Dollari, dazi e dominio
di Massimo De Angelis
Prendendo spunto da Quo Liang nel suo Arco dell’impero, il mio punto di vista generale è che l’egemonia del dollaro possa essere descritta come un imperfetto meccanismo di respirazione della mostruosa macchina del capitale globale. Inspirazione: capitali e denaro rifluiscono negli Stati Uniti. Espirazione: capitali e denaro fuoriescono. Va da sé che a questo flusso è associato lo scatenarsi di dinamiche differenziate e pressioni per la ristrutturazione dei rapporti di classe in tutto il mondo. Da questa prospettiva, il paradosso di Triffin non è tanto un paradosso quanto lo sarebbe avere troppo o troppo poco ossigeno nei polmoni.
Il respiro tossico del dollaro
Il paradosso di Triffin descrive la trappola economica che si verifica quando la valuta di un paese – come il dollaro statunitense – diventa la valuta di riserva di riferimento a livello mondiale. Per far funzionare il commercio internazionale in modo minimamente fluido, il mondo ha bisogno di una valuta affidabile e universalmente accettata. Questo significa che il paese che emette tale valuta -attualmente gli Stati Uniti – deve immettere nel sistema globale una quantità sufficiente di dollari. L’unico modo per farlo è attraverso deficit commerciali persistenti: gli Stati Uniti acquistano più dal mondo di quanto vendano. Tuttavia, questo flusso costante di dollari comporta un problema: più gli Stati Uniti importano e accumulano deficit commerciali, più aumentano il loro debito. Col tempo, ciò può minare la fiducia globale nel dollaro stesso. Se i paesi iniziano a dubitare del suo valore, si scatena instabilità finanziaria. Ma c’è un vicolo cieco: se gli Stati Uniti tentano di rimediare riducendo i deficit commerciali – cioè diminuendo la quantità di dollari in circolazione – il mondo si ritrova improvvisamente a corto di liquidità in dollari. Il commercio internazionale rallenta, l’economia globale frena, e le valute emergenti trovano più spazio per sfidare il ruolo egemonico del dollaro.




Sembrava una rivoluzione: si sta trasformando nella solita vecchia zuppa riscaldata. Alla prova dei fatti, il terremoto Trump sembra essersi ridotto sostanzialmente alla più prevedibile delle strategie: l’impero in declino che dichiara guerra alla nuova potenza emergente, a prescindere da quanto sia pacifica; un obiettivo che nell’Occidente suprematista sembra mettere d’accordo un po’ tutti, a partire dai progressisti e dai sinceri democratici come Stefano Massini. Ce l’avete presente? E’ diventato uno dei punti di riferimento della sinistra ZTL grazie ai suoi monologhi a Piazza Pulita: ha passato mesi e mesi a sfrucugliarci le palle tessendo le lodi dei cantori del Serrapiattismo e con invettive di ogni genere contro Trump per poi scoprire, all’improvviso, che su quello che conta davvero la sintonia col tycoon è totale. Ed ecco, così, che mentre Trump dichiarava la sua guerra commerciale per tentare di impedire a Pechino e al popolo cinese di portare a termine il suo processo di emancipazione anticoloniale, il nostro agitatore culturale ha dedicato il monologo della settimana al vero nemico del mondo libero, del progresso e della libertà: Xi Jinping che, come dice Massini, non solo ha deciso che “rimarrà presidente a vita”, ma che addirittura avrebbe imposto che “non c’è pensiero, non c’è cosa che egli pensi o dica, che non diventi automaticamente parte della costituzione cinese”. Giuro eh, non è una perifrasi: ha detto proprio letteralmente così. Caro Stefano, te lo dico io cosa è: una puttanata, ecco cos’è. Una puttanata di un suprematista che pensa di essere democratico, ma è democratico come erano democratici i greci: democratici aspiranti proprietari di schiavi, e quando lo schiavo si ribella si indignano e gli danno del selvaggio. Sapesse, contessa, non sapeva nemmeno come si apve un’avagosta…
L’enorme debito pubblico statunitense [1] così come la posizione finanziaria netta negativa degli USA [2] che comprende lo squilibrio della bilancia commerciale (eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni, che è come vivere al di sopra delle proprie possibilità) peraltro in condizioni di dedollarizzazione sono diventati sempre più difficilmente gestibili. Per affrontare questa difficile situazione, Trump tenta di prendere il toro per le corna con la strategia dei dazi. Egli, infatti, non intende ricorrere a un aumento della pressione fiscale sui cittadini statunitensi ed ha anzi chiesto al Congresso di abolire l’imposta sul reddito. “Non abbiamo bisogno di tassare a morte la nostra gente”, “Dobbiamo tassare i paesi che si approfittano di noi.” Ha perciò avanzato l’idea di sostituire il gettito derivante dall’imposta sul reddito con entrate provenienti da dazi sulle merci importate. Questo approccio si ispira a un modello storico, quando gli Stati Uniti finanziavano il governo principalmente attraverso i dazi, prima dell’introduzione dell’imposta sul reddito nel 1913.
