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Uscire dall’euro è una opzione per i gravi squilibri strutturali dei Piigs?
di Luciano Vasapollo
Contributo per la discussione verso il forum “La Mala Europa” del 5 novembre a Roma. Il movimento dei lavoratori e la crisi sistematica del capitale. I sindacati di classe europei di fronte alla costruzione economica e politica dell’Europolo
1. Quando si scatena la crisi dei subprime negli Usa, volutamente viene evidenziata come crollo di carattere finanziario per lo scoppio delle bolle speculative immobiliari e finanziarie; ma è semplicemente la punta dell’iceberg che evidenzia un blocco dell’economia reale nei processi stessi dell’accumulazione, cioè sono questi stessi meccanismi che permettono la crescita capitalistica che si sono inceppati già dai primi anni ’70 e che dimostrano che la crisi è irreversibile. La difficoltà di riattivare un nuovo e profittevole modello di accumulazione rende questa crisi unica, mettendo in seria discussione lo stesso modo di produzione capitalistico, quindi è di carattere sistemico.
E’ evidente che con le privatizzazioni, con l’attacco al costo del lavoro, al sistema del Welfare, ai diritti, con la finanziarizzazione dell’economia, hanno cercato di fuoriuscire o almeno di coprire la crisi internazionale del capitale che si porta dietro il carattere della strutturalità e sistemicità. Così si fa più aspra e diretta la competizione globale alla ricerca della centralizzazione della ricchezza in poche mani,con scenari sempre più frequenti di guerra economica- finanziaria,guerra commerciale , guerra sociale verso le classi subalterne e guerra militare espansionista per la conquista e il dominio sulle risorse energetiche sempre più scarse per sostenere i ritmi del processo di accumulazione internazionale .
Tutto quello che appare come qualcosa di nuovo, come il possibile default degli Usa in realtà vede l’origine dal 1971 con la fine degli Accordi di Bretton Woods. Da tale data gli Usa decidono in base al potere politico e militare di imporre il proprio modello di sviluppo basato sull’import attraverso l’indebitamento, facendo così pagare il costo agli altri: debito privato, debito pubblico, e consumo sostenuto dal mix tra debito interno ed esterno, avendo molto deboli i cosiddetti fondamentali macroeconomici e una economia reale che già da allora mostrava i caratteri della crisi strutturale e sistemica.
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Insostenibilità del debito*
Intervista a Luca Fantacci**
Professore, che cosa sta succedendo da qualche settimana nelle borse?
Niente, è proprio questo è il problema. Non c’è un solo fatto nuovo che giustifichi il terremoto finanziario delle scorse settimane: dalle difficoltà di Obama con il Congresso alle fragilità fiscali dell’Europa, tutto era già presente e noto. Perfino il downgrading degli USA era già stato più volte preannunciato. Per non parlare dei debiti pubblici, che hanno potuto crescere per anni senza preoccupare nessuno. Davvero, non è successo niente di nuovo e sconvolgente.
Nulla di cui preoccuparsi, dunque?
Tutt’altro. E’ proprio questo terremoto in assenza di novità il dato su cui è opportuno riflettere: se oggi senza motivo i mercati finanziari tremano, vuol dire che fino a ieri erano spavaldi, ugualmente senza motivo. Niente giustificava i guadagni di ieri, così come niente può spiegare le perdite di oggi o i recuperi di domani. I mercati finanziari dimostrano di avere sempre meno un criterio attendibile per distinguere fra quando va bene e quando va male, fra chi va bene e chi va male.
Una finanza che vive in un mondo che ha poco a che fare con la realtà?
Non mi riferisco a una semplice scollatura tra finanza ed economia reale. E’ perfettamente legittimo, e anzi necessario, che il valore di borsa di un’azienda possa discostarsi temporaneamente dall’andamento corrente dei suoi affari. Perché la borsa, per sua natura, guarda avanti: guarda ai profitti futuri, non a quelli attuali; esprime aspettative e può sbagliarsi. Ma, affinché questo gioco di scommesse abbia un senso, bisogna che almeno due condizioni siano rispettate. Primo, occorre che a un certo momento una linea sia tracciata e i conti siano fatti. Bisogna che finisca la gara, in modo che si veda chi ha scommesso sul cavallo vincente.
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Tawergha, genocidio nella "nuova" Libia
Marinella Correggia
Roma, 01 novembre 2011, Nena News – Insieme a Sirte assediata e distrutta, Tawergha, la città dei neri libici, diventa il simbolo della Libia “liberata” grazie alla Nato. Situata a qualche decina di chilometri da Misurata, Tawergha contava circa 30mila abitanti, in gran parte libici di pelle nera: nacque nel XIX secolo come città di transito nel traffico degli schiavi. E “schiavi” (abeed) è l’insulto che più ricorre sui muri della città dopo la conquista in agosto da parte delle truppe dei “ribelli della Nato” provenienti da Misurata. Il suo nome è stato cancellato sul cartello stradale e sostituito da “Nuova Misurata”.
Tawergha è ora disabitata (e molte case incendiate e saccheggiate): i suoi abitanti sono scappati altrove all’avvicinarsi delle forze anti-Gheddafi due mesi fa; le ultime centinaia sono state espulsi in seguito dalle milizie. A decine di migliaia sono adesso sparsi presso parenti e soprattutto in campi profughi improvvisati; di tanti si sono perse le tracce. In molti sono stati arrestati ai check-point o addirittura prelevati dagli ospedali e scomparsi. Non si contano gli assassinati in questa pulizia etnica nella quale l’odio razziale si è mescolato all’accusa ai tawerghani di essere stati pro-Gheddafi e suoi “mercenari” (ma sono libici), perché da quella zona l’esercito libico lanciava gli attacchi contro Misurata.
Risale agli inizi del conflitto la demonizzazione (e molte uccisioni anche con decapitazioni) dei neri libici, combattenti e non, accusati senza prove di crimini e stupri. Tawergha è il genocidio di un’intera città. Il primo a lanciare l’allarme, inascoltato, era stato il…Wall Street Journal il 21 giugno (“Libyan City Thorn by Tribal Feud”; http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304887904576395143328336026.html): uno suo reporter, Sam Dagher, aveva intervistato i comandanti militari di Misrata (schierati con i “ribelli” e la Nato): Ibrahim al-Halbous, per esempio, diceva con chiarezza che una volta conquistata la cittadina, i suoi abitanti avrebbero dovuto fare fagotto, perché “Tawergha non esiste più, c’è solo Misrata”. Altri “ribelli” raccomandavano di impedire ai tawerghani di lavorare e mandare i bambini a scuola a Misrata.
