure per il vasto panorama del terzo mondo asiatico e africano, i cui leader nazionalisti (in particolare i nazionalizzatori delle risorse locali) erano spesso aggettivati come tali: populisti.
Poi, sterminato l’impero del male (il socialismo reale) – i cui leader per la verità non furono mai aggettivati come populisti – e chiuse per sempre le residue ambizioni delle sinistre occidentali, lo spettro cominciò a farsi strada in Europa, fino a diventare un fenomeno di un certo fragore con l’inizio della grande crisi: leader populisti salgono alla ribalta in Austria, in Olanda, In Italia, in Francia, in Ungheria .
Già questo dovrebbe farci riflettere: che se il populismo si fa strada in Europa, non sarà forse che l’Europa stia assomigliando al terzo mondo ?
E un’altra riflessione riguarderebbe la constatazione che alla fine della storia (secondo gli intendimenti del primo Fukuyama), finita cioè ogni presunta possibilità di alternativa reale alla globalizzazione neoliberista, lo sbocco necessario e inevitabile sarebbe per forza il populismo.
*****
Il populismo si oppone al realismo, secondo Scalfari e compagnia, cioè assume i contorni della demagogia.
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Trent'anni di sviluppo, e molti di crisi
Mario Cedrini
Non si trattava di una lettura da ombrellone, d'accordo. Ma l'estate critica che abbiamo appena vissuto, segnata appunto dalla crisi economica e da tristi presagi per l'autunno – nonostante le rassicurazioni montiane – forniva più di una ragione per rinunciare alla spensieratezza dei romanzi. Di qui la scelta d'inserire in lista – la lista dei partenti, e cioè dei libri che avrebbero accompagnato il viaggio verso l'ombrellone – un piccolo saggio, di economia, e in particolare di economia dello sviluppo, a cura poi di un'organizzazione di cooperazione internazionale, e per giunta in lingua inglese. Al peggio non v'è mai fine?
Non esageriamo. Si tratta di un volumetto della serie Trade and Development Reports dell'Unctad, una delle poche agenzie specializzate delle Nazioni Unite degne di resistere al logorio del tempo storico: la United Nations Conference on Trade and Development nasceva nel lontano 1964 (con il meeting di Ginevra, e il grande economista argentino Raul Prebisch come primo segretario generale) con l'intento di affrontare quei problemi che l'ordine politico-economico internazionale scaturito dalla seconda guerra mondiale lasciava di fatto irrisolti, incapaci com'erano d'imporsi nel gioco degli interessi contrapposti della guerra fredda.
I problemi dello sviluppo, appunto, quelli di paesi che presentavano ritardi storici strutturali, in un contesto che obiettivamente li sfavoriva (premiando i manufatti del centro industriale del sistema-mondo e aggravando la situazione dei paesi esportatori di commodities). I problemi, in particolare, di quelle nazioni che pochi anni prima, nel 1955 (alla conferenza di Bandung), avevano dato vita alla più grande organizzazione internazionale dopo l'Assemblea generale dell'Onu, quella dei paesi non allineati.
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Ideologia e memoria collettiva
di Elisabetta Teghil
Tutto ciò che è ideologico possiede significato. In altre parole, è un segno. Senza segni non c’è ideologia.
Esiste un mondo particolare, il mondo dei segni.
Il campo dell’ideologia coincide con il campo dei segni. Essi si equivalgono. Ovunque sia presente un segno è presente anche l’ideologia.
Tutto ciò che è ideologico possiede un valore semantico.
Ogni segno ideologico non è, solamente un riflesso, un’ombra della realtà, ma è, anche, un segmento materiale di questa realtà.
Un segno è un fenomeno del mondo esterno.
La coscienza individuale è alimentata dai segni, trae il suo sviluppo da essi, riflette le loro leggi e la loro logica.
La coscienza è logica della comunicazione ideologica, dell’interazione segnica di un gruppo sociale.
La coscienza individuale è un fatto socio-ideologico.
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Il governo liberale del mondo: “progredite” o vi uccidiamo
di John Pilger
Qual è il più potente e violento “-ismo” del mondo? La domanda evocherà i soliti demoni, quali l’islamismo, ora che il comunismo ha lasciato le scene.
La risposta, scrisse Harold Pinter, è solo “superficialmente annotata, per non parlare della sua documentazione, per non parlare del suo riconoscimento,” perché una sola ideologia pretende di essere non-ideologica, né di destra né di sinistra, la via suprema. E’ il liberalismo.
Nel suo saggio del 1859, Sulla libertà, cui rendono omaggio i liberali moderni, John Stuart Mills descrisse il potere dell’impero. “Il dispotismo è una forma di governo legittima nel trattare con i barbari”, scrisse, “a condizione che il fine sia il loro progresso e i mezzi siano giustificati dall’effettivo conseguimento di tale fine.” I “barbari” erano vasti segmenti dell’umanità dai quali era richiesta “implicita obbedienza”.
Anche il liberale francese Alexis de Tocqueville riteneva la conquista sanguinaria di altri “un trionfo della cristianità e della civilizzazione” che era “chiaramente preordinato agli occhi della Provvidenza.”
“E’ un mito piacevole e comodo che i liberali siano pacificatori e i conservatori siano guerrafondai”, ha scritto nel 2001 lo storico Hywell Williams, “ma l’imperialismo di tipo liberale può essere più pericoloso a causa della sua natura indeterminata, della sua convinzione di rappresentare una forma superiore di vita [negando contemporaneamente il proprio] fanatismo ipocrita.”
