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fattoquotidiano

L’euro è una casa in fiamme

Fate le riforme che servono, se Merkel dice no sarà lei a distruggerlo

Chiara Brusini intevista Yanis Varoufakis

L'ex ministro delle Finanze greco: "Nel 2015 Berlino piegò la Grecia dividendoci: mentre Schäuble si congratulava con me per non aver ceduto, la Cancelliera convinceva Tsipras ad accettare il terzo bailout promettendo cose che non avrebbe mai mantenuto. Così l'austerità ha desertificato il Paese. L'Italia è in una situazione simile perché o si rassegna alla stagnazione permanente o Berlino e Francoforte minacciano di chiudere i bancomat. La via di uscita? Chiedere di cambiare le regole e se arriva un niet procedere a livello nazionale"

“Se sei in una casa in fiamme senza vie di uscita, la prima cosa da fare è cercare di spegnere il fuoco“. Che, per Yanis Varoufakis, vuol dire andare a Bruxelles con proposte concrete su come cambiare le regole. “Ma se Berlino risponde Nein, non resta che procedere a livello nazionale con le riforme necessarie per non morire lentamente asfissiati. A quel punto sarà la Merkel a dover decidere di buttar fuori il Paese e distruggere l’euro. La colpa della frammentazione dell’Eurozona sarà sua”. Era questo il piano dell’economista greco nei sei mesi in cui fu ministro delle Finanze del governo Tsipras, prima della rottura con il premier che in agosto avrebbe firmato il terzo memorandum con la troika nonostante la vittoria del No al referendum sul piano imposto dai creditori. Ed è questa, suggerisce, la strada che dovrebbe seguire anche l’Italia. Ma tra il neonato governo gialloverde e quello che si era insediato ad Atene nel gennaio 2015 ci sono “importanti differenze”.

 

Quali, Varoufakis?

In entrambi i casi c’è un Paese che deve risolvere un dilemma: sta peggio per colpa dell’euro così com’è, ma al tempo stesso sa che uscirne sarebbe doloroso. Se facciamo quel che ci viene imposto le nostre economie e società sono destinate alla stagnazione, se non lo facciamo c’è la costante minaccia di Berlino e Francoforte di bloccare i nostri bancomat (il riferimento è al congelamento della linea di liquidità di emergenza che era stata concessa alle banche greche dalla Bce, ndr). Ma nel 2015 il nostro governo non voleva la Grexit, mentre l’esecutivo Lega-5 Stelle saluterebbe con favore una crisi finanziaria che porti l’Italia a uscire dalla moneta unica. E, viste le dimensioni dell’Italia, sarebbe la fine dell’euro.

 

Così si torna al famoso piano B del professor Paolo Savona, sul cui approdo al Tesoro è arrivato domenica scorsa lo stop di Mattarella…

Mattarella ha fatto un grave errore, un regalo alla destra e a chi alimenta la sfiducia nell’Europa. Non ha detto nulla sulle idee xenofobe di Salvini, un misantropo detestabile che vuole espellere 500mila immigrati con relative conseguenze per l’immagine internazionale della Ue. La sua giustificazione era la necessità di preservare i risparmi e contenere lo spread, ma il giorno dopo il mandato a Carlo (Cottarelli, ndr) lo spread è andato alle stelle, un fallimento completo. A quel punto credo che qualcuno da Berlino, Bruxelles e Francoforte sia intervenuto e gli abbia chiesto di ripensarci e consentire a Lega e M5s di formare il governo. Ma questo non cambia il fatto che le prossime elezioni saranno un referendum sull’Eurozona. Quanto al piano di Savona: parliamoci chiaro, non avere un piano per un’eventuale uscita sarebbe una negligenza criminale. Sia la Bce sia Bankitalia sia vari governi europei hanno un piano per rispondere a un’eventuale crisi, ce l’aveva anche Pier Carlo Padoan. Ovviamente deve essere segreto. Il mio era segreto.

 

Appunto: Savona, nel 2015, lo presentò pubblicamente.

