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Scorciatoie pericolose

di Anselm Jappe

jappe5Quella che si vede accanto è l'immagine di un manifesto di propaganda edito dal NSDAP (Partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi) nel 1932. "Morte ai bugiardi", recita la scritta a caratteri cubitali; un anticapitalismo di basso livello volto a denunciare mentitori e corrotti (gli uomini politici della Repubblica di Weimar), l'alta finanza (Hochfinanz), le tasse del "capitale rapace" (che si oppone al capitale buono che crea posti di lavoro) ed il marxismo (scienza ebrea, per i nazisti). Dal XX al XXI secolo: dal nazismo ... alla denuncia della "oligarchia finanziaria" o del "capitalismo da casinò". Un facile capro espiatorio che possa servire da grande teoria critica al piccolo altercapitalismo di sinistra.

Negli anni novanta è stato proclamato il trionfo oramai mondiale e definitivo dell'economia di mercato - al punto che alcuni dei suoi apologeti ritenevano che non fosse nemmeno più necessario utilizzare degli eufemismi, riprendendo come una sfida il nome "capitalismo", per lungo tempo vituperato, per farne l'elogio.

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znet italy

Intervista a John Bellamy Foster

di C.J.Polychroniou

CJP: Quella che è iniziata come una crisi finanziaria nel 2007 è diventata una delle maggiori crisi di disoccupazione del mondo capitalista avanzato. Questo può forse voler dire che la crisi del 2007-08 non è stata in realtà causata dalla finanza in sé, ma ha avuto piuttosto le proprie cause sottostanti nell’economia reale?

JBF: Non c’è alcun dubbio che sia stato lo scoppio della bolla finanziaria a condurre alla crisi economica. Dunque, in questo senso, la causa prossima della crisi è stata finanziaria. Ma le risposte più profonde vanno ricercate nella cosiddetta “economia reale”, cioè nel regno della produzione. Una grave crisi economica come la Grande Crisi Finanziaria è invariabilmente il prodotto di fattori strutturali che sono andati sommandosi nel corso di molti anni e ha sempre radici nella produzione. I tassi di crescita dell’economia reale delle economie mature, di capitalismo monopolistico della Triade – Stati Uniti/Canada, Europa e Giappone – hanno cominciato a rallentare negli anni ’70 e sono scesi fondamentalmente di decennio in decennio da allora. Il principale fattore di bilanciamento di tale rallentamento dell’economia è stato la finanziarizzazione, che si può definire come consistente in: (1) crescita della dimensione della finanza (struttura del credito-debito) rispetto alla produzione; (2) una quota accresciuta di profitti finanziari in seno ai profitti complessivi delle imprese e (3) la crescita dei ritorni finanziari come elemento sempre più dominante anche nelle operazioni delle imprese non finanziarie.

Questo processo di finanziarizzazione ha avuto inizio alla fine degli anni ’60 e si è ampliato in misura massiccia negli anni ’80.

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Crisi economica mondiale, movimento sociale e socialismo

12 tesi

Robert Kurz

1. Secondo l’attuale “formazione dell’opinione” nei media, nella politica e nella scienza economica, la crisi economica mondiale non deve più esistere. Discorsi di fine allarme si succedono quotidianamente. Piace credere che, qualsiasi cosa accada, entro  un anno tutto apparterrà al passato. Forse non è accaduto nulla di così grave; si è dimenticato il grande spavento generale nei mesi successivi il fallimento di Lehman Brothers con le ondate di shock che ne seguirono. Allo stesso tempo si deve però ammettere che la tanto attesa nuova  crescita, dopo il fallimento globale, partirà ad un livello molto più basso; ci vorranno molti anni per raggiungere di nuovo il livello di accumulazione precedente la crisi. Le conseguenze di ciò raramente sono discusse. In questa situazione è appropriato porre in evidenza la base epistemica per la “formazione dell’opinione”. Base che è costituita da un pensiero positivista, il quale riconosce appena i fatti immediati, dissociati dal loro contesto sociale mondiale e dal suo divenire storico. Il metodo consiste in una  "proiezione" (estrapolazione) di dati empirici isolati e di sondaggi d’”opinione”. Questo tipo di approccio è grandiosamente fallito nel passato recente.  Ancora durante l’inizio dell’estate 2008 si estrapolava, con ottimismo professionale, la presunta crescita dell’economia mondiale fino al 2020. A quanto pare, la crisi è caduta dal cielo. Possiamo dunque concludere che la percezione e la metodologia positiviste non possono dire nulla sullo sviluppo reale. Il che si applica anche all’attuale discorso di fine allarme. Se gran parte della sinistra accademica e politica non ha nemmeno saputo prevedere la crisi economica mondiale, ciò indica che già da molto tempo ha adottato momenti di pensiero positivista e che ha poca familiarità con la teoria della crisi. 


2. Una componente importante dell’attuale formazione dell’opinione positivista è la speranza di una dinamica di accumulazione in Asia (soprattutto in Cina), dalla quale l’economia mondiale verrà trainata. Si ignora qui la struttura di questa dinamica.

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La geografia delle rivolte sociali

Scritto da  Sergio Cararo

Dai Pigs ai Brics. L’esplosione delle rivolte sociali coinvolge soprattutto i paesi emergenti. Il cambio di passo nell’economia mondiale aumenta le aspettative lì dove si cresce ma congela il conflitto dove è aumentata la paura di perdere tutto. E’ ipotizzabile un punto di convergenza della rivolta sociale?