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Recensione a "Il lavoro autonomo nella crisi italiana"
di Sergio Bologna
Partite Iva. Il lavoro autonomo nella crisi italiana, a cura di Costanzo Ranci, Studi e Ricerche, Il Mulino, Bologna, 2012
Finalmente la sociologia accademica ha compiuto uno sforzo serio per mettere a fuoco, dare una dimensione e capire il valore del lavoro autonomo in Italia. Questo volume è il quarto di una serie destinata a rendere pubblici i risultati di un ambizioso progetto di ricerca sui ceti medi del Consiglio italiano per le Scienze Sociali, coordinato da Arnaldo Bagnasco e finanziato in parte dalla Compagnia di San Paolo. Il progetto è partito nel 2004 e finora i volumi pubblicati sono Ceto medio. Perché e come occuparsene, uscito nel 2008 e curato dallo stesso Bagnasco, Restare di ceto medio, a cura di N. Negri e M. Filandri, uscito nel 2010, La costruzione del ceto medio. Immagini sulla stampa e in politica, a cura di R. Sciarrone, N. Bosco, A. Meo, L. Storti, pubblicato nel 2011, tutti presso Il Mulino, e finalmente questo sulle partite Iva1.
Diciamo subito che uno dei meriti ma al tempo stesso dei limiti di questo lavoro sta proprio nel fatto che gli autori intendono arrivare a definire una componente del ceto medio - questo è lo scopo finale della ricerca – e pertanto analizzano il lavoro autonomo in quanto appartenente a questo ceto. Se lo scopo finale fosse stato quello di mettere a fuoco il lavoro autonomo in quanto tale probabilmente avrebbero dovuto approfondire molto di più l’aspetto soggettivo, la specificità “antropologica” del lavoro indipendente. Ma di questo si dirà in seguito. Qui importa rilevare che questo impianto di fondo ha consentito di scoperchiare un lato oscuro di cui il lavoro autonomo ha sempre sofferto e che ne ha fortemente limitato il riconoscimento sia sul piano sociale che sul piano istituzionale.
Il pregiudizio nei confronti del lavoro autonomo
“Il ceto medio non si dà in natura” è uno degli slogan di questa ricerca. Il ceto medio è il risultato di una costruzione mentale, di un’immagine che viene confezionata da diversi soggetti, è una rappresentazione che il ceto medio ama dare di se medesimo, di un’ideologia di status. Lo stesso vale per il lavoro indipendente, è una realtà ma al tempo stesso una rappresentazione della realtà, che vive di vita propria.
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Pauperismo e crisi
Alberto De Nicola
Ogni crisi economica, qualora assuma dimensioni e profondità sistemiche, si presenta sempre come una crisi che interessa la razionalità di governo. Si è detto e ripetuto più volte che i governi stanno, quasi per paradosso, applicando ricette neoliberiste per far fronte alla stessa crisi del neoliberismo. Dietro questa apparente tautologia, questa accanita e forsennata insistenza, tuttavia, si nasconde un’incrinatura, una rottura, che riguarda direttamente il progetto neoliberale, i suoi modi di presentarsi come discorso egemonico e la sua forza di penetrare nel tessuto sociale, per ordinarlo. Per afferrare questo punto conviene fare un passo indietro e chiedersi quale fosse, se è mai esistita, un’utopia propria del neoliberalismo.
Utopia neoliberale
Karl Polanyi, a cui il titolo di questo testo si richiama scherzosamente, ha sostenuto che l’utopia del primo liberalismo economico si era presentata nell’idea dell’autoregolazione del mercato. La generalizzazione di questo principio organizzativo all’intera vita sociale, ha comportato effetti distruttivi tali da innescare una crisi di governo senza precedenti.
C’è da chiedersi quale sia stata, invece, l’utopia incarnata dentro il discorso neoliberale a partire dalla metà degli anni Settanta. Come ci ha mostrato Foucault, lo spostamento di asse dal principio regolatore dello scambio a quello della concorrenza, ha mutato radicalmente la grammatica della governamentalità liberale.
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Inflazione, svalutazione e quota salari
di Alberto Bagnai
Parliamo di cose serie.
Nel dibattito che si sta (forse) svolgendo a sinistra circa l'opportunità di uscire dall'euro, un argomento che viene portato avanti è quello secondo il quale dall'euro ci sarebbero due uscite: una a destra, e una a sinistra. Il che attribuisce all'euro un vantaggio, rispetto ad altri posti dai quali si usciva in un modo solo.
Ho un po' polemizzato su questo con Emiliano Brancaccio, anche perché, come avrete capito, mi ero risentito (ma ingiustamente) per un suo articolo nel quale pareva che dividesse gli economisti italiani in tre categorie: da una parte lui, e dall'altra due categorie di fessi: quelli che "fuori dall'euro c'è la guerra" e quelli che "usciamo e tutto si risolve per magia". D'altra parte, che ho un carattere di merda non riesco a nasconderlo. Nel frattempo abbiamo raggiunto un accordo sul fatto che la tassonomia degli economisti italiani è un po' più articolata, e possiamo tornare serenamente al lavoro.
Come credo sappiate, personalmente non ho mai sostenuto né che l'uscita sarà una passeggiata, né che risolverà tutti i problemi. L'uscita sarà costosa, ma i costi non saranno quelli che il terrorismo mediatico suggerisce. L'uscita non risolverà tutti i problemi, perché bisognerà gestire bene la sovranità riacquistata. Su questo ultimo punto il blog abbonda di spunti che sto sistematizzando nel mio libro. Diciamo che praticamente tutto quello che la sinistra propone per tenere in vita l'euro va bene, purché lo si applichi dopo l'uscita dall'euro. Ma di questo parliamo un'altra volta.
