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Tripoli, bel suol d'amore
Piero Pagliani
Tripoli, bel suol d'amore,
ti giunga dolce
questa mia canzon,
sventoli il Tricolore
sulle tue torri
al rombo del cannon!
«Lo storico, il quale in avvenire vorrà ricostruire questo torbido periodo della nostra vita nazionale, dovrà giudicare che la cultura italiana nel primo decennio del secolo XX doveva essere caduta assai in basso, se fu possibile ai grandi giornali quotidiani e ai giornalisti, che pur andavano per la maggiore, far credere all’intero Paese tutte le grossolane sciocchezze con cui l’impresa libica è stata giustificata e provocata.
Non esistevano, dunque, in Italia studiosi seri e coscienziosi? Cosa facevano gli insegnanti universitari di geografia, di storia, di letterature straniere, di diritto internazionale, di cose orientali? Credettero anch’essi alle frottole dei giornali? E se non ci credettero, perché lasciarono che il Paese fosse ingannato? Oppure considerarono la faccenda come del tutto indifferente per la loro olimpica serenità? La risposta a queste domande non potrà essere molto lusinghiera per la nostra generazione».
«Ma i nazionalisti e i gazzettieri tripolini sanno tutto. Per essi una notizia, vera o fallace che sia, purché risponda ai loro preconcetti, è sempre buona, e va subito messa in circolazione senza ritardo».
Gaetano Salvemini e altri, "Come siamo andati in Libia," La Voce, Firenze 1914.
La chiusa a queste citazioni potrebbe essere il refrain di una vecchia canzone pacifista di Pete Seeger, a suo tempo cavallo di battaglia di Joan Baez: “When will they ever learn?”, “Quando mai impareranno?”.
In realtà quel che è urgente chiedersi è quando mai imparerà la sinistra italiana. Specifico “italiana”, perché la sinistra mondiale in generale questa lezione l’ha capita di gran lunga meglio.
Non è un caso, il nostro Paese è una anomalia, in quanto è l’unico dell’Europa Occidentale dove ex comunisti si sono suggeriti e sono stati accettati come nuova classe dirigente del dopo caduta del Muro di Berlino.
Così in Italia di punto in bianco la maggior parte dei comunisti sono diventati ex-comunisti o addirittura “mai-stati-comunisti” mettendosi al servizio degli USA e delle loro propaggini economiche e militari in Europa.
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L'internazionalismo del capitale e il localismo del lavoro
Piero Bevilacqua
Una domanda si aggira inquieta per le menti d'Europa che pensano alla politica come alla leva della libertà dei popoli e del governo del mondo. Per quali ragioni, il neoliberismo, la travolgente iniziativa capitalistica, avviata negli '80 in Gran Bretagna e in USA, e diventata pensiero unico planetario, è ancora così vivo e dominante in quasi tutti gli Stati? Eppure, quella stagione è finita nel fango della più grave crisi degli ultimi 80 anni. Non solo. Essa ha mancato pressocché tutti i suoi obiettivi dichiarati. Non ha creato nuovi posti di lavoro, anzi la disoccupazione è dilagata ben prima del tracollo del 2008, nonostante le imprese abbiano ottenuto dai vari governi nazionali flessibilità e precarietà dei lavoratori mai sperimentate prima. Alla fine degli anni '90, come ha mostrato un grande esperto del problema, Kevin Bales si potevano contare ben 27 milioni di schiavi diffusi nei vari angoli della terra. E nel 2000 erano al lavoro ben 246 milioni di bambini. Uno scacco alla civiltà umana che non può certo essere compensato dai nuovi ricchi affacciatisi al benessere nei paesi a basso reddito. Ma forse il fallimento più grande il progetto neoliberista l'ha subito sul terreno che gli è più proprio: la crescita economica. Tra il 1979 e il 2000 il tasso medio di crescita annuale del reddito mondiale procapite – come ha mostrato Branco Milanovic – è stato dello 0,9%. .Assolutamente imparagonabile al 3% e talora oltre dei periodi precedenti.
E allora? Com' è che a questa generale e inoccultabile sconfitta sul terreno economico non è corrisposta una pari disfatta sul piano politico? Non siamo così meccanicisti da non comprendere la diversità dei piani messi a confronto e la differente temporalità dei fenomeni che si agitano nelle due diverse sfere sociali. Ma la domanda si pone.
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Meltdown
di Augusto Illuminati
Il meltdown, fusione o scioglimento del nucleo di un reattore – il più grave incidente atomico civile – contrariamente alle altre catastrofi naturali magari di minore gravità, non rientra nel catalogo della shock economy, non si presta cioè all’uso strumentale dell’emergenza per consentire al potere di scavalcare i limiti consueti o più in generale per realizzare campi repentini di strategia. Infatti chi governa non può esimersi della responsabilità dell’incidente scaricandolo sulla natura maligna e facendo appello a una solidarietà che abbraccia tutte le parti contrapposte a favore di qualche superiore interesse universale, che si rivelerà in seguito interesse ben circostanziato e di parte. Inoltre, mentre un terremoto o uno tsunami può essere occasione per una sospensione delle libertà politiche o per il controllo dell’informazione, un incidente nucleare deve essere occultato o minimizzato per non attuare cambiamenti indesiderati di strategie produttive e non scatenare reazioni indignate. La paura gestita, insomma, gioca un ruolo completamente opposto nei due casi.
