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Scacco matto
di Carlo Bertani
La concomitanza della sentenza della Corte Costituzionale e del maxi risarcimento (750 mln) per l’affaire Mondadori, più la presentazione dell’associazione “Italia Futura” di Luca di Montezemolo e, in aggiunta, l’apertura della procedura d’infrazione per l’Italia per deficit eccessivo – che comprende anche altri Paesi, ma che per l’Italia è stata motivata per “problemi strutturali” – non sono certo casuali. E’ uno di quei momenti nei quali la storia gira di boa: solo lo skipper attento se n’avvede. Il destino di Silvio Berlusconi – delle sue televisioni, delle sue battute e delle sue puttane – francamente, giunti a questo punto, c’appassiona ben poco.
Starà a lui decidere se accettare un compromesso che preveda una clausola di salvaguardia per il suo patrimonio, oppure decidere di salire con Bossi fino alla “Ridotta della Valtellina”.
Rimanendo in metafora, il 7 Ottobre 2009 è paragonabile allo sbarco in Sicilia del 10 Luglio 1943: il 25 Luglio, l’8 Settembre ed il definitivo 25 Aprile furono solo le ovvie conseguenze.
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G8 Genova. La strana, ma non troppo, storia di un’assoluzione
di Giuliano Giuliani
De Gennaro non colpevole di istigazione alla falsa testimonianza. Il gup decide in soli quindici minuti, un record. Ma viene rinviato a giudizio l’ex questore Colucci che avrebbe dichiarato il falso, C’è il corrotto, manca il corruttore
GENOVA - Le sentenze vanno rispettate (molti lo dicono, pochi lo fanno), ma si possono commentare. Allora, l’assoluzione di De Gennaro, accusato di istigazione alla falsa testimonianza, si può commentare ricordando la cronologia dei fatti.
Sabato 21 luglio 2001, alle 16.15, arriva a Genova in questura il prefetto Arnaldo La Barbera, che assume di fatto il comando delle operazioni di ordine pubblico. E dopo quell’ora, a Genova, di rilevante succede soltanto la macelleria messicana della Diaz. Possibile che De Gennaro non sapesse di questa rilevante visita a Genova? La Barbera va alla Diaz, e quando si rende conto di come vanno le cose lascia il campo, immagino per non macchiare il suo eccellente curriculum di poliziotto antimafia (aveva arrestato Brusca e gli assassini di Falcone e Borsellino). La Barbera è morto nel 2002 e si è portato nella tomba pezzi di verità.
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All'indomani della bocciatura del Lodo Alfano
E' sempre complicato dare un giudizio in corso d'opera sul casin(ò) istituzional-partitico italiano senza restare invischiati nelle sabbie mobili dell'"intelletto politico", che guarda il Palazzo e crede di trovarvi (tutto) il Reale, o della informazione spettacolaristica. In questo, l'autorappresentazione del potere propria dei regimi post-democrazia rappresentativa - quello italiano è un buon sismografo della transizione in atto - non aiuta. Fatta questa avvertenza, si può tentare di vedere come si stanno disponendo i pezzi dopo la bocciatura del lodo salva-Berluska. Al minino, avremo verificato se e in che misura sono all'opera alcune vecchie "regole" dell'agire politico e come la sintassi democratica postmoderna le sta riformulando.
Primo. Ritorna la piazza come ultima istanza ma è sempre più difficile riempirla
«A sentenza politica risponderò politicamente». Berlusconi, al quale non si può negare fiuto politico, sa di rischiare tutto anche solo per logoramento. E sa di non potersi fidare degli "amici".
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Cosa si nasconde dietro la guerra in Afghanistan?
di Enrico Piovesana
Le miniere d'uranio? Il gasdotto trans-afgano? Il posizionamento geostrategico? O forse il controllo del narcotraffico?