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Eddytoriale 148
Nubi pesanti sul dopo-Berlusconi. A destra e a sinistra. Registriamo due fatti di questi ultimi giorni: un articolo del Corriere della sera e a un non articolo della rivista Micromega.
Sono due fatti molto distanti tra loro, ma entrambi indicativi delle difficoltà che si presenteranno: la prima quando, ricondotte le istituzioni italiane a un minimo di decenza, si vorranno affrontare i nodi politici in un rapporto civile tra posizioni alternative; la seconda, quando si avvieranno le politiche per il futuro.
Sul Corriere della sera Piero Ostellino ha colpito con pesantissime accuse il giurista Ugo Mattei (che i frequentatori di eddyburg conoscono bene). Oggetto della critica un articolo di Mattei sul manifesto. L’autore aveva osato affermare (nella sintesi di Ostellino) che «il diritto costituzionale d'accesso alla casa di abitazione si può emancipare dal ruolo subordinato alla presenza delle condizioni economiche dichiarate dallo Stato e dagli enti chiamati a soddisfarlo come diritto sociale concesso dal welfare pubblico. Nel quadro della funzione giuridica offensiva e della piena destinazione dei beni comuni esso può invece soddisfarsi tramite occupazione acquisitiva legittimata dalla pubblica necessità di spazi socialmente percepiti come abbandonati. Il diritto anche in questo caso sgorga dalla fisicità del conflitto e non può essere generato dalla riflessione astratta di chicchessia».
Mattei aveva insomma espresso un principio antico, che era stato bandiera di rivendicazioni di massa negli anni Sessanta, abbandonato nella ventata neoliberista che si è abbattuta sul mondo, e ripreso negli ultimi decenni sia nella letteratura internazionale che nelle migliaia di episodi di contestazione dei danni apportati dalle pratiche neoliberiste alle condizioni di vita nella società e nella città: il principio del “diritto alla città”. La rivendicazione espressa da quel “diritto” ha, tra le sue componenti, proprio l’appropriazione. Che Ostellino non conosca Lucien Lefebvre e gli altri studiosi che hanno esplorato l’argomento, che non sia informato delle pratiche sociali in atto nel mondo, tutto ciò non costituisce scandalo. E neppure lo costituisce che non condivida la tesi di fondo, e che si proponga anzi di contrastare i movimento che la agita, per difendere invece i vecchi interessi dominanti. Ciò che invece colpisce, e preoccupa ogni spirito autenticamente liberale, è la conclusione che Ostellino trae dalla critica.
Una conclusione minacciosa, ci verrebbe voglia di definire “fascista”. Chi sostiene quella tesi – secondo Ostellino – è oltre la Costituzione, oltre il welfare state, oltre la realtà effettuale, oltre il formalismo giuridico. Quindi, secondo Ostellino, chi sostiene quella tesi è un terrorista. Se non direttamente, è certamente un “cattivo maestro”: di quelli, dice il buon maestro, che vogliono perpetuare la «”guerra civile“ che insanguinò l'Italia nell'immediato dopoguerra e ne impediscono la modernizzazione».
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La ruota della fortuna di Matteo Renzi
Nique La Police
Un editoriale che ripercorre la storia e delinea la strategia del personaggio politico più pompato del momento. Il nuovo guru di destra che si candiderà per le primarie del centrosinistra. L'uomo del "Sto con Marchionne", "Sì al nucleare", Sì al Tav" e del "Io i referendum per l'acqua non li voto"
Prima di parlare dell’immagine di Matteo Renzi bisogna fermarsi telegraficamente agli interessi dai quali l’attuale sindaco proviene e a quelli che intende rappresentare. Dobbiamo infatti considerare che Matteo Renzi è figlio diretto di quel sottobosco politico dal quale oggi dice di volersi liberare. Suo padre Tiziano è stato in fatti un piccolo ras dei pacchetti di voti della declinante Dc toscana degli anni ’80, inizio anni ’90. Le insistenti voci sulle entrature di Tiziano Renzi nella massoneria toscana non sono provate o comunque andrebbero meglio certificate. Di certo però suo padre si distingue nell’impreditoria regionale in materia di giornali e di distribuzione pubblicitaria. Non solo, entra in affari con l’impresa Baldassini-Tognozzi-Pontello, oggi rilevata da Impresa Spa, che è uno dei santuari del mattone toscano. Quindi quando Renzi difende la Tav non è tanto in conflitto ma in convergenza di interessi su un settore non proprio sconosciuto alla sua famiglia. E qui sarà probabilmente un caso quello che vuole la Baldassini-Tognozzi-Pontello vincere la gara d’appalto per la tramvia 2 e 3 a Firenze, come annunciato dallo stesso Renzi.
E quindi, quando Renzi dice di Firenze “basta costruzioni in centro”, c’è solo da capire per quale tipo di costruttori parla. La polemica sulla discontinuità generazionale nel centrosinistra per Renzi, sulla rottamazione degli “anziani” vale poi ovviamente solo nei confronti di Bersani. Simbolicamente, quando Bersani è andato in visita ufficiale a Firenze, Renzi è andato al compleanno del padre. Nei confronti del padre c’è invece continuità, per così dire, anche nel ramo di impresa. Dove il primo costruisce legami d’affari a livello regionale, il secondo li allarga su una dimensione di influenza nazionale. A prescindere dalle primarie. Comunicazione e grandi opere, rami aperti dal padre, godono della capacità di fare brand su questi temi da parte del figlio che, come stupirsi, ha benedetto ogni Tav di vario ordine e grado.
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Cartina di tornasole
Elisabetta Teghil
I Cie, Centri di identificazione ed Espulsione, sono nati non per internare persone che hanno commesso un reato, ma che non hanno il permesso di soggiorno nel nostro paese.
Creati come Cpt con la legge 40/1998 , Turco-Napolitano, hanno introdotto il concetto di detenzione amministrativa per cui si può essere internate/i per una condizione , creando un vero e proprio “vulnus” nel concetto di diritto.
La detenzione per condizione e non per reato, porta alla reclusione ”amministrativa” di soggetti che per quello che sono e non per quello che fanno, sono passibili di condanna, detenzione e/o internamento.
