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intelligence for the people

Accordo USA-Iran: cronaca di una morte annunciata?

di Roberto Iannuzzi

Il braccio di ferro a Hormuz e la comparsa di un accordo “parallelo” in Libano sono indice di una paralisi negoziale già in atto

A poco più di due settimane dalla firma del Memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, l’accordo fa già acqua ed è sfociato in un nuovo braccio di ferro tra i due paesi.

I punti di scontro sono essenzialmente due, il controllo dello Stretto di Hormuz e il fronte libanese.

Israele non ha mostrato alcuna intenzione di ritirarsi dal Libano e ha proseguito alcune operazioni militari nel paese.

In base all’articolo 1 del Memorandum, tuttavia, i firmatari ed i loro alleati si impegnano a cessare le operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, ed a garantire l’integrità territoriale e la sovranità di quest’ultimo.

Washington ha però mediato un accordo trilaterale, insieme a Israele e al governo libanese, che in concreto aggira l’intesa con Teheran.

L’altro elemento di controversia è incentrato sul controllo dello Stretto di Hormuz, che l’articolo 5 del Memorandum attribuisce all’Iran, in coordinamento con l’Oman (a cui appartiene la sponda sud dello Stretto).

L’interesse iraniano a controllare lo Stretto non è tanto legato alla possibilità di imporre pedaggi o commissioni per il transito delle navi, quanto all’esigenza di legare la libertà di navigazione nello Stretto a garanzie di sicurezza per Teheran.

In altre parole, per la leadership iraniana controllare la navigazione nello Stretto serve a garantire che l’Iran non verrà più attaccato, come è invece avvenuto il 28 febbraio, e ancor prima durante la cosiddetta guerra dei 12 giorni del giugno 2025.

 

Molteplici violazioni

Ma su pressione americana, l’Oman ha istituito un proprio corridoio di transito, in coordinamento con l’International Maritime Organization, senza relazionarsi con Teheran.

Il presidente USA Donald Trump ha anche definito inaccettabile il pagamento di commissioni da parte delle navi che attraversano lo Stretto, una misura però prevista dal Memorandum dopo un periodo iniziale di 60 giorni.

Recatosi nel Golfo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha emesso una dichiarazione congiunta con i ministri degli Esteri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) che respinge “qualsiasi pedaggio, tassa o tentativo di esercitare il controllo sullo Stretto” e insiste sulla libertà di navigazione incondizionata.

In risposta al tentativo iraniano di bloccare il transito attraverso il corridoio omanita, gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi militari sulle coste iraniane. Teheran ha reagito martellando le basi USA in Kuwait e Bahrein.

Sebbene questa ennesima “guerra del fine settimana” si sia interrotta lunedì con la riapertura dei mercati (a conferma della sensibilità di Trump per l’andamento di Wall Street), essa ha portato al temporaneo congelamento dei negoziati.

I colloqui previsti a Doha, in Qatar, si sono ridotti a meri “incontri tecnici” volti a chiarire questioni teoricamente già definite dal Memorandum.

Nel frattempo Trump ha nuovamente rivolto pesanti minacce all’indirizzo di Teheran, ventilando la possibilità che gli Stati Uniti “finiscano il lavoro” militarmente nel qual caso, ha ammonito il presidente, “la Repubblica Islamica dell’Iran non esisterà più”.

Gli iraniani hanno risposto che simili minacce costituiscono un’ulteriore violazione del Memorandum, il cui articolo 1 recita che le parti contraenti “si asterranno dal minacciare o dal ricorrere alla forza” contro la parte avversa.

Teheran ha anche denunciato il dispiegamento di nuove forze USA nella regione.

In particolare, l’arrivo delle due navi anfibie USS Boxer e USS Portland fa salire ad almeno 24 le navi da guerra americane presenti in Medio Oriente (incluse le due portaerei Abraham Lincoln e George H.W. Bush, e 15 cacciatorpediniere).

Si tratta ancora una volta di una violazione del Memorandum, il cui articolo 9 afferma che gli Stati Uniti “non schiereranno ulteriori forze nella regione”.

 

Pistola sul tavolo

Sebbene gli USA abbiano rimosso il blocco ai porti iraniani in base all’intesa raggiunta con Teheran, la considerevole presenza navale americana nell’area continua a rappresentare una minaccia agli occhi dell’Iran.

Tale minaccia sembra corroborata dalle recenti dichiarazioni del vicepresidente JD Vance, secondo cui Washington starebbe usando l’accordo con l’Iran per “ricaricare” il mercato petrolifero e poi decidere cosa fare in base alla condotta di Teheran.

Vance ha sostenuto che gli USA avrebbero due opzioni: un accordo a lungo termine con l’Iran che però richiederebbe “un significativo cambiamento” nel comportamento iraniano, oppure una rinnovata azione militare.

Le tesi del vicepresidente paiono confermate da Trump il quale, secondo il Wall Street Journal, avrebbe avuto numerosi incontri con il Segretario della Guerra Pete Hegseth e con il capo degli Stati Maggiori Riuniti, generale Dan Caine, per decidere se abbandonare i negoziati e riprendere attacchi militari su vasta scala contro l’Iran.

 

Un orizzonte di pochi mesi?

La minaccia non appare immediata visto lo stato di esaurimento degli arsenali USA dopo l’ultimo conflitto, ma non lascia ben sperare per il raggiungimento di un accordo di pace duraturo.

Trump avrebbe manifestato anche la propria disponibilità a prolungare i negoziati oltre il termine di 60 giorni fissato dal Memorandum il 18 agosto, ma tale apertura potrebbe essere legata all’esigenza di evitare di destabilizzare i mercati e l’economia fino alle elezioni USA di medio termine previste a novembre.

