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Consumare di notte
di Piero Bevilacqua
Scriveva Marx, ai suoi tempi, che nella società capitalistica i paesi industrialmente più avanzati indicano agli altri il proprio avvenire. Chi è più avanti nello sviluppo anticipa trasformazioni e fenomeni che anche gli altri, più indietro nel processo di modernizzazione capitalistica, conosceranno qualche decennio più tardi.
Questa analisi-profezia, che ha resistito gagliardamente alla prova del tempo, sembrava essersi appannata nella seconda metà del XX secolo, quando un capitalismo incarnato e imbrigliato nelle culture e nelle istituzioni nazionali, sembrava dare a ciascun paese un proprio Sonderveg, come dicono i tedeschi, un proprio originale sentiero. I paesi europei, ad esempio, col loro solido welfare, si distinguevano dagli Usa e sembravano capaci di contenere e filtrare i fenomeni più dirompenti che in quel paese facevano da avanguardia. Ma questo scarto è durato poco e, sotto la furia del pensiero unico – che nell’ultimo trentennio ha visto capitolare molti antichi presidi nazionali di costume e di cultura – lo sguardo anticipatore di Marx ha acquistato un nuovo e lucente smalto.
Oggi abbiamo la possibilità di osservare sul nascere, e per così dire in vitro, come si afferma e diventa generale tale tendenza, chi sono i soggetti che la promuovono, quali motivazioni la sostengono. La proposta del governo italiano in carica di prolungare l’orario di lavoro dei negozi è, a dispetto delle apparenze, un sontuoso cavallo di Troia che nasconde nella pancia alcuni fenomeni già all’opera nelle “società più avanzate”.
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Regalo di Natale
I derivati sui titoli di stato come arma di distruzione di massa
Antonio Pagliarone
Il 21 dicembre il Governatore della BCE Mario Draghi ha confezionato un bel pacco dono di 489 miliardi di euro, garantiti dallo stato, destinati a 523 banche europee in difficoltà corredandolo con lustrini dorati da un tasso di interesse dell’1% per tre anni. Si è finalmente realizzato il sogno di quei keynesiani del nuovo millennio che chiedevano a gran voce l’intervento della BCE perchè acquistasse quei titoli di stato divenuti tossici, veri e propri virus che hanno impestato il sistema. In realtà il regalo natalizio di Draghi assomiglia moltissimo al famoso intervento della Fed americana che si è accollata i titoli tossici legati ai mutui subprime per 1,45 trilioni di dollari senza essere riuscita tutt’oggi a smaltire questa montagna di sterco. Invece di farlo direttamente, la BCE ha però messo le sue succursali nelle condizioni di operare una sorta di quantitative easing (creazione di moneta) per dare una boccata di ossigeno al sistema finanziario europeo, rinviando - solo di qualche mese - l’inevitabile crash che investirà tutta l’eurozona. Gli ingenui keynesiani si illudono che tali immissioni di “liquidità” possano spingere gli istituti bancari a rilanciare il credito alle industrie ed ai privati affinché possa essere riavviata una nuova fase di crescita dell’economia reale e dei consumi. Ma sono stati presto delusi. Infatti nel 2012 le banche dovranno rifinanziare poco più di 800 miliardi di debiti mentre i governi 1700 miliardi e allo stesso tempo dovranno sostenere le banche stesse. Le banche acquistano titoli di stato finanziando i governi e questi a loro volta devono finanziare le banche. E’ un cul de sac dal quale non se ne esce.
Se una banca dovesse acquistare con i nuovi fondi BCE dei titoli di stato a dieci anni al 7% con danaro prestato all’1 % di interesse ne ricaverebbe un utile del 6% ossia una sorta di carry-trade[1], come afferma Mike Whitney, un sussidio diretto della BCE con la speranza che le banche acquistino direttamente i titoli spazzatura dei PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, i paesi a rischio default).
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La chiusura del cerchio
Elisabetta Teghil
In questa fase neoliberista del capitalismo, lo scontro tradizionale che avveniva per la conquista delle materie prime e la penetrazione nel mercato dei paesi del terzo mondo, oggi investe anche i paesi occidentali.
Questa è la chiave di lettura dell'improvvisa apparizione del debito nel panorama economico dei paesi dell'Europa occidentale.
I paesi più indebitati al mondo, sia in assoluto che in rapporto alla popolazione locale e alla ricchezza produttiva, sono gli Stati uniti e l'Inghilterra.
Allora vediamo che la vicenda- debito è strumentale e fa parte di un unico progetto: svendere l'economia dei paesi così detti indebitati alle multinazionali anglo- americane.
L'obiettivo, per rimanere in Italia, è di appropriarsi delle riserve auree dello Stato e mettere mano ai risparmi delle famiglie, due aspetti che caratterizzano il nostro paese rispetto agli altri, perché alcuni non hanno riserve auree consistenti come quelle italiane e, in altri, le famiglie sono fortemente indebitate e non ci sono risparmi da saccheggiare.
Lo stesso avviene per la casa. Anche in questo campo, in Italia, c'è una grande tradizione rispetto alla proprietà della casa. E anche questa è nel mirino di banche e finanziarie.
Per fare ciò, l'Italia si è dotata di un iperbolico apparato di controllo e, accanto alla guardia di finanza, ha messo su Equitalia, una struttura mastodontica, per mezzi e uomini, per poter raggiungere questo obiettivo.
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Nessuno capisce che cos’è il debito
di Guido Carandini e Paolo Leon
Il premio Nobel Paul Krugman, ha scritto sul New York Times un articolo intitolato "Nessuno capisce cos'è il debito". Intendeva nessun economista della scuola preferita dai conservatori, e il debito cui si riferiva è quello pubblico generato dal disavanzo della spesa statale. Per dimostrarlo ha fatto il seguente esempio. Coloro che aborriscono i disavanzi statali ritengono che possano causare un futuro in cui i cittadini saranno impoveriti dal dover rimborsare il denaro preso a prestito. Quindi paragonano gli Stati Uniti a una famiglia che abbia contratto un mutuo tanto oneroso da condannarla a soffrire gravi difficoltà nel pagamento delle rate mensili. Ma, dice Krugman, si tratta di una analogia falsa per due motivi.