Tornando alle due uscite, io trovo il dibattito relativamente poco rilevante per due motivi. Il primo è che purtroppo questo dibattito si è già svolto, in Francia, con le critiche di Jacques Sapir al piano di Marine Le Pen. Sono critiche che hanno più che altro portato fortuna alla Le Pen, come sapete. Il secondo motivo, più serio, è che certo, bisogna pensare al dopo.
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Debunking Mani Pulite. By “La Stampa”
di Piotr (Пётр)
1. Su La Stampa.it nei giorni scorsi è apparsa una sorta di stranissima inchiesta a puntate sulla stagione di Mani Pulite:
- un’intervista all’ex ministro socialista Rino Formica (31 agosto), intitolata “Usa, che errore puntare tutto su Berlusconi, Fini e D’Alema”;
- un’intervista all’ex ministro socialista Gianni De Michelis (1 settembre), dal titolo “La Seconda Repubblica figlia di diplomatici e Fbi”;
- un’intervista all’ex ministro democristiano Cirino Pomicino (2 settembre), dal titolo “Ho sempre pensato che Tangentopoli fosse pilotata dalla Cia”.
Tutti potentissimi politici dell’ancien régime travolti dalla famosa inchiesta giudiziaria iniziata nel 1992.
Interviste rilasciate ai giornalisti della Stampa a seguito di quella in qualche misura clamorosa rilasciata prima di morire dall’ex ambasciatore americano in Italia Reginald Bartholomew alla medesima testata, intitolata: “Così intervenni per spezzare il legame tra Usa e Mani pulite”.
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Logistica e circolazione delle merci
Linee tendenziali di sviluppo strategico del capitalismo italiano
CSA Vittoria (Milano)
Per uscire dalla crisi che ha colpito il sistema di produzione capitalista negli anni '70 e per il conseguente rilancio di un nuovo ciclo di valorizzazione (e di accumulazione dei profitti), diverse e articolate sono state le misure adottate dal capitale che si sono, in estrema sintesi, mosse lungo due direttrici di massima: in primis, l'esternalizzazione e lo snellimento della produzione nonché l'implementazione del ricorso agli strumenti offerti dalla finanza e, poi, la deregolamentazione del mercato del lavoro (e la conseguente precarizzazione dei rapporti di lavoro) e la compressione dei salari.
Da un lato, infatti, pur mantenendo e conservando una forma fortemente centralizzata del comando negli stati a capitalismo avanzato, si sono sfruttate e create intere filiere transnazionali alla costante ricerca di luoghi ove produrre a costi inferiori (e con maggiori profitti) rispetto a quelli di origine, in virtù soprattutto dello sfruttamento di amplissimi bacini di forza lavoro senza diritto alcuno, né sindacalizzazione e con salari miserevoli (nonché di un esercito di riserva potenzialmente illimitato).
Riduzione dei costi del lavoro e snellimento della produzione (con esternalizzazione degli ulteriori “costi di gestione” della forza lavoro) perseguiti, in un contesto di ricerca continua di flessibilità, anche riducendo le dimensioni delle imprese non delocalizzatesi in altri territori attraverso appalti e sub-appalti o cessioni di interi rami.
Ciò con l'ulteriore obiettivo politico, di non secondaria importanza, di riuscire a disgregare e indebolire la classe operaia (e l'ampio movimento rivoluzionario che ha espresso) che, nel centro capitalista sempre in quegli anni (e soprattutto in Italia), aveva posto all'ordine del giorno l'alternativa sistemica conquistando nel contempo diritti e condizioni salariali fino ad allora impensabili, rappresentandosi quale vera e propria variabile indipendente rispetto alla produzione (e quindi all'antagonista di classe).
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Lo spread che vale una legislatura
Carlo Clericetti
Uno dei più persistenti dibattiti sui vari aspetti della crisi è quello che verte sul fatto che l’Italia sia costretta o no a chiedere l’intervento del Fondo salva-Stati per ridurre il costo del debito. E’ ormai universalmente accettato – visto che l’hanno affermato anche istituzioni internazionali oltre che politici ed economisti italiani e stranieri – che questo costo, assai più elevato per i paesi del sud Europa rispetto a quelli del centro-nord, dipenda per una parte rilevante non dalla sfiducia nella capacità dei vari Stati di ripagare i debiti, ma dall’ipotesi non del tutto improbabile di una rottura dell’euro. Se si tornasse alle monete nazionali quelle del sud subirebbero una svalutazione e le altre una rivalutazione, generando rispettivamente perdite o guadagni per i possessori dei titoli denominati nelle nuove valute. I rendimenti elevati richiesti alle monete del sud incorporano dunque il rischio di quelle perdite, mentre la possibilità di un extra-guadagno fa sì che gli investitori nelle monete del nord si accontentino di rendimenti bassissimi o addirittura negativi.
Il problema più grave non è comunque la maggiore spesa per il servizio del debito, ma il fatto che anche i tassi sui prestiti all’economia seguano l’andamento di quelli sui titoli pubblici, rendendo ancora più difficile alle imprese di questi paesi la competizione sui mercati. Così queste imprese subiscono un doppio strangolamento: quello della recessione indotta dalle misure di austerità, ulteriormente inasprite per i maggiori costi del debito; e quello di un costo del denaro doppio o triplo rispetto ai concorrenti esteri.