“Mondocane video”, canale Youtube di Fulvio Grimaldi
Il Trump del secondo mandato non è solo il nome del declino palese dell’egemonia statunitense e dell’ordine mondiale a essa connesso, ma ne è probabilmente anche il precipitatore, il fattore accelerante. Questo è almeno il quadro entro cui è leggibile la politica estera dell’attuale presidenza. Io vorrei, però, mettere in relazione questa gesticolazione imperialista degli Stati Uniti e una tendenza di fondo che emerge nella sua politica interna, ossia l’attacco nei confronti delle istituzioni scientifiche e del contropotere costituito dai media cosiddetti mainstream. Su tale fronte, di guerra dichiarata nei confronti dei “nemici interni”, l’azione di Trump indica una più generale modalità di governo, che potremmo anche chiamare di “populismo autoritario”, ma che s’iscrive, in sostanza, in una 
Lo scorso 2 aprile, il presidente americano Donald Trump dichiarava un’“

È diventato un luogo comune descrivere le politiche economiche di Trump come un radicale allontanamento dalla traiettoria recente. Michael Hudson non è d’accordo. Spiega perché la parte apparentemente innovativa, il massiccio ricorso ai dazi, rappresenti la continuità delle politiche neoliberiste e libertarie, volte a ridurre il ruolo del governo nella vita commerciale e privata. Sostiene che, pertanto, abbiano ben poco a che fare con la “ricostruzione” dell’America e siano intese a consentire ai super-ricchi di ottenere ancora di più dai cittadini comuni.


“Gli Stati Uniti hanno introdotto una forma di controllo della curva dei rendimenti e da questo momento i tassi sui Treasuries decennali sono di fatto “amministrati”. Il ministro del Tesoro Bessent ha dichiarato apertamente che i tassi a breve sono un problema della Fed ma quelli a lunga sono un problema che riguarda il Tesoro degli Stati Uniti. Da questo momento è stato quindi introdotto un cap sui tassi a 10 anni e l’America si appresta a utilizzare l’Exchange Stabilisation Fund, che è un fondo speciale d’intervento gestito dal ministero del Tesoro, per controllare il livello dei tassi a lungo termine.
I tempi di cambiamento sono sempre tempi confusi. Il mio amico Pierluigi Fagan direbbe che sono tempi complessi
Sembra che i recenti sviluppi della politica statunitense successivi alla elezione di Trump abbiano colto impreparati moltissimi commentatori, anche “di sinistra”, mentre, al contrario questi sviluppi erano prevedibili per altri osservatori più attenti allo svolgersi degli eventi.
In quest’intervista, Thomas Fazi espone la sua opinione sulla guerra in Ucraina. L’analista smonta pezzo per pezzo la narrazione ufficiale, denunciando il ruolo delle élite europee nel prolungamento del conflitto e svelando le forze che ne determinano le scelte: dai legami strutturali tra Bruxelles e Washington al potere del complesso militare-industriale. Secondo Fazi, l’Europa avrebbe tutto da guadagnare da una fine della guerra, ma continua a sostenere l’escalation per motivi economici, politici e ideologici. L’analista delinea una rete di interessi profondi, che coinvolge anche i grandi fondi di investimento come BlackRock, e condiziona le politiche europee. Attraverso una riflessione provocatoria e accurata, Fazi mette in luce le gravi conseguenze sociali di questa strategia: austerità, tagli al welfare, militarizzazione della società e il rischio crescente di una deriva autoritaria. Un’analisi spiazzante su come il continente stia sacrificando il proprio futuro sull’altare di una strategia profondamente autolesionista. «Esiste un legame strutturale tra il grande capitale europeo e il grande capitale statunitense, in particolare quello di Black Rock». L’analista italo-inglese Thomas Fazi è tranchant. Figlio dell’editore Elido Fazi, 42 anni, attento osservatore delle dinamiche europee, mette in luce le contraddizioni della politica europea sulla guerra in Ucraina.
Cantano le Erinni in Europa, e la guerra appare sempre più inevitabile quanto, paradossalmente, improbabile. Con quale arme, infatti, ci si chiede attoniti? Ma ancor più, ci si domanda con quale esito, visto che il nemico designato è una potenza nucleare e che da circa tre generazioni (molti più dei venti aleggiati da Vance
Da una notizia apparsa su Avvenire del 30 marzo scorso apprendiamo che in 34 paesi si vendono droni e prodotti bellici da parte di un mega-esportatore turco di nome Baykar. Dopo aver rifornito l’Africa, ora questa azienda punta a conquistare i nuovi mercati di America Latina, Ue e Nato. La Turchia, oltre a essere il secondo esercito Nato in ordine di importanza, sembra quindi essere il 4° fornitore bellico in Paesi africani (Somalia, Etiopia, Nigeria, Togo, Burkina Faso, Libia, Mali, Marocco), oltre l’Ucraina, secondo le affermazioni del ministro degli Esteri Hakan Fidan. Si tratta di piattaforme economiche e funzionali alla ricognizione, alla sorveglianza, all’intelligence e ai bombardamenti di precisione.