Le rivolte popolari che hanno squassato prima il Medio Oriente e adesso paesi emergenti come Brasile, Turchia, Sudafrica, interrogano in modo decisivo sulle prospettive della lotta nel classe nel mondo contemporaneo.

La fortissima polarizzazione tra i centri imperialisti e i paesi emergenti, provoca effetti rilevanti nelle periferie interne come i paesi europei Pigs, dove le istituzioni del capitalismo finanziario e multinazionale impongono un brusco arretramento delle condizioni sociali e delle aspettative generali. Aspettative che, al contrario, non potevano che crescere nei paesi emergenti che vedono aumentare la loro quota nell’economia mondiale e i ritmi di crescita. Il problema è che le classi dominanti dei Brics non si sottraggono al dominio del capitalismo e della egemonia della finanziarizzazione, frustrando così le aspettative accresciute delle classi sociali che sono venute affermandosi dentro i nuovi livelli economici. Lo conferma il  Brasile dove il PT (Partito de los Trabahladores) diventato partito di governo non si è sottratto ad una certa marcescenza e corruzione che viene denunciata nelle manifestazioni e dai movimenti sociali.

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znet italy

La crisi del capitalismo e della socialdemocrazia

di John Bellamy Foster e Bill Blackwater

John Bellamy Foster è meglio noto come autore di ‘Marx’s Ecology’ [Ecologia marxiana] (2000, in cui corregge il malinteso popolare su fatto che Marx non avrebbe ‘compreso’ i limiti ambientali) e come redattore della Monthly Review (monthlyreview.org), la rivista fondata dall’economista marxista Paul Sweezy nei tardi anni ’40.  Nel suo libro più recente ‘The Endless Crisis’ [La crisi infinita] (2012, scritto con Robert McChesney) Foster analizza quella che definisce la ‘trappola della stagnazione-finanziarizzazione’.  Si tratta dell’emergenza economica in cui si trovano oggi paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna: dipendenti per la crescita da un sistema di bolle finanziarie che ora sono scoppiate, appaiono impantanati per il futuro prevedibile in una condizione di stagnazione cronica.

Proprio come si era soliti dire di alcuni che gli era ‘andata di lusso’  [had a good war] in guerra, così a Foster e alla Monthly Review è andata di lusso con la crisi finanziaria. La Monthly Review aveva previsto da molto tempo il crollo e la successiva stagnazione. In Gran Bretagna l’analisi della Monthly Review ha ottenuto commenti favorevoli da
Larry Elliot del The Guardian e la sua influenza è in ascesa.

In questa intervista John Bellamy Foster parla non soltanto della crisi in cui si trova oggi il capitalismo maturo, ma anche della crisi che essa ha provocato nella socialdemocrazia. Per molti versi questo è per lui il capolinea della socialdemocrazia: non può più sperare di promuovere la crescita e di ridistribuirne il bottino. La stagnazione, non la crescita, è all’ordine del giorno. In queste condizioni, sostiene, è imperativo che i partiti socialdemocratici si reinventino, ricostruiscano collegamenti con le loro tradizionali fonti di sostegno ed è cruciale che rinvigoriscano la coscienza sociale della maggioranza della popolazione che viene attivamente svantaggiata delle élite finanziarie.

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L’eccezione esemplare: il caso italiano
nella crisi globale ed europea*

Riccardo Bellofiore**

Introduzione

In un intervento del 1973 dedicato a rintracciare le origini de il manifesto – il gruppo di comunisti eretici che per qualche anno seppe dar luogo ad una delle ‘rotture’ da sinistra più interessanti rispetto alla tradizione dei partiti comunisti di discendenza stalinista e leninista, che furono nella loro prima fase critici della stessa esperienza togliattiana – Lucio Magri risaliva sino ad Antonio Gramsci. Per il comunista sardo il capitalismo italiano era sì un capitalismo ‘straccione’, per molti versi arretrato produttivamente, ma questi limiti non derivavano affatto da una mancata rivoluzione borghese. Al contrario, l’Italia era il paese che aveva dato vita alla rivoluzione borghese, dove erano nate le banche e i primi centri del potere finanziario europeo. Ha patito però l’assenza del formarsi tempestivo di uno stato nazionale, un ritardo sul terreno dello sviluppo scientifico e tecnologico, la limitatezza del mercato interno, il procrastinato accumulo dei capitali, e il lento costituirsi di un autentico mercato della forzalavoro. Tutti fattori che hanno determinato il prevalere di aree di parassitismo e rendita.

Sono questi, osserva Magri, elementi che tornano nel capitalismo italiano successivo, quando esso finalmente decolla. Una eccezione, dunque, che si rivela però esemplare. Abbiamo infatti a che fare con caratteri che finiscono con il permeare di sé lo stesso capitalismo avanzato del Novecento.

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Sul progetto del capitalismo contemporaneo

Un aggiornamento

di Marco Bertarello e Danilo Corradi

La crisi da strutturale si va trasformando in sistemica nella misura in cui l’economia di mercato, nel suo produrre disfunzioni e inefficacia, dà vita a un crescente mancato consenso sociale. L’incapacità di quest’ultimo di riversarsi su un progetto alternativo consente all’attuale sistema di permanere ancora saldamente in sella. Ma allo stesso tempo è sempre più evidente il distacco in ordine sparso e atomizzato, e qui sta il limite che sviluppa impotenza, di importanti segmenti della società. Il problema sarà come passare dal mancato consenso al dissenso, dalla critica alla proposta. Quello che intanto appare come un dato ineliminabile è l’incapacità concreta di uscire dalla crisi da parte delle attuali classi dirigenti. Restando quindi su questo punto, sono necessarie alcune considerazioni per comprendere come sia in corso una sorta di fine dell’Impero a cui è sempre più urgente contrapporre un’alternativa, pena il rischio che forze centrifughe e di destra prendano il sopravvento. Se ci convinciamo seriamente della parabola da fine dell’Impero allora saremo costretti a prendere più seriamente anche la necessità di un’alternativa radicale, capace di uscire dagli schemi politici, economici e sociali che il Novecento ancora riversa sul nuovo secolo.