Le dichiarazioni del premier giapponese Naoto Kan a proposito della situazione delle centrali Fukushima 1 e 3 e altre minori rivelano allarme pur nel tentativo di esorcizzare il pericolo («non sarà un’altra Cernobyl»). Quelle dei governanti italiani, degli oppositori di comodo (Casini e Fini) e dei servi aggratis (l’indimenticabile Chicco Testa) sono invece grottesche, grazie alla distanza e al fatto che il programma nucleare italiano ha la consistenza del progetto del ponte sullo Stretto di Messina.
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Federalismo o feudalesimo?
Marco Esposito
Le tasse del Nord restino al Nord. E quelle di Belluno ai bellunesi? Quando ogni territorio rivendica la propria sovranità fiscale non si produce una riforma tributaria ma il ritorno al Medioevo
Decreto più decreto meno, il federalismo fiscale è ormai in dirittura d’arrivo. E già si intravedono i delusi. C’è chi si aspettava di più, c’è chi teme di averci rimesso le penne. Una cosa però è certa. Il Carroccio è riuscito a vincere una battaglia culturale: convincere gli italiani tutti del principio che le tasse sono dei territori, con le province ricche che per generosità più o meno forzata danno una mano a quelle meno fortunate.
Parlare di “tasse dei territori” sembra una banalità, quasi un fatto ovvio e invece la potestà dei territori sulle imposte ricorda il feudalesimo più che il federalismo. In Italia dalla fine del Medioevo non esistono tasse pagate “dai territori”. Infatti chi versa le imposte, il contribuente, può essere una persona fisica, cioè un cittadino, o giuridica, cioè un’impresa. Non è mai una città, una provincia, una regione. Eppure, con uno dei tanti cortocircuiti linguistici ideati dai leghisti, si parla ormai senza più farci caso di “Nord che paga le tasse”. “Tasse del Veneto”. Si dirà: si intende “cittadini e imprese del Nord (o del Veneto) che pagano le tasse”. Ma la differenza c’è ed è concettualmente decisiva.
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Attenti al virus mutante della Lega
di Alberto Burgio
Tutti guardiamo a Berlusconi e alle sue sorti e rischiamo di sottovalutare il ruolo di un altro protagonista della scena politica. Questa legislatura ha visto la Lega Nord conseguire importanti risultati. Il partito di Bossi, guidato in modo ferreo (a dispetto delle sue articolazioni) da un gruppo dirigente spregiudicato e abile, occupa posti-chiave nel governo (in particolare gli Interni e quella Semplificazione normativa che è il vero Ministero per le riforme istituzionali) e una posizione strategica in forza dell'asse con Tremonti. L'alleanza col Pdl gli ha permesso di dilagare nel sottogoverno (sia in periferia che a «Roma ladrona», nei consigli di amministrazione di banche, partecipate e media) e di rafforzarsi negli Enti locali (a cominciare dalle presidenze di Piemonte e Veneto e dalla vice-presidenza della Lombardia). In modo speculare, lo sradicamento della sinistra moderata dal mondo del lavoro dipendente e dalle fabbriche ha consentito alla Lega di conquistare consensi negli stessi settori più avanzati della classe operaia. Tutto questo è (dovrebbe essere) noto da tempo, ma ora c'è una novità. In queste settimane è emersa in modo plateale la capacità della Lega di sfruttare le crisi altrui (e persino le proprie) per trarne vantaggi.
L'esempio più evidente riguarda le rivolte nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Non è inverosimile che la Libia cessi di fungere da posto di blocco per i migranti. La Ue evoca esodi biblici. E Bossi si frega le mani per il dono inatteso: tutta manna per la propaganda leghista, per l'appello razzista alla paura e all'identità.
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Ecco come funziona davvero il Quantitative Easing
di Edward Harrison
Se volete una spiegazione precisa del quantitative easing, eccola qui. Descrivo qui la meccanica di base e il meccanismo di trasmissione al resto dell'economia. Nella misura in cui esiste della documentazione ufficiale, vi farò riferimento, al fine di utilizzare la stessa voce della Fed nel descrivere il QE. Cominciamo con la meccanica.
La Meccanica del QE
Nel marzo del 2010, la Fed ha descritto il QE in un documento scritto da Joseph Gagnon, Matteo Raskin, Julie Remache, e Brian Sack sul sito web della New York Fed:
Così il quantitative easing è semplicemente un acquisto su grande scala di assets (LSAP = large scale asset purchases) da parte della banca centrale. La banca centrale per legge può acquistare un'ampia gamma di attività, compresi i titoli del Tesoro, ma non solo, anche titoli garantiti da ipoteca, o le obbligazioni municipali (vedi Blanchflower: The Fed Should Buy Munis And Monetize State Debt).