Il primo: le famiglie devono rimborsare il debito contratto ma non i governi, ai quali si impone solo che il debito cresca meno della base fiscale. L'enorme debito contratto durante la seconda guerra mondiale non è mai stato rimborsato ma è diventato progressivamente irrilevante man mano che l'economia Usa cresceva e con essa i redditi soggetti a tassazione.
Il secondo: una famiglia oberata dai debiti deve del denaro a qualcun'altro, mentre il debito degli Usa è in larga parte denaro che è dovuto ai suoi stessi cittadini. È vero che a causa del debito contratto per vincere la seconda guerra mondiale i contribuenti sono stati colpiti da un onere che, in rapporto al reddito nazionale, era assai maggiore di quello attuale. Ma quel debito era anche posseduto dai contribuenti che avevano acquistato i titoli del Tesoro americano e quindi non rese più poveri gli americani del dopoguerra i quali, anzi, godettero del più marcato aumento dei redditi e degli standard di vita mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti. Krugman sostiene dunque che, in determinate situazioni, politiche governative dirette a stimolare la crescita e l'occupazione possono rendere sopportabili aumenti del debito assai superiori a quelli che la saggezza convenzionale ritiene accettabili.
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Devo congratularmi con “Mario Il Grigio”
Aldo Giannuli
Non stupitevi: devo proprio congratularmi con il senatore Monti. Non per la manovra economica (per carità!), che è un disastro: botte da orbi a ceti popolari e medi, diminuzione delle garanzie sociali, grandinata di tasse su immobili e consumi. E tutto senza nessun risultato, nè vicino nè lontano: lo spread continua ad impazzare, il rischio di fare default è intatto, perchè non si sa come sostenere interessi al 7% su un debito arrivato al 120% del Pil, ripresa economica sempre meno vicina e credibilità internazionale al punto di prima: zero. Sotto questo aspetto va detto che il bilancio non potrebbe essere peggiore: avevamo chiamato San Giorgio per abbattere il Drago e il Drago continua a farla da padrone senza neanche filarsi San Giorgio. Dunque non è per questo che ci congratuliamo.
E neanche per la gestione dell’ordine pubblico (che, come dimostrano gli episodi di Torino, Firenze e Roma) resta molto degradato; e neppure per un qualche sussulto di presenza in politica estera dove l’Italia continua a pesare quanto Andorra. Non parliamo poi della struttura del governo fatta con il “nuovo manuale Cencelli” ad uso di logge e curie. Persino il “Corriere della Sera”, primo artefice della candidatura Monti, ha da ridire in proposito.
Un voto scolastico ai primi 50 giorni del Presidente Monti? 3 meno meno ed, aggiungiamo, “per incoraggiamento”.
Ma allora, per cosa ci dobbiamo congratulare?
Ma per la capacità comunicativa, naturalmente! Anzi of course (come direbbe l’anglofono Monti). “Mario il grigio” è un genio della comunicazione e della guerra psicologica, che ha lungamente studiato il suo predecessore surclassandolo.
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Le interessanti giravolte degli antiberlusconiani di tipo A
Leonardo Mazzei
Se anche per «Repubblica» l'Europa non è più il «bene» di un tempo
Ammettiamolo: per certi aspetti il quotidiano Repubblica è una spia davvero interessante.
Repubblica, che nacque già nel 1976 come giornale-partito, è oggi un partito-giornale dai due volti complementari. Da un lato è uno degli organi più importanti delle oligarchie finanziarie, dall'altro è il vero portabandiera di quello che possiamo definire come antiberlusconismo di tipo A*.
Questi due caratteri non sono contraddittori. Al contrario, è proprio grazie all'antiberlusconismo alla Scalfari, se l'uomo delle tante sette semi-segrete che diramano dalla cupola del capitalismo-casinò ha potuto stabilirsi a Palazzo Chigi e presentarsi come Salvatore della patria. Per Repubblica il professor Quisling è questo e altro, ma dal suo insediamento novembrino ad oggi sembra già passato un anno.
Fino a due mesi fa l'Europa era indiscutibilmente il «bene». Un bene assoluto al quale tutto sacrificare. Un bene messo in discussione solo dal male albergante in alcuni paesi viziosi, in primo luogo l'Italia berlusconiana. Se l'Europa era il bene, la Germania era il virtuoso esempio da seguire. Più Europa e più Germania era dunque la ricetta per guarire il malato Italia.
Trapassati nel 2012 tra inni alla crescita e inviti alla speranza, il quadro è improvvisamente cambiato. «L'asse tra il Professore e Nicolas "Ora la Merkel dovrà cambiare linea"» è il titolo dell'odierno articolo a commento dell'incontro parigino di ieri tra Monti e Sarkozy. La Merkel va dunque messa in riga, ben venga di conseguenza il nuovo asse con il ridicolo galletto francese, che fino a qualche mese fa faceva comunella con l'odiato omologo italiano.
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Fase due
di Augusto Illuminati
Il 2012 entrante – calendarizzando al modo di DFW potremmo chiamarlo l’anno di S. Egidio e S. Paolo – coglie i solerti bocconiani in piena attività, piuttosto indifferenti agli schieramenti parlamentari e all’affannoso pressing della società civile, attenti invece alla logica delle istituzioni europee e delle banche. Peccato che sia una logica scombinata e inefficace, il cui unico esito concreto e tutt’altro che trascurabile consiste nell’aver tramortito e sgonfiato le due grandi coalizioni del defunto e presunto bipolarismo, senza aver intaccato i sintomi e ancor meno le radici di una crisi che è di natura ben superiore alla scena nazionale. Allo stesso tempo stampa e opinione pubblica sono stati dirottati dal gossip sessuale berlusconiano all’altalena degli spread, cambiando solo il contenuto dell’infinite jest con cui distrarre l’attenzione dalle manifestazioni sociali della crisi e attenuarne le resistenze per dispersione.