Lo scorso anno di questi tempi ragionavamo [Quale progetto persegue il capitalismo contemporaneo?, 4/07/2013] su quale fosse il disegno secondo il quale si poteva uscire dalla crisi attraverso politiche economiche di rigore che in definitiva apparivano recessive.

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La lancia e lo scudo

Il fantasma della speculazione nello scontro valutario

Francesco Schettino

shake5Avete presente quel sabato di un fine settimana qualsiasi di un mese qualsiasi di un anno ormai già archiviato, quando, non più tardi delle ore 14, pensavate di servirvi il miglior armagnac della vostra riserva - sì, proprio quello del 1986 - preludio di una irresistibile pausa di riposo, guadagnata dopo quaranta e più ore di lavoro trascorse in azienda nei cinque giorni precedenti, la cui gran parte era stata, come di consueto, espropriata dal padrone, proprietario della vostra forza lavoro? Ricordate quando, in quell'esatto istante, mentre con un movimento guidato da una lentezza inusuale facevate tintinnare sulle pareti della tazzina un cucchiaino con l'intento di addolcire il caffè, vi voltaste repentinamente verso il balcone della cucina?

Esattamente in quei momenti il vostro odorato aveva comunicato alla parte più razionale del cervello un segnale di pericolo: sottile come un filo, ma pesante come un macigno, un puzzo misto di plastica e legna arsa, incuneatosi tra le ante socchiuse della porta-finestra era giunto proprio alla base delle vostre narici indicandovi che, in un indistinguibile locale, di certo non così lontano da poter lasciarvi intendere di stare al sicuro, qualcosa stava bruciando.

La prima idea che aveva attraversato la vostra mente era di certo quella più ovvia, sebbene catastrofica, ma vi sembrava del tutto impossibile che, come due anni prima, a causa di un problema strutturale, l'impianto elettrico del piano sottostante avesse causato un cortocircuito, riducendo in cenere mobilio ed abitanti di allora:

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Fino alla fine del vostro mondo

Fino alla nascita del nostro

Area globale

Tempi di crisi

Gli effetti della crisi1economica, politica e sociale del capitalismo sono sempre più sotto gli occhi di tutti. Giorno dopo giorno la crisi spinge verso la povertà non più soltanto i lavoratori salariati, ma anche settori di quello che una volta veniva definito "ceto medio".

La crisi non colpisce tutti allo stesso modo; non siamo tutti nella stessa barca come ama ripeterci chi vuole spingerci a remare, e la ricchezza prodotta dalla società, che non viene ripartita equamente nei periodi di crescita economica2, tanto meno viene ripartita equamente nei periodi di crisi: questa è una prima constatazione da fare, aldilà delle vane proteste di una sinistra che, in preda ad un evidente delirio di impotenza, alza continuamente il tiro delle chiacchiere.

Dalla crisi usciremo — quando e se questo avverrà — sulle spalle dei lavoratori attraverso un drastico peggioramento della loro condizione sociale. Dunque, malgrado i facili slogan, saranno soprattutto i lavoratori, che non hanno provocato la crisi, a pagarne le conseguenze, come sempre è avvenuto e sempre avverrà fintanto che resterà questo sistema. E questa è la seconda constatazione che dobbiamo fare, per quanto amara essa possa apparirci.


Il patto è saltato

Da molto tempo il rapporto con la politica istituzionale è diventato un rapporto di tipo sostanzialmente utilitaristico; lo è per i capitalisti di cui i partiti istituzionali3 sono i funzionari, ma lo è anche per i lavoratori che dai partiti istituzionali si aspettano la preservazione delle proprie condizioni materiali ed il mantenimento di quello che Beverly Silver4 chiama "patto sociale" reddito in cambio di consenso e che in realtà, più che un vero e proprio patto, era il risultato di un particolarissimo e irripetibile equilibrio che oggi la crisi fa saltare definitivamente,

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marx xxi

Il giocattolo rotto di Bernanke

di Pasquale Cicalese

Crea moneta, spara moneta, compra carta straccia, butta soldi dall’elicottero e la crisi “finirà”.

E’ la Greenspan put, in vigore dal crollo borsistico del 1987, il peggiore in un giorno nella storia di Wall Street. Ripresa con forza con lo sboom della new economy del 1999 e dal 2001, causa Torri Gemelle, protrattasi fino al 2007. Ancora un crollo nel 2008 ed essa viene “sostituita” dalla Bernanke Put, un micidiale mix di acquisto titoli tossici e tassi di interesse pari allo 0% che invade i mercati monetari, obbligazionari e azionari del mondo. In una parola, “asset inflation”: Wall Street ai massimi storici, prezzi delle case nuovamente in crescita, “effetto ricchezza”, boom di consumi di beni di lusso.