Perché, esattamente otto anni fa, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno invaso e occupato l'Afghanistan? Quali interessi si celano dietro le spiegazioni ufficiali di questa guerra? Le ipotesi avanzate in questi anni sono molteplici, ma nessuna abbastanza convincente. Tranne una, che però è alquanto difficile da dimostrare.
Risorse energetiche. Secondo un rapporto pubblicato nel dicembre del 2000 sul sito Internet dell'Eia, l'agenzia di statistica del dipartimento per l'Energia degli Stati Uniti (e poi rimosso), l'Afghanistan viene presentato come un paese con scarse risorse energetiche (mai sfruttate) che, secondo i dati risalenti ancora al tempo dell'occupazione sovietica, consistono in riserve petrolifere per 95 milioni di barili (concentrati nella zona di Herat), giacimenti di gas naturale per 5 trilioni di piedi cubi (nell'area di Shebergan) più 400 milioni di tonnellate di carbone (tra Herat e il Badakshan).
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La crisi di Keynes
di Antonio Pagliarone
Un amico mi ha segnalato l’articolo di Vladimiro Giacchè LO SPETTRO DELLA BOLLA CHE SI AGGIRA PER LA REALTÀ. La crisi di Karl apparso sul Manifesto del 2 Ottobre dandomene copia e pregandomi di fare delle annotazioni.
Innanzitutto ha ragione Giacchè nel sottolineare che l’attuale crash economico su scala globale pur apparendo come una crisi finanziaria va spiegato andando a riprendere le categorie marxiane, senza alcun vincolo ideologico. Occorre precisare però che lo stesso Giacchè cade in errore quando considera che l’origine della crisi stia nella “sovrapproduzione” a causa dell’eccesso di credito che avrebbe spinto il capitale produttivo ad andare al di là dei suoi limiti proprio perché ha a disposizione eccessi di capitale per investimenti produttivi da una parte ed eccessi di disponibilità monetaria per incentivare il consumo, tesi che si trova abbastanza diffusamente anche presso osservatori ed economisti che hanno resuscitato il keynesismo. Secondo Giacchè quindi, citando un breve passaggio di Marx, vi sarebbe una correlazione diretta tra andamento del credito e sovrapproduzione ma non ce lo dimostra empiricamente. Il problema invece sta nel fatto che il modo di produzione capitalistico ha subito delle radicali modificazioni nel corso degli ultimi quartant’anni (dopo la famosa crisi della metà degli anni 70) e la crisi attuale non è altro che il prodotto di una dinamica di lungo periodo del saggio del profitto poiché sta proprio nella possibilità di conseguire profitti l’aspetto fondamentale del modo di produzione capitalistico.
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La crisi di Karl
Lo spettro della bolla che si aggira per la realtà
di Vladimiro Giacchè
Un mondo spiegato a partire dalla centralità del capitale finanziario che stringe nella sua morsa l'economia. È questa la lettura dominante della crisi, relegata a incidente di percorso del capitalismo. Spiegazione che può essere smontata a partire dagli scritti di Marx dedicati al tema e che sono stati raccolti in un volume da oggi in libreria di cui pubblichiamo brani dell'introduzione
La spiegazione della crisi attuale come una crisi finanziaria che ha contagiato l'economia reale è oggi largamente prevalente. Si tratta della versione contemporanea della concezione, ben nota a Marx, secondo cui la crisi sarebbe dovuta «all'eccesso di speculazioni e all'abuso del credito». Precisamente questa spiegazione delle crisi era stata sostenuta dalla commissione incaricata dalla Camera dei Comuni inglese di redigere un rapporto sulla crisi del 1857. Marx contestava questo punto di vista: «la speculazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e proprio per questo accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione. Non la sovrapproduzione, ma la sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione, appare perciò agli occhi dell'osservatore superficiale come causa della crisi».
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Intenzionalità della svalutazione del Dollaro?