Dell’incipiente trasformazione costituzionale che l’esperienza del governo tecnico sta avviando, sotto il mantello di re Giorgio e con l’accompagnamento del piffero di Scalfari, abbiamo già scritto. Anche se la crisi uscisse fuori controllo, la distruzione della Seconda Repubblica (o sedicente tale) è ormai compiuta, mentre per l’instaurazione della Terza occorrono ancora un paio di condizioni. La prima, che non dipende da Napolitano e Monti e neppure (temo) dalle autorità europee, è che la crisi sia riportata sotto controllo –prospettiva al momento remota–, la seconda che la crisi sia usata per spezzare le ultime resistenze interne al neoliberismo, riorganizzando il mercato del lavoro in modo subalterno ma meno caotico e controproducente (cioè diseconomico e generatore di esplosioni ribellistiche). In questo dovrebbe consistere la Fase Due: ripresa e flessibilità razionalizzata. Mentre però la prima è resa improbabile dalla dilagante recessione europea, frutto della cieca austerità deflazionista del comando finanziario, la seconda resta un obbiettivo praticabile, che avrebbe per primo effetto quello di modificare i rapporti di classe in senso favorevole all’1% (o al 5%) aggravando la recessione per tutti gli altri. Se perfino Monti ha qualche dubbio sui tempi del pareggio di bilancio (lasciando perdere la farsa bi-partisan del suo inserimento in Costituzione, con clausole che in pratica e per fortuna la vanificano) e sul ruolo della Bce, compatto e impavido è invece tutto il governo nell’aggredire il mercato del lavoro e nel foraggiare le banche senza contropartite.
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Governo carnevale, governo quaresima
di Luca Baiada*
È presto per dire se il modello berlusconiano sia davvero tramontato, se si tratti di una scossa, di un’eclissi momentanea, di una metamorfosi. E speriamo che per altri aspetti, non sia invece troppo tardi.
Caduta la prima fila, arrivano i tecnici? In realtà, quasi tutti i componenti del governo Monti sono cresciuti e si sono arricchiti con la protezione politica. Economisti dai mille incarichi, uno più redditizio dell’altro, avvocati da sempre al servizio della classe dirigente, in modo assolutamente trasversale a gruppi e schieramenti, consulenti generosi di consigli a chi sino a ieri comandava di fronte e adesso comanda di profilo o si è messo da parte in attesa di mettersi di traverso. Robusta è la presenza del potere papale, in tutte le sue articolazioni intellettuali, amministrative e gestionali. Si notano persino alacri presenze dell’Università cattolica e della Comunità di sant’Egidio. Alla Cattolica la cultura, mentre il fondatore di una struttura che svolge funzioni di diplomazia parallela, con serie implicazioni geopolitiche, dovrebbe garantire qualcosa sulla bontà, con la benedizione di qualche cuoricino.
La presenza di banchieri è determinante. È possibile che Mario Monti e Corrado Passera occupino quattro posti governativi? No, è peggio, ne hanno cinque. Monti è presidente del consiglio e ministro ad interim dell’economia. Passera è ministro dello sviluppo e ad interim di infrastrutture e trasporti. Ma quest’ultimo ministero deriva dall’accorpamento di due funzioni diverse. L’esito istituzionale e politico è un groviglio preoccupante e centrale nella cifra di tutto il gabinetto. Nell’Italia democristiana si paragonava un grosso affarista a una divinità indiana dalle tante braccia.
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Fa' la cosa giusta
11 tesi sul conflitto che viene e sul mondo da inventare
Libera Università Metropolitana, ESC
1. «Il mondo è tutto ciò che accade». Partiamo da Oakland.
Il 2 novembre è iniziata una nuova epoca per il movimento #occupy e, più in generale, per gli indignados. All'occupazione delle strade e delle piazze ‒ sul modello spagnolo e di Zuccotti Park ‒ si è accompagnato uno sciopero generale di potenza straordinaria. Bloccato il porto, fermi gli uffici pubblici. Fermi i trasporti su gomma e la produzione. A braccia conserte anche la polizia. E poi decine di migliaia in piazza, a presidiare la città, a consolidare la paralisi del porto.
Guardiamo ad Oakland come si guarda ad un prototipo. Lacunoso, indubbiamente, in parte immaturo, eppure in grado di mettere in forma, in modo temporaneo, il conflitto che serve, quello in grado di fare i conti con la nuova composizione del lavoro e con la violenza della finanza. Non è sufficiente il sindacato, infatti, ad organizzare un lavoro frammentato e fortemente precarizzato, da sempre immerso nei flussi comunicativi o costretto a prestazioni di tipo neo-servile. Se lo sfruttamento contemporaneo si disloca anche e soprattutto sul terreno dell'accumulazione finanziaria, la lotta di classe deve investire per intero la riproduzione sociale, la vita, la cooperazione extra-lavorativa. Ma non basta neanche il movimento #occupy. La sua forza esibisce la crisi della democrazia liberale di fronte all'arroganza della dittatura finanziaria, ma ancora non ci mostra il modo utile per «far male ai padroni». È necessario prendere la parola e cominciare a «dire la verità al potere», ma bisogna individuare il potere nelle maglie dello sfruttamento metropolitano, nel furto di plusvalore.
In questo senso Oakland è un prototipo, in questo senso riscopriamo, senza timidezza, la nostra ispirazione repubblicana.
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Crisi e (sotto) consumi
Antiper
Nelle teorie economiche che condividono l'approccio “sotto-consumista” è il livello della domanda (di merci) che regola il livello dell'offerta (detto in modo diverso: è la scala del consumo che regola la scala della produzione); per i sotto-consumisti, dunque, le crisi capitalistiche sono sempre figlie, in un modo o nell'altro, di un difetto di domanda. Ne consegue che la ricetta anti-crisi dei sotto-consumisti è sempre, in un modo o nell'altro, quella di aumentare la domanda mediante un innalzamento dei redditi.