Allora non era ministro. In ogni caso, ripeto, bisogna rendersi conto che l’architettura dell’euro è fallata, è piena di enormi contraddizioni che non si possono risolvere in modi legalistici, perché sono contraddizioni economiche. E’ come pensare di vietare per legge il surriscaldamento globale. Quindi potrebbe verificarsi una crisi finanziaria che costringe un Paese ad uscire. E bisogna essere pronti.

 

Nella casa in fiamme, l’alternativa a buttarsi dalla finestra è cercare di spegnere il fuoco, appunto. La costruzione dell’euro si può ancora aggiustare?

Il momento giusto sarebbe stato nel 2017, prima delle elezioni federali tedesche. Se Emmanuel Macron avesse messo sul tavolo le proprie condizioni per riformare l’Eurozona, dal bilancio comune alla riforma dell’unione bancaria, quello sarebbe diventato uno dei temi principali della campagna elettorale. Ora su questi argomenti c’è poco interesse. Il mio movimento DiEM25, che parteciperà alle prossime elezioni italiane ed europee vuol continuare a provarci. Noi non proporremo mai l’uscita dall’euro né la minacceremo. Per prima cosa chiederemo un processo di riforma all’interno delle regole esistenti. Poi vorremmo cambiare quelle regole. Se Bruxelles e Berlino non prendono in considerazione queste richieste andremo avanti unilateralmente con leggi per stabilizzare l’economia e la società, fermare il declino e lo scivolamento questa situazione in una crisi politica. Partiremo da modifiche delle politiche fiscali e sociali e nuove misure in contrasto con il fiscal compact. A quel punto la Merkel dovrà decidere se andare avanti con il business as usual o, per esempio, asfissiare il sistema bancario italiano e buttar fuori l’Italia dall’euro.

 

Ma ci sono anche i mercati. Da cui l’Italia dipende per rifinanziare il suo maxi debito.

Anche i mercati dipendono dall’Italia: se fa default moltissima gente ricca perderà un sacco di soldi. In questo senso, è tempo per il governo italiano e per i mercati di rendersi conto che da un lato serve un piano per ogni evenienza, dall’altro disegnare e implementare riforme che consentano al Paese di stare nell’euro senza soffocare. Le riforme su cui Berlino mette il veto.

 

E Mario Draghi che posizione prenderebbe?

Credo che capisca che l’euro non può continuare così come è, che ha bisogno di forti riforme, riforme che però Berlino blocca. Lui ha dimostrato in una serie di occasioni di essere frustrato dall’atteggiamento recalcitrante di Berlino. Non siamo d’accordo su molte cose, ma su questa idea di base sì, anche se lui per il ruolo che ha non può dirlo.

 

Estate 2015. Oltre alla rinegoziazione del debito il governo Tsipras chiedeva, appunto, la fine dell’austerità. Poi il premier decise di negoziare con Bruxelles e accettò condizioni durissime in cambio di nuovi aiuti. Come ci si è arrivati?

Ci hanno sconfitti dividendoci. Facendo a Tsipras promesse che non hanno mai preso in considerazione di mantenere. Prima di accettare il ruolo di ministro delle Finanze avevo posto una condizione: non avremmo accettato altro denaro dai creditori se prima non ci avessero permesso di fare qualche modifica legislativa indispensabile, per esempio la riduzione delle aliquote fiscali e il blocco di ulteriori tagli a pensioni e sicurezza sociale, e garantito una ristrutturazione del debito. Ma mentre io discutevo con Schäuble (ex ministro delle Finanze tedesco, ndr) all’Eurogruppo, la Merkel disse a Tsipras: “Lascia che loro si scontrino, intanto noi due troviamo la soluzione. Tu firma il nuovo piano di salvataggio e poi avrai la ristrutturazione del debito”. Che ovviamente non è mai arrivata. Quanto al referendum, Tsiprad lo indisse con l’obiettivo di perderlo e poter così giustificare la capitolazione alla troika.

 

Tra lei e Schäuble c’era qualche punto di accordo?