Domenico Moro
Il crollo del dollaro negli ultimi mesi ha fatto pensare che sia stato in qualche modo pilotato dall'amministrazione Obama allo scopo di ridurre l'abnorme debito commerciale estero statunitense. Bisogna ammettere che chi la pensa in questo modo è in buona compagnia, visto che lo stesso Trichet, presidente della Banca centrale europea, ha rivolto recentemente un appello alle autorità Usa a favore di un dollaro più forte
La richiesta di Trichet è comprendibile alla luce della difficoltà di Eurolandia nelle esportazioni verso gli Usa a causa dell'apprezzamento dell'euro. Comprensibile, ma senza fondamento, perché la svalutazione del dollaro è tutt'altro che voluta dal governo Usa ed è semmai una conseguenza necessaria di scelte indirizzate verso ben altri obiettivi. In primo luogo, bisogna notare che il dollaro è da diversi anni che tende a svalutarsi rispetto all'euro.
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Cosa ci dicono le elezioni tedesche
di Alberto Burgio
Per la nettezza dei risultati e l'importanza del Paese, le elezioni tedesche costituiscono un passaggio politico di grande rilievo, prodigo di insegnamenti. Un osservatore superficiale potrebbe scorgervi il segno dell'irrazionalità di un elettorato che, complessivamente, premia i partiti del centrodestra, sostenitori di quel neoliberismo che ha prodotto i due fattori-chiave della recessione globale: la dittatura della finanza speculativa e l'immiserimento del salariato e delle classi medie. In realtà, il comportamento dell'elettorato tedesco è del tutto lineare.
Gli elettori moderati chiedono di perseverare nel sostegno all'industria nazionale, i conservatori premono per un neomercantilismo ancora più aggressivo e per la difesa delle prerogative del capitale finanziario. Gli uni e gli altri votano di conseguenza. A loro volta, molti sostenitori della Spd, dopo avere pagato il prezzo del modello Schröder e della Grosse Koalition, non sono andati a votare o hanno scelto altri partiti. Risultato: i socialdemocratici perdono 6,3 milioni di voti, precipitando al 23% (il 18% in meno rispetto al 1998), mentre la Linke guadagna oltre 3 punti. La questione che si pone di fronte alla catastrofe socialdemocratica
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Un miracolo che sa di fallimento
di Paolo Berdini
Anche se nulla ancora emerge dall’informazione televisiva che ci inonda con le immagini delle inaugurazioni delle case per i terremotati dell’Aquila, il tragico fallimento dell’esperienza guidata da Bertolaso sta iniziando ad essere evidente a tutta la popolazione aquilana, anche a quella che aveva creduto alla favola delle new town. Ma proprio quando gran parte della stampa grida al miracolo della realizzazione di (poche) case in tempi rapidissimi, come è possibile parlare di fallimento? È che nella popolazione abruzzese inizia a rendersi evidente la cinica disinvoltura con cui il governo li priverà per molti anni a venire del bene più prezioso che essa aveva: le città, i borghi, i centri storici.
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Marx e il marxismo-leninismo
Autore: a cura di Marcello Musto
I. INCOMPIUTEZZA VERSUS SISTEMATIZZAZIONE
Pochi uomini hanno scosso il mondo come Karl Marx.
Alla sua scomparsa, passata pressoché inosservata, fece immediatamente seguito, con una rapidità che nella storia ha rari esempi ai quali poter essere confrontata, l’eco della fama. Ben presto, il nome di Marx fu sulle bocche dei lavoratori di Chicago e Detroit, così come su quelle dei primi socialisti indiani a Calcutta. La sua immagine fece da sfondo al congresso dei bolscevichi a Mosca dopo la rivoluzione. Il suo pensiero ispirò programmi e statuti di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, dall’intera Europa sino a Shanghai. Le sue idee hanno irreversibilmente stravolto la filosofia, la storia, l’economia. Eppure, nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. Tra i più grandi autori, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.