Naturalmente, ci sono sempre due modi per fare le cose. E difatti “aumentare il reddito” può voler dire aumentare il reddito (e il consumo) dei ricchi oppure aumentare il reddito (e il consumo) dei poveri. Non a caso, i sotto-consumisti si dividono in due grandi “scuole”: diciamo, una “scuola sotto-consumista di destra” (in cui vengono in genere annoverati esponenti come Thomas Malthus o John Hobson) e una “scuola sotto-consumista di sinistra” (in cui vengono annoverati, tra i moltissimi altri, autori come Sismonde De Sismondi, Rosa Luxemburg, Paul Sweezy... nonché più o meno tutte le espressioni sindacali esistite ed esistenti, di regime e “di base”).
I sotto-consumisti “di sinistra” - peraltro molto più numerosi di quelli “di destra” - sono fan di “Robin Hood” perché propugnano l'espropriazione di quote di reddito dei “ricchi” per destinarle ai consumi di prima necessità dei “poveri”.
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Tra urban riots e book blocs
Ovvero: Sulla “generazione della crisi”
written by Federico Campagna
I “giovani” sono in stato di ribellione permanente, perché persistono le cause profonde di essa, senza che ne sia permessa l’analisi, la critica e il superamento (non concettuale e astratto, ma storico e reale); gli “anziani” dominano di fatto ma… après moi le déluge, non riescono a educare i giovani, a prepararli alla successione. Perché? Ciò significa che esistono tutte le condizioni perché gli “anziani” di un’altra classe debbano dirigere questi giovani, senza che possano farlo per ragioni estrinseche di compressione politico-militare.
Era così che Antonio Gramsci discuteva la “quistione dei giovani” nei suoi Quaderni del carcere. La riflessione gramsciana scaturiva dal contesto politico italiano del primo dopoguerra. In quel frangente, il collasso della vecchia classe dirigente liberale aveva visto un’avanguardia consistente delle nuove generazioni esprimere la propria “ribellione” nei confronti dello status quo sotto forma di supporto attivo allo squadrismo fascista. Nei Quaderni, Gramsci interpretava questa convergenza a destra dei giovani come il risultato dell’incapacità – da lui spiegata alla luce di fattori esogeni di natura “politico-militare” – da parte del movimento operaio di esercitare una funzione “dirigente” nel paese. Questo paper nasce dall’assunto che l’analisi di Gramsci sia proficua per descrivere alcuni tratti della situazione politica contemporanea in Italia – e oltre. In particolare, penso che la difficoltà, in un periodo di “crisi”, nel ricambio generazionale all’interno della classe dirigente sia un elemento chiave per comprendere il prepotente ritorno dei giovani sulla scena pubblica europea negli ultimi tre anni; ma anche per capire perché il protagonismo giovanile si è espresso prevalentemente in forme “antagoniste” piuttosto che non “propositive” (la stessa scelta del termine indignados per caratterizzare il movimento di Plaza Catalunya mi pare emblematica).
Utilizzando categorie di matrice gramsciana, cercherò per prima cosa di tracciare un profilo storico e sociale della “generazione della crisi” – vale a dire, quei nuclei di giovani che si sono venuti politicizzando dal 2008 in avanti; quindi analizzerò alcune delle ragioni per cui ritengo possibile una mobilitazione politica radicale tra i più giovani, e i fattori che invece ostacolano questo processo; infine, cercherò di delineare una bozza di programma d’azione per i giovani di sinistra d’inizio ventunesimo secolo.
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Se non ora, quando?
Guido Viale
L'Italia ha imboccato la stessa strada della Grecia. L'unica possibilità che abbiamo per un'alternativa è quella di condizionare il governo con la mobilitazione sociale. L'importante è cominciare. Al più presto
Il decreto "Salvaitalia" non salverà l'Italia e il decreto "Crescitalia" non la farà crescere. Sembra - quest'ultimo - il nome di un formaggio. Il sobrio Monti ha ereditato da Tremonti il gusto di sostituire espressioni consolatorie alla dura osticità delle cose; com'era la famigerata "Robinhood tax", nome che Tremonti aveva dato a due o tre cose diverse e mai realizzate; o «i conti sono stati messi in sicurezza» (e non lo sono): giaculatoria che Monti ha ripreso tal quale dal precedente ministro. È più probabile invece che da quei due decreti l'Italia esca ulteriormente depressa. Il paese non sta andando a nord-ovest (verso Bruxelles) come sostiene Monti; ma, per usare i suoi riferimenti logistici, a sud-est (verso la Grecia). Le misure adottate dal governo greco, prima e dopo il cambio della guardia, non l'hanno salvata da un primo default - anche se nessuno lo ha chiamato con il suo vero nome - e non la salveranno dal prossimo. E nessun economista serio vede come l'economia della Grecia, sottoposta a quella cura da cavallo, possa risollevarsi nel giro dei prossimi dieci e più anni.
Ma l'Italia ha imboccato la stessa strada; che è poi quella "suggerita", cioè imposta, dalla Bce. Quanto all'equità, questa sì, verrà realizzata: equiparando al livello più basso lavoro fisso e precario e superando così «l'apartheid» che li divide (bella espressione, «apartheid»: come se i lavoratori a tempo indeterminato - e non i padroni, che in questi mesi li stanno mettendo entrambi sul lastrico a bizzeffe - avessero rinchiuso i precari dietro una cortina di filo spinato). Anche le "riforme" si faranno, dato che sia questo termine che "modernizzazione" vengono ormai usati solo per indicare la sottomissione totale dei lavoratori alle imprese; e di queste alle banche; e delle banche - con i buoni uffici dei governi e della Bce - alla finanza ombra che domina l'economia globale.
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Introduzione a Marx e Hegel. Contributi a una rilettura
di Roberto Fineschi
[Roberto Fineschi, Marx e Hegel. Contributi a una rilettura, Roma, Carocci, 2006]
1. Premessa
Lo studio che presento è la continuazione organica di una ricerca iniziata da alcuni anni che ha dato i suoi primi frutti nel volume apparso alcuni anni fa dal titolo Ripartire da Marx. Processo storico ed economia politica nella teoria del “capitale”. Tenendo conto del legame esplicito valgono qui le stesse tre premesse di carattere generale allora introdotte.