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Un panorama teorico
Gianfranco La Grassa
PARTE PRIMA
Una succinta storia (ragionata) dello stato della teoria
1. L’intervista a Hobsbawm sul suo ultimo libro è a dir poco penosa. Già la risposta alla prima domanda, in cui dice di essersi accorto del ritorno di Marx da un’affermazione di Soros, fa accapponare la pelle. Sarebbe far torto allo storico inglese cercare la scusa dell’età. D’altra parte, sarebbe sbagliato poiché ormai giovani e meno giovani pseudo-marxisti, tanto paludati e propagandati quanto ignoranti circa il pensiero del grande pensatore, dicono più o meno le stesse sciocchezze. Non cercherò nemmeno di confutarle perché è impresa praticamente inutile e tediosa. Meglio prendere lo spunto per riflettere ancora una volta sulle proprie derivazioni culturali e teoriche, cercando di non tradire un pensiero rivoluzionario, cercando di non deprivare talmente Marx della sua carica innovativa da farlo sembrare un semplice seguace di altri autori che ne hanno assai meno.
Intanto, dico subito che è vergognoso cercare di far passare Marx per filosofo. Anche nel bar di periferia dove vado a fare colazione la mattina, un avventore qualsiasi sa grosso modo che Marx ha scritto Il Capitale. Qualcuno, appena più colto, ha sentito dire che è il fondatore della “critica dell’economia politica”. Che alcuni scribacchini, presi per colti intellettuali, non lo sappiano è impossibile; che trascurino l’evidenza dimostra soltanto la loro ignoranza dei minimi rudimenti di una teoria delle scienze sociali.
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A che punto è la notte
di Alessandro Leogrande
È un dato di fatto acquisito. Ormai, e da tempo, parliamo di Berlusconi non solo come presidente del consiglio, ma utilizziamo i termini “berlusconiano” e “berlusconismo” come aggettivo e come sostantivo per definire l’Italia di oggi, o almeno una sua parte consistente. Quanti presidenti del consiglio nella storia italiana sono diventati un aggettivo (o un “-ismo”) per definire un preciso periodo storico? A partire dall’Unità non sono stati molti. Anzi sono decisamente pochi: Crispi, Giolitti, Mussolini, Andreotti, Craxi… e poi c’è Berlusconi. De Gasperi è stato un grande personaggio politico, ma pochissimi utilizzano l’espressione Italia degasperiana, e decisamente nessuno l’espressione Italia togliattiana, Italia nenniana, Italia berlingueriana – a parte il fatto che questi ultimi tre non sono mai stati presidenti del consiglio.
Insomma, qui abbiamo un dato linguistico molto forte. Berlusconi è quindi un fenomeno politico che diventa categoria a sé, e definisce un’epoca storica. Questo non è successo molte volte nella storia del paese, ma, quando è successo, il paese si è ritrovato sistematicamente peggio di quando ciò non è accaduto. Come ha detto intelligentemente Cafagna, questo è un paese che non è andato avanti nei momenti di grandi tragedie o in presenza di grandi figure titaniche, bensì quando ci sono stati dei compromessi, i più avanzati possibili. È un’idea non nuova. Anche Giuseppe De Rita una volta, intervistato su questa rivista, ha sostenuto che gli unici momenti nella breve storia unitaria in cui si è cercato di governare questo paese sfasciato, come nel caso del primo centrosinistra, si è trattato di periodi in cui era evidente il maturare di un rapporto dialettico tra correnti, tra partiti diversi o tra figure diverse all’interno dello stesso partito. Nessuno può definire quei governi come la piena realizzazione della democrazia o come il paradiso in terra, ma erano sicuramente degli esperimenti politici che non si potevano identificare con l’uomo forte tout court.
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Che accade in Libia?
di Domenico Moro
Moisés Naim sulla prima pagina del Sole24ore ha definito "asse dei confusi" il gruppo, composto da Hugo Chavez, Daniel Hortega e Fidel Castro, che si rifiuta di denunciare il dittatore Gheddafi per il massacro di civili innocenti. Naim ha, però, scordato di includere un altri due "confusi" nella sua lista. Si tratta di Mike Mullen e Robert Gates, rispettivamente capo degli Stati Maggiori Riuniti e ministro della Difesa statunitensi. I due, come riportato da Rampini il 3 marzo, hanno "persino negato che esistano prove sul fatto che Gheddafi abbia usato aerei ed elicotteri contro la popolazione".