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Salari e produttività, il legame funesto
Alfredo Recanatesi
L'idea che si va diffondendo di collegare questi due fattori non è solo ingiusta, ma soprattutto è dannosa per l'economia: premia le imprese inefficienti permettendo loro di sopravvivere, riducendo la competitività del sistema nel suo insieme
Una idiozia: il termine può sembrare un po’ pesante, ma è il più appropriato per definire l’orientamento che si va diffondendo di legare in qualche modo la dinamica salariale a quella della produttività. Si potrebbe tagliar corto banalizzando la questione chiedendoci perché mai un camionista che deve perdere una intera mattinata per percorrere la statale della Val Seriana, e dunque è poco produttivo, deve essere retribuito meno di un suo collega che, viaggiando su strade più adeguate alla mole di traffico, è assai più produttivo potendo compiere nella stessa mattinata il doppio o il triplo del chilometraggio. Ma il tema è assai serio e non si esaurisce nella pur pertinente obiezione che sarebbe insensato collegare la retribuzione ad un parametro sul quale i lavoratori hanno scarsa o nulla possibilità di intervenire.
La stagnazione, o addirittura la regressione, della produttività nel sistema economico italiano è la causa per la quale il prodotto lordo non cresce da circa quindici anni. La produttività è la “resa” dei fattori della produzione in termini di valore aggiunto, sicché la sua stagnazione determina quella della ricchezza del paese e, dunque, il suo declino nei confronti dei paesi nei quali la produttività, al contrario, cresce. È facile comprendere, del resto, che se una ora di lavoro rende poco, poco potrà essere remunerato chi ha prestato quell’ora di lavoro. Il futuro del rango dell’economia italiana nel mondo e, conseguentemente, del livello di benessere nostro e dei nostri figli è quindi legato alla evoluzione della produttività. Da ciò dovrebbe discendere che obiettivo primario della politica economica dovrebbe essere un aumento della produttività di tutti i fattori della produzione a cominciare dal lavoro.
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Il posto della Cina “rossa” nell’ordine economico internazionale
di Giorgio Gattei
1. A mezzo degli anni ’60 del Novecento Mario Tronti aveva spedito Marx a Detroit perchè «solo negli USA le relazioni tra capitale e lavoro si presentano come oggettivamente marxiane» (M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi, p. 30). Oggi però sappiamo che Marx a Detroit non c’è mai arrivato, è rimasto nel vecchio continente dove ha finito (almeno così sembra) per perdersi. All’inizio del XXI secolo Giovanni Arrighi ci riprova spedendo questa volta, con più robuste ragioni, Adam Smith a Pechino (Feltrinelli, 2008). L’invocazione è consegnata ad un libro bello, ma impossibile. Troppo lungo (più di 500 pagine), troppe divagazioni, troppe citazioni, troppe note. Tutto congiura per renderlo odioso ad un lettore che non sia più che paziente. Invece quel libro va letto (io l’ho perfino riletto) perchè ciò di cui tratta è importante. E così nel poco spazio che mi ritrovo proverò a darne una “scorciatoia di lettura”.
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L’impresa e le sorti dell’economia
di Pierluigi Ciocca
Dal dopoguerra l’economia italiana ha attraversato tre fasi, stilizzate:
- 1950-1969: crescita rapidissima e stabile, dovuta solo per un terzo ad aggiunte di capitale e di lavoro e per ben due terzi al contributo della produttività: dinamismo d’impresa, innovazione, progresso tecnico, ottenuto anche imitando, importando, adattando le tecnologie delle economie più avanzate.
- 1969-1992: inflazione forte, prevalentemente da costi (del lavoro, dell’energia, della P.A.). I costi salivano a ritmi pari a tre – quattro volte quello della produttività. La produttività, pur rallentando, aumentava ancora, più che altrove in Europa.
Segnatamente, negli anni Ottanta la produttività del lavoro nella manifattura progrediva del 4,5 per cento l’anno (contro il 3 per cento in Francia e il 2 per cento nella Germania federale). Si continuava a innovare, ma meno intensamente. Soprattutto si sostituiva capitale alla manodopera, il cui utilizzo veniva “razionalizzato”.