Nella voce Karl Marx per il dizionario enciclopedico Granat Lenin scriveva: «Il Marxismo è il sistema delle concezioni e della dottrina di Marx» [Lenin (1914): 9], proseguendo poi con un’esposizione dei principi generali e concludendo con un capitolo sulla tattica del proletariato. Non intendo certo pronunciarmi qui su Lenin come personaggio storico, politico o come pensatore; limitandosi però a questa affermazione, mi pare si possa sostenere che egli operi una forzatura che è stata poi propria di tutta una tradizione, alla quale sono appartenuti anche gli oppositori di Lenin. Definirei, infatti, più propriamente il marxismo come “una prassi politica ispirata alle concezioni ed alla dottrina di Marx”. La teoria del modo di produzione capitalistico elaborata da Marx non è infatti – né può essere – immediatamente una teoria politica; si tratta piuttosto della ricostruzione, ad un altissimo livello di astrazione, del funzionamento “epocale” della società borghese, che implica delle linee di tendenza, delle forme di movimento, ma immediatamente non una politica.
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Le illusioni del liberista Monti
di Felice Roberto Pizzuti
Per Monti, lo Stato sociale è un lusso che non possiamo più permetterci. La storia insegna invece che è il presupposto per la crescita e la sua qualità
Non tutti i commentatori sembrano averlo capito, ma Monti nella sua conferenza stampa di fine anno ha detto che non ci sarà una fase 2 qualitativamente diversa dalla prima. Al di là dei diversi nomi a esse assegnati, “salva Italia” alla prima e “cresci Italia” alla seconda (molto poco appropriati, come si vedrà), Monti ha puntigliosamente precisato che la triade composta in primo luogo dal rigore nei bilanci e poi da crescita ed equità continuerà a caratterizzare anche la prossima fase dell’azione governativa (potranno cambiare i pesi nella triade). Perché non ci siano dubbi sull’ordine di priorità e sulla concezione economica e politica del suo governo, Monti ha specificato che, ritenendo preminente perseverare nel rigore di bilancio, saranno minime le risorse pubbliche per la crescita, la quale dovrà essere stimolata dalle misure volte a ottenere una maggiore ”equità”, intendendo con quest’ultima essenzialmente ciò che deriverà da una maggiore concorrenzialità dei mercati da ottenersi con le liberalizzazioni. Il ché chiarisce ulteriormente quali siano, per Monti, i rapporti di valore e causali tra rigore, crescita ed equità (intendendo quest’ultima nel senso sociale e distributivo proprio del termine): il primo è indispensabile per ottenere la seconda la quale, se ce n’è a sufficienza, potrà consentire la terza. Rispondendo a una domanda, Monti è stato esplicito: l’Europa e ancor più l’Italia non possono più permettersi le prestazioni sociali concesse nei periodi di maggiore crescita del passato (e per i futuri pensionati i tagli non sono finiti visto che la manovra già varata prevede una commissione che dovrà studiare il taglio dei contributi a favore delle imprese che ridurrà ulteriormente le pensioni).
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Finanza e banditi a Basilea
Giulietto Chiesa
Accadde a luglio del 2011, alla vigilia del vertice del G-20. Il mondo del mainstream, istruito per farci vedere il varieté, ci raccontò gl’incontri dei grandi e dei meno grandi, ma non ci disse niente in prima pagina sul posto dove quelle loro - si fa per dire - decisioni erano state prese, prima che costoro si riunissero.
Soprattutto si è guardato bene dal dirci “chi” erano quelli che le avevano prese, e poi, opportunamente confezionate, le avevano fatte servire agl’ignari abitanti di Matrix.
Il luogo fu Basilea, la città cui è toccato di scandire, con la precisione degli orologi svizzeri, il cambio d’epoca cui siamo forzati ad assistere. Si chiamano “Basilea 1”, “Basilea 2”, “Basilea 3” (in fieri) , le tappe in cui i regolamenti finanziari sono stati definiti negli scorsi anni. Basilea non per un capriccio del destino, ma perché è la sede della Bank for International Settlements, cioè la superbanca delle superbanche, il luogo dove si decidono le regole delle banche, cioè ormai degli Stati (dal momento che questi ultimi sono dei nani al servizio dei ciclopi); il tempio dove si stabilisce il grado di libertà che le superbanche intendono riservarsi nel loro agire.
A luglio 2010 non si tenne una “Basilea 3” definitiva, ma di sicuro quella riunione resterà nella storia del capitalismo finanziario mondiale, perché fu là che si misurarono i rapporti di forza tra i potenti del pianeta, per meglio dire tra i potenti dell’Occidente, perché fu tra di loro che si regolarono - provvisoriamente - i conti. Erano sei mesi fa e, a occhio e croce, si può dire che quella partita è già finita e se ne stanno aprendo altre, probabilmente assi più dure di quella.
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Capitalismo 2011: decomposizione in atto
Antonio Carlo
1) L’economia mondiale. Ripresa inesistente, disoccupazione elevatissima, debito che esplode, disuguaglianze crescenti ed insostenibili. 2) Gli USA. Economia ferma, consumi ed occupazione al palo, deficit e debito “monstre”, costi dell’impero insopportabili. 3) Europa ed euro: un tramonto grottesco. 4) Italia. Sempre più a fondo tra dramma e ridicolo. 5) Oriente. La Cina, declino irreversibile. Giappone un paese senza prospettive. 6) L’economia crolla e la società esplode. Bilancio delle lotte nel 2011. 7) Segue. Internet e le lotti sociali. Una svolta epocale. Il declino della infrangibilità burocratica e della “folla solitaria”. Tootle va in pensione.
1) L’economia mondiale. Ripresa inesistente. Disoccupazione elevatissima, debito che esplode, disuguaglianze crescenti ed insostenibili.
A) Il PIL, il debito sovrano e la crisi bancaria.