Il fatto che una condizione, poi, venga rubricata come reato, nulla toglie al concetto di base, anzi lo aggrava, perché rende manifesta l’azione dello Stato di arrogarsi il diritto di definire “reato” qualsiasi comportamento o situazione di per sé.
E’ il trascinamento dallo Stato di diritto allo Stato etico.
Una nota a margine riguarda ,chiaramente, il fatto che le leggi non sono nulla di neutrale o al di sopra delle parti , ma rappresentano la sanzione formale di un rapporto di forza.
Il concetto di detenzione per condizione e non per reato, apre scenari inquietanti.
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I costi del crimine della guerra, oggi
di Antonio Mazzeo
“Giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale”. Continua ad essere chiamato così il 4 novembre, cent’anni dopo la fine del primo terribile conflitto mondiale del secolo breve. Celebrata dai cappellani militari nelle piazze di tutta Italia, caserme e unità navali aperte alla visita di civili, giovani e studenti, donne e uomini armati nel nome della difesa del suolo patrio, dell’onore, di libertà sempre più effimere e intangibili. Eppure mai come quest’anno ci sarebbe tanto bisogno di riflettere sui soffocanti e deleteri processi di militarizzazione della società, dell’economia, della vita di milioni di italiani. Siamo in guerra, una guerra fatta di morti invisibili, in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia, Somalia, Africa centrale, Filippine, Kurdistan, Yemen e chissà ancora in quanti posti ancora. Una guerra che nelle periferie delle megalopoli è fatta di disperazione, abbandono, emarginazione, morte per fame e malattie. Una guerra alle risorse del pianeta, ai beni comuni, alle migrazioni, all’ambiente. Guerre che vedono l’Italia protagonista, complice, responsabile, vittima.
I numeri sono entità fredde, astratte, spersonalizzanti. Il loro uso può assuefare, normalizzare, virtualizzare. Ma ci sono numeri che il 4 novembre ministri, generali e cappellani si guarderanno bene a menzionare. Come ad esempio quelli forniti dal Comando Nato di Bruxelles per quantificare le operazioni di morte realizzate in Libia. Dall’inizio di Unified Protector (31 marzo 2011) sino allo scorso 21 ottobre, ad esempio, sono state condotte 26.223 “sortite” di cui 9.634 Strike (quelle in cui c’è il cosiddetto ingaggio di obiettivi). Ovviamente ci si guarda bene a descrivere la tipologia degli obiettivi di cui si sta parlando. In linea con le guerre globali e permanenti del XXI secolo dove sono satelliti e computer a dirigere blitz e bombardamenti e dove vige il diktat di occultare qualsiasi scenario di distruzione in campo “avversario”, falchi e strateghi di Bruxelles si guardano bene a fornire i dati sui morti e i feriti. Non esistono. Non devono esistere. Ma quanti bambini, donne e uomini sono caduti sotto le bombe dei 9.634 Strike degli aerei Nato? Il 4 novembre faremmo bene a fermarci un attimo e pensarci.
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Lettera o testamento?
Una nota sull'ultimatum dell’UE e la risposta italiana
Clash City Workers e CAU
Avete presente il gioco che si faceva da piccoli “dire, fare, baciare, lettera o testamento”? Be’, quello che sta succedendo in questi giorni fra Italia ed UE, baci a parte – Gheddafi ormai è andato – lo ricorda un po’… L’UE dice, ordina, prescrive, e l’Italia fa, procede; in mezzo c’è la lettera scritta da un Berlusconi in grossa difficoltà. Una lettera che in realtà sembra più un testamento, del suo Governo, della sua carriera politica, ma una lettera che prova a mettere la parola “fine” anche sui diritti dei lavoratori e su quel poco di garanzie sociali che ci erano rimaste. Un testamento che lascia in eredità al capitale ed agli speculatori aziende di stato, palazzi, ricchezze pubbliche mentre alle classi subalterne nega tutto. Si tratta delle ultime volontà di un paese ormai commissariato e destinato alla catastrofe. D’altronde, se ricordate quel gioco di bambini, per “testamento” si intendeva sempre una serie di botte con un calcio in culo finale. Più o meno quello che ci sta succedendo. Proviamo quindi a buttare giù qualche riflessione a caldo sulla “lettera”, consapevoli che si tratta solo di spunti, e che probabilmente le cose evolveranno in tempi rapidissimi, consapevoli però che è bene che tutti, lavoratori, studenti, compagni, sappiano e si tengano pronti al peggio. Perché il peggio sta per arrivare. Da questo punto di vista aveva ragione il premier greco Papandreu quando disse che questa crisi del debito è paragonabile ad una “guerra”, con devastazione sociale e massacri di massa annessi. Il fatto che l’Italia abbia ricevuto un vero e proprio ultimatum lo dimostra. Ed in prima linea verranno mandati ancora una volta i lavoratori, che dovranno fare sacrifici, rinunciare ai diritti, rendersi disponibili a tutto…
Ma vediamo meglio. La prima cosa da notare è che la lettera non è chiarissima, dice cose molto generiche, non entra nel dettaglio. In molti punti è utilizzato un linguaggio volutamente oscuro perché, a differenza di come si vuol far credere, molte sono le cose ancora da decidere. Si tratta insomma di una lettera di intenti che vale relativamente poco, perché la maggior parte delle misure verranno integrate con altre suggerite dall’UE e da Draghi, e forse portate avanti da un altro Governo. Ma, ed è questa la cosa che colpisce, nonostante le descrizioni vaghe dei provvedimenti vengono date scadenze precise, molte delle quali anche abbastanza ravvicinate.
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E’ finita la gomma da masticare
Mike Davis
Chi avrebbe potuto immaginare Occupy Wall Street e la sua proliferazione simile a quella di fiori di campo in città grandi e piccole? John Carpenter lo ha fatto. Quasi un quarto di secolo fa (nel 1988), il maestro dell’horror di mezzanotte (“Halloween”, “La Cosa”) ha scritto e diretto “They Live” (essi vivono), che rappresentava l’epoca di Ronald Reagan come una catastrofica invasione di alieni. In una delle brillanti scene iniziali del film, una gigantesca città di baracche da terzo mondo appare all’altro lato della Hollywood Freeway nel riflesso del sinistro cristallo degli edifici delle multinazionali di Bunker Hill.