Effetti sull’economia? Venti giorni fa le statistiche americane informavano il mondo che il pil congiunturale dell’ultimo trimestre del 2012 in USA era pari a -01%; i dati sui sussidi di disoccupazione sono in crescita, gli indici produttivi segnalano rallentamenti.

Avevano iniziato i Brics a criticare la Bernanke Put. Nel 2009 Zhou Xiaochuan informava la comunità finanziaria mondiale che la Cina propende per l’abbandono del dollaro ed è favorevole alla diffusione dei diritti speciali di prelievo presso il Fondo Monetario, composti da un paniere di valute, possibilmente anche yuan.

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marx xxi

I comunisti e la fase attuale: voltare pagina*

Andrea Catone intervista Vladimiro Giacchè

Se facciamo il punto sulla situazione economico-sociale del nostro paese a cinque anni dal manifestarsi della grande crisi e dopo un anno di “cura” Monti, osserviamo che l’Italia vive una crisi profondissima, avvitata in una spirale recessiva di cui non si vede per il momento alcun segnale di inversione. Come scrivevi amaramente qualche anno fa, c’è il buio in fondo al tunnel… Quali sono i tratti salienti della crisi, e quali, nel contesto generale, i caratteri specifici della crisi italiana?

Io credo che questa crisi sia realmente un passaggio d’epoca. È finito un modello di crescita che ha sostenuto per oltre 30 anni i profitti (e anche il relativo benessere) dell’Occidente capitalistico, ossia il modello di crescita basato sulla finanza e sul debito (privato e pubblico). La fine di questo modello è stata evidente dapprima negli Stati Uniti, dove la crisi è iniziata di fatto nel 2005-2006 con l’arretramento e poi il crollo dei valori degli immobili (perché la finanza non era più in grado di sopperire alle scarse risorse di chi comprava casa, perlo più lavoratori con un reddito in calo).

Poi, anche se a seguito del crack finanziario su scala mondiale sfiorato tra fine 2008 e 2009, e conseguente congelamento della liquidità su scala mondiale, ha colpito pure l’Europa.

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La finanza prepara una nuova "illusione" mondiale

di Giulio Sapelli

zattera della medusaI dati che vengono dalle borse, soprattutto quelle europee, sono per certi versi sconvolgenti, soprattutto per gli economisti di oggi, che non hanno mai letto un libro di storia. Come possono capire quello che sta accadendo? In realtà, è tutto molto semplice. Siamo pur certi di una cosa: i primi dati annunciano una tendenza che si confermerà via via: i rendimenti dei mercati finanziari per tutto il 2013 saranno incomparabilmente superiori a quello che si potrebbe pensare e dovrebbe accadere se si considerano gli indicatori della crescita economica mondiale reale, che sarà debole, disuguale, a frattali.

Non vi è nulla di nuovo, storicamente. Solo che son passati un po’ di anni da quando un fenomeno simile è successo e quindi gli economisti neoclassici su scala mondiale sono in difficoltà. La separazione della finanza dall’economia reale non produce solo distruzione degli innocenti, quando questi vengono irretiti nella e dalla finanza ad alto rischio ponendo i propri risparmi nelle stive esplosive dei mezzi di distruzione di massa dei derivati, delle collateralizzazioni, dei mutui securitizzati da macchine infernali, delle assicurazioni appoggiate su collaterali esplosivi, ecc… La finanza ad alto rischio può anche registrare il valore del denaro per il denaro, “saltando” il nesso con la merce secondo le regole di un capitalismo finanziario che è anche scollegato completamente dalla produzione.

Se questo collegamento drena liquidità e la immette nel circolo “denaro per il denaro” l’economia reale ne soffre, ma questo non implica che ne debba soffrire anche la circolazione, appunto denaro per il denaro.

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Bilancio di fine anno: verso lo stato di crisi permanente

di Andrea Fumagalli

Il 2012 si chiude per l’Italia con un bilancio economico disastroso. Come ampiamente prevedibile, le politiche di austerity si sono rilevate un’autentica “macelleria sociale”. Per quanto possa valere come indicatore, il Pil si contrarrà a fine anno di oltre il 2,5%. Ciò significa che per raggiungere i livelli di ricchezza pre-crisi, ovvero della metà 2007, bisognerà attendere come minimo una decina d’anni a patto che l’economia cresca ad un saggio dell’1,5% annuo (fatto assai improbabile, visto che le previsioni per il 2013 vedono ancora un segno negativo). A fronte di un tasso d’inflazione medio del 3% annuo (con punte del 4,3% per quanto riguarda i beni di prima necessità), le retribuzioni sono mediamente aumentate di solo la metà, con un ulteriore perdita del potere d’acquisto dei redditi da lavoro. Il tasso di disoccupazione “ufficiale” ha superato l’11%; quello reale (tenendo conto anche dei cd. lavoratori scoraggiati, dei cassa integrati e dei sottoccupati involontari) supera il 20% e va aumentando[1]. Il numero dei precari – secondo gli ultimi dati della CGIA di Mestre[2] – è arrivato ad oltre 3,5 milioni, nonostante che sia stato il non rinnovo dei contratti precari ad alimentare prevalentemente la disoccupazione (in particolar modo, quella giovanile). Nel frattempo, è stata varata la riforma Fornero del mercato del lavoro, che allenta le garanzie dell’art. 18 (garanzie comunque già del tutto insufficienti e facilmente eludibili) e istituzionalizza la precarietà come rapporto tipico di lavoro grazie alla liberalizzazione dei contratti a termine. A partire dal 1 gennaio diventa poi operativo l’allungamento dell’età pensionabile, con effetti deleteri sul turn-over generazionale in un contesto che vede il tasso di disoccupazione giovanile superare il 37% con punte del 50% nel Mezzogiorno. Persino gli arrivi dei migranti si sono ridotti per le minor opportunità di lavoro, anche se in nero e con paghe da fame.