Nel 2010 il PIL è rimbalzato del 5,2% a livello mondiale contro precedenti previsioni (o stime) del 4,8%, nel 2011 si prevedeva un incremento del 4,4%, poi calato al 4% ed a fine anno l’OCSE ci fa sapere che siamo al 3,9%.
In realtà, però, le cose stanno decisamente peggio di quanto appaia da questo dato, perché ormai crescono solo i paesi sottosviluppati che, in genere, producono scarti di bassa qualità, spesso falsi dozzinali dei beni prodotti nelle aree avanzate1 .
Nelle aree avanzate, dove si concentra il grosso della ricchezza e delle capacità scientifico-tecnologiche del pianeta si è ormai vicini ad un ristagno che è una recessione mascherata2 . La prima delusione arriva dagli USA dove il PIL nel primo trimestre del 2011 cresce solo dell’1,8%, molto meno del previsto, epperò il dato riveduto crolla allo 0,4%, nel secondo trimestre + 1,3% corretto poi all’1%. Ma gli USA non sono isolati, la tabella che segue (fonte FMI) illustra bene la tendenza per il 2011 su base trimestrale3
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La meritocrazia al potere
di Gigi Roggero
“Mi sorprende la popolarità del governo, ma i cittadini capiscono che i sacrifici sono per la dignità dell’Italia”. Potremmo liquidare questa frase pronunciata da Monti nella recente conferenza stampa di fine anno con ironia e indignazione, e indubbiamente necessitiamo di entrambe le cose. Ma proviamo a prenderla sul serio e a farci interrogare dalla pacata sfrontatezza del presidente del consiglio. Mentre giustifica una manovra che lui stesso definisce recessiva “ma senza alternative” e vara una sedicente “fase due”, ennesima rassicurazione di uscita dalla crisi che su nulla poggia se non sulla dogmatica arroganza dei mercati finanziari; mentre dichiara che l’obiettivo è di impedire che scoppi e si generalizzi il conflitto (per questo, afferma senza fronzoli, serve coinvolgere le cosiddette parti sociali) – Monti si stupisce della popolarità del suo governo. E, almeno in questo, ne ha ben donde. Il punto è, dunque, capire fino in fondo la natura di questo governo, il governo del presidente, il governo commissariale. Capire i suoi tratti transitori oppure paradigmatici, occasionali o di tendenza, di eccezione o di normalità. Capire per affrontarlo. Capire per dare battaglia.
Si è detto: è il governo della dittatura finanziaria e della macelleria sociale, freddo esecutore dei programmi della Bce e dei think tank neoliberali – la cui ferocità, sia detto per inciso, è direttamente proporzionale al loro fallimento globale. É, ovviamente, anche questo, ma non è solo questo. Innanzitutto, prima ancora che il governo della tecnocrazia, definiremmo quello attuale come il governo della meritocrazia. Lo dimostrano l’ostentazione dei titoli da parte dei componenti dell’esecutivo, il loro chiamarsi l’un l’altro professore e professoressa, lo sfoggio di ermellini e cattedre della Bocconi e della Cattolica. Se Berlusconi rispondeva alle domande dei giornalisti con le barzellette, Monti & C. le aggirano esibendo i propri curriculum.
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Decrescita sì, ma del capitale
di Marino Badiale e Fabrizio Tringali
Il blog “goofynomics”, curato da Alberto Bagnai, ha pubblicato di recente un post di critica alla decrescita. Si tratta di una critica interessante perché è condotta con spirito e garbo, e soprattutto perché rappresenta una piccola antologia delle obiezioni che solitamente vengono portate alla decrescita.
Ci sembra perciò utile provare a rispondere: può essere questa un'occasione per chiarire in una volta sola vari punti relativi alla nozione di decrescita.
Possiamo distinguere le obiezioni di Bagnai in due gruppi: in un primo gruppo mettiamo gli argomenti che sono sì obiezioni, ma non alla decrescita. In un secondo gruppo mettiamo le effettive obiezioni alla decrescita.
Esaminiamo le obiezioni del primo gruppo.
In primo luogo, Bagnai critica in maniera sferzante coloro che pensano che l'attuale crisi economica sia l'occasione per riscoprire costumi di vita più austeri, per superare o ridurre il consumismo, per tornare a rapporti umani più veri. Le critiche di Bagnai colgono perfettamente nel segno, e colpiscono una retorica dolciastra che si percepisce nei media, e che cerca di indorare la pillola dell'attacco inaudito ai diritti e ai redditi dei ceti popolari compiuto in Italia dall'attuale governo di tecnocrati chiamati a realizzare i diktat dell'Unione Europea.
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"Il mondo è già entrato nella seconda fase della crisi"
Armando Boito Jr. intervista Gérard Duménil
L'economista francese Gérard Duménil è autore di vari testi e saggi sul capitalismo contemporaneo. Quest'anno ha pubblicato, in collaborazione con Dominique Lévy, il libro “The crisis of neoliberalism” (Harvard University Press, 2011). Dumenil ha tenuto all'Unicamp una conferenza sulla crisi attuale nel Centro di Studi Marxisti (Cemarx) nell’ambito del programma post-laurea di scienze politiche dell'Istituto di Filosofia e Scienze Umane (IFCH) dell'Unicamp. In questa occasione, ha concesso un'intervista al politologo Armando Boito Júnior, professore titolare dell'IFCH.
Jornal da Unicamp - Lei sta analizzando il capitalismo neoliberista da molto tempo. Nella sua analisi, come si caratterizza la fase attuale del capitalismo?
Gérard Duménil - Il neoliberismo è la nuova tappa in cui è entrato il capitalismo dopo la transizione degli anni ‘70 e ‘80. Con Dominique Lévy parliamo di un nuovo "ordine sociale". Con questa espressione designiamo la nuova configurazione dei poteri tra le classi sociali, delle dominazioni e delle difficoltà incontrate. Il neoliberismo si caratterizza con il rafforzamento del potere delle classi capitaliste in alleanza con la classe dei dirigenti (quadri), in modo particolare quelli che sono in cima alla gerarchia sociale e nel settore finanziario.
Nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, le classi capitaliste videro diminuire il proprio potere e i propri redditi nella maggioranza dei paesi. Semplificando, potremmo parlare dell'esistenza di un ordine "socialdemocratico" durante questo periodo.
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La generalizzazione della precarietà come meccanismo di de-integrazione di classe?
Alcuni compagni/e di CONNESSIONI
“Insomma, chi vede soltanto la superficie, direbbe che tutto si riduce alla confusione, alle liti e alla baruffa tra persone. Il movimento al contrario prosegue sotto la superficie, si allarga e si approfondisce guadagnando sempre nuovi ceti e soprattutto le masse stagnanti, più basse, che –ed il giorno non è lontano- ritrovano improvvisamente se stesse nel momento in cui sono colpite dall’illuminazione che proprio loro costituiscono questa colossale massa in movimento, e questo giorno segna la fine di tutti i vigliacchi e della sterile confusione” (Engels a Sorge, 1890).
Gli attuali meccanismi della crisi non contrappongono, come invece spesso si legge nella pubblicistica di sinistra, la produzione alla finanzia, ma la stagnazione al boom speculativo, che con una diversa dinamica, ma percorrendo la medesima strada si incamminano verso un burrone, in un capitalismo che a forza di drogarsi rischia un overdose. Il fenomeno costante in tutte le crisi, generali o parziali, di sovrapproduzione, è dato anzitutto da un arresto nella crescita dell’indice di produzione industriale espressa in dati fisici, poi –secondo la gravita della crisi- dalla sua flessione e dalla sua brusca caduta. La semplice differenza qualitativa dà la misura del’ampiezza del male. Il meccanismo finanziario in atto, accelerato dentro gli attuali processi di crisi, diventa un vero e proprio virus, che potenzia la droga del capitale e di cui non ne può più fare a meno.
Esiste, ormai, una difficoltà crescente del capitale non tanto a incrementare la forza-lavoro sfruttabile, ma a fare il contrario. E’ ovvio che il capitalismo non può più svilupparsi se in assoluto è esaurita la forza lavoro disponibile, ma non all’opposto, ovvero se continuerà ad esserci forza-lavoro il capitalismo continuerà a svilupparsi. Necessita quindi di una massa sempre maggiore di esercito industriale di riserva, di sempre più masse in eccedenza.
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Niente è come prima
Francesco Indovina
La ripetizione che niente è, e sarà, come prima non corrisponde alla consapevolezza che la formazione sociale capitalistica è cambiata. Il capitalismo pare abbia concluso la sua fase «rivoluzionaria», e come l’apprendista stregone non riesce a governare le forze che ha evocato.
Questione che può essere affrontata da diversi punti di vista e che qui si affronta, in forma molto semplificata, dal punto di vista della trasformazione del denaro in capitale (Marx, Il Capitale, Libro primo).
Dal «Sole 24 Ore» del 6 agosto si ricavano i seguenti dati di valore riferiti al 2010 del sistema mondo:
– Pil 74.000 miliardi;
– borse 50.000 miliardi;
– obbligazioni 95.000 miliardi;
– «altri» strumenti finanziaria 466.000 miliardi.
La produzione reale, merci e servizi (74.000 miliardi), è pari al 13% degli strumenti finanziari (economia di carta), tenendo fuori da questo calcolo il valore delle Borse che, ci si può illudere, hanno riferimento con l’economia reale. Detto in altro modo, quello che uomini e donne producono, in tutto il mondo, rappresenta poco più di 1/10 del valore della «ricchezza» finanziaria che circola.
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Non solo debito pubblico
I perché del declino italiano
Domenico Moro
Tagliare le spese e aumentare le tasse può aumentare il deficit, se manca la crescita. Delocalizzazioni, acquisizioni, joint venture. Gli investimenti delle imprese all'estero sono alla base della riduzione dello sviluppo negli ultimi 10 anni. Con la complicità della politica. Banche, speculazione finanziaria e sistema euro non sono le cause della crisi.
La questione del debito pubblico è presentata, in Italia e in Europa, essenzialmente come una questione di disciplina di bilancio, da risolvere tagliando le spese e aumentando le imposte. In realtà, la crescita del debito pubblico e la difficoltà a rifinanziarlo è connessa molto di più alla scarsa crescita economica. Debito e deficit pubblici vengono calcolati in percentuale sul Pil. Dunque, una stagnazione o un decremento di quest'ultimo possono peggiorare i due indicatori, indipendentemente dalle spese. Di più: la scarsa crescita è collegata alla riduzione della competitività e al peggioramento del debito commerciale e della bilancia dei conti con l'estero. La minore capacità di pagare le importazioni con le esportazioni è uno dei fattori che rende critica la capacità di finanziare il debito pubblico sui mercati dei capitali.
Se il Giappone - debito pubblico oltre il 200% e deficit/Pil all'8,3% - paga un interesse sui titoli a dieci anni di poco superiore all'1%, non è solo perché ha il pieno controllo della sua valuta, ma anche perché ha il terzo attivo dei conti correnti al mondo, 150 miliardi di dollari, e la migliore posizione patrimoniale con l'estero, tremila miliardi. Al contrario, l'Italia ha una bilancia dei conti correnti negativa per 79 miliardi (3,7% sul Pil), e una posizione debitoria con l'estero di 549 miliardi. Infine, la riduzione della crescita e delle esportazioni viene tipicamente compensata con l'aumento della spesa pubblica, come prova il suo rigonfiamento in Italia a partire dalla prima vera crisi post-bellica nel '74-'75.