Una banca centrale veramente indipendente dalla politica avrebbe dovuto intervenire già da tempo per porre riparo a queste disastrose distorsioni.
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Replica a Randall Wray
di Sergio Cesaratto
Ecco tradotto in italiano l'intervento di Sergio Cesaratto in risposta a Randall Wray nel dibattito MMT/eterodossi, dove viene affrontato il punto se la piena sovranità monetaria sia condizione sufficiente per evitare le crisi di bilancia dei pagamenti.
"Il fatto che i singoli paesi non hanno più le loro valute e le banche centrali metteranno nuovi vincoli alla loro capacità di attuare politiche fiscali indipendenti. ... Ma ancora più inquietante è l'idea che con una moneta comune 'il problema della bilancia dei pagamenti' venga eliminato e, pertanto, che i singoli paesi siano sollevati dalla necessità di pagare le loro importazioni con le esportazioni. Al contrario: l'esistenza di una moneta comune rende un paese più direttamente dipendente dalla sua capacità di esportare, più di quanto non lo fosse prima ... ". Godley 1991
Ci sono due aspetti del dibattito che ha avuto luogo nelle ultime settimane (qui, qui, qui, e qui). Il primo riguarda principalmente il mio primo post e concerne la questione se la sovranità monetaria sia una condizione necessaria e sufficiente per qualsiasi paese per perseguire politiche di sviluppo e di piena occupazione; il secondo riguarda la crisi dell'Eurozona (EZ) che è stata oggetto del mio secondo post. Wray si concentra principalmente sul secondo tema, e io farò lo stesso. Nella parte 1 della mia risposta, però, mi soffermo brevemente sul primo aspetto che è in ogni caso preliminare e che comunque ci porterà a toccare i problemi dell'EZ. Le due questioni di cui ci occupiamo nella parte 1 saranno, rispettivamente, le seguenti: le preoccupazioni sulla bilancia dei pagamenti (BdP) sono irrilevanti per i paesi dotati di piena sovranità monetaria? Una unione monetaria può soffrire di problemi interni di bilancia dei pagamenti? La parte 2 sarà quindi dedicata alle spiegazioni di Wray della crisi dell'EZ.
Parte prima
1. Born in the USA
L'argomento principale del mio primo post era che la sovranità monetaria, anche se è una condizione necessaria per lo sviluppo e le politiche di piena occupazione, non è la bacchetta magica che può risolvere il vincolo estero a quelle politiche.
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C’è molto altro oltre il mainstream
Alessio Mazzucco intervista Stefano Lucarelli
Prima Monti, poi la Fornero e Passera, si sono detti ottimisti sull’uscita prossima dalla crisi. Valori economici quali disoccupazione e produzione industriale paiono smentirli: qual è la sua opinione sulle loro dichiarazioni?
La mia prima reazione è stata di incredulità: gli ultimi dati ISTAT (Giugno 2012) infatti indicano che il numero dei disoccupati (2.792 mila) è cresciuto del 2,7% rispetto a Maggio e, soprattutto, registrano una crescita su base annua del 37,5% (761 mila unità). Gli indici ISTAT della produzione industriale corretti per gli effetti di calendario registrano, a Giugno 2012, variazioni tendenziali negative in tutti i comparti. La diminuzione più marcata riguarda il raggruppamento dei beni intermedi (-10,2%), ma cali significativi si registrano anche per i beni di consumo (-8,0%) e per i beni strumentali (-7,5%). Le diminuzioni più ampie si registrano per i settori delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-14,6%), della fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-13,1%) e della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi (-12,9%). Nella media dei primi sei mesi dell’anno la produzione è diminuita del 7,0% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Quindi non sembrano esserci ragioni per essere ottimisti.
Giochiamo pure a fare l’avvocato del diavolo e ammettiamo che, nonostante il crollo innegabile della produzione industriale, gli investimenti privati in Italia potrebbero aumentare se l’incremento della disoccupazione si traducesse in un contenimento dei costi del lavoro e questi contribuissero a sostenere le esportazioni. Gli ultimi dati sul commercio estero rilevano in effetti un saldo commerciale positivo pari a 2,5 miliardi, con avanzi sia per i paesi extra Ue (+1,5 miliardi) sia per quelli Ue (+1,0 miliardi).
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La svendita del nostro patrimonio
di Piero Bevilacqua
E’ già accaduto che l’Italia si sia trovata in condizioni di gravi difficoltà finanziarie, gravata da un considerevole debito pubblico. Anzi, si può dire che il nostro Stato-nazione sorge, nel 1861, su una montagna di debiti contratti per sostenere le nostre guerre d’indipendenza. L’Italia, dunque, nasce indebitata, ma per ragioni ben diverse da quelle dei nostri anni. E tuttavia, allora come oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare una soluzione mettendo in vendita il nostro patrimonio: in quel caso il vasto complesso dei demani ereditati dai vari Stati regionali. Si trattava di un immenso complesso di terreni ed annessi che si pensò di vendere ai privati per risanare le esauste casse del pubblico erario.
Come ha ricordato una giovane storica, Roberta Biasillo, sulle pagine del manifesto (3 aprile 2012 ) contro questa scelta si levò la voce di un giuristadell’Italia liberale, Antonio Del Bon, che in un “manifesto“ del 1867 elencava con grande saggezza e competenza le ragioni che sconsigliavano la vendita del nostro patrimonio immobiliare. Egli consigliava, al contrario, di offrire ai privati le terre demaniali con un contratto di fitto venticinqunnale, così da non prosciugare i capitali di chi investiva, stimolando al contrario l’utilizzo produttivo dei terreni e lasciare tuttavia i demani in proprietà dello Stato, quale « Tesoro della Nazione… un tesoro produttivo indefinitivamente .>> da conservare anche per le future generazioni.