Non può stupire, data questa situazione, che il consumo si sia ridotto ai minimi termini con un calo di quasi il 3% (peggior dato dal dopoguerra) e la propensione al risparmio si è ulteriormente ridotta con effetti negativi sul livello della domanda interna.

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Il baratro dell’economia liquida

Intervista a Christian Marazzi

Iniziamo dagli Stati Uniti. Tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, le cronache sono state dominate dal terrore del fiscal cliff e poi dall’accordo in extremis raggiunto da democratici e repubblicani, ancora una volta spaccati. Il debito pubblico americano è però sempre più grande e il baratro della recessione resta all’ordine del giorno. Cosa ci dice questa situazione sul prossimo futuro degli Stati Uniti e sull’amministrazione Obama, e quali conseguenze ha dal punto di vista globale?

Io sono abbastanza d’accordo con Nouriel Roubini che recentemente ha scritto un articolo sul Financial Times in cui sostiene che quella di Obama è una vittoria di Pirro. Ha certamente evitato il famoso baratro nell’immediato, fate conto che se non avessero trovato un accordo l’aumento delle tasse e il taglio automatico della spesa pubblica avrebbero avuto un impatto pari al 5% del Pil. Con questo accordo, la riduzione è stata attorno all’1,4 o 1,2%, effettivamente il rischio più immediato è stato evitato. Però quello che sosteneva Roubini, come sostengono tutti, è che questa cosa rimanda il baratro; oltretutto tra due mesi bisognerà trovare un accordo sull’aumento del tetto fiscale, il fiscal ceiling, per poter continuare a finanziare la spesa sociale e i tagli che comunque i repubblicani questa volta vogliono assolutamente strappare, pari a 110 miliardi di dollari.

É un serio problema che non sembra risolvibile e che ci porta a fare delle considerazioni più generali. Innanzitutto si conferma ciò che sosteniamo da tempo: nel capitalismo finanziario c’è poco spazio per le manovre che non siano di tipo finanziario e che siano invece di tipo keynesiano classico.

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Perché lo “spread” si cura con ricerca e innovazione

Daniela Palma

MarsigliaPils Rouget de Lisle chantant la Marseillaise6Intervenire su una crisi economica quale è quella che sta attraversando l’Europa in generale, e l’Italia in particolare, richiede un’analisi delle sue cause ben più complessa di quella che normalmente viene diffusa dai grandi mezzi d’informazione. Il termine di riferimento di tale crisi è – come ben noto – rappresentato dai valori dello “spread”, o in altre parole del differenziale (positivo) tra tassi di interesse sui titoli dei paesi “a rischio” e tassi dei titoli tedeschi - come “premio” per gli investitori per l’incertezza che grava sulla solidità delle economie più deboli - la cui crescente entità aumenta l’onere dei cosiddetti “debiti sovrani”. Comprendere quali siano le ragioni che inducono gli investitori a valutare la debolezza di una economia, diventa allora essenziale per poter poi concepire azioni efficaci per la riduzione  dello “spread”, che consentano quindi di liberare risorse per riavviare il processo di crescita.

Le cronache correnti sono molto nette nell’indicare le cause dell’aumento dello “spread”. Esso stesso deriverebbe dall’onere dei “debiti sovrani”, i quali, sovraccaricati a loro volta dalla spesa per il pagamento di maggiori interessi, lo metterebbero ulteriormente sotto pressione, mantenendolo elevato o facendolo ancora aumentare, dando vita infine ad una sorta di circolo vizioso “debito-spread-debito”.

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La crisi, quattro anni dopo

Da Lehman Brothers alla questione del debito europeo

Francesco Schettino

Ogni scienza sarebbe superflua
se l'essenza delle cose e la loro forma fenomenica
direttamente coincidessero [K. Marx, Il Capitale, III, 48]

Passato un quadriennio dalla formidabile deflagrazione che ha sconvolto definitivamente gli assetti dell'attuale fase del capitalismo, è giunto il momento di fare il punto della situazione. Esplosa come un bubbone, che covava sotto l'epidermide del modo di produzione contemporaneo da più di tre decenni - sempre più tesa e malridotta nonostante i continui interventi di maquillage ideologico -, la crisi ha iniettato di liquido infetto ogni angolo del pianeta, non risparmiando nessuno a causa della profonda interconnessione produttiva e circolatoria che si è andata, negli anni, configurando a livello planetario.

Il fallimento pilotato di Lehman Brothers - insieme agli onerosi salvataggi governativi di Fannie Mae e Freddie Mac - ha fornito una rappresentazione suggestiva di un fenomeno, quello della crisi, che, in realtà, affonda le proprie radici nel naturale svolgimento della produzione capitalistica e delle sue interruzioni iniziate, con frequenza sempre maggiore, già all'inizio degli anni settanta del secolo passato. Pressoché tutti ricordano le sensazioni provate nell'osservare i dipendenti della Lehman Brothers che abbandonavano, con le ormai celeberrime scatole di cartone, la sede di una di quelle aziende che ora vengono definite persino "too big to fail", e che riportava un magnifico rating sul livello di stabilità finanziaria [cfr no. 138, ...la chiamavano trinità] per molti fu uno shock, paragonabile forse solo a quello sperimentato in occasione del crollo delle torri gemelle, e non furono in pochi a pensare che da quel momento le cose sarebbero cambiate significativamente: e, non c'è dubbio, che costoro ebbero ragioni da vendere.