“They Live” è ancora il tour de force sovversivo di Carpenter. Pochi di coloro che l’hanno visto possono dimenticare il ritratto di banchieri multimilionari e di perversi potenti dei media e il loro oscuro impero zombie su una classe operaia americana che vive in tende sul lato di una collina ricoperta di rifiuti, implorando posti di lavoro. A partire da questa negativa eguaglianza di disperazione negativo e mancanza di case, e grazie ai magici occhiali da sole trovati dall’enigmatico Nulla (interpretato da Rowdy Roddy Piper), il proletariato trova l’unità interetnica, vede attraverso gli inganni subliminali del capitalismo e si infuria. Si infuria molto.
Sì, lo so, sto andando troppo avanti. Il movimento Occupa il Mondo sta ancora cercando i suoi occhiali magici (programma, obiettivi, strategia, ecc.) e la sua indignazione bolle al fuoco lento di Gandhi. Ma, come aveva previsto Carpenter, se un numero sufficiente di americani esce della sua casa e/o dalla sua traiettoria (o almeno a decine di milioni si chiedono se farlo), qualcosa di nuovo e colossale si metterà poco a poco in marcia in direzione di Goldman Sachs. Qualcosa che, a differenza del Tea Party (la destra statunitense, ndt), fino ad ora non ha i fili del burattino.
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Pierangelo Garegnani, l’economista controcorrente
Fabio Petri
Sabato 15 ottobre 2011 all’età di 81 anni è venuto a mancare Pierangelo Garegnani, il maggiore economista teorico italiano degli ultimi cinquant’anni, figura di assoluto rilievo internazionale che ha contribuito come nessun altro a chiarire, portare avanti ed estendere il progetto avviato da Piero Sraffa di riabilitazione dell’impostazione teorica classica (o, come Garegnani anche la chiamava, impostazione del ‘sovrappiù’). Si tratta dell’impostazione in sede di teoria del valore e della distribuzione del reddito che nella sua struttura fondamentale accomuna i Fisiocratici, Adam Smith, Ricardo e Marx, e che venne abbandonata nell’ultimo quarto del 19° secolo in favore dell’impostazione ‘marginale’ (detta anche ‘della domanda e offerta’, o neoclassica come impropriamente oggi spesso la si definisce), anche per via della maggiore capacità di questa seconda impostazione di offrire argomenti a difesa del capitalismo a fronte della crescente protesta operaia.
In effetti, come messo in luce da molti studi di storia del pensiero economico, fin da poco dopo la morte di Ricardo (1823) era iniziata la ricerca di teorie dell’origine dei profitti che ne fornissero una giustificazione capace di opporsi alla tesi, derivabile dalle analisi degli stessi Adam Smith e Ricardo, che i profitti scaturiscono dalla maggior forza contrattuale dei capitalisti rispetto ai lavoratori salariati (la quale permette di imporre ai lavoratori di lavorare più di quanto basterebbe a produrre i loro salari), ed hanno dunque una origine analoga a quella del reddito dei signori feudali, derivante dal monopolio della terra che permetteva di imporre ai servi della gleba le corvées: da cui l’accusa di sfruttamento del lavoro come vera origine dei profitti. La pericolosità dell’impostazione classica per la struttura di classe dell’epoca emerge bene in un brano del 1831 di Scrope, il quale, riferendosi a Ricardo e ai suoi seguaci, scriveva: “Sicuramente la pubblicazione di opinioni … che, se anche fossero vere, poiché sconvolgono i principi fondamentali della simpatia e dell’interesse comune che costituiscono il cemento della società, non potrebbero essere che profondamente dannose, costituisce un crimine […].
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Pensioni. Perché è giusto indignarsi
di Felice Roberto Pizzuti
Il sistema previdenziale è strutturalmente in equilibrio. Il saldo tra le entrate e le prestazioni pensionistiche al netto delle ritenute fiscali è attivo per un ammontare di 27,6 miliardi
Siamo nel bel mezzo di quella che si avvia a diventare la più grave crisi economica del capitalismo e c'è chi mette al primo posto delle cose da fare una nuova riforma pensionistica in Italia. Sembrerebbe che se non si fa quest'intervento, l'Italia non reggerebbe alla «critica» dei mercati, il suo bilancio pubblico andrebbe in default e, per effetto domino, crollerebbe l'euro, l'Unione europea e l'economia mondiale. Boom! In effetti, la situazione è drammatica, ma come avrebbe detto Flaiano, non è seria. E non lo è anche per i risolini del duo Merkel-Sarkozy che certo non depongono a favore della loro levatura di statisti ma mostrano come si possa sfruttare la reputazione di barzellettiere del nostro presidente del consiglio per distogliere l'attenzione dai problemi dei sistemi bancari francese e tedesco (particolarmente esposti al ben più probabile default greco) e dai vincoli che le prossime scadenze elettorali nei loro paesi stanno esercitando nel fronteggiare la crisi.
Rimane da spiegare l'attenzione spasmodica verso il nostro sistema pensionistico che non più tardi di qualche mese fa veniva presentato come il nostro fiore all'occhiello rispetto ai ritardi e alle difficoltà di riforma incontrati da altri paesi, a cominciare dalla Francia.
La situazione del nostro sistema previdenziale, per ammissione comune, è strutturalmente in equilibrio attuariale. Tuttavia, alcuni sostengono che la fase di transizione al suo funzionamento a regime sarebbe molto lunga, il ché – si lascia intendere – determinerebbe un vulnus finanziario nel sistema e, conseguentemente, per il complessivo bilancio pubblico.
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Gli scenari politici internazionali della crisi sistemica*
di Piero Pagliani
1. Capitale e Potere: l’origine della crisi
1. Poche settimane or sono, in pieno attacco all’euro, “La Repubblica” mentre da una parte terrorizzava i suoi lettori parlando della caduta nell’abisso delle borse e persino dell’oro, dall’altra li invitava surrettiziamente ad investire in titoli a lungo termine del debito pubblico della Germania e degli Stati Uniti, ultimi rifugi al riparo dalla bufera planetaria.
Ma come? D’accordo la Germania, ma gli Stati Uniti? Il Paese più indebitato del mondo da che mondo è mondo?
D’acchito la perplessità è d’obbligo. Eppure, per lo meno sul breve periodo (ma difficilmente sul medio e a maggior ragione sul lungo - e qui sta una parte del trucco degli imbonitori) i titoli di debito pubblico di questi Paesi potrebbero veramente essere un affare sicuro.
Fino a quando?