Ora, a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, ma di utilizzarli in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni che è bene non dimenticare.
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La famiglia italiana o della messa a morte dell’individuo
By Rino Genovese
La famiglia in Italia non è un semplice sottosistema all’interno del più ampio sistema della società, secondo una definizione tipica della teoria sociologica. E neppure un istituto da studiare nei termini della celebre triade hegeliana famiglia-società civile-Stato. È molto di più: è il cuore stesso di quella che può essere detta l’ideologia italiana.
Che cosa s’intende per “ideologia”? Ci sono significati del termine differenti tra loro, e qui sarebbe impossibile prenderli in esame. L’uso che ne propongo è comunque circoscritto. Ideologia sono le abitudini e i costumi più o meno tradizionali in quanto vissuti emotivamente dall’interno, così da permeare la vita sociale degli individui. Se il concetto di cultura, nel suo senso antropologico, descrive le usanze e i costumi mediante uno sguardo dall’esterno, nelle loro differenze o analogie rispetto a quelli di altre culture, l’ideologia considera queste usanze e questi costumi come un orizzonte intrascendibile, avvertito in quanto tale dagli individui stessi: un insieme di credenze per lo più tacite, scontate, mai messe in questione, che fanno da sfondo alla loro identità.
In Italia l’orizzonte intrascendibile è dato dalla famiglia. Negli altri Paesi europei ci si trova di fronte a una molteplicità di elementi riconducibili, in fin dei conti, all’individualismo occidentale moderno, spesso di matrice protestante, capace di staccare il singolo dai vincoli della parentela per proiettarlo nella società.
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Il debutto in società
di Elisabetta Teghil
La Jugoslavia, quando è stata aggredita, non aveva un ruolo strategicamente importante né con riferimento ai criteri del passato, cioè vantaggi militari, accesso al mare o ad un fiume navigabile, stretti, canali, alture……né a quelli odierni, cioè controllo di particolari ricchezze , petrolio, gas, carbone, ferro, acqua….
Per gli Stati Uniti, il Kosovo, che è stato il pretesto/occasione, non presentava e non presenta un interesse strategico nel senso passato e presente del termine.
Allora perché?
Per tre buoni motivi.
Il primo è la nuova legittimazione della Nato. Quest’ultima, concepita in funzione anti patto di Varsavia, una volta sciolto questo, non avrebbe avuto più motivo di esistere.L’aggressione alla Jugoslavia ha fornito agli Stati Uniti l’occasione per avviare il nuovo concetto strategico della Nato, e lo ha applicato alla nuora, la Jugoslavia, perché suocera intenda e cioè l’Europa, perché gli USA vogliono conservare ed accentuare la loro egemonia nel vecchio continente e non c’è spazio per un’organizzazione militare specifica dell’Europa occidentale.
Da qui, anche, la cooptazione nella Nato di paesi dell'Est europeo.
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Il manifesto politico di Mario Draghi (e i suoi limiti)
di Vladimiro Giacchè
È un segno dei tempi che sia un banchiere, anzi IL banchiere europeo per eccellenza, Mario Draghi, a proporre all’opinione pubblica europea il più importante manifesto politico di questi mesi. Perché l’articolo del presidente della BCE pubblicato sul settimanale tedesco “Die Zeit” (con un titolo cretino che la dice lunga sulle ossessioni monomaniacali dell’establishment di quel paese: “Così l’euro resta stabile!”) è un vero e proprio manifesto politico.
Certo, tutti i commentatori sono andati a cercare, in fondo al testo di Draghi, le parole sulla BCE e su quello che intende fare per evitare l’implosione dell’area valutaria. E non sono stati delusi. Draghi infatti afferma, a beneficio dei lettori tedeschi, che la BCE “farà quanto necessario per garantire la stabilità dei prezzi. Resterà indipendente. E opererà sempre nell’ambito del proprio mandato”. Ma aggiunge, a beneficio dei lettori di quasi tutti gli altri paesi europei, che “la fedeltà al proprio mandato può richiedere di andare oltre le consuete misure di politica monetaria”.
Questo avviene quando “nei mercati dei capitali predominano paura e irrazionalità, quando il mercato finanziario comune torna a suddividersi lungo le linee tracciate dai confini nazionali”: ossia quando, come sta accadendo in questi mesi, il mercato europeo dei capitali si balcanizza, con gli stati finanziariamente più solidi che riportano i soldi a casa e diventano rifugio di capitali in fuga dagli altri.
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Beneficio di inventario
Ezio Partesana
A diciotto anni dalla morte di Fortini, in una grande libreria del centro di Milano nessun suo testo è disponibile, eccezion fatta per i due volumi della manifestolibri e anche questi, mi informa cortese il commesso della Feltrinelli, sarebbero comunque da ordinare. Esco e sento una voce che conoscevo bene chiedere: Beh, Partesana, che cosa si aspettava?
È vero, se i titoli di Fortini mancano dagli scaffali delle librerie non è per chissà quale complotto contro la sua opera o censura delle sue idee, ma semplicemente perché non vendono; fategli avere i lettori di Pasolini, per dire, o di Umberto Eco e vedrete Einaudi e Garzanti affrettarsi a ristampare quanto hanno in catalogo e i distributori prenotare copie da consegnare alle librerie.