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La crisi si supera salvando il Pianeta*

di Elvio Dal Bosco **

Premessa

La crisi finanziaria ed economica in atto rappresenta il fallimento delle politiche economiche neoliberiste intraprese negli ultimi trent’anni a livello mondiale, che si sono scaricate sulle condizioni di lavoro e di vita di larghe masse di popolazione anche nei paesi capitalistici sviluppati. In presenza di un enorme aumento della disuguaglianza dei redditi e della ricchezza alimentato dall’espansione delle attività finanziarie a spese dell’economia reale in questi paesi, fa veramente impressione leggere quanto scrive uno dei portavoce del fondamentalismo neo liberista: “Nonostante la crisi creditizia attuale, questo decennio sarà visto come quello della più elevata crescita del reddito pro-capite della storia” ( The Economist, editoriale del 18 ottobre del 2008, p. 14 ).

La crisi viene da lontano: già prima dell’utilizzo di strumenti finanziari ad altissimi rischio e di scarsa trasparenza come i CDO e CDS, la grande espansione della cosidetta finanziarizzazione aveva comportato radicali mutamenti nella struttura della produzione, distribuzione e impiego del reddito nei maggiori paesi capitalistici svilupppati, da me analizzati in un libro pubblicato nel 2004 ( La leggenda della globalizzazione, Bollati Boringhieri, Torino ). Scrivevo allora nel capitolo intitolato significativamente L’economia reale preda della finanza: il fatto che tendenzialmente la quota degli investimenti fissi lordi scenda laddove la quota delle attività finanziarie cresce, mettendo in evidenza una correlazione inversa, potrebbe indurre ad affermare che l’enorme espansione registrata dalle attività finanziarie negli ultimi vent’anni circa sia andata a scapito degli investimenti e a favore dei consumi.

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La finanziarizzazione come effetto della crisi

Gianni Del Panta* intervista Guglielmo Carchedi

Non confondere le conseguenze con le cause della crisi. La correttezza dell'analisi di Marx e il fallimento di quella di Keynes. Intervista a Guglielmo Carchedi.

Guglielmo Carchedi, è uno studioso marxista, professore di Economia Politica all’Università di York, Toronto (Canada) e per molti anni professore all'università di Amsterdam. Collabora da molti anni con Contropiano. Vedi il suo saggio "Dalla crisi di plusvalore alla crisi dell'euro" sull'ultimo numero della rivista Contropiano e la sua relazione nel volume "Il vicolo cieco del capitale" a cura della Rete dei Comunisti.


Nel dibattito sulla natura dell’attuale crisi del sistema capitalistico, non mancano neanche a sinistra interpretazioni volte a presentarla come il portato di un’eccessiva finanziarizzazione dell’economia. Personalmente mi sembrerebbe invece corretto leggere il ricorso alla finanza come effetto e non causa delle presenti difficoltà economiche?


Ha perfettamente ragione, la finanziarizzazione dell’economia è certamente l’effetto e non la causa dell’attuale crisi. Mi permetta però in apertura di avanzare dubbi anche sulla bontà del termine. Infatti, il costante utilizzo della parola finanziarizzazione sembra presupporre una mutazione quasi genetica nel sistema.

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Il capitalismo entra nella sua fase senile

Ruben Ramboer intervista Samir Amin

"Il pensiero economico neoclassico è una maledizione per il mondo attuale". Samir Amin, 81 anni, non è tenero con molti dei suoi colleghi economisti. E lo è ancor meno con la politica dei governi. "Economizzare per ridurre il debito? Menzogne deliberate"; "Regolazione del settore finanziario? Frasi vuote". Egli ci consegna la sua analisi al bisturi della crisi economica

Il declino dellImperialismo Americano1Dimenticate Nouriel Roubini, alias dott. Doom, l'economista americano diventato famoso per avere predetto nel 2005 lo tsunami del sistema finanziario. Ecco Samir Amin, che aveva già annunciato la crisi all'inizio degli anni 1970. "All'epoca, economisti come Frank, Arrighi, Wallerstein, Magdoff, Sweezy ed io stesso, avevamo detto che la nuova grande crisi era cominciata. La grande. Non una piccola con le oscillazioni come ne avevamo avute tante prima, ricorda Samir Amin, professore onorario, direttore del forum del Terzo Mondo a Dakar ed autore di molti libri tradotti in tutto il mondo. "Siamo stati presi per matti. O per comunisti che desideravano quella realtà. Tutto andava bene, madama la marchesa… Ma la grande crisi è davvero cominciata a quel tempo e la sua prima fase è durata dal 1972-73 al 1980". Inoltre Samir Amin afferma recisamente: "essere marxista implica necessariamente essere comunista, perché Marx non dissociava la teoria dalla pratica: l'impegno nella lotta per l'emancipazione dei lavoratori e dei popoli".


P
arliamo per cominciare della crisi degli ultimi cinque anni. O piuttosto delle crisi: quella dei subprimes, quella del credito, del debito, della finanza, dell'euro… A che punto siamo?

Samir Amin. Quando tutto è esploso nel 2007 con la crisi dei subprimes, tutti hanno fatto finta di non vedere. Gli europei pensavano: "Questa crisi viene dagli Stati Uniti, la assorbiremo rapidamente". Ma, se la crisi non fosse venuta da là, sarebbe cominciata altrove. Il naufragio di questo sistema era scritto e lo era fin dagli anni 1970. Le condizioni oggettive di una crisi di sistema esistevano ovunque.

