Decapitare stanca
di Francesco Piccioni
“Fare una proposta che non si può rifiutare” è pratica antica di imperatori e mafiosi. I primi ammantano di diplomazia la successiva trattativa, i secondi ti fanno trovare una testa di cavallo nel letto, ma la sostanza è la stessa: se non ti arrendi, ti sparo.
Gli Stati Uniti, dal 1945 a oggi, hanno sempre seguito questo schema con qualsiasi Paese non fosse dotato di armi nucleari. Israele idem, potendo contare sul supporto incondizionato dell’imperatore dominante. La retorica stesa sulle aggressioni, fino a un certo punto, si sforzava di presentare il bersaglio come fonte di tutti i mali inneggiando a “libertà”, “democrazia”, “diritti umani”, “libertà delle donne”, ecc.
Argomenti ad hoc, reversibili, scambiabili, a doppio standard (nell’Afghanistan sovietico, per esempio, le donne godevano di tutti i diritti – almeno nelle città più grandi – e i freedom fighters sostenuti da Usa e Arabia Saudita erano invece i Talebani che poi hanno reimposto il burka; per essere subito dopo attaccati con la scusa di “liberarle dai liberatori”).
Era il periodo dell’impero dei “buoni”, che abbattevano governi e regimi di tutti i tipi – il socialista Allende, il laico Mossadeq nell’Iran del 1953, e poi i musulmani laici Saddam Hussein e Gheddafi, lo jugoslavo Milosevic, il narcotrafficante Noriega e tanti altri – per imporre il proprio dominio in nome del superiore modello occidentale.
La crisi crescente – rimandiamo ad altri contributi per gli aspetti “strutturali” – alla fine ha reso in-credibile questo dispositivo giustificazionista delle aggressioni, ma ha aumentato la loro frequenza e “necessità”.
Anche sul piano strettamente politico era diventato incredibilmente costoso imporre dei “cambi di regime” là dove non si disponeva di un esercito eterodiretto in grado di effettuare un golpe (come nel Cile del ‘73, insomma). Soprattutto i tentativi fatti hanno – sì – abbattuto “il nemico”, ma non sono serviti a sostituirlo con un assetto che fosse allo stesso tempo stabile e “presentabile”.
In America lo spettro dell’Iraq ancora spaventa la classe dirigente. Una “guerra infinita” che dopo aver ucciso Saddam, demolito un sistema di potere e gli assetti istituzionali (certo discutibilissimi, ma comunque “affare interno” irakeno), ha per anni prodotto perdite tra i militari statunitensi e occidentali coinvolti senza che potesse sorgere un governo in grado di stare in piedi da solo.
Peggio; ha di fatto consegnato un pezzo di paese ai curdi, un altro agli sciiti filo-iraniani e un altro alla rabbia dei sunniti egemonizzati prima da Al Qaeda e poi dall’Isis. Per l’Occidente solo costi e problemi, e un po’ di greggio…
Una lunga lista di “stati falliti” – dalla Somalia alla Libia, alla stessa Siria del terrorista ripulito Al Jolani – difficilmente gestibili anche per gli “affari correnti” che stanno a cuore al capitale occidentale (petrolio, risorse minerarie e poco altro).
Gli interrogativi sul come procedere per abbattere governi refrattari ai propri ordini senza mettere a lungo “gli scarponi sul terreno”, e lasciarcene parecchie paia, hanno infine trovato una risposta con le soluzioni “all’israeliana” partorite nelle frequentazioni innominabili dei rispettivi establishment in quella che è giustamente indicata come “coalizione Epstein”.
Invece di invadere un paese, farsi risucchiare nella guerriglia di quanti resistevano all’asservimento nel tentativo di fabbricare uno Stato-frankenstein (corpo locale e testa occidentale), molto più semplice decapitare la formazione nemica. Un bel blitz per rapire un capo di Stato, una raffica di missili per far fuori una parte del gruppo dirigente insieme alla “guida suprema”, e poi trattare con chi resta – con una pistola puntata alla tempia – perché conceda quel che gli viene chiesto e governi come gli pare quel che resta. Al Capone non avrebbe fatto di meglio.
E’ lo schema terroristico-mafioso adottato ormai da decenni da Israele nei confronti delle organizzazioni palestinesi – tutte, dalla Al Fatah degli anni ‘70 all’Hamas o Jihad attuale. Uccidere i leader politici e militari capaci di dare una strategia e una strutturazione efficace alla altrimenti sterile rabbia di una popolazione massacrata da quasi 80 anni.