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Il “profit sharing” all’italiana: aiuti alle imprese, tagli ai salari
Guglielmo Forges Davanzati
Il Ministro Brunetta ha recentemente definito il progetto di partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa (o profit sharing) – proposto dal Ministro Tremonti - una “utopia possibile”. La definizione appare alquanto esagerata dal momento che esperienze di questo tipo sono già state realizzate, alcune sono già in atto, ed è difficile vedervi qualcosa di utopico. La proposta del Governo consiste nella detassazione del 10% a beneficio di quelle imprese che incentivino la partecipazione dei lavoratori agli obiettivi dell’impresa. Il salario verrebbe scisso in due componenti: una parte fissa e una variabile, quest’ultima in funzione dei profitti aziendali, così che il salario può aumentare – ferma restando la sua quota fissa – solo se i profitti aumentano. La ratio che ne è a fondamento consiste in questo: poiché si ritiene che, in regime di compartecipazione, il lavoratore sia maggiormente interessato alla performance dell’impresa, vi è da attendersi che sia più produttivo. Sul piano giuridico, la fonte di riferimento è la nuova versione dell’articolo 2349 del Codice civile, che dispone che si possa convertire parte degli utili in azioni, da assegnare ai dipendenti sulla base della loro adesione ai programmi aziendali di compartecipazione.
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Oltre la diarchia euro-dollaro
Dieci tesi su crisi, egemonia valutaria e imperialismo
di Vladimiro Giacchè
*All’origine della crisi vi è un’enorme sovrapproduzione di capitali e di merci*
Sulle cause della attuale crisi ci è stato detto di tutto. Banchieri avidi, compratori di case sprovveduti, agenzie di rating distratte o colluse: tutto o quasi è stato tirato in ballo. Tutto, salvo quello che è veramente importante. La stessa finanza deregolamentata e il credito facile, che sono diventati il comodo (e consolatorio) capro espiatorio di opinionisti e scrittori di cose economiche, non sono la causa di questa crisi. L’enorme esplosione del debito su scala mondiale che ha preceduto l’esplodere della crisi (con asset finanziari che nel 2007 avevano superato il 350% del PIL mondiale) è servita a conseguire tre obiettivi: 1) ha permesso di costruire prodotti finanziari (quali le carte di credito, ma anche i mutui subprime) attraverso i quali, in particolare nei paesi anglosassoni, lavoratori che guadagnavano meno di prima hanno potuto continuare a consumare come prima; 2) ha consentito a imprese in crisi di sopravvivere (grazie al credito ottenuto a tassi estremamente favorevoli); 3) ha offerto una via di sfogo profittevole a capitali in fuga dall’impiego industriale perché ormai poco profittevole(1). In altre parole: la finanza non è la malattia. È la droga che ha permesso di non avvertirne i sintomi. Con il risultato di cronicizzarla e di renderla più acuta. La malattia, ossia la crisi da sovrapproduzione di capitale e di merci, si è infine manifestata con violenza nell’estate del 2007, e assume ormai le caratteristiche di una vera e propria “crisi generale” che investe almeno l’intero occidente capitalistico, se non il mondo intero.
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Crisi, libero scambio e protezionismo
A. Lo Fiego intervista Emiliano Brancaccio
Mentre il governo minimizza e ci racconta che il peggio è passato, ci avviciniamo ad un autunno di licenziamenti, chiusure di siti produttivi, crollo del reddito operaio, aumento vertiginoso della disoccupazione. Quale scenario economico e sociale si sta delineando?