Le crisi sono inerenti al capitalismo, che le produce in modo ricorrente, ogni volta in modo più profondo. Non si possono comprendere le crisi separatamente, ma in modo globale. Prendete la crisi finanziaria. Se ci si limita a questa, si troveranno soltanto cause puramente finanziarie, come la deregolamentazione dei mercati. Inoltre, le banche e gli istituti finanziari sembrano essere i beneficiari principali di quest'espansione di capitale, cosa che rende più facile indicarli come unici responsabili. Ma occorre ricordare che non sono soltanto i giganti finanziari, ma anche le multinazionali in generale che hanno beneficiato dell'espansione dei mercati monetari. Il 40% dei loro profitti proviene da operazioni finanziarie.

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L’Euro non come moneta unica ma come moneta comune

Christian Marazzi

Intervento al convegno L'Europa verso la catastrofe?

Interverrò brevemente e direttamente in merito di quanto Klaus Busch ha, secondo me, realisticamente posto come problema, come dilemma, diciamo, come un rompicapo e cioè il fatto che l’euro sin dalla sua nascita è stata una costruzione monetaria, come dire, acefala. E di fatto ha funzionato come un veicolo di approfondimento delle divergenze all’interno della zona dell’euro fra paesi, diciamo, votati all’esportazione e paesi specializzati soprattutto in settori non esportabili, servizi. E che però proprio nella misura in cui ha portato alla situazione che conosciamo, rende addirittura difficile l’ipotesi di un suo superamento, di una uscita da questa moneta, da questa pseudo moneta che tanti problemi complicati sta creando e che è destinata a creare nel prossimo futuro.

Allora io sono d’accordo sulle difficoltà politiche di mobilitazione su un terreno che sia anche minimamente riformista, insomma. Le difficoltà dell’euro si ripercuotono anche sul piano interno degli stati membri e quindi anche dei movimenti. Ci sarà un passaggio, che credo sia essenziale, a maggio a Francoforte, ad una dimensione, ad un livello transnazionale che mi sembra assolutamente corretto e indispensabile, ma allo stesso tempo difficile. Questo vale anche se vogliamo ragionare, per esempio, sui punti messi a programma da Busch, e cioè una spinta in direzione della crescita. L’idea di instaurare gli eurobonds, queste obbligazioni di mutualizzazione del debito, del finanziamento del debito, le politiche di coordinamento dei salari, della spesa pubblica.

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Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere

Riccardo Bellofiore

Intervento al convegno L'Europa verso la catastrofe?

Come hanno detto i relatori che mi hanno preceduto, la situazione in cui viviamo è una situazione invernale, gelida. Penso che alcuni di voi, certamente i più anziani come me, abbiano visto il film Frankenstein Junior e quindi si ricorderanno la scena in cui il giovane Frankenstein e il gobbo Igor vanno a scavare in un cimitero per esumare il cadavere del mostro e Frankenstein jr dice “che lavoro schifoso” e Igor risponde “potrebbe andare peggio”. Frankenstein jr chiede “come?” e Igor risponde “potrebbe piovere”. Subito si sentono tuoni e inizia una pioggia violenta. Questa è la situazione in cui sono convinto da tempo che ci troviamo a vivere. E in effetti ho intitolato “Potrebbe piovere” uno scritto ormai di due dicembre fa firmato con Joseph Halevi.

Cercherò di rispondere alle sollecitazioni avanzate da Raparelli e Casarini, oltre che dai relatori che mi hanno preceduto. Non è facile da farsi in così breve tempo. Cercherò sostanzialmente di svolgere tre argomenti, dandovi soltanto una sorta di schema di un ragionamento possibile. Primo: cercherò di chiedermi in che tipo di crisi del capitalismo globale ci troviamo, e su questo sarò veramente telegrafico. Dopo, cercherò di discutere dell’euro, dell’euro così come si è costruito nella realtà, non come spesso ce lo raccontiamo, e del tipo di crisi dell’euro e dell’Europa che viviamo adesso. In terzo luogo, cercherò di entrare nel terreno di discussione, complicato, delle possibili politiche economiche, e di qui svolgerò alcune considerazioni politiche. Sarò estremamente schematico. Chi fosse interessato trova lo sviluppo del ragionamento in due libretti che ho pubblicato recentemente [n.d.r. La crisi capitalistica, la barbarie che avanza e La crisi globale, l’Europa, l’euro, la sinistra, editi entrambi da Asterios, Trieste, nel 2012].

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La sinistra Keynesiana e il suo cocktail di desideri

di Claus Peter Ortlieb

In Germania, stavolta, saranno guai per i ricchi. La coalizione "Per una ripartizione equa" ha lanciato un'iniziativa, chiamando, non senza una certa audacia grammaticale, ad una giornata d'azione nazionale:

"C'è una via d'uscita alla crisi economica e finanziaria: redistribuzione! Noi non vogliamo più soffrire per la mancanza di prestazioni sociali e di servizi pubblici, e non vogliamo che la grande maggioranza della popolazione venga penalizzata. E' piuttosto la ricchezza eccessiva, e la speculazione finanziaria, che deve essere tassata. Non si tratta solo di denaro, ma anche di solidarietà concreta in questa nostra società."