Fino a quando regge la credibilità degli Stati Uniti come superpotenza dominante sul piano militare, politico e diplomatico mondiale, anche se non sul piano economico, dato che è dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso che gli USA hanno perso questo primato (o, come si diceva una volta, non sono più l’opificio del mondo). I Paesi dominanti sul piano economico devono allora essere “contenuti” o associati all’impero come viceré sub dominanti, come nel caso, per l’appunto, della Germania.
Questa frattura tra il dominio economico e il dominio politico-militare è poco comprensibile se ci si attiene alla divisione meccanica struttura-sovrastruttura. E’ molto più comprensibile se invece si assume l’ottica leninista dell’analisi dell’intreccio tra le contraddizioni sociali e quelle intercapitalistiche.
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Merce e magia
di Vittorio Giacopini
Più che un caso eclatante di pensiero unico (già la parola “pensiero” è esagerata) si è trattato di un’allucinazione collettiva, di un abbaglio. Scegliere tra i necrologi di Steve Jobs il più brutto o il più bello o il più melenso appare impresa titanica, impossibile e poi non si tratta di stilare classifiche. È il sintomo a colpire, impressionante; quest’eco planetaria, il contagio. Abbagliati o allucinati o in mala fede, scrittori, esperti, pensosi artisti, grintosissimi blogger, opinionisti hanno adottato toni rapiti, lirici, ispirati, e l’effetto melassa è stato immediato.
Ovvio, ci sono state vette di prosa zuccherina impareggiabili – aprivi il giornale e ti veniva il diabete – e vere e proprie idiozie, vere indecenze (ma la palma del peggiore va a Jovanotti: “il suo discorso alla Stanford University è l’upgrade del sogno di Martin Luther King”…). Però neanche la “melassa” è decisiva: disgusta e lascia irritati, ma non conta. E poi, a farla breve, le parole ricorrenti erano più meno quelle, sempre le stesse. Tutti a scrivere e tutti a scrivere uguale, come per una curiosa afasia, ma logorroica. Il Mago della rete, il genio hippy, l’apostolo della “libertà”, il “Ceo della bellezza”, il “visionario”. Anche le voci di dissenso hanno rispettato il copione, poco da fare (il carattere di merda, la prepotenza, la gestione tirannica, l’impazienza: solo tocchi di colore, compiacenti).
Intrappolati in un marketing virale listato a lutto abbiamo finito per lasciarci risucchiare in un gioco di ruolo o in un imbroglio. Quando Walter Veltroni parla dell’“uomo dei sogni” (tipico suo) non ha neanche torto, tutto sommato. Sogni, appunto, il contrario della veglia, un’anticoscienza. Il “mago” ci ha stregati? Più che normale. È il mestiere dei maghi: turlupinarci (e Jobs, almeno nel farci credere di aver bisogno di cose di cui invece non si ha proprio alcun bisogno, è stato un mago). Bisognerebbe chiedersi perché abbia funzionato così bene, proprio alla grande, senza resistenza vera, senza dialettica. Nel Settecento, quando il conte Cagliostro pretendeva di essere l’uomo salvifico che sanava “tutti i mali” e tutto guariva, metà Europa abboccava, metà lo considerava un ciarlatano. Oggi è radicalmente diverso e fa un po’ effetto. Il mago è il mago (alla faccia della “scuola del sospetto”, del postmoderno). Più che di pensiero unico forse è il caso di parlare di “pensiero magico”.
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Città e territori come beni comuni. Nove proposte per salvare il Belpaese
di Paolo Berdini
Dopo Tangentopoli la legislazione urbanistica è stata smantellata. Le metropoli sono diventate terreno di conquista degli speculatori. Fiumi di cemento hanno inondato i nostri territori. Ripristinare la legalità, bloccare le espansioni urbane, riqualificare le periferie, recuperare il costruito abbandonato: ecco tutto ciò che andrebbe fatto per fermare il saccheggio del territorio e delle città
Regole e legalità cancellateIl 1993 segna lo spartiacque per comprendere cosa è avvenuto nel territorio e nelle città. Tangentopoli aveva mostrato lo stretto intreccio tra l’urbanistica e la corruzione: a Roma e Milano, solo per fermarci alle due maggiori città, le regole venivano sistematicamente cambiate dalla politica collusa con la proprietà fondiaria e con l’affarismo.
Nulla di nuovo. Una storia iniziata nell’immediato dopoguerra: la Roma dominata dalla Società generale immobiliare, la Napoli dei tempi di Lauro, lo scandalo di Agrigento, il sacco di Palermo avevano dimostrato l’arretratezza del sistema economico che dominava le città. È stata la speculazione parassitaria a imporre il proprio dominio: dappertutto erano sorte periferie sfigurate e incivili.
Eppure in quel periodo il legislatore aveva risposto agli scandali con una serie di riforme che avevano collocato l’Italia nel panorama dei paesi virtuosi. Regole e strumenti pubblici chiari e efficaci: la legge sull’edilizia pubblica del 1962, la legge ponte del 1967, la Bucalossi del 1977, la Galasso del 1985, la legge sulle aree protette del 1991. Era stato mancato l’obiettivo di scindere in maniera definitiva il diritto di proprietà dal diritto di edificare analogamente agli altri paesi europei poiché il tentativo di riforma di Fiorentino-Sullo fallì nel 1963 per la violentissima reazione del blocco immobiliare. Cionostante, la risposta agli scempi urbanistici portò a una profonda evoluzione della legislazione.
La risposta allo scandalo di Tangentopoli è stata di segno opposto: la legislazione urbanistica è stata infatti smantellata.
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Note sul 15 ottobre
di Toni Negri
Ero e sono fuori, in queste settimane, in Spagna ed in Portogallo. Non ho seguito direttamente quello che è avvenuto a Roma. Ma sono stato sorpreso, direi sbalordito, nel leggerne cronache e commenti.
1) La divisione tra gli “indignati” e gli altri, i “cattivi”, è stata fatta prima di tutto da La Repubblica, l’organo di quel partito dell’ordine e dell’armonia che ben conosciamo (per non dire degli altri media). Non sembra che il comitato organizzatore della manifestazione si sia indignato molto per ciò. C’era forse un peccato originale alla base di questo oltraggio: chi aveva organizzato la “manifestazione degli indignati” non aveva molto a che fare con le pratiche teoriche e politiche che dalla Spagna si sono estese globalmente, talora in maniera massiccia, altre volte minoritaria: il rifiuto della rappresentanza politica e sindacale, il rigetto delle costituzioni liberali e socialdemocratiche, l’appello al potere costituente. In Italia, invece, un gruppo politico al limite della rappresentanza parlamentare si è appropriato il nome degli Indignados … E ora reclamano: “Lasciateci fare politica”.