Meritano quindi il giusto riconoscimento quanti ancora insistono a conservare la sua eredità e a riflettere sul suo lavoro, siano essi il Centro studi che porta il suo nome o i poeti che scrivono (e assai bene) tenendolo per interlocutore e maestro. Purtroppo io non ho alcuna competenza per discutere di questi sforzi, e posso solo essere contento che non tutto sia andato disperso, lasciando a altri il lavoro faticoso della verifica e della critica. Esiste però nell'opera di Fortini anche un ordine di discorso, che potremmo per brevità chiamare “filosofico”, intorno al quale il silenzio è un po' cupo e le mie conoscenze meno lacunose, e che meriterebbe invece di essere oggetto di una discussione il più possibile collettiva e politica. Si tratta, dico, del rapporto tra produzione, opera letteraria e ideologia; “questione di frontiera” sì, ma anche luogo dove si intrecciano alcuni concetti cardine del pensiero di Fortini e buon osservatorio per comprendere cosa ne è stato di alcune sue tesi.
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L'antifascista
di nique la police
Pensare che le dichiarazioni di Pierluigi Bersani sul fascismo di Grillo appartengano esclusivamente ad un catalogo, oltretutto piuttosto ristretto, di banalità non significa solo trascurare l’importanza che ha la produzione di parole sui media. Anche se già qui sarebbe come pensare che Facebook è uno strumento banale, e non una complessa infrastruttura di reti sociali, solo perchè non è raro trovarci delle banalità. Bisogna piuttosto leggere le dichiarazioni di Bersani come una modalità di funzionamento della politica istituzionale. Un dispositivo da smontare piuttosto che qualcosa da ignorare o da insultare.
In questo senso l’accusa di “fascismo”, poi vedremo in che modo, lanciata da Bersani sostanzialmente contro Grillo e Di Pietro è qualcosa che merita un livello minimo di analisi. Facciamo un passo indietro: da tempo circola un video, commentato da Grillo e Di Pietro, dove Bersani, assieme ad altri protagonisti della politica istituzionale, è raffigurato come uno zombie. E qui bisogna vincere la voglia di affermare la verità, e cioè che Bersani e gli altri non sono solo dei morti viventi ma ne rappresentano l’epifania, e guardare alle reazioni del segretario del Pd. Bersani ha infatti accusato chi dà dello zombie ai dirigenti del Pd di essere un “fascista”, anzi un “fascista del web” che sta cercando di riproporre al paese una nuova stagione diciannovista. Tutte la categorie usate meritano attenzione. Vediamo come.
L’uso dell’accusa di fascismo all’interno della sinistra, e poi del centrosinistra, è vecchio più o meno quanto le camice nere. A lungo, entro modi e linguaggi molto diversi, l’accusa di fascismo è servita per indicare un pericolo esterno (il fascismo, appunto, in molteplici forme) ma anche quello di un forte autoritarismo interno alla sinistra (ed è qui che l’accusa di fascismo è stata scambiata, poi sostituita, con quella di stalinismo).
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Spunti di ‘critica preveggente’ nel Capitolo VI inedito di Marx
di Toni Negri
Quando si legge il Capitolo VI Inedito avendo già studiato il Libro I de Il Capitale, si è colpiti dalla potenza teorica e dalla chiarezza dell’esposizione di alcuni concetti che, quasi nel medesimo periodo, Marx costruiva, non altrimenti ma con altra intonazione, nel Libro I appunto. Non è solo su questa potenza teorica che noi vorremmo qui intrattenerci, vorremmo anche mostrare che la rilevanza del Capitolo VI Inedito consiste nel fatto che qui alcuni di quei concetti divengono la sorgente di importanti sviluppi della critica politica marxiana e permettono di cogliere, meglio, di orientare dei dispositivi teorici per una migliore comprensione del capitalismo contemporaneo. Infatti Marx qui sopravanza spesso la sua propria capacità di illustrare i perversi meccanismi dello sfruttamento capitalista e, mentre vede la tendenza svilupparsi, egli sembra collocarsi (teoricamente) nell’a-venire della lotta di classe contro il capitale. (Qui di seguito citiamo da K. Marx Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito. Risultati del processo di produzione immediato, La nuova Italia, Firenze, 1969 – trad. Bruno Maffi; prima ed. tedesca Arkhiv Marska i Engel’sa, tomo II (VII), 1933, pagg. 4 – 229. Vedi poi K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 2 vol., trad. Enzo Grillo; La nuova Italia, Firenze, 1968-70; K. Marx, Teorie sul plusvalore, trad. G Giorgetti, Editori Riuniti, Roma, 1971.)
I capitoli nei quali questa “preveggente critica” si costruisce, sono essenzialmente quelli che riguardano la definizione del plusvalore assoluto e relativo (con annessa considerazione dello sviluppo delle tecnologie e del macchinismo) e che di conseguenza elaborano le categorie di “sussunzione formale” e “reale”; quelli nei quali si costruiscono i concetti di “lavoro produttivo” e “lavoro improduttivo” e si insite sulla posizione e funzione della scienza all’interno del processo di valorizzazione del capitale; e in fine quelli che toccano il concetto e la misura della produttività del capitale e forse afferrano, scavando nell’estensione e nella densità sociali dello sfruttamento capitalista, l’immagine di un soggetto rivoluzionario che illumina l’orizzonte contemoporaneo.