Eppure, il 24 febbraio il Sole24ore aveva titolato: "Fosse comuni a Tripoli, paese spaccato", Per l'emittente Al-Arabiya i morti sarebbero già10mila, secondo altre fonti "un migliaio", e il 27 febbraio: "Bombe su tripoli, 250 morti, l'aviazione colpisce i manifestanti - Il vice ambasciatore all'Onu: genocidio". Quella che doveva essere la prova provata, il video del cimitero delle fosse comuni mostrato per giorni a mezzo mondo, si è rivelato essere vecchio e inerente ai lavori di ristrutturazione del cimitero di Tripoli, come precisato dall'inviato della Stampa il 26 febbraio.
Quasi sempre le notizie di massacri di civili riportate dai media si basano su lanci della britannica Reuter, a loro volta fondati su racconti telefonici di libici, ovviamente del fronte anti Gheddafi.
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Salvataggio fallito: ecco perché la Grecia è di nuovo in pericolo
Vladimiro Giacchè
Come già più volte accaduto nel corso della tempesta che dalla primavera scorsa infierisce sul debito sovrano dei Paesi europei, il governo tedesco ha affidato il compito di testare le reazioni alle sue nuove proposte alle “indiscrezioni” rilanciate dal settimanale “Der Spiegel”: una sorta di Merkeleaks. Questa volta si tratta del Meccanismo Europeo di Stabilità, una specie di Fondo Monetario Europeo, con una potenza di fuoco complessiva di 500 miliardi di euro.
Ad esso dovrebbero contribuire i Paesi membri della zona euro, in proporzione alla quota di partecipazione alla Banca Centrale Europea (quindi con un rilevante contributo italiano). Questa proposta, presentata come una grande concessione ai Paesi in crisi, è accompagnata dalla consueta lista della spesa delle cose da fare: abolire la scala mobile (abbiamo scoperto che essa è ancora in vigore in diversi Stati europei, e che alcuni governi la ritengono essenziale per motivi di equità e di stabilità sociale), alzare l’età pensionistica, mettere in costituzione il divieto di deficit pubblici, e soprattutto accettare un meccanismo automatico di sanzioni (non previsto dal Trattato di Maastricht) per chi non rientra rapidamente da debiti pubblici eccessivi.
Tutti provvedimenti assai opinabili.
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The Battleground
John Perry Barlow ha affermato che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno.140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche e gigabyte di archivi digitali.
A partire dall’esplosione del Cablegate del dicembre 2010 fino alle rivolte che stanno attualmente infiammando il Nord Africa, hanno cominciato a prodursi all’interno del sistema informativo globale fratture che sembrano ormai insanabili.
Dal punto di vista del ruolo di Internet esse producono un prisma analitico i cui cristalli irradiano sfumature cromatiche ancora indefinite ma sulle cui punte già si legge chiaramente la sconfitta di tante impostazioni ideologiche e credenze relative alla rete. E allo stesso tempo esse rappresentano una prima cartina al tornasole sugli orizzonti delle forme di militanza locale e globale on-line.
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Si scrive sciopero, si pronuncia dignità
Guido Viale
Chi si batte per la difesa di beni comuni e cultura trova riscontri in un processo di riconoscimento collettivo figlio della «prepolitica» rivendicazione di rispetto dei no ai referendum Fiat. Un varco in cui la riluttante Cgil è dovuta entrare
Nel corso di numerosi incontri e dibattiti a cui mi è capitato di partecipare recentemente ho avuto questa impressione: che venga sottovalutata la rilevanza di temi prepolitici, che hanno avuto un enorme peso nelle mobilitazioni degli ultimi mesi e che possono averne uno ancora maggiore nella costruzione di un fronte di lotta unitario. Le manifestazioni delle donne del 13 febbraio sono state indette in nome della dignità del loro genere. Questo ha permesso a molti altri temi più politici di emergere e farsi strada dentro questo contenitore generale: la denuncia del precariato, della disoccupazione esplicita e implicita (il cosiddetto «lavoro scoraggiato»), della disparità retributiva, del «tetto di cristallo» nelle carriere, della mancanza di servizi sociali, della permanenza di un intollerabile squilibrio nella distribuzione dei carichi domestici, della coazione alla clausura domestica per evitare violenze e molestie per strada e nelle ore notturne (ne dimentico sicuramente molti altri). Nessuno di questi temi avrebbe avuto la forza - e infatti non l'ha avuta - d'imporsi all'attenzione pubblica e guadagnare la piazza da solo. La rivendicazione della dignità ha aperto a tutti un varco gigantesco.
I no nei referendum di Pomigliano e Mirafiori sono stati innanzitutto un'altra rivendicazione di dignità. Nessuno di coloro che hanno votato no si aspettava probabilmente di vincere e, tantomeno, di ottenere qualcosa di diverso da quello che era stato imposto se avessero vinto.