2) Ma allora, si dirà, gli indignati “veri” sono i ragazzi che incendiano le macchine e fanno quel gran casino contro la polizia a San Giovanni? Certo che no. Qui nasce tuttavia il grande, se non l’unico problema. Chi possono essere gli unificatori del movimento? Chi costruisce oggi, in Italia, l’unità degli sfruttati, degli indebitati, dei non-rappresentati?
Le risposte a questi interrogativi sono molteplici. Tanti anni fa, Asor Rosa avrebbe detto: quei ragazzi pieni di rabbia appartengono alla “seconda società”, essa è inorganizzabile, essa è la non-politica. Oggi, alcuni rappresentanti del “movimento” diranno: sono estremisti, anarchici e insurrezionalisti, quindi pericolosi, quindi inorganizzabili. È forse vero. La conseguenza sarà allora la medesima che ne trasse Asor trent’anni fa: sono irrappresentabili?
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Magliette a strisce, teddy boys e black bloc
Dall’epica popolare al moral panic
Nique la Police
1) Chi ha in mente le strofe di questa canzone?
perché la Resistenza coperta fu di gloria/
E poi poi poi ci chiamavano teddy boys”
Si tratta di un pezzo, che ha contribuito a comporre l’epica popolare sulla rivolta di Genova del 1960, intolato E poi ci chiamavano Teddy Boys raccolto nell’antologia di Canti popolari socialisti e comunisti curato da Leoncarlo Settimelli e Laura Falavolti per le edizioni Savelli nel lontanissimo 1976. Il testo della canzone lo si può trovare qui.
L’aria di questo pezzo era ricavata da una canzone del fronte della prima guerra mondiale, dedicata sarcasticamente al generale Cadorna, in modo da saldare di fatto l’immaginario popolare delle generazioni del Carso e dell’Isonzo, dove fu operato il massacro concentrico più devastante di proletari e contadini italiani di tutto il ‘900, con quelle dei giovani che si affacciavano alla politica nell’Italia del secondo dopoguerra. E’ interessante però fare un’analisi dei contenuti dell’epica popolare presente in questa canzone. E soprattutto del conflitto che è ricomposto in queste strofe. Per comprendere di cosa stiamo parlando bisogna capire che la figura del giovane come Teddy Boy rappresenta una rottura antropologica nel tessuto popolare e proletario italiano degli anni ’50.
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L’ascesa del capitalismo dei disastri
di Massimo Cappitti
Pubblichiamo una riflessione di Massimo Cappitti sulle tesi sostenute da Naomi Klein in un libro di qualche anno fa, Shock Economy, e che oggi rivelano tutta la loro attualità; l’articolo proviene dal sito della rivista “Altro Novecento”
Hannah Arendt, ne Le origini del totalitarismo, scrive che «i campi di concentramento e le camere a gas» – senza dubbio «la soluzione più sbrigativa del problema della sovrappolazione, della superfluità economica e dello sradicamento sociale» – lungi dal costituire un «monito» possano, al contrario, rappresentare anche per le società democratiche un «esempio», una tentazione, cioè, destinata a riproporsi quando appaia «impossibile alleviare la miseria politica, sociale o economica in maniera degna dell’uomo».
Quelle soluzioni, pertanto, mantengono, nel presente, la propria efficacia, pronte ad essere utilizzate allorché, ad esempio, si profili l’esistenza di un altro ritenuto a tal punto nemico da risultare irriducibilmente incompatibile con l’ordine sociale vigente. L’altro – qualunque sembiante assuma – può diventare, secondo un dispositivo implacabile, sterminabile. Dapprima si costruisce il nemico, spogliandolo delle qualità umane che lo rendono soggetto degno di riconoscimento e cura; così trasformato in una «non persona» ed esposto all’isolamento, diventa oggetto della violenza dello stato. Violenza giustificata dalla convinzione che, soltanto eliminando il nemico assoluto, si possano efficacemente preservare la compattezza e la salute del corpo sociale dalla minaccia che quello incarna.
Di questo nesso, ovvero del legame tra «libertà economica e terrore politico», e di come questo rapporto abbia segnato in modo doloroso la storia degli ultimi decenni tratta Shock Economy, edito da Rizzoli (pp.622, € 20,50), di Naomi Klein.
L’autrice ripercorre, in modo rigorosamente documentato, «l’ascesa del capitalismo dei disastri» dai primi esperimenti in Cile e Argentina fino ai conflitti israelo-palestinese e iracheno, attraverso le vicende della Polonia e della Russia post-comuniste, dei paesi asiatici dopo la crisi finanziaria della metà degli anni ’90, del Sudafrica dopo l’apartheid, della Cina e, ancora, dei paesi travolti dal maremoto del 2004.
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Fuori dall'euro! Fuori dal debito!
Riportiamo alcuni degli interventi effettuati al Convegno di Chianciano del 22/23 ottobre 2011 dal titolo "Fuori dall'euro! Fuori dal debito!"
Sergio Cesaratto – Interessi nazionali e sovranità monetaria. Spazi per un’uscita progressista dalla crisi europea
https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=A1V-SmLTcv4
Alberto Bagnai – Euro: uscirne è di destra? Perché, entrarci è stato di sinistra?
https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=XKFs6P_RyGo
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Popolo
Mario Tronti
<< Una quantità di parole che usiamo di continuo, e crediamo perciò di comprendere in tutto il loro significato, sono in realtà chiare fino in fondo soltanto per pochi privilegiati. Così le parole “cerchio” o “quadrato”, di cui tutti si servono mentre soltanto i matematici hanno un’idea chiara e precisa del loro significato; così pure la parola “popolo”, che molte labbra pronunciano, senza che la mente ne afferri il senso autentico >>. Così parlava il matematico e filosofo Frédéric de Castillon, partecipando, e vincendo, al concorso indetto dalla Reale Accademia Prussiana (1778), sulla questione, cara a Federico II, “se possa essere utile al popolo d’essere ingannato”. << S’intende si solito per “popolo” - scrive ancora Castillon – la maggioranza della popolazione, quasi incessantemente dedita ad occupazioni meccaniche, grossolane e faticose, ed esclusa dal governo e dalle cariche pubbliche >>. Siamo alla vigilia della Rivoluzione francese, ma siamo in Germania, dove nazione e popolo non si erano ancora incontrati, come era da tempo accaduto, attraverso le monarchie assolute, in Inghilterra, Francia e Spagna. Siamo quindi anche in Italia. Frédéric de Castillon arriva a Berlino proveniendo dalla Toscana. Nazione e popolo nascono insieme in età moderna. E chi li mette insieme è lo Stato moderno. Non c’è nazione senza Stato. Ma non c’è popolo senza Stato. Questo è importante, da un lato per capire, dall’altro per stringere il problema ai tempi che ci riguardano e ci impegnano. Perché il tema è eterno. Biblico, prima che storico.