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Un'agenda per l'autunno
di Sergio Cesaratto
L'elemento da cui deve partire un ragionamento di sinistra sul che fare nel prossimo autunno è che, rebus sic stantibus, reddito e occupazione in Italia continueranno a calare nel quadro di una stagnazione complessiva dell'Europa che costituirà, a sua volta, causa principale del rallentamento dell'economia globale. Non c'è luce in fondo al tunnel. Tale preoccupazione traspare nell'intervista pre-ferragostana che Stefano Fassina, il braccio destro economico di Bersani, ha rilasciato al Foglio (9/8); assai meno nella coeva intervista rilasciata da Bersani al Sole in cui egli rivendica la continuità europeista coi Ciampi e Padoa-Schioppa e, viene da desumere, col montismo: «Noi siamo quelli dell'euro... lealtà al governo Monti, lealtà verso il grande obiettivo europeo, responsabilità nella tenuta dei conti, nella riduzione del debito e nella costruzione di un avanzo primario»; sebbene la Germania abbia le sue responsabilità e abbia guadagnato dall'euro «noi paesi cosiddetti periferici dobbiamo riconoscere che dopo l'euro non abbiamo fatto i compiti a casa, non abbiamo approfittato dell'abbassamento dei tassi». E dagli coi «compiti a casa». L'obiettivo di diminuire il rapporto debito pubblico/Pil non è per la sinistra un obiettivo condivisibile, tanto meno nel quadro di stagnazione prima, e di aperta crisi ora, in cui la moneta unica ha condotto il paese. Né il debito pubblico costituisce un problema con bassi tassi di interesse, quelli che oggi vengono a mancare per la sciagurata inazione della Bce. Questo non per assolvere i casi di mala gestione pubblica, in particolare negli anni di Berlusconi. Ma non sulla tematica del debito pubblico la sinistra si deve crocifiggere. La Carta d'intenti del Pd è peraltro così vuota di contenuti che addirittura goffo è stato il tentativo di riempirla di temi - come le unioni civili - che sono punto di civiltà e non programma sociale, come chiosava domenica su questo giornale Alfio Mastropaolo.
Pur costituendo una base più ragionevole di discussione, il decalogo programmatico che Fassina ha proposto nella sua intervista ancora non copre in maniera soddisfacente il buco politico di Bersani.
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Taranto nel Mar grande delle contraddizioni globali di classe
di Davide Cobbe, Devi Sacchetto, Luca Cobbe
In modo intermittente, cioè in maniera molto diversa rispetto al passato, gli operai italiani ritornano costantemente al centro dello scontro politico di questo paese. Qualche anno fa quelli di Pomigliano e Mirafiori sono stati accusati di mettere a rischio i 20 miliardi di euro di investimenti promessi dalla Fiat e poi mai visti. Corrado Clini, che già si era allenato con gli operai di Porto Marghera, nella sua boutade agostana l’ha sparata ancora più grossa: gli operai dell’Ilva che chiedono ambienti salubri sono i responsabili della fuga degli investitori stranieri. Se nel caso della Fiat, qualche sindacato (la Fiom-Cgil e i Cobas) aveva provato a ridicolizzare Sergio Marchionne, nel caso di Clini il silenzio è piuttosto assordante. D’altra parte le forze politiche governative di ieri e di oggi amplificano il rimbombo, ammonendo che è in gioco niente meno che il futuro dell’Italia industriale. Emilio Riva d’altra parte non è un padrone qualsiasi e i verbali delle intercettazioni dipingono un quadro piuttosto articolato di persone coinvolte direttamente e indirettamente nella gestione ambientale e sanitaria. A quanto pare il buon padrone organizza la produzione, ma anche l’inquinamento e i sistemi destinati a nasconderlo. Vedremo quante notti carabinieri e custodi giudiziari passeranno a registrare che il flusso produttivo continua indisturbato. Intanto è piuttosto chiaro che tra Marchionne e Riva l’Italia industriale ne esce piuttosto male: quando non è sfruttata a pezzi sotto il marchio Chrysler, è sporca da fare schifo.
Forse per difendere tutto questo, Taranto sta diventando il crocevia di strategie sindacali, padronali e politiche. Qui ricadono le contraddizioni e i conflitti che da tempo attraversano la società italiana.
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Il Viale del tramonto... porta all'Alba dorata
di Alberto Bagnai
(sì, ho capito, mi faccio un culo come un secchio tutto il giorno... e allora vorrete privarmi di un quarto d’ora di sano divertimento? Suvvia, ho capito che la crisi è una cosa seria, ma non facciamone una malattia. A rilassarci ci aiuta l’ironia involontaria di tanti orecchianti, e anche quella, volontaria, lucida, disperata, del buon Basilisco.... per non parlare di quella buona pezza di santo subito che mi ha fatto modificare il titolo...).