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La sindrome di Drew Barrymore
Militant
Nel 2004 uscì nella sale di mezzo mondo una commediola hollywodiana dal titolo: 50 volte il primo bacio. Nel film (se non l’avete visto non vi siete persi davvero niente) la protagonista Drew Barrymore ogni giorno dimenticava quello che era successo il giorno precedente ed era costretta a ricominciare da capo la relazione con l’altro protagonista, Adam Sandler. Magari sbaglieremo, però da tempo la sinistra italiana quando si tratta di questioni internazionali ci sembra afflitta in forma cronica da quella che potremmo ormai definire con accuratezza quasi scientifica la “sindrome di Drew Barrymore”, un disturbo mnemonico che si manifesta attraverso la perdita della memoria breve e che ha, fra i suoi sintomi, la coazione a ripetere sempre le stesse azioni senza acquisirne esperienza.
Pensiamo nello specifico a come è stata affrontata la crisi libica. Nonostante dovremmo essere ormai avvezzi ad alcune operazioni di “regime change”, si è voluto per forza leggere quanto stava avvenendo a Tripoli e Bengasi adoperando la chiave interpretativa utilizzata in Egitto e Tunisia, trascurando il fatto che ognuna di queste rivolte aveva (ed ha) una grammatica sociale e politica propria, indipendente e non sovrapponibile.
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Massimo Recalcati, L'uomo senza inconscio
Eleonora de Conciliis
1. Non è esagerato affermare che, con questo suo nuovo libro*, Massimo Recalcati (che abbiamo già avuto l’onore di ospitare nel settimo numero e poi nel terzo annuario della rivista Kainos dedicato al tema Fame/sazietà) tenti di formulare un’interpretazione complessiva, e filosoficamente assai interessante, del cosiddetto postmoderno o dell’ipermodernità – com’egli preferisce definire il nostro presente per indicarne il carattere convulso, “smarrito” e compulsivo verso il godimento d’oggetto. Si tratta di un testo in cui il riferimento, magistralmente esposto, alla pratica clinica, costituisce il pungolo imprescindibile e non solo il pretesto per un ripensamento radicale della teoria freudiana delle pulsioni e di quella lacaniana dell’inconscio come linguaggio e luogo del desiderio dell’Altro: lasciandosi inquietare dall’emergenza di inedite forme di disagio (non solo quelle che cura ormai da decenni, ovvero la bulimia e l’anoressia, ma anche altre sempre più epidemiche, come gli attacchi di panico, la depressione e gli stati-limite), ovvero dai nuovi sintomi psicotici che la società contemporanea produce in individui ormai disancorati – in termini lacaniani – da qualunque struttura significante in grado di tenere insieme Legge e desiderio, l’autore cerca di capire cosa stia diventando la psicoanalisi nell’epoca dell’evaporazione del Padre e nel vuoto lasciato dalla mancata soggettivazione compiuta in suo Nome (su ciò cfr. pp. 36 e sg.).
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Economisti tedeschi, i consigli tragici
di Sergio Cesaratto
Stop al sostegno alla periferia indebitata dell'Ue, lasciateli fallire. Teorie sbagliate e interessi forti dietro una linea che non porta l'Europa da nessuna parte
Un plenum di economisti tedeschi ha approvato alcuni giorni fa una dichiarazione rivolta al proprio governo contro il sostegno dell’Ue e della Bce ai paesi altamente indebitati della periferia europea, che dovrebbero di contro intraprendere una procedura di insolvenza gestita dal Fmi. Gli economisti tedeschi sono generalmente assai influenti sul loro governo, e questo documento conferma il loro tradizionale orientamento prevalentemente conservatore, politico ed economico. In tal senso la dichiarazione prova come poco ci si debba aspettare da un dibattito circa i modi in cui l’Europa potrebbe uscire dal vicolo cieco in cui s’è cacciata. La questione è di scontro fra interessi nazionali, e gli economisti tedeschi hanno mostrato da che lato batte il loro cuore (www.networkideas.org) (1).
In sintesi, la dichiarazione avverte Berlino circa il pericolo di una progressiva europeizzazione del debito della periferia che coinvolgerebbe il contribuente tedesco nella temuta “tax-transfer union”, e circa l’impatto inflazionistico di un perdurante sostegno a tale debito da parte della Bce. Di più, le garanzie europee indurrebbero un “moral hazard” (2) da parte dei paesi periferici dando loro “un potente incentivo a ripetere gli errori del passato e continuare una politica di indebitamento alle spese dei partner dell’Ue”.
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Per una politica di opposizione
(fra il tramonto di Berlusconi e la dissoluzione dell'Italia)
di Marino Badiale, Massimo Bontempelli
Il colpo di Stato di Berlusconi è già iniziato. Berlusconi si è trovato in questi mesi nella stessa situazione in cui si trovava Mussolini nel 1924, all'indomani dell'omicidio Matteotti, con lo scandalo e l'inizio di erosione del suo potere che ne seguì: nella situazione, cioè, di dover scegliere fra la rovina politica e personale e l'abbattimento delle regole della democrazia per l'instaurazione di un potere dispotico. Berlusconi, come Mussolini nel '24, ha scelto questa seconda strada.