In Iran, molti temono che un conflitto potrebbe riesplodere anche prima di ottobre, quando si terranno le elezioni in Israele. A Teheran vi è la consapevolezza che il Memorandum d’intesa ha rappresentato una durissima sconfitta personale e politica per il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Le sue prospettive di vittoria elettorale non sono mai state così basse, e in caso di sconfitta egli non potrà più sfuggire ai processi per corruzione a suo carico.

Il Memorandum rappresenta poi un terremoto strategico per Israele. Esso riconosce all’Iran un ruolo di potenza regionale, e include la richiesta di rispettare la sovranità e l’integrità territoriale del Libano.

Ciò rafforza Hezbollah a spese del presidente libanese Joseph Aoun, di orientamento filo-occidentale, le cui trattative con Israele non avevano dato esiti positivi.

Inoltre, sulla base dei negoziati fra Teheran e Washington, l’Iran era stato incluso nel meccanismo di “deconfliction” per il Libano che invece esclude Israele.

 

Il ruolo chiave del Libano

Agli occhi di Teheran, il Libano è una cartina di tornasole. Per la leadership iraniana non ha senso concludere con gli americani un accordo nel quale questi ultimi non intendano – o non possano – controllare Israele.

In questo caso, infatti, il governo iraniano si vedrebbe costretto a osservare gli impegni stipulati con Washington mentre Israele avrebbe libertà di azione contro gli alleati di Teheran e contro l’Iran stesso.

L’accordo trilaterale, stipulato da USA, Israele e governo libanese pochi giorni dopo la firma del Memorandum d’intesa con Teheran, azzera le speranze iraniane.

Tale accordo aggira il Memorandum con Teheran fissando dei principi in totale contraddizione con quest’ultimo.

Esso rimuove l’Iran dall’equazione libanese rimpiazzandolo con Israele, e non riconosce a priori la sovranità e l’integrità territoriale libanese, bensì condiziona il ritiro israeliano al completo disarmo di Hezbollah.

Tale disarmo dovrà essere operato dal governo libanese, il quale si impegna a “ricostruire il monopolio dello stato sull’uso della forza”, rischiando così di sprofondare il paese in una guerra civile, come hanno riconosciuto gli stessi commentatori israeliani.

Il testo allegato all’accordo relativo alla sicurezza, trapelato solo in un secondo momento, parla della creazione di un Gruppo di coordinamento militare tra Israele e il governo libanese che è in totale contraddizione con il meccanismo di “deconfliction” emerso dai negoziati fra Teheran e Washington, il quale estrometteva Israele.

Tale allegato chiarisce inoltre che il ritiro israeliano non avverrà sulla base di un calendario prestabilito, ma sarà subordinato al completamento di un processo di disarmo di Hezbollah che sia “verificabile e concordato”.

In concreto, ciò significa che Israele potrà prolungare la propria occupazione del territorio libanese affermando che il disarmo di Hezbollah non è stato completato in ogni aspetto.

Siamo dunque ben lontani dal ritiro incondizionato previsto dal Memorandum d’intesa tra Washington e Teheran. Ci troviamo invece in presenza di due accordi sul Libano, il primo stipulato dall’amministrazione Trump con l’Iran, il secondo con Israele e con il governo di Beirut, del tutto incompatibili tra loro.

Rifiutando il primo e accettando il secondo, il governo libanese ha rinunciato alla possibilità che Israele cessi di bombardare il paese e ne riconosca la sovranità, ponendosi alla mercé della volontà di Washington e Tel Aviv allo scopo di rafforzare la propria posizione nei confronti di Hezbollah.

L’accordo trilaterale, di fatto, consente a Israele di violare il Memorandum d’intesa tra USA e Iran. Ciò pone Teheran di fronte a un dilemma: se non vorrà abbandonare il proprio alleato Hezbollah, dovrà rispondere sancendo così il fallimento dell’accordo con l’amministrazione Trump (già violato da quest’ultima, come abbiamo visto).

 

Shock energetico dietro l’angolo

La Casa Bianca, del resto, sta conducendo una politica contraddittoria non solo in Libano, ma anche a Hormuz.

In occasione della firma del Memorandum con l’Iran, Trump aveva affermato di aver accettato l’intesa per evitare “una depressione mondiale” causata dalla chiusura dello Stretto.

Ma il braccio di ferro con l’Iran per il controllo di Hormuz, e le conseguenti scaramucce militari, hanno l’effetto di ritardare la normalizzazione del traffico navale nel Golfo, che rimane molto al disotto dei livelli precedenti il conflitto.

Ciò significa che le riserve strategiche USA di greggio continuano ad assottigliarsi (avendo ormai raggiunto il livello più basso dal 1983), mentre lo shock energetico mondiale continua ad incombere.

L’annuncio della riapertura di Hormuz e il ricorso alle riserve strategiche hanno contribuito ad abbassare i prezzi sui mercati petroliferi, ma dietro questo apparente ribasso si nasconde una crisi esplosiva.

Se l’instabilità nel Golfo dovesse protrarsi, o se i negoziati dovessero fallire (come sembra) e un nuovo scontro armato dovesse determinare la rinnovata chiusura totale dello Stretto, il mondo non avrebbe più un cuscinetto di riserve energetiche su cui contare.

Stando così le cose, è difficile comprendere come Trump possa evitare la depressione mondiale per scongiurare la quale aveva firmato il Memorandum con l’Iran.

A Hormuz, il fattore tempo continua a giocare a vantaggio di Teheran.

 

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