Pratica estesa poi ai cosiddetti proxy dell’”asse della resistenza”, ovvero Hezbollah, gli alauiti siriani dietro Assad, leader sciiti irakeni, scienziati e generali iraniani.
Decapitare e basta, senza cercare “soluzioni di lungo periodo”, con la consapevolezza che certo, prima o poi, una forma organizzativa sarebbe comunque risorta. Ma anche quella sarebbe stata poi decapitata in attesa del momento giusto per il genocidio e la pulizia etnica di un intero popolo, “finalmente” espropriato di una terra che abita da millenni (i palestinesi sono in buona parte i biblici “filistei”).
Ci voleva un Trump – e la sua amministrazione di ruspanti cowboys suprematisti – per pensare di poter applicare questo schema anche ad un paese di 90 milioni di abitanti, erede di una cultura millenaria (i persiani), dotato di una struttura istituzionale completamente diversa da quella occidentale ma che pure sceglie un presidente della Repubblica con normali elezioni e dopo un confronto piuttosto vivace, con un forte condizionamento da parte delle gerarchie religiose e diverse milizie che affiancano l’esercito regolare.
Qui decapitare un vertice non implica privare quel corpo sociale della capacità di pensare e reagire in modo organizzato. E privarlo di qualche leader poco amato da una parte della popolazione non significa “liberare” forze capaci di creare un assetto istituzionale diverso.
Non è stato possibile nel Venezuela incamminato sulla via del socialismo bolivariano, relativamente più giovane, meno strutturato e armato. E’ praticamente impossibile nell’Iran che vanta università di alto livello, un numero di donne laureate superiore a quello degli uomini, una produzione tecnologica anche d’avanguardia (non solo per droni e missili), ecc.
Qui la decapitazione ha prodotto immediatamente l’allargamento del conflitto a tutto il Golfo Persico, il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz e l’avvio di una crisi petrolifera la cui entità dipenderà dalla durata del conflitto, il coinvolgimento delle monarchie arabe che devono fare i conti contemporaneamente con la presenza di basi Usa, l’infida pressione israeliana (cui viene addebitato l’attacco a strutture petrolifere saudite con un’operazione flase flag) e una presenza di robuste minoranze sciite che certo non simpatizzano con l’attacco agli ayatollah.
Pure il calcolo militare – dicono gli esperti – rischia di essere stato azzardato: “Anche nell’attuale campagna saranno forse le munizioni a determinare il successo o meno dei contendenti come ha evidenziato anche Scott Ritter. Finiranno prima i vettori balistici iraniani o le armi antimissile israeliane e statunitensi?”
Decapitare è una strategia senza costruzione. Può servire a un piccolo stato-terrorista che deve demolire nemici alla sua altezza (organizzazioni, Stati semi-disarmati), ma non può diventare la prassi dell’impero.
Se così fosse l’orizzonte futuro sarebbe quello di un mondo dove tutti i Paesi possono essere “decapitati” quando il loro sviluppo comincia a essere “competitivo” con quello Usa (meno quelli dotati di un convincente arsenale nucleare, ovviamente). Creando così una scia potenzialmente infinita di “Stati falliti”, controllati alla meno peggio da un vicerè e un po’ di giannizzeri, con popolazioni sul lastrico e non abilitate a “consumare”.
Un mondo di pezzenti sarebbe un mercato “povero”, però, il contrario di quel che serve per rilanciare “la crescita”, l’accumulazione i profitti. Il contrario di quel che il capitale multinazionale, fisiologicamente, chiede.
Se l’Iran resiste più di quanto Usa e Israele possono permettersi – ed è un “se” grande come il pianeta – la scommessa dei “tagliatori di teste” si introverte, rafforzando la già rilevante opposizione interna alla guerra e soprattutto alle sue conseguenze economiche (inflazione, crisi energetica, crisi commerciale e turismo internazionale, ecc).
L’ironia della Storia potrebbe partorire insomma una sorpresa clamorosa: partiti per realizzare un regime change a Tehran potrebbero ritrovarsene uno a Washington.
Scoprendo così sulla propria pelle che anche decapitare stanca…









































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