Il concetto antico-testamentario di popolo - il popolo fondato da Mosè – mi sembra più vicino al concetto moderno di popolo di quanto non lo sia il demos dei Greci o il populus dei Romani. Né la città-stato né l’impero fondano un popolo. Non c’è la terra promessa, non c’è l’esilio, l’esodo, non c’è il Dio degli eserciti. I cittadini liberi nell’agorà, come la plebe sugli spalti del Colosseo, non fanno popolo. Immagini, queste, e metafore, attuali/inattuali per il nostro tempo. Popolo è concetto teologico secolarizzato. Non c’entrano niente né l’assemblea degli elettori sovrani, né la belua multorum capitum.
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Il popolo della Valle
di Marco Revelli
La gente della Val di Susa, domenica, ha fatto davvero un miracolo, nel senso etimologico del termine (dal latino mirari, come si dice di «cosa grande che meraviglia», o anche di «cosa grande e insperata»).
Deludendo l'intero universo politico-mediatico che aveva spasmodicamente atteso l'incidente (e in buona misura l'aveva anche preparato) per mettere, una volta per tutte, una pietra sopra la Valle e la sua resistenza. Hanno costruito un capolavoro: un corteo di migliaia e migliaia di persone di ogni età e condizione, che si snoda per sentieri di montagna (credo che sia l'unica esperienza al mondo), tra castagneti e blocchi di polizia, aggirando barriere e tagliando reticolati in un ordine assoluto, senza un gesto o una parola fuori posto, senza l'aggressività e la volgarità che invadono il mondo politico, senza neanche un petardo acceso o una pietra lanciata. Un'azione di disobbedienza civile in perfetto stile gandhiano, realizzata esattamente come le assemblee partecipatissime di valle avevano deciso nei giorni precedenti, mentre intorno strepitavano i profeti di sventura.
La ragione di questa forza è, tutto sommato, facile da spiegare, per chi abbia anche solo messo il naso in valle: perché quello della Val di Susa non è un semplice movimento, nel senso genericamente politico in cui si è soliti usare questo termine. E' un popolo, una comunità con legami fortissimi con la propria terra e la propria storia, impegnata da almeno un paio di decenni a prendersi cura dei propri beni comuni, del proprio habitat, del proprio sistema di relazioni. Sono persone, individui, ma anche famiglie, catene generazionali, reti sociali di vicinato, culturalmente aperte, disponibili all'accoglienza, alla condivisione e alla contaminazione con gli altri, ma consapevoli della propria identità.
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La sinistra italiana di fronte alla crisi
Sergio Cesaratto
Più che limitarmi alle cause e possibili uscite dalla crisi europea, su cui naturalmente indugerò nella prima parte, mi sembra opportuno qui riflettere sull’atteggiamento che la sinistra italiana ha tenuto di fronte alla crisi. Questo atteggiamento appare trovare le proprie radici nella storia lontana del Partito Comunista Italiano.
Le origini della crisi: il problema della realizzazione del sovrappiù nel capitalismo
Sulle cause della crisi europea non dirò dunque molto. Essa trova le sue radici nella moneta unica. Questa ha facilitato i flussi di capitale da un centro industrialmente forte, e votato a uno sviluppo export-led, verso la periferia, industrialmente più debole. I flussi di capitale – la disponibilità di credito a bassi tassi di interesse dalle banche tedesche e francesi - hanno alimentato una illusoria crescita basata sul boom edilizio in Spagna e Irlanda,[1] e sulla spesa pubblica in Grecia. I bassi tassi di interesse derivavano da una politica monetaria volta a non deprimere la già depressa crescita tedesca. Portogallo e Italia hanno una storia a parte in quanto hanno sostanzialmente stagnato negli anni dell’Unione Monetaria Europea (UME). In tutta la periferia l’inflazione è stata mediamente più elevata che nel centro, nei primi tre paesi anche alimentata dalla forte crescita. Questo ha comportato una ulteriore perdita di competitività a favore del centro. Le esportazioni di quest’ultimo si sono così avvantaggiate di questa situazione.
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Dalle guerre dell’oppio alle guerre del petrolio
Domenico Losurdo
«La morte di Gheddafi è una svolta storica»: proclamano in coro i dirigenti della Nato e dell’Occidente, i quali non si preoccupano neppure di prendere le distanze dal barbaro assassinio del leader libico e dalle menzogne spudorate pronunciate a tale proposito dai dirigenti dei «ribelli». E, tuttavia, effettivamente si tratta di una svolta. Ma per comprendere il significato che la guerra contro la Libia riveste nell’ambito della storia del colonialismo, occorre prendere le mosse da lontano…
Allorché nel 1840 le navi da guerra inglesi si affacciano dinanzi alle coste e alle città della Cina, gli aggressori dispongono della potenza di fuoco di diverse centinaia di cannoni e possono seminare distruzione e morte su larga scala, senza temere di essere colpiti dall’artiglieria nemica, la cui gittata è ben più ridotta. E’ il trionfo della politica delle cannoniere: il grande paese asiatico e la sua millenaria civiltà sono costretti a capitolare; inizia quello che la storiografia cinese definisce giustamente il secolo delle umiliazioni, che termina nel 1949, con l’avvento al potere del Partito comunista e di Mao Zedong.
Ai giorni nostri, la cosiddetta Revolution in Military Affairs (RMA) ha creato per numerosi paesi del Terzo Mondo una situazione simile a quella a suo tempo affrontata dalla Cina. Nel corso della guerra contro la Libia di Gheddafi, la Nato ha potuto tranquillamente effettuare migliaia e migliaia di bombardamenti e non solo non ha subito alcuna perdita ma non ha neppure rischiato di subirla. In questo senso, piuttosto che a un esercito tradizionale, la forza militare Nato rassomiglia a un plotone di esecuzione; sicché l’esecuzione finale di Gheddafi, piuttosto che essere un caso o un incidente di percorso, rivela il senso profondo dell’operazione nel suo complesso.