In tal modo, la coalizione reclama un'imposta permanente sulle fortune eccessive dei contribuenti eccezionali, alfine di "finanziare in tutta equità la spesa pubblica e sociale indispensabile e ridurre il debito", senza dimenticare la "lotta costante contro l'evasione fiscale ed i paradisi fiscali, ed in favore della tassazione delle transazioni finanziarie, contro la speculazione e contro la povertà, dappertutto nel mondo".

Alcune frazioni dell'SPD e dei Verdi hanno accolto con favore la campagna e la sua concretizzazione, per mezzo dei loro rispettivi programmi, che dovrebbero in line adi principio aumentare il tasso più alto di imposizione fiscale, dal 42% al 49%. Deliberatamente, dimenticano di ricordarsi che, negli anni '90, loro stessi hanno abbassato tale tasso, che allora si attestava sul 53%.

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Mai più figli di troika*

di  Luciano Vasapollo

Tutto quello che appare come qualcosa di nuovo, come il possibile  default di vari paesi europei, ma addirittura degli stessi USA, in realtà vede l’origine dal 1971  con la fine degli Accordi di  Bretton Woods. Da tale data gli Usa decidono in base al loro potere politico e militare di  imporre il proprio modello di sviluppo basato sull’import attraverso l’indebitamento, facendo così pagare il costo agli altri: debito privato, debito pubblico, e consumo sostenuto dal mix tra debito interno ed esterno, avendo molto deboli i cosiddetti fondamentali macroeconomici e una economia reale che già da allora mostrava alcuni caratteri tipici della crisi strutturale.

Già a partire dagli anni ‘80 si era verificato in Europa, anche se in maniera diversificata nei differenti paesi,  un vero e proprio intenso processo di privatizzazione, con l’intento di ridimensionare la presenza pubblica nell’intero sistema produttivo. Le azioni dei Governi di questi anni confermano la volontà di attuare un programma completo di dismissione delle aziende pubbliche, con la motivazione ufficiale di risolvere i problemi produttivi ed economici.

A ciò hanno fatto eccezione alcuni paesi, ad esempio la Francia e in parte la Germania, che hanno difeso la presenza  pubblica nei settori strategici, strutturando in tal modo un modello produttivo più forte ed equilibrato nella competizione globale, più centrato sull’export.

Questo processo si è avviato in concomitanza alla costituzione del Mercato Unico Europeo (1992) e poi dell’Unione Europea con i pesanti sacrifici imposti al mondo del lavoro.

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Repressione finanziaria, potere monetario e cancellazione del debito

di Stefano D’Andrea

1. Repressione finanziaria come situazione e come regime giuridico.

Repressione finanziaria è espressione sconosciuta ai più.

Nell’uso volgare indica due diversi fenomeni: una situazione, creata da un’azione politica; e l’azione politica che la genera. Con la formula “azione politica” alludo all’emanazione e alla vigenza di un insieme di norme giuridiche volto a reprimere la redditività del capitale finanziario messo a rendita.

Repressione finanziaria è la situazione in cui il risparmio non genera rendite, o meglio genera rendite molto basse, inferiori al tasso d’inflazione. Nella situazione di repressione finanziaria, il tasso d’interesse reale  dei titoli del debito pubblico (reale vuol dire che è corretto dall’inflazione) è negativo.


2. Una lunga stagione di repressione finanziaria.

Un recente e approfondito studio, promosso dal FMI, ha constatato che tra il 1946 e il 1980 il tasso medio di interesse reale sui titoli di stato delle economie avanzate è stato negativo (-1,6%); negativo è stato anche il tasso reale di sconto (-1,1%) (1).

I tassi di interesse reali negativi comportano una diminuzione dello stock di debito, senza che, per estinguere il debito, sia necessario utilizzare enormi entrate fiscali o tagliare la spesa pubblica. Mantenendo i tassi nominali al di sotto dell’inflazione si riduce il valore (reale) del debito, spostando ricchezza dai creditori ai debitori.

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Terremoto nel mercato mondiale

Sulle cause profonde dell'attuale crisi finanziaria

Norbert Trenkle (gruppo Krisis)

false partite ivaNel 2008, a seguito della crisi economica mondiale scatenata dall'implosione dei cosiddetti mutui “subprime” negli Stati Uniti, esce, a cura di Norbert Trenkle del gruppo Krisis, il testo “Weltmartkbeben” (Terremoto nel mercato mondiale), qui tradotto.

Il testo assume un'importanza particolare, nella misura in cui riassume le posizioni che questo gruppo porta avanti da anni e che in qualche modo hanno largamente anticipato la crisi e le sue ragioni. Esso prova a dare una lettura “inattuale” e fuori dal coro della crisi economica in corso, lettura che può aiutare ad impostare correttamente il problema e a cercare soluzioni più radicali e capaci di intaccarne i meccanismi di fondo.

Per un aiuto alla lettura, sinteticamente ecco i punti “forti” del testo:

    -la crisi economica mondiale era in corso da lungo tempo e la sua esplosione entro un periodo più o meno breve era ampiamente prevedibile

    -le cause di questa esplosione non sono da ricercarsi nella malvagità di un numero comunque limitato di avidi speculatori dediti alla finanza più cinica e spietata, ma nel meccanismo di fondo della riproduzione capitalistica stessa. La “rivoluzione microelettronica”, ovvero il passaggio da una produzione seriale meccanica fondata sul lavoro vivo ad una fondata sulla tecnologia microelettronica, ha destrutturato gli apparati produttivi, aumentando in modo esponenziale la produttività del lavoro e al tempo stesso espellendo lavoro vivo.