Caro Alberto, non so se ricordi una fantastico film di Elio Petri del 1973 "La proprietà non è più un furto" dove Flavio Bucci interpreta un personaggio che si definisce marxista-mandrakista. Come sai io sono decrescista-leninista. Non si tratta di una scelta ma di una condanna inflittami dalla mia fede nelle leggi della termodinamica e dall'importanza che attribuisco all'epistemologia (non posso non stimare uno che dovendo fare la rivoluzione d'ottobre si preparava studiando l'empiriocriticismo di Mach). E tu sai bene quante discussioni abbiamo fatto e quante ne faremo su questi temi. Sono però costretto a riconoscere che gli ambientalisti di sinistra in Italia generano in me il più profondo sconforto (al di là dei casi estremi come Chicco Testa e Nichi Vendola per i quali forse la psicoanalisi può dare una risposta). Va bene, vogliamo fate la rivoluzione e farla verde. Avanti compagni! Ma cosa facciamo in attesa dell'ordine nuovo che verrà? Per esempio sull'euro che scelta bisogna fare? A me pare che su queste questione ci sia il più grande caos tattico mascherato con visioni epicamente strategiche (come tu stai facendo vedere nel blog). Qualche giorno fa ho mandato una lettera al Manifesto che non mi sembra sia stata pubblicata. Te la mando, magari ti può interessare. Marco Basilisco Aspetta, Marco: prima permettimi di dirti una cosa. Ci sono in Italia due partiti, o meglio due movimenti (più o meno riferiti a partiti), fautori di politiche pinochettiane di riduzione del “government footprint”, due schieramenti di nemici dello Stato e dell’intervento pubblico nell’economia. I loro orientamenti politici sembrano diversi, sembrano opposti: pensa, uno sembra di sinistra, e l’altro sembra di destra. Ma sono entrambi di destra. Li accomuna una cosa: l’incomprensione strumentale di cosa ha veramente detto Keynes (e di cosa ha veramente detto Keynes ci siamo occupati qui e qui), e, naturalmente, l’odio ideologico verso la contabilità nazionale. Oggi non voglio parlarti dei pinochettiani di destra, lasciamoli ragliare in pace perché non abbiamo bisogno di loro. Avremmo bisogno dei pinochettiani di sinistra, se gli si riuscisse a far capire due cose:
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Il numero della bestia collettiva
Sulla sostanza del valore nell’era della crisi del debito
di Matteo Pasquinelli
Non si legge Marx per avere una grammatica con cui descrivere a posteriori e dogmaticamente le lotte sociali (come fa la corrente detta ‘Hysterical Materialism’), ma lo si studia per vedere come i rapporti di produzione e il conflitto abbiano dato forma ai suoi concetti dall’interno
Il campo del valore e la bestia collettiva1. La concezione bicefala del valore in Marx. In molti oggi sostengono chein Marx (1867) si trovi una concezione bicefala del valore. Nel suo interessante libro More Heat than Light Mirowski (1989), ad esempio, mostra come Marx abbia attinto a due modelli in voga nella scienza del suo tempo per descrivere l’arcano della genesi del valore. In Marx comparirebbero per così dire una misura termodinamica e una gravitazionale del valore, una inspirata a Carnot e una a Newton, una metrica e una topologica, una basata sui cavalli vapore e una sul campo di forze, una basata sul tempo di lavoro e una sul lavoro socialmente necessario. Chiaro che nessuno dei due modelli si cuce perfettamente addosso al lavoro vivo: sulla questione ancora oggi ci si dibatte come in una camicia di forza. Proprio in questo quadro la rottura rappresentata dalla biopolitica foucaltiana è per Deleuze (1986) proprio l’introduzione del diagramma del potere come campo di forze, come macchina sociale astratta che va a sostituire il modello delle vecchie macchine termodinamiche. Anche se questa ambivalenza del testo marxiano è vera, e ogni lettura del palinsesto scientifico sempre affascinante, non è dalla prospettiva delle scienze dure che si dovrebbe cominciare a leggere Marx. Uno degli errori di Mirowski (e del suo sodale Georgescu-Roegen) sembra essere quello di credere che sia sempre un modello scientifico a influenzare nascostamente la teoria economica.
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Hamburger University
The Homeless Adjunct
Riprendiamo un articolo uscito recentemente su un blog americano, a proposito del processo di graduale privatizzazione e distruzione dell”istruzione universitaria pubblica negli Stati Uniti. Si tratta di un modello ancora ben lontano dal nostro, ma al quale, attraverso i successivi processi di riforma, ci stiamo lentamente avvicinando. La traduzione è di Enrico Natalizio, Paola Perin e Lorenzo Zamponi
Qualche anno fa, Paul E. Lingenfelter iniziò la sua relazione sul definanziamento della pubblica istruzione scrivendo: “Nel 1920 H.G. Wells scrisse: ‘La storia è sempre più una gara tra l’educazione e la catastrofe.’ Credo che fosse nel giusto. Niente è più importante per il futuro degli Stati Uniti e del mondo della diffusione e dell’efficacia dell’istruzione, in particolare dell’istruzione superiore. Io dico con particolare attenzione all’istruzione superiore, ma non perché la scuola dell’infanzia, la scuola elementare e quella secondaria siano meno importanti. Il successo ai vari livelli di istruzione dipende, ovviamente, da ciò che è accaduto prima. Ma bene o male, la qualità dell’istruzione post-secondaria e della ricerca influisce sulla qualità e l’efficacia dell’istruzione ad ogni livello.”
Negli ultimi anni le discussioni sui vari aspetti per i quali le nostre università non funzionano sono cresciute come l’accumularsi di nubi temporalesche. Il dibattito verte sugli scarsi risultati scolastici nei nostri laureati, sulle tasse studentesche fuori controllo e sui rovinosi prestiti d’onore. Finalmente si presta attenzione agli stipendi enormi dei presidenti e degli allenatori sportivi e allo status riservato alla maggioranza dei docenti: simile a quello dei lavoratori migranti. Ora ci sono movimenti che vogliono limitare le tasse studentesche, condonare i debiti degli studenti, creare più potenti strumenti di “valutazione”, offrire materiali didattici gratuiti online e combattere lo sfruttamento dei docenti a contratto. Ma ognuno di questi movimenti si concentra solo su un particolare aspetto di un problema molto più ampio e nessun aggiustamento su questi singoli punti affronta la vera ragione per cui le università in America stanno morendo.
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