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‘‘Proletarizzati di tutto il mondo unitevi... contro la bêtise!’’
Intervista a Bernard Stiegler
Bernard Stiegler, professore al Goldsmiths College di Londra, all'Université de Technologie di Compiègne e visiting professor alla Cambridge University, nonché Direttore dell'Institut de Recherche et d'Innovation du Centre Georges Pompidou di Parigi, è sicuramente uno dei filosofi più attenti alle trasformazioni della società contemporanea, come dimostrano i suoi numerosi libri pubblicati negli ultimi anni. A dispetto di alcuni titoli ''apocalittici'' delle sue pubblicazioni – come La misère symbolique o Mécréance et miscrédit – e delle analisi fortemente critiche per le quali è conosciuto anche in Italia (sebbene ancora poco tradotto), Stiegler si distingue sicuramente per la serena volontà di trasformazione sociale, economica, politica e culturale dello stato attuale delle cose, prendendo come bersaglio critico l'ignoranza in quanto fenomeno socialmente prodotto dall'ideologia e dalle tecnologie del consumo. Da questa volontà, condivisa con altri pensatori e studiosi, nasce il progetto di Ars Industrialis, l'associazione di cui Stiegler è presidente e uno dei fondatori. In particolare, l'ambizione di Ars Industrialis, è quella di essere “un'associazione internazionale per l'ecologia industriale dello spirito”, che sappia coniugare critica teorica e proposta programmatica su tutti i piani del sapere, a incominciare dalle scienze umane.
Stiegler ha inoltre pubblicato, qualche anno fa, un libro intitolato La télécratie contre la démocratie, offrendoci così un buon movente per accogliere le sue parole, attraverso un'intervista, in questo numero di Kainos.
1) Nel 2006 lei ha pubblicato La télécratie contre la démocratie, un libro che è ancora molto attuale rispetto alla situazione italiana. Se è lecito pensare che i dibattiti politici in Italia oggi risentano del «regno dell’ignoranza» di cui lei ha parlato, come si può fare per uscirne, al di là di un cambiamento istituzionale del potere?
STIEGLER: Si tratta di un’enorme questione, che mi pongo tutti i giorni. Penso però che vi sia un problema di traduzione, perché ciò che lei chiama il ‘‘regno dell’ignoranza’’, in quel libro è definito principalmente come il ‘‘regno della bêtise’’.
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L'utopia perduta del web 2.0
Enzo Modugno
Un dialogo a distanza con Carlo Formenti e Franco Bifo Berardi, autori di «Eclissi» per Manni editore
Un dialogo che ha l'aria di un'assemblea di movimento, di quelle intensissime che vanno avanti fino a tardi. Il punto di partenza è il volume Eclissi di Carlo Formenti e Franco Bifo Berardi (manni editore). È già intervenuto Benedetto Vecchi (il manifesto del 30 settembre) che ha sottolineato la questione più importante, la netta presa di posizione dei due autori che negano le capacità liberatorie delle nuove tecnologie. Scardinando così una convinzione troppo a lungo vagheggiata dagli utopisti del web 2.0 che hanno rinnovato, a guardar bene, le illusioni del marxismo positivistico di Kautsky e Plechanov. Sull'onda di Comte e Saint-Simon, contagiarono i partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale. Oggi hanno creduto nelle nuove tecnologie proprio come allora credettero nelle tecnologie industriali. Eppure persino John Stuart Mill dubitò subito che le invenzioni meccaniche potessero alleviare le condizioni di un qualsiasi essere umano.
Formenti è intervenuto a fondo su questo argomento. E se Bifo parla della ambiguità/duplicità delle dinamiche di rete, questa va intesa nel senso che è pur vero che i mezzi di comunicazione - che già nella prima rivoluzione industriale permisero ai proletari di realizzare in pochi anni quelle unioni che i cittadini dei borghi medievali impiegavano secoli a realizzare - permettono oggi ai nuovi lavoratori di realizzarle in pochi giorni. Però è innanzitutto vero che, come sempre, sono mezzi che servono ai capitalisti per i loro scopi e contribuiscono a deprimere quasi ovunque il salario a uno stesso basso livello (Marx, 1848), e a introdurre dappertutto la legge del mercato (Dan Schiller, 1999).
Ma, stabilito questo sulle nuove tecnologie, sarebbe necessario trarne tutte le conseguenze.
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Diritto all’insorgenza
Militant
Solidarietà a tutti gli arrestati di sabato, a tutti i perquisiti nei giorni seguenti e soprattutto alle strutture politiche e sociali colpite dalla magistratura o criminalizzate dai media. Le lotte sociali non si processano, per il diritto all’insorgenza di tutte e tutti!
Le infinite discussioni avviate dopo i fatti di sabato hanno sviscerato fino all’ultima postilla tutto ciò che è accaduto. Eppure rimane ancora la sensazione di qualcosa che non torna, che non convince.
Partiamo dal corteo. Prendiamo come cifra simbolo della manifestazione quei trecentomila di cui tanti hanno parlato. Bene, al di là delle strutture organizzate, specie di movimento, che avranno portato in piazza sì e no diecimila o ventimila persone (e ci teniamo molto larghi), la stragrande maggioranza dei manifestanti erano singoli individui che manifestavano, non organizzati in nessuna struttura politica – partito, sindacato o centro sociale che fosse. Questo è un dato di cui tenere conto.
Altra considerazione è che non si trattava di una manifestazione di classe. Non sono scesi in piazza i lavoratori, variamente intesi, o il precariato; non si trattava neanche di una manifestazione che partiva da una piattaforma di appoggio a una qualche lotta sindacale, lavorativa, sociale, ambientale o territoriale. Certo, in piazza c’era anche questa componente, ma era, questa sì, minoritaria, non tanto o non solo nei numeri, ma soprattutto nelle rivendicazioni e nella visibilità politica.
Ma allora cos’è sceso in piazza sabato? Sabato la piazza è stata caratterizzata da un vasto movimento d’opinione, che da qualche settimana si va radunando e si descrive come movimento degli indignati. Un movimento d’opinione che racchiude tutto ciò che ha partecipato alle proteste in questi ultimi due o tre anni.
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