Concordavamo su molte più cose rispetto a quel che avrei creduto. Per esempio sul fatto che il bailout imposto alla Grecia era una pessima idea per la Grecia. A un certo punto si congratulò con me per non averlo firmato, aggiungendo che se lo avessi fatto ne avrei avuto la responsabilità davanti al mio popolo. Ma alla fine Tsipras e Merkel ci hanno scavalcati. E’ quello che la cancelliera fa sempre. Sfortunatamente per lei ora è debolissima, in Germania c’è un’ultradestra forte e nel suo stesso partito è finita, la Cdu sta già guardando oltre.

 

Crede che la Grecia starebbe meglio se fosse uscita dall’euro?

Credo che non avremmo dovuto accettare il terzo bailout e le nuove misure di austerità. Se la troika per questo motivo avesse voluto buttarci fuori, sarebbe stato deplorevole e doloroso ma, ad oggi, il Paese sarebbe in condizioni migliori. All’inizio avremmo subito una perdita di pil enorme, dell’8-10%, ma entro un paio di anni avremmo ricominciato a crescere dell’8% e avremmo fermato la desertificazione. Oggi il mondo celebra la fine della crisi greca ma l’austerità peggiorerà ancora e continuerà per decenni, i giovani fuggono, perdiamo capitale e lavoro, il Paese sta diventando un deserto. Non ero a favore dell’uscita ma davanti alla scelta tra una morte lenta e uno choc rapido avrei scelto la seconda opzione.

 

E l’Italia fuori dall’euro che fine farebbe?

Un’Italexit sarebbe dolorosa e avrebbe conseguenze terribili. Ci sarebbe uno choc fortissimo. Ma, al tempo stesso, stando nell’euro come è ora con il rifiuto di Berlino di riformarlo, gli italiani vanno incontro a una lenta morte e una stagnazione permanente per effetto di tanti piccoli tagli.

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Clau
Sunday, 10 June 2018 08:51
Al di la di tutte le considerazioni politiche, giuste o sbagliate che siano, che fa Varoufakis, dire che "un'Italexit sarebbe dolorosa e avrebbe conseguenze terribili" non rende affatto l'idea di cosa praticamente comporterebbe per le classi sociali subordinate del paese, per il suo sistema economico e per il settore bancario/assicurativo. Per avere un'idea di che cosa comporterebbe tale tragica evenienza, consiglio di leggere attentamente l'articolo di Marcello Esposito, apparso su Affari - Finanza .del 4 u.s. Una volta esaminato tale scritto, lo si potrà indubbiamente criticare, ma in ogni caso non penso che molti lettori anti/euro manterrebbero della precedente opinione.
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Qui una recensione di Marco Gatto

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Qui una presentazione del libro

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Qui una recensione di Antonio Martone

CALEMME COVER.pdf

Qui una recensione di Ciro Schember

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Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo

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Qui un estratto del volume

Qui comunicato stampa

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Qui la prefazione di Thomas Fazi

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui una recensione del volume

Qui una slide del volume

 

2025 03 05 A.V. Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF

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Qui quarta di copertina

Qui un intervento di Gustavo Esteva attinente ai temi del volume

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Qui una scheda del libro

 

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Qui la premessa e l'indice del volume

Cengia MacchineCapitale.pdf

Qui la seconda di copertina

Qui l'introduzione al volume

 

 

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Qui il volume in formato PDF

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Qui l'indice e la quarta di copertina

 

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Copertina Danna Covidismo.pdf

Qui la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui una anteprima del libro

Copertina Ucraina Europa mondo PER STAMPA.pdf

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Terry Silvestrini

Qui una recensione di Diego Giachetti

 

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Qui una presentazione del libro

 

COPERTINA COZZO 626x1024.jpg.avif

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto

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Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Ciro Schember

 

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

Qui l'introduzione

 

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Qui l'introduzione al volume

 

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Qui una recensione del libro

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui una presentazione

 

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Qui una recensione di Luigi Pandolfi

 
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008

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Mattick.pdf

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Ancora leggero

Qui la quarta di copertina

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La Democrazia sospesa Copertina

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Qui una recensione di Giuseppe Melillo

 

 

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