Nel prossimo futuro potremo anche registrare qualche euforico sussulto dei prezzi di borsa, e magari anche della produzione. Ma al di là degli scossoni temporanei, c’è motivo di ritenere che la crescita futura della produzione e del reddito sarà in generale più lenta e più fiacca che in passato. Il tracollo della finanza americana rappresenta infatti un dato strutturale, di portata storica, e quindi difficilmente gli Stati Uniti potranno nuovamente proporsi come locomotiva globale, come “spugna assorbente” delle eccedenze produttive degli altri paesi. Il problema è che al momento non sembra sussistere nel mondo un credibile
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Fottuti
di Carlo Bertani
“…proprio sopra di voi, che vivete tranquilli nella vostra coscienza di uomini giusti, che sfruttate la vitaper i vostri sporchi giochetti allora…allora…ammazzateci tutti!
Noi siamo qui, prigionieri del cielo come giovani indiani…risarciteci i cuori, noi siamo qui, senza terra né bandiera, aspettando qualcosa da fare che non porti ancora dei torroni a Natale… telegrammi «ci pensiamo noi»… condoglianze! condoglianze!”
Antonello Venditti – Canzone per Seveso – dall’album Ullalla – 1976.
E’ fin troppo facile prevedere il seguito della vicenda che i giornali relegano oramai in terza e quarta linea sulle loro pagine, tradizionali od elettroniche, perché la tragedia delle navi cariche di veleni, affondate dalla ‘ndrangheta, è il più grave attacco subito dall’Italia nel dopoguerra.
E’ facile perché in questo sciagurato Paese si ritiene che le notizie non siano tali se solo si riescono ad occultare, oppure a ridimensionare, ma non è così: quando Der Spiegel farà un servizio sulla vicenda, addio turismo tedesco. E la stessa cosa avverrà quando lo faranno i giornali inglesi, francesi e americani: siamo irrimediabilmente fottuti.
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Il Trattato di Lisbona. Altro che Cavaliere.
di Paolo Barnard
E così, mentre tutti guardano da quella parte, da quell’altra accade il nostro destino, ma non c’è nessuno a osservare. Accade per esempio il Trattato di Lisbona, il quale, come tutte le cose che ridisegnano la Storia, che decidono della nostra esistenza, che consegnano a poteri immensi immense fette del nostro futuro, non è al centro di nulla, passa nel silenzio, non trova prime pagine o clamori di alcun tipo, nel Sistema come nell’Antisistema.
Pensate: stiamo tutti per diventare cittadini di un enorme Paese che non è l’Italia, governati da gente non direttamente eletta da noi, sotto leggi pensate da misteriosi burocrati a noi sconosciuti, secondo principi sociali, politici ed economici che non abbiamo scelto, e veniamo privati nella sostanza di tutto ciò che conoscevamo come patria, parlamento, nazionalità, autodeterminazione, e molto altro ancora. E’ il Trattato di Lisbona, vi sta accadendo sotto al naso, qualcuno vi ha detto nulla?
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Lettera ai genitori sulla "nuova influenza"
Postato il Venerdì, 25 settembre @ 04:19:27
di Eugenio Serravalle
Specialista in Pediatria Preventiva, Puericultura-Patologia Neonatale
Cari genitori,
ogni giorno parliamo della nuova influenza, e mi chiedete se sia utile e sicuro vaccinare i bambini.
La mia risposta è NO! Un ‘no’ motivato e ponderato, frutto delle analisi delle conoscenze fornite dalla letteratura medica internazionale. Un ‘no’ controcorrente perché molti organismi pubblici, alcune società scientifiche e i mezzi di comunicazione trasmettono messaggi differenti:
avranno le loro ragioni...
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Il PCI è morto da tempo, ma non era scritto che dovesse finire così
di Alberto Burgio
Nelle librerire l'ultimo libro di Lucio Magri: "Il sarto di Ulm. Una possibile storia del PCI"
Questi ultimi cinque anni, chiusa la rivista del manifesto, Lucio Magri li ha spesi perlopiù a pensare e scrivere un libro (Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, il Saggiatore, 454 pp., € 21) che giunge in questi giorni in libreria. Anzi, è probabile che a questo libro Magri abbia cominciato a pensare molto prima, già nei giorni della «svolta» di Occhetto che condusse alla liquidazione del Pci.