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Decrescita... de che?
di Alberto Bagnai
Nei momenti di crisi globale ricorre un atteggiamento descritto da un’efficacissima parola europea: Schadenfreude. Da Schaden (danno) e Freude (gioia), che poi sarebbe appunto quella della Nona di Beethoven che tanto piaceva a Alex (DeLarge). La Schadenfreude è il piacere maligno che si trae dallo spettacolo dell’altrui male (quindi ha poco a che vedere con il “suave mari magno” di Lucrezio, che maligno non era, e infatti al secondo esametro aggiunge “non quia vexari quemquamst iucunda voluptas”). Questa “voluptas”, una delle poche che la natura matrigna riserva a quelle strane bestie che sono gli economisti, le suocere, e il beghiname vario, è in grandissima parte motivata dal poter dire “io l’avevo detto”, cioè dal trovare nell’Armageddon un valido, anzi, il più valido, alleato per l’affermazione delle proprie teorie. Se poi nell’Armageddon ci finisce anche lo Schadenfroh, meglio pure: a “voluptas” si aggiunge “voluptas” (il masochismo).
Gli esempi non mancano. Quando nel Medioevo organizzammo il nostro vivere civile aggregandoci in città (è la “rivoluzione urbana” descritta tanto bene da Carlo Maria Cipolla), dando al nostro mondo quell’impulso che l’ha portato ad affermarsi su altri all’epoca ben più avanzati (quello arabo, quello cinese), ci trovammo a dover fronteggiare qualche problema di congestione, con conseguenze non banali. In effetti, anche a quel tempo c’era chi pensava che l’economia si rilanciasse con le grandi opere (le crociate): di costruire cessi non se ne parlava, nonostante i Romani (che una certa auctoritas ce l’avevano) lo avessero prudentemente fatto nelle loro città, prima di lanciarsi alla conquista del mondo. La crisi si presentò nel 1348, sotto forma della prima epidemia “globale” di peste, che, come ben sapete, arrivava dritta dall’Oriente (perché la globalizzazione, si sa, è una neocosa neomoderna, l’abbiamo inventata noi dieci anni or sono negli editoriali del Manifesto...). Ed è facile immaginare che all’epoca qualche stralunato anacoreta ne approfittasse per calare a valle e incitare il popolo al pentimento e alla riforma dei costumi, sotto la sferza del “gladius Dei”, assaporando il suo fottuto quarto d’ora di celebrità.
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Il piano furtivo di Draghi
di Mike Whitney
Mario Draghi ha elaborato un piano per togliere dall’incudine il sistema bancario dell’UE e per tirare una martellata sui rendimenti delle obbligazioni sovrane allo stesso tempo. Il direttore della Banca Centrale Europea ha annunciato di voler lanciare il 21 dicembre un programma emergenziale di assistenza alla liquidità, che fornire prestiti “illimitati” alle banche in difficoltà a tassi minimi (1 per cento) fino a tre anni.
Gli analisti di mercato credono che Draghi stia creando un incentivo destinato alle banche per acquistare obbligazioni sovrane ad alto rendimento dai paesi con problema del debito utilizzando denaro a poco prezzo che prendono in prestito dalla BCE. Se, ad esempio, una banca contrae un prestito per 5 miliardi di euro all’1 per cento e compra lo stesso valore di debito italiano a dieci anni, avrà un guadagno netto del 7 per cento dallo scambio. È un inatteso carry trade
, un sussidio diretto dalla banca centrale. I prestiti della BCE sono istituiti per alleggerire gli stress per le banche affamate di liquidità e allo stesso tempo abbassare il costo di finanziamento di quei governi che sono mazziati dalla crisi del debito.
Il piano di Draghi è in effetti una sorta di alleggerimento quantitativo fatto entrare dalla porta di servizio, la principale differenza è che le banche vengono usate come intermediari dell’acquisto di bond. Ma, alla fine dei conti, è la stessa cosa, il che vuole dire che la BCE ha stampato soldi in cambio di collaterali rischiosi che stanno rapidamente perdendo di valore.
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La costituzione del comune e le ragioni della sinistra
di Michael Hardt e Antonio Negri
1. Che cosa è stata la sinistra?
C’era una volta il neoilluminismo accademico (Norberto Bobbio ad esempio) che definiva la sinistra come portatrice dei valori dell’uguaglianza, mentre la destra lo sarebbe della libertà . . . ma l’ideale è di tenerle insieme. Queste favole lasciamole a Habermas, l’unico ideologo a perseguirle ancora. Comunque da quando l’egual-libertà è stata fatta propria dalla riforma blairiana del Labour questo progetto è finito nel nulla. Meglio, in catastrofe. In questo momento, infatti, ci troviamo di fronte ad una serie di autocritiche talmente generalizzata da non stupire che se ne siano fatti portavoce persino Pierre Rosanvallon e Anthony Giddens. Di fatto, nel neoliberalismo trionfante la distinzione tra sinistra e destra era divenuta sottile e flessibile. La sinistra difende il Welfare State fino a quando il suo costo non incide troppo sul debito pubblico, cioè sulla volontà di mantenere l’ordine gerarchico della società; e la destra demolisce il Welfare State finché l’ordine pubblico e la sicurezza non siano messi in pericolo. La dimensione monetaria era divenuta fondamentale nel gestire, sotto la maschera dell’egual-libertà, la diseguaglianza sociale. Sul terreno militare la distinzione tra sinistra e destra è divenuta anche più ipocrita: laddove la destra conduce guerre imperiali e occupazioni di terreno, la sinistra contribuisce a queste guerre attraverso bombardamenti umanitari dal cielo. In ogni caso, anche queste distinzioni sono superficiali: al trascendentalismo ideologico della propaganda della destra e della sinistra corrisponde una pratica molto brutale che non fa distinzioni. Si badi bene: questo nostro appiattimento della sinistra sulle pratiche della destra non è davvero caricaturale, anzi non è molto lontano dalla realtà. Comunque s’intenda il concetto di sinistra, non sembra esserci molto spazio per essa nella governance imperiale. Il progetto di un movimento “di lotta e di governo” (vecchio paradigma della sinistra) non funziona più perché, quando ci si confronti alla governance imperiale, la potenza di cattura delle istituzioni è più forte di qualsiasi tentativo di rinnovare l’ordine della società e di democratizzarne l’amministrazione.
Noi non crediamo, tuttavia, che il concetto di sinistra sia divenuto inutile e insensato. Di contro, esso può devenire importante quando sia concepito come potenza costituente.
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