Le analogie ovviamente finiscono qui. L'esito di un colpo di Stato di Berlusconi sarebbe molto diverso da quello di Mussolini.
Per capire questo punto, occorre riprendere ciò che abbiamo scritto in “Un tramonto pericoloso” sulla natura del blocco sociale che sostiene Berlusconi. Si tratta di un arcipelago di feudi di potere economico, politico e criminale: per dirla con una parola divenuta corrente, di cricche. Da un simile blocco sociale non può nascere un totalitarismo di Stato, ma soltanto un illegalismo dell'arbitrio, volta a volta condizionato e necessitato dai rapporti di potere tra le cricche (il totale arbitrio, infatti, non è affatto libertà, ma, come è dimostrato dalla logica hegeliana, coincide con la totale necessità). In questa situazione si manifestano due linee di forza, una a favore di Berlusconi e una contraria.
A favore di Berlusconi giocano elementi noti a tutti: il suo potere mediatico in un'epoca in cui modelli mentali e comportamentali sono sempre più di origine televisiva, e la sua capacità comunicativa nei confronti di una sempre più estesa opinione pubblica involgarita.
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Mutazioni del vocabolario politico
Luigi Cavallaro
Di che cosa parliamo quando parliamo di sinistra. Dai processi collettivi di liberazione all'inflazionata parola-chiave libertà, un percorso di lettura per decostruire vecchie e nuove «narrazioni»: Qualcosa di sinistra di Franco Cazzola e Il partito personale di Mauro Calise
È possibile un'uscita da sinistra dalla crisi italiana? Per quanto l'atmosfera da basso impero in cui siamo precipitati in queste settimane abbia ringalluzzito non pochi intellettuali e militanti, convinti che siamo ormai al redde rationem e che basti una spallata - giudiziaria, mediatica o di piazza che sia - per sgombrare il terreno politico da colui che viene additato come caput et finis dei nostri guai, è forse opportuno avanzare qualche dubbio. Cominciando dal principio: cioè da cosa significhi concretamente «sinistra» nel tempo presente, e da chi possa conseguentemente essere definito «di sinistra».
L'imperativo dei prezzi stabili
Ci sono effettivamente molti modi per definire la «sinistra» e altrettanti criteri per differenziarla dalla «destra». Ma ce n'è uno solo che non si presta a equivoci, e - come spiega Franco Cazzola nel suo breve quanto intelligente Qualcosa di sinistra (il Mulino) - concerne le scelte relative all'elaborazione del bilancio statale (e del bilancio complessivo del comparto pubblico). È in relazione a questo criterio che si manifestano le scelte in ordine al rapporto tra stato e mercato e si evidenzia come questioni apparentemente «tecniche» (come l'ammontare del deficit e/o del debito, la misura della pressione fiscale diretta e indiretta in rapporto al Pil e l'efficacia redistributiva della spesa pubblica) si rivelino in realtà cariche di significati politici.
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Il regime di verità del libero mercato
Giovanna Cracco
L'Europa, la Trilateral Commission e il Gruppo Bilderberg
Poche cose generano disinteresse negli italiani quanto l’Unione Europea, le sue regole, i vari trattati che l’hanno creata, le istituzioni. Un disinteresse radicato, nonostante la consapevolezza, o il sentore, che l’unione stia fagocitando pian piano l’autonomia decisionale di ogni Paese membro.
Le ultime elezioni europee del 2009 hanno visto un’affuenza del 65%, in calo rispetto alle votazioni precedenti dell’8%. una persona consapevole ma ottimista (quasi un ossimoro) potrebbe valutare il disinteresse come una presa di coscienza da parte degli italiani del fatto che la politica, in Europa, ha un peso talmente irrisorio, che esercitare il proprio diritto di voto per decidere da chi farsi rappresentare al Parlamento europeo è una farsa a cui si sottraggono volentieri. Ma proprio in virtù dell’ossimoro, risulta difficile dare questa interpretazione. Più probabile che la complessità delle strutture europee, e quindi l’impegno che richiede il conoscerle e farsi un’opinione, sia la ragione alla base del disinteresse.
Nel 1992, anno della firma del Trattato di Maastricht, l’Unione Europea era stata presentata agli italiani come la terra promessa, l’unica possibile salvezza da un sistema Paese in fallimento, in preda a Tangentopoli, falcidiato nella sua classe politica corrotta; come il solo modo per uscire dalla dinamica di un debito pubblico in perenne aumento e da una lira buttata fuori dal sistema monetario europeo (Sme).
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Uno “standard retributivo” per tenere unita l’Europa
Emiliano Brancaccio
La crisi europea non è finita: la divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta sta alimentando squilibri potenzialmente letali per l’Unione monetaria. Occorre uno “standard retributivo” per ridurre lo sbilanciamento tra paesi in surplus e paesi in deficit commerciale. L’interesse generale all’unità europea coincide con gli interessi dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci.