Di che si tratta? In prima battuta, della storia del comunismo (idee e pratica politica) in Italia e nel mondo (con particolare attenzione al Pci e all’Unione sovietica) nella seconda metà del Novecento (non senza tuttavia affrontare le pagine più cupe del terrore staliniano). È una vicenda che lo spirito del tempo e la storiografia dei vincitori (con l’attiva complicità di tanta parte della sinistra post-comunista) rappresentano come un gigantesco fallimento. E che invece Magri ricostruisce – lui dice: «restaura» – con ammirevole pazienza e autonomia di giudizio, nel suo complicato chiaroscuro. Errori («omissioni, reticenze, bugie»), ma anche successi nella difesa dei diritti del lavoro. Colpe gravi, ma anche grandi meriti nella costruzione della democrazia. È curioso, ed è anche questo un segno ironico dei tempi: ci voleva uno che dal Pci venne addirittura radiato (sorte toccata non a molti) per avere un racconto serio di questa storia, scevro dalle miserie e dalle banalità che ci sommergono.
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La resistenza verso l'insurrezione civile generalizzata
Tito Pulsinelli
Il Brasile porta il caso al Consiglio di sicurezza dell'ONU - 300 persone rinchiuse nello stadio - La resistenza si trasforma in insurrezione civile generalizzata - Gli USA devono scegliere tra Zelaya e i gorilla
I militari hanno occupato l’area attorno all’ambasciata del Brasile dove si trova il Presidente Zelaya. Hanno sloggiato le case adiacenti ed hanno piazzato sui tetti cecchini con il volto coperto. La sede diplomatica continua ad essere privata di luce ed acqua.
Da New York, Lula ha ammonito i golpisti, mettendoli in guardia ed esigendo il rispetto della vita di Zelaya e delle istallazioni. Ha replicato seccamente alla delirante ingiunzione dei golpisti di consegnare Zelaya o concedergli asilo politico.
Più tardi, Zelaya ha rivelato che i militari hanno in animo di approfittare delle ore notturne per assaltare l’ambasciata ed assassinarlo, spacciando il crimine come un “suicidio”. Il Brasile porterà questo caso di fronte al consiglo di sicurezza dell’ONU giovedì, per sollecitare un intervento decisivo che metta fine alla sfida dei gorilla honduregni contro la “comunità internazionale” che –già tre mesi addietro- aveva coralemente condannato i golpisti e teso un cordone sanitario per isolarli diplomaticamente.
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Ed ecco, proprio nell'ultimo giorno dell'estate 2009, l'atteso GEAB Report numero 37. Se non sapete di cosa stiamo parlando, potete andare a questo post dedicato a "quanto durerà la crisi economica".
Non commentiamo e vi lasciamo direttamente all'estratto del report completo.
Laddove possibile, abbiamo approfittato della buona traduzione della versione gratuita pubblicata da Bloggo Blogghino. I lettori che hanno letto quella versione troveranno le frasi un po' scobinate: qusta volta Europe2020 ha rimontato le frasi del report completo per ottenere il report free (solitamente invece il report free è la prima parte del report completo).
La parola agli esperti di Europe2020.