Oggi l’Unione Europea e i paesi che ne fanno parte si trovano nella scomoda posizione di combattere contemporaneamente su tre fronti e tutti rilevanti: contro gli Stati Uniti e il suo Presidente, che d’altro canto non fa mistero del suo disprezzo per il nostro continente; ovviamente contro la Russia nostro nemico giurato (è da poco che Bruxelles ha ribadito che le sanzioni alla Russia non saranno tolte se non dopo che il paese avrà ritirato e senza condizioni tutte le sue truppe dal suolo ucraino) e infine contro la Cina, non mancando occasione da parte dei dirigenti dell’UE di cercare di mettere i bastoni tra le ruote a tutte le attività del paese asiatico nel nostro continente.
Se osserviamo l’attuale fase macro geopolitica, fondamentalmente caratterizzata dal manifestarsi del declino occidentale, è possibile notare che la politica strategica adottata da quella che era la potenza-fulcro dell’occidente, ovvero gli Stati Uniti, è caratterizzata da una contraddizione fondamentale. L’obiettivo strategico statunitense, infatti, non è semplicemente quello di rallentare il declino, o di limitarne la portata, ma quello di invertirne il corso, di ricostituire e riaffermare la posizione egemonica nordamericana sul resto del mondo. E, date le attuali condizioni dell’impero americano, questo richiede tempo. Rimettere la potenza statunitense in condizione di affrontare e vincere i paesi che ne sfidano l’egemonia, impone la necessità di guadagnare tempo. Sotto questo profilo, la scelta operata dal blocco di potere che ha preso la guida degli USA è quella di cercare di dividere questi paesi – in particolare quelli più agguerriti – sia per cercare di sconfiggerli separatamente, uno alla volta, sia per impedire che la consapevolezza della forza derivante dalla loro sommatoria li induca invece a colpire per primi.


I Prolegomeni all’Ontologia dell’essere sociale possiedono il valore di un testamento, per il fatto di essere l’ultimo grande testo filosofico di Lukács. Vennero infatti redatti poco prima della sua morte.
1. Presentazione del percorso di ricerca
Per la Palestina, Gaza e Cisgiordania, Trump ha annunciato l’inferno. Il governante che col capo di quella struttura potrebbe benissimo gareggiare per il primato delle atrocità, lo va praticando da 16 mesi. Se non da anni, se non da 8 decenni.
Polizze, conti deposito, cartolarizzazioni, riduzioni fiscali. Il riarmo europeo finanzia ben poco l'Ue, anche perché oltre la metà si traduce in acquisti di armi prodotte negli Usa. La nuova economia violenterà il Welfare e coltiverà odi nazionalistici destinati a distruggere il senso di convivenza collettiva
1. Introduzione
Un’epifania: Rossana ha appena scoperto che il suo professore di filosofia è un comunista. Lei ha 19 anni, è il 1943, Milano è occupata dai nazisti. Il professore, 
Convinti con Marx che la coscienza degli uomini sia il risultato del processo determinato e impersonale del rapporto degli uomini con i mezzi della produzione e con la natura. Allo stesso riteniamo così sia per lo sviluppo di tutte le scienze, tra le quali vi è la storiografia e il ruolo dello storico che ne discende. Contestiamo, perciò, tutte quelle concezioni che ritengono che il motore della storia sia il risultato della volontà degli uomini e della capacità di far uso della ragione. Sarebbe, perciò, il libero arbitrio degli uomini a guidare la storia. Solo che anche la concezione del libero arbitrio altro non è che un costrutto materiale e il risultato di precisi processi storici. E’ chiaro che seguendo la forza storica di questa concezione – che si impone dal Rinascimento e raggiunge la piena maturazione nell’Illuminismo e nella formulazione del “sapere aude”, tutto quanto ne consegue è giustificato. Si rimane senza argomenti di fronte all’arringa finale dell’ex “comunista” Rampini: «[...] e va bene, noi Occidentali abbiamo insanguinato l’Africa, eppure ora la durata della vita media in Africa è superiore rispetto al passato grazie a noi. Grazie a noi in Africa quasi tutti posseggono un telefono cellulare e si connettono al mondo ».
Mettere l’elmetto alla “generazione fiocco di neve”







