Sembrano lontani i tempi in cui Olivier Blanchard e Francesco Giavazzi (2002) consideravano l’ampliamento degli squilibri commerciali tra paesi europei un sintomo virtuoso della maggiore integrazione finanziaria della zona euro. Da qualche anno va infatti diffondendosi tra gli studiosi una chiave di lettura molto meno rassicurante degli sbilanciamenti nel commercio intra-europeo. Stando a questa interpretazione alternativa la crisi dell’unità europea non può banalmente derivare da finanze pubbliche fuori controllo ma sembra piuttosto dipendere da una ben più profonda asimmetria tra economie forti ed economie deboli dell’area, che determina crescenti surplus per la Germania a fronte di deficit commerciali sistematici per i paesi “periferici” dell’Unione. Numerosi analisti iniziano in questo senso a temere che lo squilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero rappresenti un grave fattore di instabilità e una potenziale minaccia per la tenuta futura dell’Unione monetaria.[1] Persino il Consiglio e la Commissione europea, solitamente riluttanti sul tema, hanno iniziato a riconoscere che uno squilibrio eccessivo nei commerci intra-europei accresce l’instabilità e il rischio di nuove crisi.
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I conti con il passato e il futuro che verrà
Luciana Castellina
Ringrazio Paolo Franchi che, sul Corriere della Sera di lunedì, dà conto in modo intelligente del dibattito che, a proposito della Libia, si è animato sulle pagine del manifesto. Nel suo articolo non gli viene infatti neppure in mente di accusare Rossana, Valentino e me di connivenza con Gheddafi e, riferendosi alla nostra domanda di riflessione sulla parabola tragica dei regimi nati dalla lotta anticoloniale, riconosce che effettivamente «esattamente di questo sarebbe bene discutere. Non cancellando la storia, ma prendendo atto della durezza delle sue repliche».
Franchi ritiene che nell'accapigliarsi attorno a questo problema emerga fra lettori e scrittori del manifesto una divaricazione generazionale: i giovani che gridano boia sempre, i vecchi che chiedono di ricordare un passato che quaranta-cinquanta anni fa ha riscosso enormi consensi popolari. Credo abbia ragione: anche in questo caso scopro con smarrimento le dimensioni della rottura che fra anziani e giovani si è verificata, in che misura la storia del Novecento sia stata cancellata, l'intero secolo scorso solo un cumulo di orrori. Non è solo fenomeno italiano: anche i ragazzi egiziani che hanno affollato piazza Tahrir e sono tutti nati molto dopo la morte di Nasser sembra che di quel raìs non abbiano più memoria e a loro è presente solo l'immagine del suo orrendo successore.
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Le buone azioni dello scettico
Franco Marcoaldi intervista il linguista Raffaele Simone, marxista-leopardista, impegnato e disincantato: "Il nostro è un paese dove è diventato difficile distinguere il vero dal falso"
Per affrontare in profondità la questione delle credenze è bene prendere in esame anche l´aspetto linguistico. Perciò il nostro terzo interlocutore è Raffaele Simone, ordinario di Linguistica Generale all´Università di Roma Tre e autore di importanti studi che spaziano tra storia, politica e trasformazioni culturali.
«Cominciamo col dire che in italiano, a differenza di altre lingue, si può credere a qualcosa o a qualcuno, ma anche in qualcosa o in qualcuno. A, in – queste due diverse preposizioni aprono una crepa semantica interessante. 'Credere a' significa dare credito alle dichiarazioni verbali di qualcuno. 'Credere in' ha invece una doppia valenza. Se io credo in un mio alunno, è perché penso che nel futuro farà belle cose, avrà fortuna. Confido nella speranza di una sua affermazione positiva. L´altro senso del 'credere in' poggia invece con fiducia su ciò che qualcuno fa, asserisce o è. Se affermo di credere nella sinistra, per esempio, questo non implica che avrà fortuna o si imporrà, ma che i suoi valori e il suo progetto politico mi convincono».
Proviamo a calare queste distinzioni semantiche nell´Italia di oggi.
«Quanto al credere a qualcuno, gli italiani credono sin troppo.
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Maghreb e mercati finanziari: la logica del contagio
di Christian Marazzi
Chi segue quanto sta accadendo nel Nord Africa e nel Medio Oriente con un occhio sui mercati finanziari non può non essere colpito da alcune similitudini, ma anche da differenze fondamentali. Ad esempio la logica del contagio, ossia del mimetismo che travolge qualsivoglia aspettativa razionale. Sui mercati finanziari è il deficit d’informazione che porta i soggetti economici a imitare l’Altro per definire (scegliere/eleggere) il rappresentante universale della ricchezza storicamente dato (che può essere la moneta “equivalente generale”, oppure i titoli tecnologici, i titoli subprime, le commodities, ecc., insomma le “convenzioni collettive” di keynesiana memoria). Si innesca in tal modo un movimento contagioso all’interno della comunità degli investitori che, di volta in volta, produce la sua bolla finanziaria, destinata a esplodere quando il processo diventa talmente autoreferenziale da perdere ogni rapporto col reale. E’ la razionalità dell’irrazionalità, o “razionalità collettiva”, dei mercati. I processi rivoluzionari nell’epoca del capitalismo finanziario globale sembrano funzionare secondo la medesima logica, ma solo in superficie. In realtà, il contagio, la prassi mimetica che caratterizza le insurrezioni delle moltitudini nord africane e medio orientali, non sono originate da un deficit d’informazione, bensì dal suo contrario, da un eccesso d’informazione che dà il via a mobilitazioni in regioni contigue e non, tra loro differenti per composizione sociale, PIL pro capite, tasso di inflazione, percentuale di disoccupazione giovanile, ecc. (vedi Wealth Management Research, “Global financial markets”, UBS, 24 febbraio).