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«Moneta-merce e liquidità»
I complici della crisi finanziaria
di Vittorio Carlini
È la tesi di Massimo Amato e Luca Fantacci, esperti di storia della moneta e docenti della Bocconi. «Nuove regole e limiti ai bonus non sono abbastanza». La soluzione: «Una moneta internazionale», sulla scia di quanto sosteneva Keynes
Maggiori regole per mercati e istituti finanziari; meno bonus ai banchieri e più patrimonio alle banche. Il tutto avvolto dal richiamo a ritrovare l'etica perduta. Sono alcune delle impostazioni che dovrebbero guidare i lavori del G20 di Pittsburgh. Il rischio, tuttavia, è che il "Congresso di Vienna" della finanza partorisca il più classico dei topolini. Non solo per le divergenze tra i vari grandi (Europa e Inghilterra in testa). Ma anche, sostengono in molti, perché le diverse impostazioni non colgono la profondità della crisi: «Spesso - dice Marco Vitale, economista d'impresa -, sono il frutto di una mancanza di pensiero in grado di "sviscerare" i perché strutturali del grande crack». Un tentativo, al contrario, che Massimo Amato e Luca Fantacci , entrambi esperti di storia della moneta e docenti alla Bocconi di Milano, fanno nel loro «Fine della finanza» (Donzelli Editore). Certo, si potrà obiettare la validità del loro pensiero; come si potrà e dovrà discutere sulla validità delle soluzioni prospettate. Ma è indubbio che, di fronte «ai menestrelli del tutto come prima - per dirla sempre alla Vitale - e ai tanti talebani del mercato» il porre dei dubbi di sistema è comunque esercizio utile. Il Sole24Ore.com ha in contrato i due economisti per capire meglio il loro pensiero.
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Recessione finita? Caro Bernanke, negli Usa c’è chi dice no
Mauro Bottarelli
Come volevasi dimostrare, il G20 di Pittsburgh sarà l’ennesima photo opportunity per i grandi della terra, ma non servirà a nulla se non a buttare al vento qualche miliardo di dollari in organizzazione e sicurezza. La bozza, di fatto resa nota ieri, parla di mantenimento degli sforzi fino alla ripresa e di norme vincolanti sui bonus. Ovvero, altro denaro a pioggia che gonfierà bolle già ben pasciute e inutili manovre populistiche che non faranno altro che ottenere l’effetto contrario a quanto desiderato.
Complimenti. E complimenti anche al commissario Ue agli Affari economici e monetari, Joaquìn Almunia, che ieri ha dichiarato al Parlamento europeo che «non si possono sottrarre gli stimoli troppo in fretta a un'economia che ha ancora le stampelle ma non si possono neanche mantenere troppo a lungo, per evitare di creare le condizioni che hanno portato alla bolla speculativa». Come dire, la pioggia è una rottura di scatole ma anche il troppo caldo dopo un po’ stanca: ecco chi governa le politiche economiche dell’Ue.
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L'albero e la foresta
Scritto da Leonardo Mazzei
Quel che i promotori della manifestazione del 19 settembre non possono dire
Berlusconi è un pericolo per la libertà di informazione in Italia? Certamente sì. Ma quale “libera informazione” avremmo se Berlusconi non fosse mai esistito? Ecco una domanda antipatica che la sinistra “politicamente corretta” evita come la peste.
E’ di oggi la notizia dell’adesione all’appello di Repubblica (primi firmatari i giuristi Cordero, Rodotà e Zagrebelsky) di Bernard-Henry Levy, cioè di uno dei guru del pensiero unico liberista, atlantico e sionista. Quale possa essere il suo modello di “libera informazione” è fin troppo facile da immaginarsi. E’ solo un esempio, ma basta e avanza per capire che c’è del marcio, e non solo in Danimarca.
In Italia – sia chiaro – la situazione è davvero pessima, ma come sta il resto dell’occidente? Ai fini della polemica nostrana l’albero berlusconiano è un comodo bersaglio, ma esso si colloca dentro due grandi fenomeni cento volte più importanti (la foresta, appunto, che non si vuol vedere).
Il primo si chiama concentrazione mediatica. Berlusconi ne è un esempio, ma nel mondo richiama immediatamente un altro nome, quello di Rupert Murdoch, che però per la sinistra italiana è quasi un eroe, vista la polemica che i suoi mezzi di informazione conducono contro il premier italiano. Il fenomeno della concentrazione (al di là di Berlusconi e Murdoch) è comunque globale. Come affrontarlo? Silenzio totale.
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