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Il rimedio della dialettica contro il culo flaccido
di Christian Raimo
Nella Metafisica Aristotele dice: inchiodali al loro linguaggio. Parla dei sofisti di basso livello, dei Megariti, di quella gente che non argomenta in modo preciso, che cerca di buttare tutto in caciara, il cui unico scopo è la delegittimazione dell’avversario. In questi ultimi tempi la battaglia delle truppe cammellate berlusconiane sta mandando in campo i riservisti: dopo la fanteria d’assalto degli yes-man, degli uomini-eco, i Bondi e i Quagliarello, c’è stato il tempo dei cecchini, i Feltri, i Lavitola, i Sallusti, quelli che sparavano ad altezza uomo ripetutamente, qualunque fosse il Boffo di turno da affondare. Ora la strategia sembra più raffinata: sono tornati da qualche settimana a questa parte a aver voce gli intellettuali sedicenti. Un Giuliano Ferrara che prende per il culo Umberto Eco su Kant, un Antonio Ricci che si riscopre debordiano e fa il verso alle femministe sul Corpo delle donne, detournando il documentario di Lorella Zanardo con un filmatino mandato in onda a Matrix, la cui tesi era: anche Repubblica usa le tette per vendere. Se è questo il livello, il conflitto viene da dire è finalmente culturale.
Dopo che l’opposizione parlamentare (il Pd in primis) ha fallito nell’arginare la sua deriva populista, dopo che quella istituzionale (la nuova destra di Fini, la morale comune) è stata miseramente azzoppata, ora tocca a noi, a chi crede che il berlusconismo sia soprattutto una malattia del capitalismo avanzato, un virus che avremmo inoculato comunque anche se Berlusconi ipse non fosse ancora al governo con una maggioranza di 320 parlamentari.
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Prove di quarta sponda
di Augusto Illuminati
Nella purtroppo vana attesa che una brigata internazionale africana venga a liberare il nostro Paese dal sottosviluppo e dalla dittatura di Ubu-papi, il ceto politico italiota sta elaborando il lutto della declinante intesa con Gheddafi e preparando una qualche mossa per tutelare le fonti energetiche e interdire la partenza dei migranti dalle sponde africane. Le probabili esagerazioni sul numero dei morti (stranamente mai mostrati in foto, neppure in zone da giorni ormai liberate) e le sparate allarmistiche sul numero dei migranti (anch’essi finora mai visti approdare) sembrano configurare un viluppo di pretesti con cui giustificare un’operazione “umanitaria”, in stile Haiti, se non Irak o Jugoslavia. Varianti più o meno dure di una shock doctrine, una politica dell’invenzione e gestione dei disastri, secondo la terminologia di Naomi Klein, delega alle ex-potenze coloniali per conto degli Usa, sempre più interessati a riprendere in mano direttamente (Egitto) o indirettamente il Nord Africa, sottraendolo ai cinesi e usandolo per riguadagnare influenza sull’intrattabile Israele. La ricattabilissima Italia di Berlusconi e Frattini sarebbe l’ideale per togliere la castagne dal fuoco, affamata com’è di gas e petrolio, compromessa con il trattato di amicizia, autostrada costiera e bunga bunga...
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Romania, Iraq, Kosovo... Libia: nelle fosse comuni si seppellisce la verità
di Marco Santopadre
Di che città e di che paese si parla nelle citazioni tratte da due importanti quotidiani italiani?
Semplice, risponderete voi. Della Libia! Negli ultimi giorni notizie di stragi, di bombardamenti aerei sui manifestanti e sui civili inermi, di possibile uso delle armi chimiche contro la popolazione che si oppone al regime di Gheddafi, di stragi di medici e di feriti negli ospedali, di colonne di migliaia di profughi in fuga dai combattimenti e dagli eccidi bombardano le opinioni pubbliche occidentali e, quindi, anche italiana.
Torniamo alle citazioni di cui sopra: non si riferiscono a quanto sta accadendo in Libia, bensì a quanto stava – secondo i media internazionali – accadendo a Timisoara e ad Arad ai tempi delle rivolte contro Ceaucescu, nel 1989.
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